Luigi Pirandello, «L’esclusa»: la lotta di Marta Ajala contro il fango. Prima parte

Meglio, meglio chiudersi in un sogno continuo, sopra le volgarità e le comuni miserie dell’esistenza quotidiana, sopra il giogo livellatore delle leggi a un palmo del fango, rete protettrice dei nani, ostacolo e pastoja a ogni ascensione verso un’idealità!

Pubblicato nel 1901 sulla «Tribuna», L’esclusa è il primo romanzo di Pirandello. Nella lettera a Luigi Capuana premessa all’edizione del 1908, Pirandello stesso rivela il nucleo tematico e lo sviluppo narrativo dell’opera, il primo rappresentato dalla totale sottomissione dei personaggi, completamente privi di volontà, alla gretta e meschina legge sociale, vera e propria trappola mortale che condiziona l’esistenza degli individui dalla nascita, il secondo dal dramma dell’innocente vittima di questa spietata e assurda legge:

Qui ogni volontà è esclusa, pur essendo lasciata ai personaggi la piena illusione ch’essi agiscano volontariamente; mentre una legge odiosa li guida o li trascina, occulta e inesorabile; e fa sì che un’innocente, scacciata dalla società – per esservi riammessa – debba prima passare sotto le forche dell’infamia, commettere cioè davvero quella colpa di cui ingiustamente era stata accusata [1].

L’«innocente» protagonista del romanzo è Marta Ajala, scacciata dal marito, Rocco Pentàgora, per un adulterio mai commesso. Tra Marta e Gregorio Alvignani, noto avvocato del paese e futuro deputato, non c’è stato che uno scambio epistolare, eppure tanto basta per decretare la condanna unanime della protagonista (del resto le corna sono lo stemma della famiglia Pentàgora), ripudiata persino dal padre, che non crede alla sua innocenza e reagisce allo scandalo seppellendosi nella sua camera, le imposte serrate di giorno e di notte, fino a morire. Oltre al padre, che non si riconcilia con lei e non la perdona, Marta perde, nello stesso drammatico momento, anche il figlio, «un mostriciattolo quasi informe», rischiando ella stessa di morire a causa del parto. Ai lutti si aggiunge presto il fallimento della conceria di famiglia, che getta la protagonista, la madre Agata e la sorella Maria nella miseria. Marta è spinta a trovare conforto nella fede, ma il conforto della fede è possibile solamente dopo una reale caduta, come nel caso dell’amica Anna Veronica, mentre lei non ha commesso nessuna colpa:

Ma lei? Aveva la coscienza sicura, lei, che non sarebbe mai venuta meno ai suoi doveri di moglie, non perché stimasse degno di tale rispetto il marito, ma perché non degno di lei stimava il tradirlo, e che mai nessuna lusinga sarebbe valsa a strapparle una anche minima concessione. La gente, ora, vedendola lì in chiesa, umile e prostrata, non avrebbe supposto ch’ella avesse accettato come giusta la punizione e che s’inginocchiasse davanti a Dio a mendicare conforto e rifugio, perché non si riconosceva più il diritto di levarsi in piedi e a fronte alta davanti agli uomini? Non èer questi, è vero, non per la punizione immeritata, non per la sciagura del padre, di cui lei non voleva riconoscersi cagione, si era lasciata indurre da Anna a venire in chiesa per confessarsi; ma per sé, per aver lume e pace da Dio. Che avrebbe detto però, tra poco, a quel vecchio confessore? Di che doveva pentirsi? Che aveva fatto, qual peccato commesso da meritare tutti quei castighi, quelle pene, e l’infamia, la sciagura del padre e del figliuolo, il perpetuo lutto in casa, e forse la miseria, domani? Accusarsi? pentirsi? Se male aveva fatto, senza volerlo, per inesperienza, non lo aveva scontato a dismisura? Certo quel sacerdote le avrebbe consigliato d’accettare con amore e con rassegnazione il castigo mandato da Dio. Ma da Dio, proprio? Se Dio era giusto, se Dio vedeva nei cuori… Gli uomini, piuttosto… Strumenti di Dio? Ma ricevono da Dio forse la misura del castigo? Eccedono, o per bassezza di spirito o per aberrazione d’onestà… Accettare umilmente la condanna, senza ragionarla, e perdonare? Avrebbe potuto perdonare? No! No!» [2]

Prostrarsi nel tempio significherebbe ammettere una colpa che non è stata commessa. Marta non ha niente di cui pentirsi, niente di cui chiedere perdono e se ne va, lascia la chiesa, senza confessarsi, definitivamente consapevole di non possedere quella fede che ci vuole, secondo la morale comune, incarnata da un contadino «assorto nella preghiera, estatico»: «Dentro il cranio, il cervello le si era ormai ridotto come una spugna arida, da cui non poteva più spremere un pensiero che la confortasse, che le desse un momento di requie» [3]. Schiacciata dalla «sorte iniqua» che le è piombata addosso e contro la quale non può nulla, Marta inaridisce, diviene di pietra e non sente più nulla, né cordoglio per la morte del padre, né pietà per la madre e la sorella, né amicizia per Anna Veronica. La preghiera per lei non è che un «vano agitarsi delle labbra», di cui non comprende il senso.

L’esclusione pubblica di Marta e della sua famiglia dalla società, dal gretto e soffocante microcosmo paesano, viene sancita nel giorno in cui il popolo si rende implacabile censore, durante la processione dei santi patroni, San Cosimo e Damiano. Le statue dei santi vengono condotte sotto l’abitazione delle Ajala da una folla inferocita, che sbraita contro le donne, e le teste ferree sbattute con violenza contro la ringhiera del balcone. La condanna del popolo imbestialito, ordita da Antonio Pentàgora, il suocero della protagonista. L’offesa pubblica, invece di abbatterla, incita Marta alla lotta contro il fango, «rete protettrice dei nani», come la definisce l’Alvignani, e la protagonista ricorre all’arma dello studio, interrotto a causa del matrimonio. Marta supera l’esame per diventare maestra e grazie all’insegnamento sente di poter risorgere «dall’onta vile e ingiusta; armata di sprezzo», orgogliosa di prendersi cura della madre e della sorella, ma la sua carriera nel collegio del paese dura poco, ostacolata dalle altre insegnanti, dalle studentesse e dai loro genitori. Un’adultera non può ricoprire l’importante ruolo di educatrice – la morale comune schiaccia i meriti. A Marta, alla madre e alla sorella, sfrattate, incalzate dalla miseria, non resta che la fuga, e le donne si trasferiscono a Palermo, dove l’Alvignani ha trovato un posto per la protagonista, nel Collegio Nuovo.

NOTE

[1] Luigi Pirandello, L’esclusa, Mondadori, Milano 2017, pp. 176-177.

[2] Ivi, pp. 47-48.

[3] Ivi, p. 48.