4. Il fallimento

Raskol’nikov prova a scuotersi, a rianimarsi, a inaugurare il regno della ragione, della luce, della volontà e della forza, proprio dell’uomo disposto a vivere su un arscin di spazio, pur di vivere. Dopo aver assistito il disgraziato Marmeladov, protagonista della Pietroburgo alcolizzata che rappresenta lo scenario ideale della degenerazione morale del protagonista («[…] il tema della città come teatro di un’umanità degradata non si traduce in Dostoevskij in una critica sociologica [1], bensì si proietta su di uno sfondo apocalittico. La città assume un valore metafisico e perde il proprio carattere puramente mondano per collocarsi sotto il segno di una trascendenza negativa, presentandosi come l’incarnazione dell’Ade. Girandola di prostitute e ubriachi, di tisici e idioti, essa compone i loro movimenti in una sorta di danza macabra che prelude a un’imminente catastrofe, nell’isteria di un mondo destinato a inabissarsi» [2], e si ricordino i colpi di cannone che annunciano la piena della Neva, uditi da Svidrigajlov nell’ultima, tormentata notte della sua vita), negli istanti conclusivi della sua sciagurata esistenza, Raskol’nikov sente dentro di sé «un nuovo, irrefrenabile senso di vita ricca e possente, affluita in lui all’improvviso. Questa sensazione poteva esser paragonata a quella d’un condannato a morte, a cui s’annunzi tutt’a un tratto, inaspettatamente, la grazia» [3] – sensazione ben nota allo stesso Dostoevskij, graziato proprio un istante prima dell’esecuzione [4]. Raskol’nikov prova a rialzarsi, prova a risorgere facendo leva su se stesso, sul suo orgoglio ferito, ma uno sconosciuto, come se sapesse, come se avesse visto, lo chiama per nome: assassino. Questa circostanza incredibile, assurda, kafkiana (da dove è uscito fuori questo testimone? dove diavolo si trovava allora?) sconvolge il protagonista, che, terrorizzato come mai finora, prende definitivamente coscienza del proprio rovinoso fallimento e rimpiange di aver agito:

«L’avrei dovuto sapere […]. Conoscevo me stesso, avevo il presentimento di quel che avrei provato! Come ho avuto il coraggio di prendere l’accetta e di coprirmi di sangue? Avevo il dovere di saperlo prima… Eh, sì che lo sapevo da prima!… […]
No, quegli uomini lì non son fatti così; il vero dominatore, al quale tutto è permesso, saccheggia Tolone, massacra Parigi, dimentica un’armata in Egitto, spreca mezzo milione di uomini nella campagna di Mosca, se la cava con un giuoco di parole a Vilna; e a lui, quando muore gli s’innalzano statue, e perciò tutto gli è permesso. No, gli uomini di questa fatta, non son di carne, si vede, son di bronzo.
[…] Napoleone, le piramidi, Waterloo, – e la vedova dell’impiegato del registro, la vecchia sparuta, la sordida strozzina che aveva una cassetta rossa sotto il letto, – non potrebbe mandar giù un paragone simile neppure un Porfìrij Petròvic!… Lo potrebbe mandar giù quella gente?… L’estetica lo impedisce: “Un Napoleone che va a ficcarsi sotto il letto di una vecchierella!”, direbbero. Oibò, che porcheria!…
[…] La vecchierella è un’inezia! […] La vecchia sarà stata uno sbaglio, ma non si tratta neanche di lei! La vecchia è stata soltanto una malattia… io ho voluto scavalcare un ostacolo, il più presto possibile… non ho ucciso una persona, io; io ho ucciso un principio! Il principio, sì, l’ho ucciso, ma l’ostacolo non l’ho scavalcato, sono rimasto da questa parte… Una cosa sola ho saputo fare: uccidere. E non ci sono neppure riuscito, a quanto pare… […] Eh, io non sono altro che un pidocchio estetizzante […] Sì, sono difatti un pidocchio […] perché, in primo luogo, mi giudico un pidocchio; in secondo luogo, perché durante tutto un mese ho disturbato la Divina Provvidenza, chiamandola a testimone che non mi decidevo a quell’impresa per soddisfare la mia carne e i miei vizi, ma per raggiungere una nobile, grandiosa meta, – ah, ah! In terzo luogo, perché m’ero proposto d’osservare nell’adempimento della mia missione la massima dose di giustizia, il peso, la misura e l’aritmetica: di tutti i pidocchi ho scelto il più inutile, e, dopo che l’ebbi ucciso, mi proposi di prendere esattamente quel tanto che m’occorreva per il primo passo, non più e non meno (e il resto sarebbe toccato a un monastero, secondo il suo desiderio, ah, ah!)… Sono poi definitivamente un pidocchio […] perché sono forse ancora più ignobile e più disgustoso del pidocchio che ho ucciso, e, fin da prima, presentivo che così avrei parlato a me stesso dopo averlo ucciso! […]» (265-266).

Raskol’nikov, lucidissimo nel constatare il proprio fallimento, si accorge di essere nient’altro che un pidocchio. Il protagonista non è stato capace di spingersi oltre se stesso, almeno non completamente, oltre quelle leggi morali, umane e divine, che regolano la vita dei cosiddetti uomini ordinari, della moltitudine, profondamente radicate in lui suo malgrado. È il momento più difficile e drammatico dell’esistenza del giovane, che vede sgretolarsi tutte le sue certezze teoriche, dialettiche, ideologiche e si scopre un uomo come tanti, come noi, «un essere debole e privo di valore, un essere impotente, misero e meschino. E il tormento si tramuta in disperazione» [5]. L’idea napoleonica, perfetta, indistruttibile a livello teorico, astratto, non appena viene messa in pratica, ovvero si confronta con la realtà e con l’uomo, di fatto si autodistrugge, e il ribelle Raskol’nikov si avvede, «come Adamo, di essere nudo, di aver compiuto un gesto inutile, che lo immiserisce, che lo pone di fronte alla certezza di essere anche lui, come tutti gli altri, un pidocchio. […] Dunque l’atto gratuito di assoluta libertà, l’atto che sancisce la ribellione e giustifica il titanismo, si rivela un completo fallimento. L’omicidio è compiuto, ma il superamento della norma morale non è avvenuto, il confine tra bene e male non è stato varcato: la libertà illimitata e arbitraria nega se stessa, e chi si ribella alle leggi della umana convivenza finisce per esserne prigioniero più ancora di chi le accetta umilmente e vi si riconosce. Il vuoto, che il male tentava di riempire con ambiziosi progetti e presuntuose costruzioni, prende il sopravvento, invade e devasta il personaggio, che diventa preda del nulla in cui il male consiste» [6]. Raskol’nikov, rimasto al di qua del bene e del male, diviene preda del nulla, ma, non essendo un nichilista, non vi si abbandona, oppone resistenza, e già dopo la scoperta del fallimento, subito dopo, nel delirio, invoca Sonja, la dolce Sonja, che, come Lizaveta, dà tutto agli altri senza chiedere niente in cambio, senza giudicarli mai, e il cui sguardo trasmette tanta dolcezza e serenità da rappresentare una pura fonte di speranza. Sonja è l’appiglio al quale Raskol’nikov si aggrappa per non precipitare nell’abisso, per non diventare, in sostanza, uno Svidrigajlov.

5. L’assassino e la prostituta

Sonja, appena diciottenne, è costretta a prostituirsi per mantenere la sua sciagurata famiglia, il padre alcolizzato, la matrigna tisica e i suoi tre figli piccoli, avuti da un matrimonio precedente (una famiglia casuale insomma, tema caro a Dostoevskij, alla base dell’Adolescente [7]). Sonja è condannata dalla miseria e dalla pusillanimità paterna alla corruzione e alla sofferenza, ma alla corruzione e alla sofferenza non si consegna, mantenendosi pura, come mostrano i suoi «meravigliosi» occhi celesti: «i suoi occhi celesti erano tanto limpidi e, quando s’animavano, davano alla sua fisionomia una espressione di tale bontà, di tale semplicità, che, senza volerlo, ci si sentiva attirati» (238). Nelle condizioni di Sonja diventare una Maslova – altra celebre prostituta della letteratura russa, protagonista femminile di Resurrezione di Tolstoj [8] – è forse più di una possibilità, è forse un destino, ma la giovane resiste alla degenerazione morale che la circonda opponendole Cristo, ma con discrezione, quasi con timidezza, con silenziosa ma salda speranza, perfettamente consapevole della propria umana modestia. Sonja, sorella minore di Lisa, la mite e generosa prostituta delle Memorie dal sottosuolo [9], appartiene a quel gruppo di personaggi femminili di Dostoevskij caratterizzati dalla dolcezza, dalla semplicità, dalla discrezione, dalla devozione, dall’indulgenza, che portano avanti il discorso del bene nonostante l’accanimento feroce della vita nei loro confronti (accanto a Sonja si collocano la sorella di Šatov nei Demòni e un’altra Sonja, la madre di Arkadij nell’Adolescente [10]): «In genere sono personaggi che parlano poco: agiscono con modestia, innocenza, fermezza, pietà. I loro gesti, spesso sostenuti dalla consuetudine con i testi evangelici […], si contrappongono alle idee troppo elaborate, troppo gonfie di parole dei ribelli e ne corrodono la diabolica arroganza: sono loro che riescono con dedizione, con abnegazione silenziosa, a condurre i peccatori verso “l’accettazione della croce”, ossia verso l’assunzione di responsabilità nei confronti del male compiuto, verso la redenzione. Sono esseri deboli, sottomessi, emarginati […]: la loro forza sta tutta nella volontà ostinata di compiere il bene, nella convinzione che il bene prima o poi nella vita deve avere la vittoria. […] avanzano con la certezza d’una presenza divina anche in una vita di peccato, con la fede nell’intervento del Cristo […]» [11]. Sonja non giudica e non condanna, anzi, si sente responsabile dei peccati altrui, soffrendone come se fossero propri. Sonja è la luce che squarcia le tenebre e Raskol’nikov si dirige verso questo punto luminosissimo che può rischiarare la sua esistenza sciupata. La sofferenza poi conferisce alla giovane una sorta di sacralità, ne fa l’emblema degli sfortunati, degli sfruttati, degli oppressi, delle vittime del male degli uomini, e dinanzi ad essa Raskol’nikov, sensibilissimo all’umana sofferenza, cade in ginocchio: «Non mi sono inchinato davanti a te, bensì davanti a tutta la sofferenza umana», dichiara il protagonista, che tuttavia non resiste alla dispotica tentazione di tormentare la giovane, proprio come fa l’uomo del sottosuolo con Lisa. Raskol’nikov, spietato, rinfaccia a Sonja il suo stato di peccatrice che ha ucciso e venduto se stessa «inutilmente» (il suo sacrificio non ha salvato il padre, non salverà la matrigna e neppure i bambini), sostiene crudelmente che per lei sarebbe molto più dignitoso e giusto farla finita subito (il protagonista sfoga così parte della sua frustrazione), ma dallo sguardo limpido, chiaro, luminoso della giovane comprende che il fango ha solamente sfiorato il suo corpo dimagrato: «nel suo cuore non era ancora penetrato neppure un atomo di depravazione» (299). La fede cieca, totale in Dio è la salvezza di Sonja, l’appiglio che le impedisce di precipitare nell’abisso della disperazione, della follia o del vizio, le tre vie che Raskol’nikov vede nell’avvenire della giovane. «Che sarei io senza Dio?», domanda Sonja e queste parole la contengono intera.

Raskol’nikov chiede a Sonja di leggere l’episodio evangelico della resurrezione di Lazzaro, ma la giovane è incerta, la sua voce si spezza e il protagonista comprende «quanto penoso dovesse essere per lei in quel momento l’obbligo di rivelare ed esporre tutto ciò che era veramente suo: sentiva che quei suoi sentimenti costituivano il suo vero segreto, un segreto custodito forse fin dall’adolescenza, dagli anni in cui ella era ancora in famiglia, accanto a quel padre sventurato, a quella matrigna impazzita per i dolori, fra quei bambini affamati, fra gli urli spaventosi e i rimproveri» (301-302). Sonja non ha che la fede ed è emblematica la scelta del passo, che dopo tanti sforzi la giovane riesce a leggere ad alta voce: la resurrezione è infatti il più grande e incredibile dei miracoli, al quale è impossibile credere per un uomo razionale e scettico come Raskol’nikov, e al quale invece Sonja, creatura autentica, libera dalle catene della logica, crede ciecamente. Mentre Raskol’nikov abbraccia la ragione euclidea «come unico criterio di valutazione del reale» [12], Sonja abbraccia Cristo, e per lei valgono le memorabili parole di Dostoevskij scritte nella lettera alla Fonvizina del 1854: «[…] Iddio mi manda talora degl’istanti in cui mi sento perfettamente sereno; in quegl’istanti io scopro di amare e di essere amato dagli altri, e appunto in quegl’istanti io ho concepito un simbolo della fede, un Credo, in cui tutto per me è chiaro e santo. Questo Credo è molto semplice, e suona così: credere che non c’è nulla di più bello, di più profondo, più simpatico, più ragionevole, più virile e più perfetto di Cristo; anzi non soltanto non c’è, ma addirittura, con geloso amore, mi dico che non ci può essere. Non solo, ma arrivo a dire che se qualcuno mi dimostrasse che Cristo è fuori della verità e se fosse effettivamente vero che la verità non è in Cristo, ebbene io preferirei restare con Cristo piuttosto che con la verità» [13]. Sonja è questo Credo e ad essa si aggrappa Raskol’nikov, fallita miseramente la sua prova da uomo straordinario. Scopertosi pidocchio, incalzato dalla verità divina e dalla legge terrena che reclamano insistentemente ciò che è loro dovuto, Raskol’nikov sa di non poter intraprendere da solo il faticosissimo cammino dell’espiazione e sceglie Sonja come sua compagna di viaggio, come sostegno e conforto, perché in fondo anche Sonja ha distrutto una vita, la sua, sacrificandosi per la famiglia, e dunque anche lei ha bisogno di un cambiamento radicale nella sua vita: «Siamo stati maledetti tutt’e due e dobbiamo andar via insieme»; «la strada è la stessa per te e per me, ne sono sicuro, – e basta. Una sola è la meta» (303). Raskol’nikov si trova nella stessa situazione di Lazzaro, è morto, morto dentro, moralmente, spiritualmente, ma ha la lucidità di scegliere Sonja, che vive e crede in Cristo e per questo non morirà in eterno: «Io sono la resurrezione e la vita; chiunque crede in Me, benché sia morto, vivrà. E chiunque vive e crede in Me, non morrà in eterno». Il primo passo è confessare a Sonja il delitto e Raskol’nikov lo farà nell’incontro successivo, che segnerà l’unione eterna tra la prostituta e l’assassino.

6. La confessione

La confessione è una necessità che Raskol’nikov non può più reprimere. Giunto il momento decisivo di confessare il delitto a Sonja, il protagonista prova la stessa sensazione intensa e stordente provata nell’istante in cui, alle spalle della vecchia usuraia, liberò l’accetta dal cappio: sente che non c’è più un attimo da perdere, che tornare indietro è impossibile. Raskol’nikov confessa semplicemente con lo sguardo e Sonja prima si getta ai suoi piedi, poi lo abbraccia, stringendolo forte tra le braccia. «[…] in questo momento non c’è in tutto il mondo un essere più infelice di te!» (364), esclama la giovane, «con uno slancio quasi sovrumano», ma scoppiando a piangere subito dopo. Sonja non giudica Raskol’nikov, di cui percepisce tutta l’infelicità, ed è questa la sua grandezza; non si ritrae inorridita, non scaccia l’assassino, anzi, gli promette di seguirlo ovunque, di non abbandonarlo in nessun caso. Sonja fa sua la sventura di Raskol’nikov, si fa carico del suo peccato e del suo dolore, alleggerendo il peso insostenibile che grava sulla coscienza del protagonista e rischia di schiacciarla per sempre. Dopo tante scelte sbagliate, drammaticamente autoreferenziali, disastrose per se stesso e per gli altri (oltre alle due vittime si pensi alla madre – soprattutto – e alla sorella del giovane), Raskol’nikov non poteva prendere una decisione migliore rivolgendosi a Sonja, confessandole il delitto e scegliendola come compagna, come sostegno e conforto in quella lunga e dolorosissima via crucis che lo attende: è il principio della sua resurrezione.

Raskol’nikov implora Sonja di non abbandonarlo e le racconta tutto, l’intero processo psicologico che lo ha condotto al duplice omicidio. Il suo orgoglio smisurato lo ha portato ad allontanarsi da tutti, a rifiutare lo studio, il lavoro e a rintanarsi nel suo buco insalubre, come un ragno; qui, senza neppure la voglia di mangiare, disteso per giornate intere, Raskol’nikov cede al fascino dell’astrazione, «si abbandona alla seduzione delle costruzioni mentali» [14], naufraga nella dialettica, dalla quale si lascia completamente irretire: il pensiero, la riflessione è la sua malattia mortale, il suo vizio distruttivo, come l’alcol per il padre di Sonja. Raskol’nikov rivela alla giovane il suo «fosco catechismo», la sua fede e la sua legge, basata in sostanza su una sola parola, «osare»: «Io… io ho voluto osare, e ho ucciso… ho voluto soltanto compiere un atto d’audacia, Sonja, questo è stato il mio unico movente!» (369). Oltrepassare la morale, scaraventare al diavolo l’intero complesso di norme umane e divine, sputandoci sopra con disprezzo: è questo ciò che ha tentato di fare Raskol’nikov, animato da un nichilistico titanismo. Il protagonista non cerca attenuanti – e non le cercherà durante il processo, con grande dispiacere dei suoi sostenitori -, spiega a Sonja di non aver ucciso per denaro, spinto dalla fame, ma per sapere se anch’egli fosse oppure no un pidocchio come tutti gli altri, se fosse capace oppure no di scavalcare l’ostacolo, se fosse una semplice, insignificante «creatura tremante» oppure un Napoleone. Raskol’nikov, distrutto dal fallimento, disperato, chiede alla giovane che fare e Sonja lo esorta a inchinarsi, baciare la terra profanata e confessare al mondo intero di essere un assassino: «Allora Dio ti manderà nuovamente la vita». È necessario confessare, «accettare il dolore e riscattarsi con esso», dichiara Sonja, insolitamente loquace, ma Raskol’nikov si rifiuta, spaventato da tanto dolore. Inoltre egli è ancora troppo orgoglioso, troppo concentrato in se stesso e teme le risate degli uomini ordinari e la loro incomprensione: «Quella gente riderebbe di me, direbbe: stupido, non ha preso neppure quel denaro!… Vile, stupido uomo! Nulla, nulla comprenderebbe, Sonja, non è degna di comprendere» (370). Il processo psicologico e spirituale dei personaggi di Dostoevskij non è mai lineare, netto, semplice e pacifico, ma frastagliato e complesso, e così un pensiero cupo, che contraddice di colpo l’intera scena della confessione, frutto del suo amor proprio ancora smisurato, attraversa la mente del protagonista: «forse sono ancora un uomo, e non un pidocchio e mi son condannato troppo presto… Posso ancora trionfare» (371). Con un sinistro sorriso sulle labbra, Raskol’nikov dichiara che non si arrenderà, che lotterà ancora e avrà la meglio su coloro che gli danno la caccia. Il protagonista sente l’amore profondo che Sonja prova per lui, sente che il cuore devoto della giovane si è ormai consacrato a lui e alla sua esistenza, alla sua sorte e alla sua sofferenza, ma questo amore, almeno per ora, non gli reca conforto, anzi, aggrava il suo dolore e la sua infelicità (ciò che accade, ancora una volta, all’uomo del sottosuolo). Raskol’nikov è ancora troppo orgoglioso per amare e dunque per risorgere, e rifiuta la croce di cipresso offertagli in dono da Sonja. Non è ancora tempo di inchinarsi, di consegnarsi alle autorità e confessare al mondo intero di essere un assassino.

NOTE

[1] Come avviene in Zola e si pensi, ad esempio, allo Scannatoio. Per un approfondimento sul romanzo rimando al contributo Émile Zola, «Lo scannatoio»: la tragica parabola di Gervaise Macquart.

[2] Chiara Cantelli, Premessa a Fëdor Dostoevskij, Delitto e castigo, in Id., Grandi romanzi, Newton Compton editori, Roma 2010, p. 66.

[3] Fëdor Dostoevskij, Delitto e castigo, traduzione di Vittoria Carafa de Gavardo, in Id., Grandi romanzi, cit., p. 202. D’ora in poi il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[4] Per un approfondimento sull’arresto, il processo e la condanna a morte dello scrittore russo rimando al contributo Dostoevskij e l’esperienza di vita della katorga: lettura delle «Memorie di una casa morta». Introduzione.

[5] Chiara Cantelli, Premessa, cit., p. 64.

[6] Fausto Malcovati, Introduzione a Fëdor Dostoevskij, Grandi romanzi, cit., p. 10.

[7] Per un approfondimento sul romanzo rimando allo studio Personaggi e temi dell’«Adolescente» di Dostoevskij.

[8] Per un approfondimento sul romanzo rimando al contributo «Resurrezione», l’ultimo e più grande romanzo di Lev Tolstoj. Introduzione, Prima parte, Seconda parte, Terza parte.

[9] Per un approfondimento sul romanzo rimando al contributo Fëdor Dostoevskij, «Memorie dal sottosuolo»: la malattia della consapevolezza. Prima parte, Seconda parte, Terza parte.

[10] Per un approfondimento sul personaggio rimando al capitolo quarto del già citato studio Personaggi e temi dell’«Adolescente» di Dostoevskij, Sof’ja e Makar ovvero la Russia.

[11] Fausto Malcovati, Introduzione, cit., p. 12.

[12] Ivi, p. 10.

[13] Fëdor Dostoevskij, Lettere sulla creatività, traduzione e cura di Gianlorenzo Pacini, Feltrinelli, Milano 2011, p. 51.

[14] Fausto Malcovati, Introduzione, cit., p. 9.

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