Fëdor Dostoevskij, «I demòni»: del male e della (auto)distruzione. Introduzione

Era appena sceso a terra, quando gli venne incontro un uomo della città posseduto dai demòni. Da molto tempo non portava vestiti, né abitava in casa, ma nei sepolcri. Alla vista di Gesù gli si gettò ai piedi urlando e disse a gran voce: «Che vuoi da me, Gesù, Figlio del Dio Altissimo? Ti prego, non tormentarmi!». Gesù infatti stava ordinando allo spirito immondo di uscire da quell’uomo. Molte volte infatti s’era impossessato di lui; allora lo legavano con catene e lo custodivano in ceppi, ma egli spezzava i legami e veniva spinto dal demonio in luoghi deserti. Gesù gli domandò: «Qual è il tuo nome?». Rispose: «Legione», perché molti demòni erano entrati in lui. E lo supplicavano che non ordinasse loro di andarsene nell’abisso.
Vi era là un numeroso branco di porci che pascolavano sul monte. Lo pregarono che concedesse loro di entrare nei porci; ed egli lo permise. I demòni uscirono dall’uomo ed entrarono nei porci e quel branco corse a gettarsi a precipizio dalla rupe nel lago e annegò. Quando videro ciò che era accaduto, i mandriani fuggirono e portarono la notizia nella città e nei villaggi. La gente uscì per vedere l’accaduto, arrivarono da Gesù e trovarono l’uomo dal quale erano usciti i demòni vestito e sano di mente, che sedeva ai piedi di Gesù; e furono presi da spavento. Quelli che erano stati spettatori, riferirono come l’indemoniato era stato guarito.

Vangelo di Luca

Introduzione. Dalle lettere di Dostoevskij: come i demòni sono entrati nel branco di porci

I. Il 21 novembre 1869, a Mosca, nel parco dell’Accademia Agricola, cinque membri dell’organizzazione terroristica “Giustizia del popolo”, guidata da Sergej Nečaev, uccidono lo studente Ivanov: questo terribile fatto di cronaca, ricco di significati funesti, costituisce lo spunto dei Demòni. Il romanzo nasce dal profondo risentimento di Dostoevskij, dalla sua esigenza impellente, incontenibile «di esprimere ciò che mi si è accumulato in testa e nel cuore», come spiega lo scrittore nella lettera a Strachov del 24 marzo (5 aprile) 1870, anche a costo di scrivere un semplice pamphlet: «almeno mi sfogherò fino in fondo» [1]. I demòni si impongono così, già nelle premesse, come il più impegnato romanzo di Dostoevskij, ma l’arte finisce per prevalere sulla pura «tendenza» e l’assassinio dello studente Ivanov viene relegato in una posizione di «contorno». Dostoevskij stesso, nella lettera a Katkov dell’8 (20) ottobre 1870, superata l’iniziale fase di cieco sdegno, con il genio che ha ormai soppiantato l’umore, domandolo, rivendica la propria indipendenza di scrittore, che parte dal «nudo fatto», l’omicidio di Ivanov appunto, per poi elaborare la vicenda seconda la sua fantasia, che può discostarsi completamente dalla realtà:

il mio Pëtr Verchovenskij può non assomigliare affatto a Nečaev; ma mi sembra che nella mia mente, colpita da quel fatto, l’immaginazione abbia creato il personaggio, il tipo corrispondente a quel crimine. […] Io stesso sono rimasto stupito vedendo che ne è venuto fuori un personaggio per metà comico [2].

E Pëtr Verchovenskij cede il ruolo di protagonista a un altro personaggio, «tipicamente russo», il tenebroso Nikolaj Stavrogin: è lui il centro del romanzo, il sole nero attorno al quale ruotano tutti gli altri personaggi dei Demòni.

II. Nell’importante lettera a Majkov del 9 (21) ottobre 1870, Dostoevskij cita il passo tratto dal Vangelo di Luca posto in epigrafe e lo adatta alla situazione socio-politica della Russia dell’epoca. I demòni sono usciti dall’uomo russo, corrotto dal «rognoso liberalismo […] predicato da certi merdosi dello stampo dello scarabeo stercorario Belinskij e simili», e sono entrati nei porci alla Nečaev, il cui destino è segnato:

Quelli sono affogati, o affogheranno senza dubbio, e l’uomo ormai guarito, da cui sono usciti i demoni, siede ai piedi di Gesù. E proprio così doveva essere. La Russia ha vomitato tutto questo canagliume da cui era stata avvelenata e naturalmente in queste canaglie vomitate non è rimasto nulla di russo. E prenda buona nota di questo, caro amico: chi smarrisce il suo popolo e la sua appartenenza nazionale, perde anche la fede dei suoi padri e Dio. […] è proprio questo l’argomento del mio romanzo […] una descrizione di come i demoni sono entrati nel gregge di porci [3].

Ciò che contraddistingue i demòni è il totale sradicamento dalla loro terra d’origine, la Russia: «fenomeni così mostruosi come il crimine commesso da Nečaev», scrive Dostoevskij ad Aleksandr Romanov, l’erede al trono, nella lettera del 10 febbraio 1873, «costituiscono una diretta conseguenza del secolare distacco di tutta l’evoluzione culturale russa dai principi originari ed ereditari della vita russa» [4]. L’occidentalismo, l’europeismo hanno corrotto la Russia, allontanandola dalla sua missione universale, di cui Dostoevskij si fa strenuo portavoce (è questa la sua missione di scrittore civile): apportare una nuova luce al mondo, salvare l’Occidente che, a causa del cattolicesimo, religione anticristiana di cui il socialismo e l’ateismo sono figli naturali, come spiega il principe Myškin nell’Idiota [5], ha perduto Cristo e per questo, solo per questo sta crollando. Per Dostoevskij il destino dei demòni è segnato, perché per lo scrittore la distruzione, propugnata come scienza dai demòni, sfocia necessariamente nell’autodistruzione – non c’è scampo.

III. Come spiega Dostoevskij stesso nella sopracitata lettera a Katkov, tra i veri terroristi russi degli anni Settanta e i suoi demòni c’è ben poco in comune. I demòni di Dostoevskij «sono anzitutto “uomini d’idea”, come li definisce Bachtìn, cioè uomini posseduti, tormentati, divorati da un’idea, cioè da una concezione onnicomprensiva, onniesplicativa e onnirisolutiva della realtà, uomini che sono fanaticamente certi di possedere la Verità, ma che, in realtà, si sono costruiti una loro “verità” in una forma aberrante, distruttiva, catastrofica, e perseguono la realizzazione di quella loro folle idea con la totale dedizione e la fanatica passione, disposta ad arrivare a ogni eccesso e ad ogni estremo che, secondo Dostoevskij, era una caratteristica dello spirito russo» [6]. Uomini d’idea, uomini astratti, terribilmente astratti, completamente sradicati dalla realtà, autoreferenziali, intrappolati in una dimensione teorica, dialettica dalla quale non usciranno mai, «gente di carta», «nemici della vita viva», come li definisce con disprezzo Šatov, dominati per di più da un odio feroce:

sarebbero loro i primi ad essere terribilmente infelici, se la Russia improvvisamente in qualche modo si riorganizzasse, magari anche a modo loro, e se improvvisamente diventasse infinitamente prospera e felice. Allora non avrebbero più nessuno da odiare, nessuno su cui sputare, nessuno da prendere in giro! È solo un odio animalesco e sconfinato per la Russia, che è penetrato nel loro organismo… [7].

Dostoevskij ne annuncia la fine: come i porci del racconto di Luca si gettano in massa da una scogliera, si autodistruggono dopo aver propugnato la scienza della distruzione. Perché Dostoevskij parte dalle premesse formulate dai nichilisti e le sviluppa «secondo la loro logica interna, mostrando qual era lo sbocco inevitabile di quelle stesse premesse» [8], e lo sbocco inevitabile della distruzione, a qualunque livello, politico (Pëtr Verchovenskij), religioso (Kirillov), morale (Stavrogin), è l’autodistruzione.

NOTE

[1] Fëdor Dostoevskij, Lettere sulla creatività, traduzione e cura di Gianlorenzo Pacini, Feltrinelli, Milano 2011, p. 107.

[2] Ivi, p. 115.

[3] Ivi, p. 118.

[4] Ivi, p. 129.

[5] Per un approfondimento sul romanzo rimando al contributo Il sovversivo «Idiota» di Dostoevskij. Prima parte, Seconda parte.

[6] Gianlorenzo Pacini, Fëdor M. Dostoevskij, Mondadori, Milano 2002, p. 97.

[7] Fëdor Dostoevskij, I demoni, traduzione di Giovanni Buttafava, BUR, Milano 2006, p. 184.

[8] Gianlorenzo Pacini, Fëdor M. Dostoevskij, cit., p. 97.