Fëdor Dostoevskij, «Delitto e castigo»: la resurrezione di Raskol’nikov. Epilogo

10. La resurrezione

Nell’Epilogo ritroviamo Raskol’nikov un anno e mezzo dopo il delitto, in Siberia. Durante il processo sono emersi fatti del passato del protagonista che mostrano la sua bontà d’animo e contribuiscono a mitigare la sentenza: Razumichin, documenti alla mano, prova che ai tempi dell’università Raskol’nikov donò tutti i suoi risparmi a un compagno sprovvisto di mezzi e malato, mantenendolo per sei mesi, quindi, alla morte del giovane, si prese cura del padre, vecchio e infermo, che il figlio manteneva da quando aveva tredici anni, pagando infine le spese del funerale dell’uomo, che aveva anche fatto ricoverare in un ospizio; la vedova Zarnizin, padrona di casa e madre della defunta fidanzata di Raskol’nikov, rivela che durante un incendio il protagonista trasse in salvo due bambini, riportando gravi scottature. Questi fatti, finora sconosciuti, incidono positivamente sul verdetto: Raskol’nikov viene condannato a otto anni di lavori forzati, grazie anche all’impegno di Porfirij, che non rivela le sue intuizioni. La generosità e il coraggio del protagonista, emersi durante il processo, mostrano come il delitto sia frutto di un grave equivoco, l’equivoco di un uomo che, sprofondato nella dialettica, in una dimensione puramente teorica, ha sopravvalutato se stesso e svilito tutti gli altri, tradendo colpevolmente le sue buone inclinazioni.

Raskol’nikov, condannato, tollera la vita misera e scomoda della prigione non per un’idea deliberata, per un principio, ma per apatia e indifferenza verso la propria sorte. Il protagonista si isola da tutti, si rinchiude in un silenzio ostinato, duro per intere giornate, ammalandosi infine gravemente. La malattia di Raskol’nikov non è dovuta alla sua nuova situazione, «le sue forze non erano state fiaccate dagli orrori della prigionia, né dal greve lavoro, né dalla fame, né dall’umiliazione di avere il capo raso e l’abito a brandelli: oh, che gl’importava di tutti quei patimenti! Le fatiche non gli dispiacevano: la spossatezza fisica gli procurava almeno alcune ore di sonno tranquillo. E che significava il cibo per lui, quella zuppa di cavoli insipida con gli scarafaggi? Quand’era studente sarebbe stato ben lieto di poterla mangiare! Il suo abito era caldo e adatto al suo genere di vita. Il peso dei ferri non lo sentiva neppure. Aveva da vergognarsi della sua testa rasa e della casacca a righe? Ma davanti a chi?» [1]. L’orgoglio di Raskol’nikov è stato gravemente ferito ed è proprio questa ferita la causa della sua grave malattia. Raskol’nikov non si sente ancora colpevole: «[…] sottoposta a un esame severissimo la propria coscienza, non aveva scoperto nel suo passato nessuna colpa specialmente orrenda, all’infuori del suo fiasco, cosa che poteva accadere a chiunque. Si vergognava appunto perché lui, Raskòlnikov, s’era inseparabilmente perduto, e in un modo tanto oscuro, e sciocco, per un decreto del cieco destino, e doveva rassegnarsi, assoggettarsi alla “assurdità” di quel decreto se voleva ritrovare un po’ di calma» (456). Il pensiero che al termine della pena avrà ancora una vita intera davanti a sé non lo consola affatto, perché per lui il problema non è – non è mai stato – la vita, ma lo scopo: «Vivere per esistere? Mille volte, negli anni passati, per un’idea, per una speranza, anche per un capriccio, la sua esistenza l’avrebbe data senza discutere. Della pura e semplice esistenza egli aveva sempre fatto poco caso, aveva sempre voluto di più. Forse soltanto per la forza dei suoi desideri egli si era allora stimato un uomo che avesse più diritti degli altri» (ibidem). Raskol’nikov non conosce ancora il pentimento e si attribuisce un unico torto, «quello di non aver saputo sopportare il peso del proprio delitto e d’essere andato a costituirsi» (457). Inoltre lo tormenta il pensiero di non essersi ucciso: «Possibile che ci fosse tanta forza in quel desiderio di vivere e che fosse così difficile vincerlo?» (ibidem). Raskol’nikov, che soffre moltissimo ponendosi tale quesito, non comprende che forse già allora, nella sua ultima notte da uomo libero, ma solo formalmente, a Pietroburgo, osservando la Neva furiosa, ingrossata dalla pioggia, tentato dall’idea del suicidio, intuiva dentro di sé e nel suo pensiero una «profonda menzogna». Raskol’nikov ancora non comprende che quella intuizione sul desiderio di vivere e la sua forza «poteva essere il preannunzio di un futuro rivolgimento nella sua esistenza, di una sua futura risurrezione, di una sua nuova concezione della vita» (ibidem). Il protagonista per ora si limita ad ammettere di aver ceduto, «per viltà e debolezza d’animo, alla forza brutale dell’istinto», di conservazione naturalmente.

Raskol’nikov si guarda attorno, osserva i compagni di prigionia e si stupisce del loro amore per la vita, superiore persino a quello degli uomini liberi: «Possibile che avesse per quegli uomini tanto valore un semplice raggio di sole, un bosco ombroso, una fresca sorgente in un ignorato recesso, scoperta forse due anni prima, possibile che il desiderio di vederla fosse altrettanto vivo quanto il desiderio di incontrare la donna amata?» (ibidem). Ma Raskol’nikov getta solo sguardi rapidi, fugaci; per lo più vive con gli occhi bassi. Poi, a poco a poco, senza volerlo, suo malgrado, inizia a osservare e lo stupisce lo «spaventoso, invalicabile abisso che esisteva fra lui e tutta quella gente. Gli sembrava che lui e i suoi compagni appartenessero a nazioni diverse. Si guardavano con diffidenza, con reciproca ostilità. Egli sapeva e capiva le cause generali di quella scissione, ma fino allora non le aveva mai credute tanto profonde e tanto forti» (ibidem). Gli altri detenuti all’inizio lo sfuggono, poi iniziano persino a odiarlo, lo disprezzano, lo deridono, deridendo anche il suo delitto. Scoppia una lite e tutti si avventano contro di lui, accusandolo di essere un miscredente, minacciandolo di morte. Un forzato si scaglia contro di lui e Raskol’nikov resta impassibile, pronto a subire, ma viene salvato da una guardia. Nello stesso tempo, tutti i detenuti si affezionano a Sonja, che ha seguito il protagonista in Siberia e si guadagna da vivere facendo la sarta. La giovane diventa il punto di riferimento dei prigionieri, scrive per loro lettere destinate ai familiari, le mogli e le amanti dei forzati si rivolgono a lei, consegnandole oggetti e denaro. I detenuti la chiamano «mammina» e si affidano a lei per curare ferite e contusioni. La bellezza di Sonja irradia la prigione e i prigionieri, mentre Raskol’nikov non è che un’ombra.

Guarito, Raskol’nikov si avvia, alle sei del mattino, con altri due detenuti, verso la riva del fiume, dove in una baracca è stato impiantato un forno per la lavorazione dell’alabastro. Prima d’iniziare il lavoro, Raskol’nikov si siede su alcune travi accatastate e contempla il fiume largo e deserto. Dalla riva opposta giungono le note di una canzone; nella steppa immensa, inondata di sole, spiccano le tende dei nomadi: «Là c’era la libertà, là vivevano altri uomini, molto diversi da quelli ch’egli vedeva ora di solito, là il tempo sembrava essersi fermato fin dall’epoca di Abramo e delle sue gregge. Raskòlnikov, seduto sulle travi, teneva gli occhi fissi su quella lontana visione. Non pensava a nulla, ma nell’animo suo vibrava un’angoscia indefinita, tormentosa» (460). In questo istante fuori del tempo, sospeso in eterno, Raskol’nikov sente la presenza di Sonja, che si siede accanto a lui, gli sorride con «amabile letizia» e gli tende la mano timidamente. È il momento della svolta, della resurrezione, che avviene grazie alla forza dell’amore: finalmente Raskol’nikov prende coscienza del suo amore per Sonja e lo accoglie, lo accetta come un dono dal valore inestimabile:

«A un tratto parve a Raskòlnikov che una mano invisibile l’avesse afferrato e gettato ai piedi di lei. Piangendo le abbracciò le ginocchia. Dapprima ella s’impaurì, le si scolorò il viso. Balzò in piedi e lo guardò tremando. Ma comprese subito il significato di quelle lacrime. Nei suoi occhi brillò una felicità infinita; ormai non dubitava più dell’amore di lui; sentiva che quell’amore era immenso e che era giunto quel tale momento…
Volevano parlare, ma non poterono. Nei loro occhi luccicavano le lacrime. Erano tutt’e due pallidi e magri, ma in quei visi smunti e scolorati già splendeva l’aurora d’un avvenire rinnovellato, di una completa risurrezione per una nuova vita. Li aveva risuscitati l’amore, innumerevoli fonti vivificatrici erano nel cuore di Rodiòn per il cuore di Sònja» (ibidem).

Raskol’nikov e Sonja devono attendere ancora sette anni, ma si prefiggono di avere pazienza: «egli era risuscitato, e lo sapeva, lo sentiva in tutto il suo essere, e Sònja viveva della vita di lui!». Nella gioia travolgente del ritorno alla vita le pene del passato, il delitto, la condanna e l’esilio sembrano a Raskol’nikov fatti accaduti a un altro. Alla dialettica subentra, finalmente, la vita, la vita vera e il protagonista, oltre all’amore, scopre Cristo, afferrando finalmente il Vangelo, quel Vangelo appartenente a Sonja, lo stesso in cui la giovane gli aveva letto il passo della resurrezione di Lazzaro.

Inizia così una nuova, luminosa storia, «la storia del graduale rinnovamento di un uomo, la storia della sua graduale rigenerazione, del suo graduale passaggio da un mondo in un altro, dei suoi progressi nella conoscenza di una nuova realtà, fino allora completamente ignorata» (461). In una terra, la Siberia, vasta, pura e salubre, antitesi del soffocante, corrotto e malsano dedalo pietroburghese («[…] l’immensa pianura russa trascende i propri contorni etnico-geografici per diventare simbolo della tensione trasfiguratrice dell’anima: nell’infinità dello spazio sconfinato c’è la promessa di un nuovo contatto immediato con la vita, di una rinnovata unione fra cielo e terra che sembrano confluire nel lontano orizzonte» [2], promessa ben nota allo stesso Dostoevskij nei quattro anni di katorga rievocati artisticamente nelle Memorie di una casa morta [3]), Raskol’nikov, costretto alla convivenza forzata dopo mesi di isolamento, al lavoro quotidiano, duro dopo mesi di inattività, scopre l’amore per Sonja, Cristo e risorge. Sconfitta la dialettica, vinto lo «strapotere della mente» [4] e l’orgoglio, il protagonista torna alla vita, formato dalla decisiva e necessaria esperienza del male: «Dostoevskij arriva a questa conclusione: la possibilità di compiere il bene deve passare necessariamente attraverso l’esperienza diretta (Raskol’nikov) o indiretta (Sonja o Alëša Karamazov [5], che hanno la capacità rara di soffrire per i peccati altrui, di partecipare al tormento altrui) del male. Solo attraverso la conoscenza e l’assunzione di responsabilità della colpa si acquista piena consapevolezza della volontà di bene: all’uomo dostoevskiano non resta altra via al bene che un doloroso, sofferto passaggio attraverso il male» [6]. Come la sofferenza, anche il male è un’opportunità di formazione, di crescita, di conoscenza, ma solo se l’individuo accetta di disperdersi e accogliere l’altro, come fa Raskol’nikov con Sonja. Senza Sonja non ci sarebbe stata salvezza per il protagonista, che avrebbe conosciuto l’esito drammatico di Svidrigajlov, di Stavrogin [7], di Ivan Karamazov [8], vittime di quello stesso male che esaltano. Svidrigajlov, uomo del vizio, al termine della sua parabola esistenziale, rifiutato da Dunja, si spara un colpo di pistola; Stavrogin, demiurgo del male e del nulla, si impicca; Ivan Karamazov, prigioniero del suo odio e teorico del tutto è permesso, impazzisce. Raskol’nikov invece apre il suo cuore a Sonja, all’ideale di Cristo e risorge, perché non ci si salva da soli, mai: uno dei messaggi principali di Delitto e castigo e, più in generale, dell’opera di Dostoevskij.

NOTE

[1] Fëdor Dostoevskij, Delitto e castigo, traduzione di Vittoria Carafa de Gavardo, in Id., Grandi romanzi, cit., p. 455. D’ora in poi il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[2] Chiara Cantelli, Premessa a Fëdor Dostoevskij, Delitto e castigo, cit., pp. 66-67.

[3] Per un approfondimento sul romanzo rimando al contributo Dostoevskij e l’esperienza di vita della katorga: lettura delle «Memorie di una casa morta». Introduzione, Prima parte, Seconda parte.

[4] Fausto Malcovati, Introduzione a Fëdor Dostoevskij, Grandi romanzi, cit., p. 10.

[5] Per un approfondimento sul più giovane dei Karamazov rimando al capitolo ottavo dello studio Fëdor Dostoevskij, «I fratelli Karamazov»: l’uomo diviso: Alëša, il midollo dell’universale.

[6] Fausto Malcovati, Introduzione, cit., p. 11.

[7] Per un approfondimento sul protagonista dei Demòni rimando al contributo Nikolàj Vsèvolodovič Stavrògin, il funesto demiurgo. Prima parte, Seconda parte.

[8] Per un approfondimento sul personaggio rimando al capitolo quinto del già citato studio Fëdor Dostoevskij, «I fratelli Karamazov»: l’uomo diviso: Ivàn, il nichilista estremo – I-IV, V-VI, VII-IX.