Il sovversivo «Idiota» di Dostoevskij. Prima parte

Sentite! So che non basta limitarsi a parlare; è sempre meglio dare l’esempio, fare qualcosa e io ho già cominciato… ma… ma è proprio vero che si può essere infelici? E che vuol dire il mio tormento, che importanza ha la mia sventura se ho in me la forza di esser felice? Io non capisco, per esempio, come si possa passare accanto a un albero e non sentirsi felice di vederlo; parlare con un uomo, e non sentirsi felice di amarlo… Non so, non so esprimermi… ma quante, quante cose belle si incontrano a ogni passo, cose in cui anche la natura più abietta e ottusa scopre una luce di bellezza! Guardate un bambino, guardate l’aurora, guardate l’erbetta che cresce, guardate gli occhi che vi guardano e vi amano…

I. Naturalmente ispirato a Cristo, perché l’idea principale dell’Idiota è «rappresentare una natura umana pienamente bella» e al mondo è esistito un solo personaggio bello e al tempo stesso positivo, Cristo appunto, come spiega Dostoevskij al poeta Majkov e alla nipote Sof’ja Ivanova nelle lettere del 31 dicembre 1867 (12 gennaio 1868) e del 1 (13) gennaio 1868 [1], il principe Myškin, ultimo componente di una nobile famiglia senza lustro, rientrando in Russia dopo quattro anni passati in Svizzera, in cura dal dottor Schneider, porta con sé, oltre ai pochissimi effetti personali, racchiusi in un fagotto, una parola nuova, rivoluzionaria, che mette in crisi l’intero sistema sociale, mostrando l’«inconsistenza dei correnti criteri di giudizio» e proponendo «un ambito radicalmente nuovo» [2]. Un ambito che prevede una sola semplicissima legge, «l’unica vera legge dell’esistenza umana» come la definisce il protagonista dell’Idiota, la pietà, ovvero la capacità «di estrarre dall’altro la radice prima del suo dolore e di farla propria senza esitazione» [3], come fa Sonja con Raskol’nikov in Delitto e castigo [4].

Perfettamente consapevole dei limiti del linguaggio, acuiti dalla scarsissima predisposizione all’ascolto dei vari personaggi del romanzo («Contro Bachtin, il carattere polifonico è assai poco marcato. Si ha addirittura l’impressione che i vari personaggi facciano a gara per togliersi vicendevolmente la parola e poi tenersela ben stretta, producendosi in monologhi assordanti che escludono la necessità non tanto di un interlocutore, quanto perfino di un ascoltatore» [5]), Myškin, come dichiara nel passo posto in esergo, non si limita a parlare, ma agisce, dà l’esempio: per pietà bacia Marie, giovane tisica sedotta, abbandonata e disprezzata da tutti, nell’episodio più significativo del suo soggiorno svizzero; per pietà, soprattutto, propone a Nastas’ja il matrimonio. Per la pietà di Myškin vale ciò che Cacciari dice della persuasione di Michelstaedter (personalmente trovo numerose analogie tra il messaggio myškiniano e il pensiero del filosofo goriziano, che, del resto, individua proprio in Cristo – e in Socrate – il modello ideale del persuaso): «la Persuasione si dà. Nessuno può afferrarla, nessuno può ‘comprehenderla’. Sarebbe un ente tra gli altri, se fosse ‘a portata di mano’. […] Nel perfetto persuaso si dà vita – ed egli può donarla: non ne discorre, non la ‘insegna’» [6]. Myškin dona a Nastas’ja la vita, ma nella donna l’impulso autodistruttivo e la paura finiscono per prevalere su tutto il resto.

II. Myškin si colloca al di fuori della storia e del mito: la «dimensione dello splendore, che egli miracolosamente incarna al pari di Cristo, vive dell’istante» [7]. L’istante è quello che precede l’attacco epilettico, in cui la percezione della propria esistenza si moltiplica a dismisura e la mente e il cuore vengono inondati di luce: in questo attimo meraviglioso, che passa con la velocità del lampo, tutte le ansie, i dubbi e le amarezza svaniscono «in una calma suprema, fatta di gioia, di speranza e di armonia». Che questo stadio superiore di consapevolezza non sia altro che malattia, che questa tensione sia anormale e morbosa, non ha alcuna importanza, ragiona il principe, «quando il risultato – e cioè quell’intensa sensazione lunga un solo secondo – una volta tornati alla normalità, viene riconosciuto come uno stato di armonia, di bellezza, di equilibrio, di pace, di un’estasi che si fonde con la più sublime sintesi della vita» [8]. Per questo attimo miracoloso, che da solo vale un’intera esistenza, si può dare la vita, e grazie ad esso è possibile comprendere il significato della frase: «Verrà tempo, in cui non esisterà più il tempo» [9].

Analogo all’istante che precede l’attacco epilettico, è l’istante, altrettanto fulmineo, che precede l’esecuzione della condanna a morte (uno dei temi prediletti del principe, che ne sottolinea tutta la disumanità e la brutalità), in cui il condannato sa tutto, ovvero ha la piena consapevolezza del valore inestimabile della vita (superfluo ricordare come entrambi i momenti siano familiari a Dostoevskij, epilettico e condannato a morte [10]). Il condannato che ha vissuto l’istante ed è stato graziato si ripromette di non sprecare più un solo attimo di vita, di vivere ogni singolo minuto con l’intensità di un’esistenza intera, accorgendosi però ben presto dell’impossibilità di questo proposito, destinato a restare un’utopia. Non per il principe, che intende fare dell’istante – un fatto al di là delle sue cause – una condizione permanente: «il coraggio dell’impossibile» di Myškin, «la luce che rompe la nebbia, davanti a cui cadono i terrori della morte e il presente divien vita» [11].

III. La Russia è l’ultima patria di una «natura umana pienamente bella». La Russia è l’ultima patria di Cristo, il Cristo vero, autentico, puro. Tornato nel suo paese, Myškin viaggia, osserva, domanda, ascolta e giunge alla confortante conclusione che «il sentimento religioso è la caratteristica più importante del cuore russo». A convincerlo di questo è una giovane madre, che vede il suo bambino di poche settimane sorridere per la prima volta e nelle sue parole racchiude il senso più profondo e autentico del Cristianesimo, «il vero concetto di Dio»: «non c’è gioia più grande per una madre del vedere per la prima volta un sorriso sulle labbra del suo bambino. La stessa gioia deve provare Dio ogni volta che vede dal cielo un peccatore che gli s’inginocchia davanti e con tutto il cuore gli rivolge una preghiera» [12]. Questa giovane madre è la luminosa rappresentazione del popolo russo, della sua mitezza e della sua capacità di custodire il vero messaggio cristiano, unica salvezza per il mondo intero.

Portavoce della cosiddetta ideologia messianica di Dostoevskij, concezione fondamentale nella riflessione filosofico-morale dello scrittore, Myškin individua nel Cristo russo, preservato e tramandato anzitutto dal popolo, la soluzione all’ateismo e al socialismo che dominano l’Occidente, figli naturali del Cattolicesimo, religione anticristiana che predica un Cristo travisato, calunniato e oltraggiato, con il solo scopo di consolidare il proprio dominio terreno (un giudizio che troviamo anche in Michelstaedter, secondo il quale la Chiesa «ha usurpato i simboli e le parole di Cristo a creare una potenza in terra» [13]): «mostrate al russo il mondo russo, fate che egli trovi quell’oro, quel tesoro che la sua terra gli nasconde. Mostrategli nel lontano avvenire il rinnovamento di tutto il genere umano anzi, la sua resurrezione, in virtù dell’unica idea russa, del Dio russo, del Cristo russo, e vedrete quale possente gigante di giustizia, di saggezza e di amore si presenterà al cospetto del mondo stupefatto e atterrito» [14]. In queste parole del principe Myškin è racchiusa la missione civile di Dostoevskij.

NOTE

[1] Fëdor Dostoevskij, Lettere sulla creatività, traduzione e cura di Gianlorenzo Pacini, Feltrinelli, Milano 2011, pp. 81-86. Per la lettura delle due epistole rimando al contributo Dostoevskij spiega Dostoevskij. L’idiota.

[2] Mauro Martini, Premessa a Fëdor Dostoevskij, L’Idiota, in Id., Grandi romanzi, Newton Compton editori, Roma 2010, p. 580.

[3] Ibidem.

[4] Per un approfondimento sul romanzo rimando al contributo Fëdor Dostoevskij, «Delitto e castigo»: la resurrezione di Raskol’nikov. Prima parte, Seconda parte, Terza parte, Epilogo.

[5] Mauro Martini, Premessa, cit., p. 583.

[6] Massimo Cacciari, La lotta “su” Platone. Michelstaedter e Nietzsche, in AA.VV., Eredità di Carlo Michelstaedter (Atti del Convegno internazionale di Studi su Michelstaedter. «Il coraggio dell’impossibile», Gorizia, 1-3 ottobre 1987, a cura di S. Cumpeta e A. Michelis), Forum, Udine 2002, p. 103.

[7] Mauro Martini, Premessa, cit., p. 582.

[8] Fëdor Dostoevskij, L’Idiota, traduzione di Federigo Verdinois, in Id., Grandi romanzi, cit., p. 730.

[9] Ivi, p. 731.

[10] Per un approfondimento sull’arresto, il processo e la condanna a morte dello scrittore rimando al contributo Dostoevskij e l’esperienza di vita della katorga: lettura delle «Memorie di una casa morta». Introduzione.

[11] Carlo Michelstaedter, La persuasione e la rettorica, a cura di Sergio Campailla, Adelphi, Milano 1982, p. 82.

[12] Fëdor Dostoevskij, L’Idiota, cit., p. 727.

[13] Carlo Michelstaedter, La persuasione e la rettorica, cit., p. 181.

[14] Fëdor Dostoevskij, L’Idiota, cit., p. 932.

In copertina: il principe Myškin in un’illustrazione di Il’ja Glazunov.