Henri Cartier-Bresson, FRANCE. Paris. French writer Albert CAMUS. 1944. @Henri Cartier-Bresson | Magnum Photos

Albert Camus, l’uomo nella «Peste». Seconda parte

IV. Con Tarrou la peste assume un significato più ampio, definendo il male sociale che attribuisce all’uomo il disumano diritto di condannare a morte un suo simile. Da quando, adolescente, ha visto in faccia, durante un processo, un condannato a morte, Tarrou si è sforzato con tutto se stesso di guarire dalla peste che infesta il mondo. Sorta di discendente del principe Myškin [1], Tarrou ha rinunciato a uccidere (ovvero a giudicare, in senso ampio, perché si può uccidere anche senza sparare) e per questo si è condannato a un esilio definitivo dal mondo. Nella terra ci sono flagelli e vittime ed egli ha deciso di restare dalla parte delle vittime, sempre. Il suo scopo è raggiungere la pace e la compassione è l’unica strada da percorrere per poter giungere alla meta. L’unico problema che conosce Tarrou è se «si può essere un santo senza Dio».

L’esilio è la condizione spirituale, esistenziale di questo luminoso cercatore di santità e pace, che si trova a proprio agio nella città isolata e combatte in prima persona il flagello, senza mai tirarsi indietro. Grande esempio di comprensione e responsabilità, Tarrou rischia ogni giorno la vita, perché le misure eccezionali non bastano: «ciascuno deve anche fare la sua parte». Tarrou è l’ultima vittima della peste, concentrata tutta nel suo corpo, che lotta coraggiosamente fino all’ultimo istante, mentre fuori, per le strade di Orano, soffia il vento della liberazione.

V. Cottard è l’anima nera del romanzo. Nella prospettiva compassionevole di Tarrou il piccolo rentier non commette che un unico, vero crimine, quello di approvare dentro di sé la peste, il flagello che ha ucciso migliaia e migliaia di uomini e bambini. Perché Cottard trae dalla peste un vantaggio personale: la sua libertà individuale, minacciata dalle autorità giudiziarie.

Cottard è l’unico abitante di Orano per il quale Rieux non può parlare, perché completamente staccato dal dolore comune. Per lui la peste significa libertà, prosperità e quando il flagello, dopo mesi e mesi di furia cieca, inizia finalmente a perdere intensità, a lasciarsi scappare numerose vittime, Cottard, al contrario dei suoi concittadini, non prova sollievo e speranza, ma delusione, odio e rabbia, che sfociano infine nella follia. Il giorno della liberazione, mentre a Orano torna la felicità e gli abitanti si riversano nelle strade accompagnati dai loro cari ritrovati, il piccolo rentier si rinchiude nella sua abitazione e spara a caso sulla folla in festa. Per l’unico uomo che ha approvato dentro di sé il flagello della peste, non poteva esserci altro epilogo. Perché non esiste libertà fisica, materiale senza la libertà spirituale.

VI. Il medico Bernard Rieux è l’autore di questa cronaca asciutta come il paesaggio di Orano. Sempre lucido e presente a se stesso, nonostante la stanchezza e l’impotenza (le vittorie contro la morte, che regola l’ordine del mondo, sono sempre provvisorie), Rieux cede alla quotidiana pressione del flagello in una sola occasione, quando, dopo aver assistito alla terribile agonia del figlio del giudice Othon (vero e proprio spartiacque del romanzo), esclama indignato e rabbioso a padre Paneloux: «rifiuterò fino alla morte di amare questa creazione dove i bambini sono torturati» [2]. Uno slancio di indignazione, rabbia e dolore, in cui il medico sintetizza le riflessioni di Ivan Karamazov premesse al Grande Inquisitore [3], che dura solo un momento. Tra l’uomo di scienza e l’uomo di fede non c’è un reale conflitto, non può esserci, perché la peste lo impedisce: entrambi sono impegnati nella lotta contro la morte e il male, e neanche Dio può separarli.

Per Rieux, come abbiamo visto nella prima parte del presente contributo [4], combattere la peste non è una questione di eroismo, ma, semplicemente, di onestà. Per l’eroismo e la santità il medico non prova alcun interesse; la sola cosa che gli interessi davvero «è essere un uomo». Rieux trova in Tarrou un amico sincero, con il quale condividere il peso del flagello, ma che gli viene strappato presto, troppo presto dalla peste: «Il dottore non sapeva […] se Tarrou avesse trovato la pace, ma era certo di sapere, almeno in quel momento, che nessuna pace sarebbe mai più stata possibile per lui, così come non c’è armistizio per la madre privata del figlio o per l’uomo che seppellisce l’amico» [5]. L’uomo che a causa della peste ha perduto un affetto importante, un figlio o un amico, si ritrova in un permanente stato di inquietudine, di vuoto incolmabile, di conflitto spirituale. Cosa ci ha guadagnato Rieux sopravvivendo alla peste, sopravvivendo a Tarrou? «Soltanto di aver conosciuto la peste e di ricordarselo, di aver conosciuto l’amicizia e di ricordarselo, di conoscere l’affetto e di doversene un giorno ricordare. La conoscenza e la memoria erano tutto ciò che l’uomo poteva guadagnare al gioco della peste e della vita» [6].

Oltre all’amicizia Rieux perde anche l’amore (la moglie muore di una malattia imprecisata, fuori da Orano, che ha lasciato poco prima dell’epidemia), ma non per questo si abbandona al dolore e alla disperazione. Come Sisifo, Rieux continua a trascinare con coraggio il suo macigno, consapevole e mai arreso alla morte [7], e se è vero, come dichiara il diabolico asmatico, che l’uomo non cambia, mai, neppure dopo una tale tragedia, è anche vero che in questa immutabilità risiedono la sua «forza» e la sua «innocenza». Rieux ha imparato ciò che si impara sempre nei flagelli, ovvero che nell’uomo ci sono «più cose da ammirare che cose da disprezzare». Per questo non smetterà di lottare contro i mali e di salvare vite, di lottare e ottenere, tra tante sconfitte, anche alcune vittorie, seppur solo provvisorie.

VII. La peste è stata esilio e separazione nel loro significato più profondo. Ha reso tutti gli abitanti di Orano, tranne Cottard, degli emigranti, «esclusi dal calore umano che solo può far dimenticare tutto». Finalmente liberi dal flagello, ricongiunti ai loro cari, gli abitanti di Orano ora sanno «che c’è una cosa che si può desiderare sempre e qualche volta ottenere ed è l’affetto umano» [8]. Tutti quelli che, invece, si sono rivolti al di sopra dell’uomo, a qualcosa che non riescono neppure a immaginare, come padre Paneloux, come Tarrou, non hanno avuto risposta. Solo coloro che hanno chiesto l’unica cosa che dipendesse interamente da loro hanno ottenuto ciò che volevano, ed è giusto, conclude Rieux, camminando solo tra la folla in festa, è giusto «che almeno ogni tanto la gioia ricompensasse coloro che si accontentano dell’uomo e del suo povero e terribile amore» [9]. Queste parole rischiarano di colpo l’intero romanzo. Ma la felicità che invade e travolge Orano dopo la liberazione dal flagello, dopo mesi di esilio, prigionia, solitudine e morte, non è definitiva, non può esserlo, perché la peste, che è la peste ma anche la guerra e, in buona sostanza, la vita stessa («Ma cosa vuol dire la peste? È la vita, punto e basta»), resta in agguato, pronta a colpire di nuovo:

Ascoltando […] le grida di esultanza che si levavano dalla città, Rieux si ricordava che quell’esultanza era sempre minacciata. Poiché sapeva quel che la folla ignorava, e che si può leggere nei libri, cioè che il bacillo della peste non muore né scompare mai, che può restare per decenni addormentato nei mobili e nella biancheria, che aspetta pazientemente nelle camere da letto, nelle cantine, nelle valigie, nei fazzoletti e nelle carte, e che forse sarebbe venuto il giorno in cui, per disgrazia e monito agli uomini, la peste avrebbe svegliato i suoi topi e li avrebbe mandati a morire in una città felice [10].

NOTE

[1] Per un approfondimento sul personaggio e il romanzo di cui è protagonista rimando al contributo Il sovversivo «Idiota» di Dostoevskij. Prima parte, Seconda parte.

[2] Albert Camus, La peste, traduzione di Yasmina Mélaouah, Bompiani, Milano 2017, p. 232.

[3] Per un approfondimento sul personaggio rimando al capitolo quinto dello studio Fëdor Dostoevskij, «I fratelli Karamazov»: l’uomo diviso: Ivàn, il nichilista estremo – I-IV, V-VI, VII-IX.

[4] Albert Camus, l’uomo nella «Peste». Prima parte.

[5] Albert Camus, La peste, cit., p. 306.

[6] Ivi, p. 307.

[7] Riferimento al celebre saggio dello scrittore francese Il mito di Sisifo. Per un approfondimento sull’opera rimando al contributo Albert Camus, «Il mito di Sisifo»: la grande opportunità dell’Assurdo. Prima parte, Seconda parte.

[8] Albert Camus, La peste, cit., p. 316.

[9] Ivi, p. 317.

[10] Ivi, p. 325-326.