Albert Camus, «Il mito di Sisifo»: la grande opportunità dell’Assurdo. Prima parte

L’uomo assurdo intravede così un universo ardente e gelato, trasparente e limitato, dove nulla è possibile, ma tutto è dato, e dopo il quale vi è lo sprofondamento e il nulla. Egli può allora decidere di accettare la vita in un tale universo e di trarne la propria forza, il rifiuto a sperare e la prova ostinata di una vita senza consolazione

1. Il suicidio

Uccidersi oppure no. È questo il fondamentale quesito filosofico alla base del Mito di Sisifo, il celebre saggio di Camus pubblicato nel 1942, pochi mesi dopo Lo straniero [1]:

Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia. Il resto – se il mondo abbia tre dimensioni o se lo spirito abbia nove o dodici categorie – viene dopo. Questi sono giuochi: prima bisogna rispondere [2].

Mentre mai nessuno è morto per «l’argomento ontologico», molti si uccidono perché credono che non valga la pena vivere e molti si fanno uccidere per le loro ragioni di vivere: dunque quella sul senso della vita s’impone come «la più urgente delle domande». In tal senso fece bene Galileo ad abiurare, a rinnegare la sua verità per evitare il rogo e salvare la pelle: «È cosa profondamente indifferente che sia il globo terrestre che giri intorno al sole o viceversa. Per dirla in breve, è una questione futile» (5-6).

Uccidersi è confessare che non ne vale la pena. Uccidersi significa riconoscere l’inconsistenza dell’abitudine che sostiene l’esistenza e la alimenta, significa non avere più alcuna ragione di vivere, significa cogliere l’insensatezza dell’agitazione quotidiana e l’inutilità della sofferenza. Per il suicida, minato dal pensiero e giunto alla conclusione che non vale la pena vivere, il mondo è privo di quelle spiegazioni, di quelle illusioni, di quelle luci che sostengono e alimentano l’esistenza; in esso il suicida si sente un estraneo, un esiliato e appunto questo «divorzio tra l’uomo e la sua vita, fra l’attore e la scena, è propriamente il senso dell’assurdo» (8). Suicidio e assurdo, «la misura esatta nella quale il suicidio sia una soluzione dell’assurdo»: è questo l’argomento del Mito di Sisifo.

Nessuno dei pensatori che negarono un senso alla vita si è ucciso. Camus individua le ragioni di questa incoerenza nel corpo (Kirillov lo chiama dolore, ma la sostanza non cambia), che «indietreggia davanti all’annientamento» e il cui giudizio vale quanto quello dello spirito, e nella speranza, la speranza di un’altra vita o di una grande idea, che supera la vita stessa, sublimandola, dandole un senso, tradendola. È questo l’esito di tutte le filosofie esistenzialiste, che, dopo aver scoperto l’assurdo, saltano, negano se stesse, si superano in ciò che costituisce la loro negazione: «Per gli esistenzialisti, la negazione è il loro Dio» (39). Un vero e proprio suicidio filosofico, ed è emblematico in tal senso il caso di Kierkegaard, che opera una «deificazione dell’assurdo» e si sprofonda nel suo Dio. Al contrario degli esistenzialisti, l’uomo assurdo di Camus non compie salti, accetta «il divorzio fra lo spirito che desidera e il mondo che delude», si fa carico della sua «nostalgia di unità», accoglie «l’universo disperso», non opera «negazioni redentrici» e alla menzogna, all’illusione preferisce, coraggiosamente, «senza tremare», la disperazione, quella disperazione che per Kierkegaard rappresenta lo stato del peccato e che egli colloca nel fondo della vita se l’uomo non avesse una coscienza eterna, se al fondo delle cose «non ci fosse altro che una potenza selvaggia in ebollizione», se il vuoto infinito, incolmabile si nascondesse sotto le cose. Ma è proprio il vuoto infinito, incolmabile a nascondersi sotto le cose, l’uomo assurdo lo sa e lo accetta, senza cercare di addolcire questa condizione terribile, alla quale apparterrà fino alla fine dei suoi giorni: «Un uomo divenuto cosciente dell’assurdo, è legato a questo per sempre. Un uomo senza speranza, e cosciente di esserlo, non appartiene più all’avvenire» (31).

2. La libertà assurda

2.1. È la morte a determinare l’insensatezza della vita: «Alla luce del destino mortale, appare l’inutilità. Nessuna morale, nessuno sforzo sono giustificabili a priori davanti alla sanguinante matematica che regola la nostra condizione» (17). La morte sgretola tutte le menzogne e le illusioni sulle quali gli uomini fondano le proprie esistenze, distrugge le morali che le regolano e ne vanifica tutte le azioni e tutti gli sforzi: l’individuo si ritrova nudo e solo in un deserto. Ma proprio in questo momento di estremo sconforto, di spaesamento, di cupa disperazione, a un passo dal nulla che si spalanca immenso oltre la morte, egli ha la grande opportunità di diventare un uomo assurdo, di comprendere e accettare la sua nuova libertà, una libertà autentica, davvero infinita, sfruttandola a proprio vantaggio.

L’uomo assurdo di Camus non accetta Dio perché per lui non ha alcun significato ciò che viene collocato al di fuori della sua condizione mortale; egli comprende soltanto in termini umani e il suo atteggiamento filosofico-spirituale è quello della rivolta:

una delle sole posizioni filosofiche coerenti è la rivolta, che è un perpetuo confronto dell’uomo e della sua oscurità; che è esigenza di una trasparenza impossibile, e che mette in dubbio il mondo a ogni istante. […] la rivolta metafisica estende la coscienza per tutto il campo dell’esperienza: essa è la costante presenza dell’uomo a se stesso. Tale rivolta non è aspirazione, poiché è senza speranza; è la certezza di un destino schiacciante, meno la rassegnazione che dovrebbe accompagnarla (50-51).

È proprio questo stato metafisico di rivolta permanente, di dubbio, di piena consapevolezza di se stessi, dei propri limiti, della propria condizione schiacciante, della propria finitudine e gratuità a rivelare quanto l’esperienza assurda descritta da Camus si allontani dal suicidio, che non rappresenta una ribellione, ma la mera «accettazione del proprio limite» (un conto è la consapevolezza, un conto l’accettazione arresa, rassegnata). Il suicidio risolve l’assurdo, trascinandolo nella morte, mentre per mantenersi l’assurdo non può risolversi. Inoltre la rivolta conferisce un nuovo, autentico valore alla vita, le restituisce la sua grandezza: «non vi è spettacolo più bello di quello dell’intelligenza alle prese con una realtà che la supera» (51). Rivolta e coscienza, sono queste le due caratteristiche metafisico-spirituali precipue dell’uomo assurdo:

Si tratta di morire irreconciliati e non già di pieno accordo. Il suicidio è una sconoscenza. L’uomo assurdo non può far altro che tutto esaurire ed esaurirsi. L’assurdo è la sua estrema tensione, quella che egli conserva costantemente con uno sforzo solitario, poiché sa che in questa coscienza e in questa rivolta, giorno per giorno, egli attesta la sua sola verità, che è la sfida (52).

Camus risolve così il fondamentale problema filosofico alla base del Mito di Sisifo e dell’intera storia del pensiero umano: nonostante l’insensatezza, l’inutilità, la gratuità della vita vale la pena vivere, ed è proprio l’assurdità della vita a conferirle un nuovo valore, apparentemente negativo, in realtà ricco di opportunità per l’individuo consapevole che ha saputo far tabula rasa delle convenzioni, dei pregiudizi, dei luoghi comuni che regolano le esistenze ordinarie e ha avuto il coraggio di vivere in questo mondo spoglio, desertico, polare in cui egli è tutto e, al tempo stesso, niente. È questa, scrive Rosso, la «”gaia scienza” di Camus, il messaggio di Sisifo. Un democriteo sorridere all’assurdo del mondo, un sensuale, cinico immergersi nel mare del vivere, nell’ondosa indifferenza del reale» [3].

La spietata consapevolezza che caratterizza l’uomo assurdo, quella consapevolezza che gli recide per sempre le palpebre e gli rivela la reale natura di Dio, dell’eternità, delle illusioni del quotidiano e dell’idea, schermi che celano l’assurdo, non è vissuta come una condanna, come una malattia mortale, quale la intende tragicamente l’uomo del sottosuolo di Dostoevskij («Vi giuro, signori, che l’esser troppo consapevoli è una malattia, un’autentica, assoluta malattia» [4]), ma come un superiore stato di lucidità filosofica che conduce all’unica vera libertà. La sua rivolta poi non ha niente di storico, niente di politico, è una condizione filosofica e spirituale. L’uomo assurdo di Camus non è un rivoluzionario, ma un ribelle, ricorrendo alla distinzione di Stirner, che, con la sua filosofia dell’egoismo, ancor più di Nietzsche, fondamentale punto di riferimento di Camus per la sua forza corrosiva e la sua coerenza, opera una distruzione sistematica dell’intero pensiero occidentale (è sua la vera, autentica filosofia del martello):

Rivoluzione e ribellione non devono essere considerati sinonimi. La prima consiste in un rovesciamento della condizione sussistente o status, dello Stato o della società, ed è perciò un’azione politica o sociale; la seconda porta certo, come conseguenza inevitabile, al rovesciamento delle condizioni date, ma non parte di qui, bensì dall’insoddisfazione degli uomini verso se stessi, non è una levata di scudi, ma un sollevamento dei singoli, cioè un emergere ribellandosi, senza preoccuparsi delle istituzioni che ne dovrebbero conseguire. La rivoluzione mirava a creare nuove istituzioni, la ribellione ci porta a non farci più governare da istituzioni, ma a governarci noi stessi, e perciò non ripone alcuna radiosa speranza nelle “istituzioni”. Essa non è una lotta contro il sussistente, poiché, se essa appena cresce, il sussistente crolla da sé, essa è solo un processo con cui mi sottraggo al sussistente. E se abbandono il sussistente, ecco che muore e si decompone. Ma siccome il mio scopo non è il rovesciamento di un certo sussistente, bensì il mio sollevarmi al di sopra di esso, la mia intenzione e la mia azione non hanno carattere politico e sociale, ma invece egoistico, giacché sono indirizzate solo a me stesso e alla mia propria individualità [5].

2.2. L’assurdo annienta ogni probabilità di libertà eterna, ma restituisce all’uomo la completa libertà d’azione. La mancanza di speranza e di avvenire legata all’assurdo, rappresenta così un «accrescimento nelle disponibilità dell’uomo». In questo senso, l’antitesi dell’uomo assurdo è rappresentata dall’«uomo quotidiano», che vive con degli scopi e con il pensiero fisso dell’avvenire, facendo assegnamento sulla pensione, sul lavoro dei figli, certo che la sua vita segua una precisa direzione. In realtà non abbiamo una direzione, ma solo una meta comune, la morte, ed è proprio l’«assurdità di una possibile morte» a sgretolare dalle fondamenta il rassicurante sistema di vita dell’uomo quotidiano. A questo punto la morte si impone per ciò che effettivamente è, la «sola realtà», dopo la quale «tutto è finito», e l’uomo non è più libero di perpetuarsi, si ritrova schiavo, schiavo senza speranza: «Quale libertà, in senso assoluto, può esistere, senza sicurezza dell’eternità?» (54).

Scoperto l’assurdo, l’uomo comprende di aver vissuto su un’illusione. Immaginando uno scopo nella vita, «si conformava alle esigenze di una meta da raggiungere, e diveniva schiavo della propria libertà». L’uomo comprende finalmente di non essere mai stato libero, ma di essersi appoggiato sulle credenze e sui pregiudizi del proprio ambiente. Distrutte le barriere entro le quali aveva rinchiuso la propria vita, ordinandola e dandole un senso, un senso fittizio, logicamente impossibile, l’assurdo rivela di colpo all’uomo che non esiste un domani e proprio questa inesistenza futura rappresenta la «ragione» della sua «profonda libertà». Libero dalle regole comuni, l’uomo divenuto assurdo evade dal sonno quotidiano (capace di generare mostri come le istituzioni sociali, quelle istituzioni che schiacciano «Meursault come un insetto forse più fastidioso che nocivo» [6]) e torna alla coscienza:

L’uomo assurdo intravede così un universo ardente e gelato, trasparente e limitato, dove nulla è possibile, ma tutto è dato; e dopo il quale vi è lo sprofondamento e il nulla. Egli può allora decidere di accettare la vita in un tale universo e di trarne la propria forza, il rifiuto a sperare e la prova ostinata di una vita senza consolazione (56).

Aspetti negativi come la mancanza di speranza, di consolazione, di avvenire, come l’insensatezza, l’inutilità, la gratuità, la finitudine, la sterilità assumono valore positivo alla luce dell’assurdo, e in questo universo spoglio, ricondotto alla sua terribile essenzialità, alla sua gelida infecondità, per l’uomo che accetta la sfida e la lotta, traendone la propria forza, non conta più la qualità, concetto legato a un giudizio di valore fatto a pezzi dall’assurdo, ma la quantità: «ciò che importa non è vivere il meglio, ma il più possibile». Una conseguenza naturale per l’uomo assurdo, che sente «la propria vita, la propria rivolta e la propria libertà il più intensamente possibile», dunque vive «il più possibile» (58). L’unico ostacolo è rappresentato dalla morte, che determina l’assurdo e l’accrescimento di vita ad esso legato: una mera questione di fortuna.

L’uomo assurdo non fa nulla per l’eterno, ha «il possesso presente della propria vita» [7], citando Michelstaedter, non conosce morale, perché la morale è inseparabile da Dio ed egli vive «fuori da questo Dio». Per l’uomo assurdo, come dichiara Ivan Karamazov, tutto è permesso, ma ciò non significa che «nulla sia proibito»: l’assurdo non raccomanda certo il delitto, «ma rende al rimorso la sua inutilità» (64). L’unico vero limite alla libertà assurda è la morte.

NOTE

[1] Per un approfondimento sul romanzo rimando al contributo Albert Camus, Lo straniero: dall’insensibilità alla vita.

[2] Albert Camus, Il mito di Sisifo, traduzione di Attilio Borelli, Bompiani, Milano 2020, p. 5. D’ora in poi il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[3] Corrado Rosso, Prefazione a Albert Camus, Il mito di Sisifo, cit., p. XIX.

[4] Fëdor Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo, a cura di Igor Sibaldi, Mondadori, Milano 2014, p. 10. Per un approfondimento sul romanzo rimando al contributo Fëdor Dostoevskij, «Memorie dal sottosuolo»: la malattia della consapevolezza. Prima parte, Seconda parte, Terza parte.

[5] Max Stirner, L’unico e la sua proprietà, traduzione di Leonardo Amoroso, Adelphi, Milano 2009, pp. 330-331. Per un approfondimento sul filosofo tedesco e la sua opera rimando al contributo Max Stirner, L’unico e la sua proprietà.

[6] Corrado Rosso, Prefazione, cit., p. XIII.

[7] Carlo Michelstaedter, Opere, a cura di Gaetano Chiavacci, Sansoni, Firenze 1958, p. 728.

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