Fëdor Dostoevskij, «I demòni»: del male e della (auto)distruzione. Capitolo quinto

Capitolo quinto. Ivan Šatov, il penitente

Figlio di un servo, adottato da Varvara Petrovna ed educato da Stepan Trofimovič, come la sorella Daša, Ivan Šatov è «uno di quei tipici esseri russi, che tutt’a un tratto sono colpiti da qualche idea, ne restano come annientati, talvolta anche per sempre» [1]. Sotto la rude scorza del contadino si nasconde un animo delicato e sensibile, e quando Šatov perde la misura, come gli accade spesso, a causa del suo carattere focoso, è il primo a soffrirne. Espatriato socialista, Šatov torna in Russia – dopo aver trascorso tra l’altro quattro mesi in America, dove si è recato con Kirillov per verificare personalmente la situazione dell’uomo nelle sue più dure condizioni sociali – slavofilo. Nelle serate organizzate da Stepan Trofimovič si scaglia contro l’intelligencija russa liberale rappresentata da Belinskij, e dal suo vecchio educatore [2], che non ha mai compreso, dunque non ha mai amato, il popolo russo: «E colui che non ha popolo, non ha neanche Dio! Sappiate che tutti coloro che smettono di comprendere il popolo e perdono i propri legami con il popolo, subito, gradatamente, perdono anche la fede dei padri, diventano o atei o agnostici» (84).

La ragione di questa radicale metamorfosi, di questa resurrezione dal mondo dei morti, come la definisce lo stesso Šatov, è rappresentata da Stavrogin [3], verso il quale l’ex studente prova un profondo, quasi morboso sentimento di devozione. Stavrogin ha trasmesso a Šatov le sue idee migliori, come abbiamo già visto nel capitolo dedicato al protagonista dei Demòni: gli ha rivelato la grandezza del popolo russo, l’unico popolo portatore di Dio e, come tale, chiamato a rinnovare e salvare il mondo; gli ha spiegato che se anche dimostrassero scientificamente che la verità è al di fuori di Cristo, bisognerebbe restare con Cristo e non con la verità. È su queste idee luminose che Šatov fonda la propria rinascita, facendole proprie e sviluppandole.

Šatov formula la confutazione del socialismo, dello scigaliovismo [4], sostenendo che non è mai esistito un popolo che si sia basato sui principi della scienza e della ragione, come prevede il socialismo, che per la sua stessa essenza deve essere ateo, poiché lo scopo del popolo, di ogni popolo, in ogni periodo della sua esistenza, «è unicamente la ricerca di Dio, del proprio Dio, di un Dio proprio, assolutamente personale, e la fede in Lui come nell’unico vero. Dio è la personalità sintetica di tutto un popolo, dal suo principio alla sua fine» (297). La ragione non ha la forza di definire il bene e il male, o di distinguere il bene dal male – e Stavrogin, perfettamente razionale nella sua tepidezza, in ogni occasione, anche la più terribile, ne è una dimostrazione -, finisce sempre per confonderli, mentre la scienza offre solo soluzioni violente. Per questo motivo Šatov rifiuta il socialismo e abbraccia con entusiasmo la Russia, la sua ortodossia e Cristo, certo che la sua nuova venuta avverrà proprio in Russia, l’ultima sua patria, quella stessa Russia che i demòni vorrebbero distruggere per instaurare il regno della ragione e della scienza.

Sconvolto dalla violenza perpetrata dai demòni, dagli incendi e dalle morti di Liza e di Mar’ja Timofeevna, Šatov pensa davvero di denunciare, ma ecco che torna sua moglie e mette al mondo un bambino, il figlio di Stavrogin, che l’ex studente adotta con entusiasmo. Al culmine della gioia e della speranza, convinto di un nuovo inizio, in compagnia della donna che ama, Šatov dimentica l’avvertimento di Stavrogin e cade nella trappola dei demòni, che lo attirano nel parco di Skvorešniki per ucciderlo: lo agguantano in tre e Pëtr Verchovenskij gli spara un colpo di pistola sulla fronte, a bruciapelo. Il suo cadavere viene gettato nello stagno. I demòni sopprimono colui che, nel romanzo, «incarna l’etica della comprensione e del perdono» [5], ma il loro piano distruttivo si arresta qui: il loro destino è gettarsi da una rupe e annegare, e si realizzerà subito dopo aver ucciso il povero Šatov, quando saranno loro stessi ad autodenunciarsi alle autorità.

NOTE

[1] Fëdor Dostoevskij, I demoni, traduzione di Giovanni Buttafava, BUR, Milano 2006, p. 75. D’ora in poi il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[2] Per un approfondimento su Stepan Trofimovič rimando al capitolo primo del presente contributo: Stepan e Pëtr Verchovenskij, padri e figli.

[3] Per un approfondimento sul protagonista dei Demòni rimando al capitolo secondo del presente contributo: Nikolaj Stavrogin, «Tutto».

[4] Per un approfondimento su questa terribile teoria e il suo ideatore rimando al capitolo quarto del presente contributo: Šigalëv, il dispotismo illimitato.

[5] Fausto Malcovati, Premessa a Fëdor Dostoevskij, I demoni, in Id., Grandi romanzi, Newton Compton editori, Roma 2010, p. 984.