I. Topi. Decine, centinaia, migliaia di topi si riversano dai bassifondi di Orano in superficie, per morire alla luce del sole, come se la terra vomitasse la parte più scandalosa di se stessa, il suo male profondo, viscerale, nauseabondo: è l’inizio del flagello. È l’inizio della peste, che neppure i medici hanno il coraggio di chiamare col proprio nome. Le ridicole misure prese dall’amministrazione locale naturalmente non arginano il contagio, che dilaga in breve tempo. Orano viene chiusa, sigillata, isolata dal resto del mondo, microcosmo infernale, senza amore, come morto, attraversato giorno e notte dal sinistro fischio dell’implacabile flagello. Gli abitanti della città appestata sono fatti prigionieri, ridotti a mere «ombre erranti che avrebbero trovato forza solo accettando di radicarsi nella terra del loro dolore» [1]. La peste costringe l’uomo a fare i conti con se stesso, lo mette faccia a faccia con se stesso e con il suo destino mortale.

All’inizio decine, poi centinaia di vittime al giorno, senza distinzione di età, di sesso, di ceto. La peste abbatte indistintamente vecchi e bambini, donne e uomini, ricchi e poveri, stabilisce l’unica, vera uguaglianza possibile nel mondo degli uomini: l’uguaglianza della morte. Centinaia di cadaveri sfigurati dal male gettati nelle fosse comuni oppure bruciati. L’inceneritore lavora, divora corpi sfatti senza sosta. Sullo sfondo l’ultima possibilità di smaltimento dei cadaveri: il mare, quel mare che c’è, che accarezza Orano, ma che non si vede, se non da pochi punti della città, svuotata ogni giorno di più dal flagello.

II. Il primo effetto dell’epidemia è l’esilio, ovvero «vivere con una memoria che non serve a niente». La separazione violenta dagli affetti, dagli amori amplifica la solitudine atavica degli individui e scava solchi profondissimi nei e tra i prigionieri, rappresentando però, almeno all’inizio, una solida rete di protezione dalla peste: capita di morire senza accorgersene, talmente è radicato il pensiero dell’altro, di una madre, di un figlio, di una moglie, di un’amante che non c’è.

Il peso insostenibile della solitudine e la paura di morire senza rivedere i propri cari, spingono alcuni prigionieri a tentare di evadere. È il caso di Rambert, giornalista inviato a Orano per un reportage sulle condizioni di vita degli arabi e rimasto intrappolato nella città appestata. Rambert, sposato con una donna che vive a Parigi, si trova in una situazione che potremmo definire kafkiana: corre a destra e a manca, visita decine di uffici, incontra decine di funzionari e di personalità influenti, stringe rapporti con guardie corrotte e contrabbandieri, ma ogni volta è costretto a ricominciare daccapo. Come K. si sforza di raggiungere il castello [2], Rambert si sforza di lasciare Orano, ma senza successo. Frustrato dai continui insuccessi il giornalista, che ha già vissuto un’analoga esperienza-limite, quella della guerra, combattendo in Spagna, decide infine di entrare nelle formazioni sanitarie organizzate da Rieux e Tarrou. Rambert ha ragione quando dice di non credere nell’eroismo, perché troppo facile e mortale, ma qui non si tratta di eroismo, come sottolinea Rieux: «qui non si tratta di eroismo. Si tratta di onestà. Farà magari ridere, come idea, ma il solo modo di lottare contro la peste è l’onestà» [3].

La peste finisce per sommergere tutto. Non esistono più destini individuali, «ma una storia comune costituita dalla peste e sentimenti condivisi da tutti», tra i quali spiccano la separazione e l’esilio. Così Rambert, proprio quando sembra tutto pronto per l’agognata evasione, decide di restare, di condividere il dolore degli uomini e rinunciare alla felicità: «Ho sempre pensato di essere uno straniero in questa città, e di non avere niente a che fare con voi. Ma adesso che ho visto quel che ho visto, so che appartengo a questo posto, che lo voglia o no. È una vicenda che ci riguarda tutti» [4]. Una fondamentale dichiarazione di responsabilità. Rambert decide di partecipare attivamente, di restare e così facendo vince la speranza, accetta l’assurdo che lo circonda e che lo cambia completamente. La peste gli mette dentro «un distacco che con tutte le sue forze cercava di negare e che tuttavia persisteva in lui come una sorda angoscia» [5], e alla fine dell’epidemia, alla riapertura delle porte, correndo tra le braccia della moglie, Rambert si rende conto «che la gioia è una fiammata di cui non si può sentire il sapore». Egli ora sa, e proprio su questa consapevolezza dovrà costruire la sua nuova vita.

III. L’agonia e la morte del figlio del giudice Othon, un bambino, segnano nel profondo padre Paneloux (gesuita impegnato in prima linea contro la peste) e gli ispirano la sua seconda predica dall’inizio della pandemia. Una predica di tutt’altro genere rispetto alla prima, densa di rettorica: ora padre Paneloux ha visto morti a sufficienza.

Pur nella fede, la sofferenza dei bambini non si comprende e non c’è nulla di più «importante della sofferenza di un bambino e dell’orrore che tale sofferenza comporta e delle ragioni che occorre trovarle» [6]. Padre Paneloux, onestamente, non cede alla rettorica e consolante tentazione dell’«eternità di delizie» che attende il bambino e ripagherebbe le sue atroci sofferenze, perché «chi mai poteva sostenere che l’eternità di una gioia bastasse a ripagare un istante del dolore umano?» [7]. È giunto il momento terribile, estremo della resa dei conti, il momento di credere o negare tutto: «Dio concedeva oggi alle sue creature il favore di gettarle in una tragedia che le costringeva a ritrovare e fare propria la somma virtù che è quella del Tutto o Niente» [8]. Il cristiano deve fare la sua scelta fondamentale, deve scegliere «di credere tutto per non essere costretto a negare tutto». È giunto il momento decisivo di mettere da parte le mezze misure, di abbandonare il facile cammino della mediocrità e «saltare dentro l’inaccettabile». La peste costringe l’uomo a scegliere tra due estremi: fede o negazione, bianco o nero, tutto o niente. La sofferenza dei bambini è un «pane amaro», un pane sgradevole, difficile da inghiottire, ma senza il quale l’anima morirebbe di «fame spirituale». È necessario accettare lo «scandalo» perché è necessario «scegliere di odiare Dio o di amarlo». Solo l’amore di Dio, per quanto difficile da comprendere, sostiene padre Paneloux, può «cancellare la sofferenza e la morte dei bambini, il solo in ogni caso a renderla necessaria, perché è impossibile capirla e si può soltanto volerla» [9]. Dio è la sola risposta possibile all’insensatezza e al nulla, e dall’ingiustizia apparente scaturirà un giorno la verità.

In situazioni così estreme, così terribili, quando «l’innocenza ha gli occhi cavati», commenta Tarrou, «un cristiano deve perdere la fede o accettare di farsi cavare gli occhi. Paneloux non vuole perdere la fede, andrà fino in fondo» [10]. Padre Paneloux muore pochi giorni dopo la predica, senza lasciarsi curare: una dimostrazione di feroce coerenza. Oppure un estremo tentativo di espiazione. Quando un bambino muore, che diritto ha un adulto di continuare a vivere?

NOTE

[1] Albert Camus, La peste, traduzione di Yasmina Mélaouah, Bompiani, Milano 2017, p. 83.

[2] Per un approfondimento sul romanzo rimando al contributo «Il castello»: l’ultimo grande incubo di Franz Kafka. Di quest’opera Camus si occupa nel Mito di Sisifo e per un approfondimento in tal senso rimando al contributo Albert Camus, «Il mito di Sisifo»: la grande opportunità dell’Assurdo. Prima parte, Seconda parte.

[3] Albert Camus, La peste, cit., p. 175.

[4] Ivi, p. 222.

[5] Ivi, p. 311.

[6] Ivi, p. 238.

[7] Ibidem.

[8] Ivi, p. 239.

[9] Ivi, p. 242.

[10] Ivi, p. 244.

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