Fëdor Dostoevskij, «I demòni»: del male e della (auto)distruzione. Conclusione

Non credo si tratti di un caso che il romanzo più impegnato di Dostoevskij sia anche il più cupo (alla fine dell’opera contiamo numerosi decessi, avvenuti quasi tutti per morte violenta: Matrëša, Lebjadkin, la serva dei Lebjadkin, Mar’ja Timofeevna, Fed’ka, Liza, Šatov, sua moglie, il bambino, Kirillov, Stepan Trofimovič e infine Stavrogin, suicida suo malgrado). Nei Demòni, che rappresentano il massimo sforzo civile dello scrittore, come dimostra la lettera ad Aleksandr Romanov, l’erede al trono, menzionata nell’introduzione del presente contributo, Dostoevskij afferma con forza la superiorità della questione morale e religiosa su quella politica e sociale [1], posta al centro della riflessione e dell’attività socialista. Il socialismo riduce l’uomo e la vita a una dimensione esclusivamente materiale, dalla quale consegue necessariamente lo scigaliovismo ovvero la corruzione, l’ignoranza, la schiavitù e il dispotismo illimitato. Citando di nuovo Šatov, la ragione non ha la forza, né la capacità di distinguere il bene dal male e finisce per confonderli, generando il caos e la distruzione, mentre la scienza offre solamente soluzioni violente e sanguinose (già nelle Memorie dal sottosuolo si trova un’intensa critica della logica del due per due quattro e del palazzo di cristallo, simbolo della società socialista sognata dall’intelligencija progressista [2]). Il dominio incontrastato della ragione, della scienza, della politica sulla morale e la religione genera demòni, demòni che spargono dolore e morte. Non a caso gli unici, ma potenti e rigeneranti bagliori di luce che squarciano le tenebre fitte del romanzo provengono dall’ambito morale e religioso, vero e proprio pilastro dell’intera riflessione dostoevskiana, e oltre all’annuncio della liberazione dei demòni ricavata dal Vangelo di Luca, si pensi all’ideologia del messianismo russo, esposta da Šatov, alla fiducia totale in Cristo (il «Credo» di Dostoevskij, esposto nella celebre lettera alla Fonvizina e qui emblematicamente riproposto) e alla santa figura di Tichon, progenitore dello starec Zosima [3], portavoce di uno degli esiti più luminosi e rivoluzionari della riflessione filosofico-morale dello scrittore, una sorta di utopia della responsabilità collettiva: «Peccando, ogni uomo pecca contro tutti gli altri e ogni uomo è in qualche modo colpevole dei peccati altrui. Non esiste un peccato isolato» [4].

È vero, Dostoevskij nei Demòni rappresenta «una società corrosa dai germi dell’indifferenza, dell’ateismo, della corruzione, una società dove la morte è in agguato, sotto forma di omicidio o suicidio, per tutti i protagonisti» [5], nella quale i semi avvelenati del male attecchiscono con spaventosa facilità, ma è anche vero che per Dostoevskij questa società non ha futuro: entrati nei porci, per loro stessa volontà, i demòni si getteranno da una rupe, annegheranno e l’uomo liberato siederà ai piedi di Cristo.

NOTE

[1] Fausto Malcovati, Introduzione generale a Fëdor Dostoevskij, Grandi romanzi, Newton Compton editori, Roma 2010, p. 13.

[2] Per un approfondimento sul romanzo rimando al contributo Fëdor Dostoevskij, «Memorie dal sottosuolo»: la malattia della consapevolezza. Prima parte, Seconda parte, Terza parte.

[3] Per un approfondimento sul personaggio rimando al contributo Fëdor Dostoevskij, «I fratelli Karamazov»: l’uomo diviso – Capitolo settimo – Zòsima, il monaco russo.

[4] Fëdor Dostoevskij, I demoni, traduzione di Giovanni Buttafava, BUR, Milano 2006, p. 772.

[5] Fausto Malcovati, Introduzione generale, cit., p. 13.