Egon Schiele, Quattro alberi, 1917

Thomas Mann, «I Buddenbrook»: la repressione, la decadenza, l’estinzione. Seconda parte

V. A quarant’anni Thomas è un uomo esausto. In pubblico indossa una maschera che osa togliersi esclusivamente quando è solo, e allora i muscoli della bocca e delle guance, solitamente disciplinati e tesi, si rilassano, si afflosciano e l’espressione «vigile, accorata, energica e cortese» lascia spazio a una «tormentosa stanchezza», mentre gli occhi si arrossano e iniziano a lacrimare. Il volto del senatore si trasforma fino a diventare irriconoscibile, caratterizzato inoltre da un pallore impossibile da nascondere agli altri, nonostante le cure ossessive – come scrive Cases, «egli spera che il trasferimento dell’ordine e della sicurezza all’esterno, là dove sono visibili a tutti, scongiuri il destino che sente maturare all’interno» [1] -. La crisi di Thomas si acutizza, si aggrava: la sua reputazione in città resta immutata, ma la ditta non è più quella di un tempo ed egli è convinto che il successo e la fortuna lo abbiano ormai abbandonato. Questa convinzione, dovuta più al malessere interiore del senatore che a dati di fatto, lo pone in un permanente stato di «sospetto e di scoramento», inizia a lesinare il denaro come mai prima, non si cambia più la biancheria ogni giorno e maledice la costruzione della nuova casa, che, ne è certo, gli ha portato solo sfortuna. Di quello spirito nuovo, fresco, intraprendente con cui ha vivificato l’azienda alla morte del padre, non c’è più traccia.

Insicuro, dubbioso, superstizioso, precocemente spossato, lacerato, Thomas Buddenbrook è l’uomo della decadenza. La brutta, volgare e spudorata durezza della vita lo ha offeso personalmente, quando l’ultima cosa da fare è prendere ciò che accade per un’offesa personale: accade e basta, è sempre accaduto e sempre accadrà. Questa spiccata sensibilità, funesta per un uomo d’affari, mostra come in Thomas il «languido sognatore» non sia stato completamente assorbito, distrutto dall’«uomo pratico»; egli è un «miscuglio d’entrambi», un singolare ibrido destinato allo scacco. Neppure le celebrazioni per il centenario dell’azienda di famiglia lo sollevano: l’intera alta società lubecchese è riunita nella sua sfarzosa casa e gli rende omaggio; Thomas si sforza con tutto se stesso di essere felice, lieto, soddisfatto, ma alla fine prevale «l’impressione penosa e ridicola di tutto l’insieme, di quella musica scadente e deturpata, di quel raduno dozzinale dove non si parlava che di pranzi e di listini di borsa… e appunto quel miscuglio di commozione e disgusto gli dava un senso di stanca disperazione» [2]. Thomas riceve, ringrazia, sorride, discute amabilmente con gli ospiti, mentre dentro di lui regna una depressione cupa e inconfessabile, che lo isola da tutti.

VI. Il figlio Hanno rappresenta un ulteriore motivo di preoccupazione per Thomas, escluso dalla vita del bambino, che appartiene completamente alla madre: «Era davanti a un tempio, dalla cui soglia Gerda lo scacciava con un gesto spietato… e pieno di dolore egli la vedeva entrare e portar seco il bambino» (466). Il tempio, naturalmente, è quello della musica. A sette anni Hanno inizia a prendere lezioni di pianoforte dall’insigne organista Pfühl, compagno di musica di Gerda. Hanno comprende le lezioni di teoria e i fondamenti dell’armonia, trovandovi «soltanto la conferma di ciò che in fondo aveva sempre saputo» (458). Talento precoce, Hanno si dimostra subito all’altezza del metodo di Pfühl, che sviluppa la fantasia e la forza creatrice, come conferma lo stesso maestro a Gerda: «A volte lo guardo negli occhi… e vi leggo tante cose, ma le labbra le tiene chiuse. Più tardi nella vita, che forse gli farà tenere le labbra ancor più serrate, deve pur avere una possibilità di parlare…» (459). Hanno, che arranca sui banchi di scuola, che rumina, annaspa ottuso e scoraggiato sul suo abbaco, seduto al pianoforte comprende tutto ciò che gli insegna Pfühl, lo comprende e lo fa suo, «come ci si può appropriare soltanto di ciò che ci appartiene da sempre», e il maestro gli appare come «un grande angelo che ogni lunedì pomeriggio lo prendesse fra le braccia per innalzarlo dalla miseria quotidiana a un regno sonoro di dolce e consolante austerità» (460). La volontà di Thomas, che vorrebbe fare dell’erede tanto atteso, tanto agognato «un vero Buddenbrook, un uomo forte e pratico, con un gagliardo istinto di potere e di conquista» (464), trova un ostacolo insormontabile nella precoce passione di Hanno per la musica. La repressione non può nulla contro la potenza dell’arte, e il senatore è privato anche della consolazione di riversare sul figlio, e riscattare attraverso di esso, le sue profonde e laceranti frustrazioni. Thomas resta solo e disarmato, incapace di fronteggiare le insicurezze, i dubbi e le insoddisfazioni che lo incalzano, lo assediano, senza concedergli un solo istante di tregua.

VII. Lo «slancio fantasioso» e il «vivace idealismo» che hanno caratterizzato la gioventù di Thomas si sono ormai spenti ed egli, «indicibilmente stanco e tediato», si domanda cosa gli dia ancora il diritto di credersi superiore ai suoi concittadini, «borghesucci semplici, onesti e limitati». Thomas, sia a livello commerciale che a livello politico, ha ottenuto tutto ciò che poteva ottenere, il punto culminante della sua esistenza è ormai passato ed egli sente dentro di sé il vuoto, incapace di scorgere «progetti appassionanti e lavori avvincenti ai quali consacrarsi con gioia e soddisfazione». Questo stato di vacuità permanente è reso ancor più frustrante dal fatto che l’attività di Thomas – attività di tutt’altra natura rispetto a quella dei suoi predecessori, «una cosa artificiosa, un bisogno dei nervi, un calmante, in fondo, come le sottili e forti sigarette russe che fumava continuamente» (559) – non si placa, non lo abbandona, ma si disperde «in una infinità di bagatelle», trasformando la sua esistenza in un vero e proprio «martirio». Martirio e commedia, con Thomas che sprofonda in un abisso di inautenticità:

«[…] l’esistenza di Thomas Buddenbrook non era diversa da quella di un attore, un attore però la cui vita fin nei minimi e più triti particolari sia diventata un’unica produzione, una produzione che, eccettuati pochi brevi momenti di solitudine e di distensione, assorbe e logora continuamente tutte le forze… L’assoluta mancanza di un qualche entusiasmo ardente e sincero, l’impoverimento e la desolazione dell’animo suo – una desolazione tale che la sentiva quasi di continuo come un’angoscia vaga e opprimente – uniti a un inesorabile senso del dovere e a una ferma volontà di sostenere degnamente e a qualunque prezzo la sua parte, di celare con tutti i mezzi la sua decadenza, e di salvare le apparenze, avevano così trasformato la sua esistenza, rendendola artificiosa, consapevole, forzata, e facendo sì che ogni parola, ogni gesto, ogni atto compiuto in pubblico diventasse una recitazione faticosa ed estenuante» (561).

Imprigionato, a causa del profondo e quasi autodistruttivo senso del dovere, in una permanente condizione di inautenticità, di finzione, Thomas si trova a proprio agio solamente nell’ebbrezza prodotta dall’azione, nella «cieca ebrietà di chi si produce», oramai sempre più rara. Eppure, per quanto il senatore si senta «personalmente annientato e senza speranze», di fronte al figlio Hanno si rianima e sogna «per lui abilità, destrezza, lavoro pratico e agevole, successo, guadagno, potenza, ricchezza e onori… sì, in quell’unico punto la sua vita raggelata e artificiosa ridiventava calda e sincera sollecitudine, timorosa speranza» (564-565). Thomas prova ad attirare il figlio dalla sua parte – quel fragile e talentuoso bambino che tra «i compagni biondi dagli occhi azzurri come l’acciaio e dal tipo prettamente scandinavo», con i suoi capelli castani e gli occhi bruno-dorati ereditati dalla madre, l’esotica Gerda Arnoldsen, proprio come Tonio Kröger [3], sembra uno straniero -, lo conduce con sé nelle occasioni solenni, nelle visite alle famiglie verso le quali ha obblighi sociali, ma del genitore, con il suo sguardo artisticamente penetrante, Hanno vede il lato oscuro, debole, fragile, artificioso:

«[…] il piccolo Johann vedeva più di quanto avrebbe dovuto vedere, e i suoi occhi, quei timidi occhi bruno-dorati, cerchiati di ombre azzurrognole, erano fin troppo osservatori. Egli non vedeva soltanto l’amabile scioltezza che suo padre metteva in mostra, vedeva anche – con strana e inquietante perspicacia – quanto gli costasse quell’arte, vedeva che dopo ogni visita egli diventava più pallido e più laconico e si rincantucciava nella carrozza con gli occhi chiusi e le palpebre arrossate; e con lo sgomento nel cuore vedeva che sulla soglia della prossima casa una maschera calava sopra quello stesso viso, e una nuova elasticità rianimava quello stesso corpo esausto… Quel presentarsi, conversare, muoversi e agire fra la gente non appariva al piccolo Johann come un modo naturale, inoffensivo e quasi inconsapevole di rappresentare interessi pratici che si hanno in comune con altri e che si desidera far valere, ma piuttosto come qualcosa che è fine a se stesso, uno sforzo artificioso e cosciente che invece di una semplice e sincera partecipazione interiore richiede un difficilissimo ed estenuante virtuosismo di comportamento e di spina dorsale. E all’idea che anche lui era destinato un giorno a presentarsi in pubblico e ad agire con la parola e col gesto sotto il peso di tutti gli sguardi, Hanno chiudeva gli occhi con un brivido di paura e di ripugnanza…» (572).

Hanno vede ciò che Thomas si sforza di nascondere, il carattere fittizio, artefatto dell’esistenza del padre, che esercita sul figlio un influsso tutt’altro che positivo. Il tentativo del senatore di destare in Hanno disinvoltura, fiducia in se stesso e senso pratico fallisce, miseramente.

VIII. A quarantotto anni Thomas è convinto di essere alla fine dei suoi giorni. Le sue condizioni fisiche peggiorano, è tormentato dall’inappetenza, dall’insonnia, dai capogiri, inoltre la «continua tensione della volontà senza soddisfazione e senza risultato» sgretola il suo rispetto di sé e lo riduce alla disperazione.

Certo dell’imminenza della fine, Thomas esamina il proprio atteggiamento verso la morte e i problemi ultraterreni, «e fin dalle prime meditazioni gli risultò che il suo spirito era disastrosamente immaturo e impreparato a morire» (593). Estraneo al «fanatico cristianesimo biblico» dei genitori, al soprannaturale Thomas ha sempre opposto uno «scetticismo mondano» e la consapevolezza di sopravvivere nei suoi discendenti, ma ora, «davanti all’occhio vicino e penetrante della morte, tutto questo andava a pezzi, crollava e non poteva dargli nemmeno un’ora di tranquillità e di disposizione al trapasso» (ibidem). In questa condizione di profonda angoscia, incalzato dal bisogno impellente di mettere ordine dentro di sé prima che sia troppo tardi, Thomas trova conforto nella lettura di Schopenhauer. Osservando il modo in cui «una mente poderosa e superiore si fosse impossessata della vita, di questa vita così forte, crudele e beffarda, per sottometterla e condannarla», Thomas prova una «soddisfazione incomparabile», quella soddisfazione propria «di colui che soffre e che di fronte alla durezza e alla freddezza della vita ha sempre tenuto nascosta la sua sofferenza, con vergogna e con cattiva coscienza, e a un tratto dalla mano di un grande, di un saggio, si vede largito il diritto razionale e solenne di soffrire per colpa del mondo, di questo migliore dei mondi possibili, che con mordace ironia gli vien dimostrato il peggiore di tutti i mondi possibili» (595). Thomas, esaltato dalla lettura, prova qualcosa di molto simile «al primo trepido struggimento d’amore» e per tutto il giorno resta «in uno stato di ebbro ed oscuro sbalordimento, sopraffatto e senza pensieri». Si addormenta in questo stato e, dopo tre ore di sonno, un sonno profondissimo, salutare come non gli capitava da tempo, si sveglia di soprassalto, rischiarato, lucido, consapevole: «Io vivrò!», esclama Thomas, comprendendo il significato della morte: «La morte era una felicità così grande che solo nei momenti di grazia, come quello, la si poteva misurare. Era il ritorno da uno sviamento indicibilmente penoso, la correzione di un gravissimo errore, la liberazione dai più spregevoli legami, dalle più odiose barriere… il risarcimento di una lacrimevole sciagura» (597). La morte non distrugge che il corpo, nient’altro che il corpo, «questa personalità e individualità, questo goffo, caparbio, grossolano, detestabile impedimento a essere qualcosa di diverso e di migliore!» (ibidem). La vita è una prigione e solo con la morte l’uomo può evadere e tornare alla libertà, sciogliere i ceppi e le catene che lo costringono a una «dolorosa cattività». Ogni uomo porta in sé «il germe, il principio, la possibilità di tutti gli sviluppi e di tutte le azioni», ma l’organismo, «cieca, incauta, deplorevole eruzione della volontà che urge», lo soffoca, e allora è meglio, molto meglio che la volontà «erri libera nella notte senza tempo e senza spazio piuttosto di languire in un carcere fiocamente illuminata dalla fiammella tremula e vacillante dell’intelletto!» (598). Thomas definisce «puerile e fallace demenza» la speranza di continuare a vivere nel figlio, peraltro un figlio così pavido, fiacco e indeciso, e dichiara di non avere bisogno di figli: «Dove sarò, quando sarò morto? Ma è chiarissimo, è estremamente semplice! Sarò in tutti coloro che abbiano mai detto io, che lo dicono o lo diranno; ma specialmente in coloro che lo dicono più pienamente, più energicamente, più lietamente…» (ibidem). Thomas trova conforto nella certezza che in qualche parte del mondo, in questo preciso istante, «cresce un fanciullo ben dotato e ben riuscito, capace di sviluppare le sue attitudini, diritto e sereno, crudele e allegro, una di quelle creature la cui vista accresce felicità ai felici e spinge gli infelici alla disperazione», e definisce questo fanciullo – frutto evidentemente di una lettura e di un’interpretazione nietzschiana di Schopenhauer, come rileva Cases [4] – suo figlio, identificandosi in lui: «Quello sono io… appena… appena la morte mi libererà dall’idea falsa e miserabile ch’io non sia tanto lui che io…» (ibidem). Thomas proclama il proprio amore verso tutti i felici, cui si ricongiungerà al termine dell’«opprimente prigionia», grazie alla morte, e trema e piange, ebbro di felicità. Finalmente «affrancato da tutti i vincoli, da tutti gli ostacoli naturali e artificiali» che gli avvelenano l’esistenza, Thomas ritrova la libertà, le mura opprimenti di Lubecca, la città in cui si è rinchiuso, seppellito consapevolmente, si aprono e dinanzi ai suoi occhi dalle palpebre recise si spalanca il mondo intero, che la morte gli donerà tutto. Il suo spirito si libera delle «ingannevoli nozioni di spazio e di tempo, e quindi della storia», della preoccupazione-ossessione di sopravvivere nei discendenti, della sciocca paura della fine, e Thomas comprende l’eternità: «Nulla aveva inizio e nulla aveva fine. C’era soltanto il presente infinito, e quella forza in lui, che amava la vita d’un amore dolorosamente soave, insistente ed estatico, e di cui la sua persona era soltanto un’espressione mancata, avrebbe sempre saputo trovare le vie d’accesso a questo presente» (599).

Thomas giura a se stesso di leggere, studiare, imparare per poter fare sua quella concezione della vita che gli ha regalato un entusiasmo travolgente e un’immensa felicità, ma già il mattino seguente, svanita l’ebbrezza, ha il presentimento che questi propositi rimarranno tali. La vita pubblica e commerciale, la meschina vita borghese della sua mediocre città insomma, torna subito a impadronirsi delle sue forze, assorbendole interamente, prosciugandole. Il suo «istinto borghese» si ribella ai pensieri concepiti in quella notte miracolosa e anche la sua vanità si ridesta, suscitando il timore «di recitare una parte bizzarra e ridicola». Thomas abbandona la lettura e le sue giornate sono funestate di nuovo da quella «pedanteria nervosa» che lo contraddistingue in questa delicata fase della sua esistenza. Dopo quella notte di massima lucidità spirituale e filosofica, Thomas regredisce rapidamente «nei concetti e nelle immagini di cui fin dall’infanzia gli avevano insegnato l’uso reverenziale» (600). Thomas ricorre alla semplicistica e rassicurante storia, trita e ritrita, del Dio uno e trino padre degli uomini ecc. ecc. Citando Stirner, egli proprio non riesce a essere un «vagabondo dello spirito», una «testa calda» [5]: Thomas resta un borghese – la sua maledizione, la sua malattia mortale.

IX. Per un crudele contrappasso il senatore Thomas Buddenbrook, sempre impeccabile, elegante, pulito e curato, viene scaraventato a terra dalla morte, sulla strada sporca di fango e di neve acquosa. Nessuno gli ha mai visto addosso un solo granello di polvere, ricorda Gerda: feroce ironia della sorte. L’illustre azienda di famiglia viene liquidata, secondo le ultime volontà di Thomas, e Hanno, libero dalla trappola del commercio, potrebbe coltivare il suo talento, ma viene stroncato dal tifo: il nome dei Buddenbrook svanisce nel nulla. Del resto, lo stesso Hanno, qualche tempo prima, nell’albero genealogico dei Buddenbrook, sotto il proprio nome, aveva tracciato due righe nette attraverso tutto il foglio, spiegando così il proprio gesto giocoso al padre infuriato: «Credevo… credevo… che dopo non venisse più nulla…» (477).

NOTE

[1] Cesare Cases, Introduzione a Thomas Mann, I Buddenbrook, traduzione di Anita Rho, Einaudi, Torino 2014, p. XVI.

[2] Thomas Mann, I Buddenbrook, cit., p. 450. D’ora in poi il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[3] Per un approfondimento sul racconto rimando al contributo Thomas Mann, «Tonio Kröger»: la maledizione della letteratura.

[4] «[…] Schopenhauer si rovescia in Nietzsche. Il rovesciamento era già insito in Schopenhauer stesso, poiché l’esortazione a liberarsi dal principio d’individuazione, a ricongiungersi col tutto, che altro era se non l’esortazione a rientrare in quella volontà di vivere che è l’orrido nuomeno al di sotto delle apparenze? La volontà, che dà travaglio all’individuo, nella morte appare come il suo nirvana. I contorni positivi che essa così viene ad assumere fanno invertire il corso dei pensieri del senatore. La denuncia della vita apre le porte all’esaltazione di una nuova vita, tra le righe di Schopenhauer Thomas legge Nietzsche, il ripudio degli avi in nome della sofferenza trapassa nella profezia di una progenie ancora più forte di loro, e la sofferenza stessa in tripudio. L’individuo non è che apparenza, Thomas non vivrà nel figlio debole e malaticcio, ma in un fanciullo “puro, crudele, allegro” che cresce da qualche parte, e quello sarà il suo vero figlio» (Cesare Cases, Introduzione a Thomas Mann, I Buddenbrook, cit., p. XVIII.

[5] «La borghesia professa una morale che è strettamente connessa alla sua essenza. La sua prima esigenza è che si abbia un lavoro sicuro, si eserciti una professione onorevole e si tenga una condotta morale. Immorali sono, secondo lui, il cavaliere d’industria, la cortigiana, il ladro, il bandito e l’assassino, il giocatore, l’uomo senza un patrimonio e senza un lavoro, l’uomo leggero. L’atteggiamento che il bravo borghese assume di fronte a questa gente “immorale” viene da lui stesso definito “profondissima indignazione”. Tutti questi tipi non hanno né una residenza stabile, né solidi interessi, né una vita tranquilla e rispettabile, né un reddito fisso, ecc.; insomma la loro esistenza non poggia su alcuna base sicura ed essi appartengono perciò alla pericolosa categoria dei “singoli” e degli “isolati”, al pericoloso proletariato: sono “individui scalmanati”, che non offrono alcuna “garanzia” e “non hanno niente da perdere” e quindi niente da arrischiare. L’uomo che contrae un vincolo matrimoniale, che si fa una famiglia, ne resta legato e perciò dà affidamento, offre una presa sicura; la prostituta, invece, no. Il giocatore rischia tutto al gioco, rovina se stesso e gli altri: nessuna garanzia. Si potrebbero comprendere sotto il nome di “vagabondi” tutti coloro che appaiono, al borghese, sospetti, ostili e pericolosi, giacché egli disdegna ogni tipo di vita vagabonda. E ci sono anche vagabondi dello spirito, ai quali la dimora degli avi appare troppo angusta e opprimente per potersene stare tranquilli in quello spazio ristretto: invece di mantenersi entro i limiti di un modo di pensare moderato e di prendere per verità intoccabile ciò che a tanti dà conforto e sicurezza, essi oltrepassano tutti i confini della tradizione e vagabondano in strane regioni del pensiero, sollevando critiche irriverenti e dubitando impudentemente di tutto, questi vagabondi stravaganti. Essi formano la classe degli instabili, degli irrequieti, dei mutevoli, cioè dei proletari, e vengono detti, quando manifestano la loro natura randagia, “teste inquiete”» (Max Stirner, L’unico e la sua proprietà, traduzione di Leonardo Amoroso, Adelphi, Milano 2009, p. 121; per un approfondimento sul filosofo tedesco rimando al contributo Max Stirner, L’unico e la sua proprietà).