Egon Schiele, Autoritratto, 1910

Robert Musil, «I turbamenti del giovane Törless»: l’adolescenza di un uomo senza qualità. Prima parte

Vi è in me qualcosa di oscuro, sotto a tutti i pensieri, qualcosa che non posso misurare con i pensieri, una vita che non si esprime in parole e che pure è la mia vita…

I. A quattro anni dal suo ingresso nell’esclusivo collegio di W., dove vengono educati «i rampolli delle migliori famiglie» dell’impero austro-ungarico, futuri ufficiali e funzionari, lontano dall’«atmosfera corruttrice delle grandi città», Törless, il sedicenne protagonista del romanzo che, pubblicato nel 1906, segna l’esordio letterario di Robert Musil, si trova in uno stato di profondo malcontento. Teso con tutto se stesso verso qualcosa di indefinito e lontano, ma intrappolato in «un eterno attendere qualcosa di cui nient’altro si sa se non che lo si attende» [1], il giovane Törless naufraga nella noia e nell’insoddisfazione. Törless brama la vita, mentre nell’illustre collegio è il nulla e i giorni scivolano via grigi, monotoni, indifferenti, vuoti. Mentre fuori ci si prepara per un ricevimento o per andare a teatro, nell’istituto la campanella beffarda e offensiva segna la fine prematura della giornata, annunciando una morte lunga almeno dodici ore. A differenza degli adulti, che incatenano i giorni l’uno all’altro facendone mesi e anni, Törless vive ogni singolo giorno; ogni notte è per lui «un nulla, una tomba, un annientamento»: «Ancora non aveva appreso il bene di disporsi ogni giorno a morire senza pensarci su» (51). Törless non conosce ancora la dispersione e questo stato di sovra-concentrazione dell’esistenza acuisce il suo malcontento.

II. In questa coltre di noia e di apatia, le visite domenicali alla prostituta Božena, creatura abbietta, degradata che, dopo aver conosciuto un certo benessere cittadino, trascorre la maturità in una malfamata osteria nascosta all’interno di un bosco, frequentata da barbari contadini, rappresentano l’«unica e segreta gioia» di Törless. Il protagonista non è un giovane vizioso, ogni volta che si reca da Božena prova disgusto ed è spaventato dalle possibili conseguenze, ma la sua fantasia è indirizzata «in modo insano». È la noiosa, monotona vita del collegio a stimolare gli istinti sessuali di Törless spingendoli verso il basso, l’isolamento dal mondo, l’esclusiva compagnia maschile, ed è così che dal ricordo delle visite a Božena nasce una singolare seduzione. Inoltre, la regolare frequentazione della prostituta gli regala l’eccitante brivido dell’infrazione: «Lo solleticava doversi lasciare alle spalle tutto ciò che per solito lo proteggeva, la sua posizione privilegiata, i pensieri e sentimenti che gli venivano instillati, tutte quelle cose che non gli davano nulla e lo opprimevano. Lo solleticava fuggire, nudo, spogliato di tutto, a velocità folle alla volta di quella donna» (47). Le visite domenicali a Božena rappresentano le uniche occasioni di evasione di Törless dall’atmosfera tediosa del collegio, e, al tempo stesso, rappresentano opportunità di sviluppo sessuale: la prostituta fa affiorare precocemente alla superficie intere parti dell’intimo del protagonista che attendono di essere fecondate (a differenza di Stephen Dedalus, altro celebre e importante adolescente della letteratura europea primonovecentesca [2], l’esperienza sessuale di Törless è laica, libera dal concetto di peccato).

III. Törless cerca l’evasione nelle visite a Božena e nella frequentazione di Beineberg e Reiting, suoi compagni – i tre allievi hanno il loro quartier generale in un claustrofobico stanzino dimenticato del labirintico collegio. Beineberg possiede una copia delle chiavi di tutti i locali delle cantine e del solaio del convitto, dove si rintana per ore e ore leggendo romanzi d’avventura e abbandonandosi a fantasie sui fenomeni soprannaturali. Diverso il caso di Reiting, che tiene diari segreti dove segna piani e appunti «su cause, costruzioni e svolgimenti dei numerosi intrighi tra i suoi compagni, intrighi da lui stesso orchestrati. Per Reiting non c’era infatti piacere maggiore che aizzare le persone le une contro le altre, sottomettere l’uno con l’aiuto dell’altro e godere delle adulazioni e dei servizi che imponeva, e al fondo dei quali ancora poteva avvertire la resistenza e l’odio» (57). Delle attività segrete di questi due singolari cadetti, ciò che piace a Törless è «l’aspetto inusuale in esse». L’interesse del protagonista finisce qui: trova eccessivo e ridicolo lo stanzino e Reiting, questo piccolo tiranno inesorabile con chi gli si oppone. Comunque, rispetto ai due compagni Törless, più giovane, si trova nella posizione del discepolo o dell’aiutante. Beineberg e Reiting ascoltano volentieri i suoi consigli, perché dei tre Törless è colui che ha l’ingegno più vivace. Il protagonista ha la capacità di prevedere «le diverse possibilità che ci si potevano attendere dal comportamento di una persona in una data situazione» (59), e il ruolo di segreto capo di stato maggiore lo diverte, trattandosi, del resto, dell’«unica cosa in grado di movimentare un poco la sua profonda, intima noia» (ibidem), insieme con le visite a Božena. Per Törless non è altro che un gioco, qualcosa che lo aiuta «a passare il tempo di quell’esistenza da larva che conduceva in collegio» (ibidem), e che non ha alcuna relazione con la sua natura più intima e autentica.

IV. Tra le grinfie di questo adolescenziale triumvirato del male finisce il povero Basini, giovane ladruncolo servile, privo di spina dorsale, già sensualmente corrotto: «il personaggio dirompente del romanzo» [3]. Più alto di Törless, ma di costituzione gracile, Basini ha «movenze morbide e indolenti e lineamenti femminei» (70). Scarsamente intelligente, è tra gli ultimi in scherma e in ginnastica, ma ha un certo «suo modo gradevole di essere amabile con una certa civetteria» (ibidem). Indietro nello sviluppo intellettuale e fisico, non prova ancora «un autentico desiderio sessuale» e si reca da Božena esclusivamente «per darsi arie da uomo fatto». Frequentare la prostituta è per lui un dovere, un obbligo morale cui uniformarsi affinché i compagni non lo considerino «privo di una certa aura di esperienze galanti», e il momento più bello delle visite a Božena è quando se ne va, perché ciò che lo interessa davvero è solamente il ricordo. Bugiardo per vanità, al ritorno dalle vacanze porta pegni di presunte avventure amorose, come una piccola e graziosa giarrettiera azzurra, rubata alla sorella dodicenne. Inferiore moralmente e stupido, è incapace di resistere agli impulsi e si lascia sorprendere sempre dalle conseguenze: «Era, in ciò, come quelle donne dai graziosi riccioli sulla fronte che giorno dopo giorno avvelenano la minestra del marito, e poi ascoltano tutte spaventate e meravigliate le dure e strane parole del giudice che le condanna a morte» (70-71).

V. Per Reiting Basini è uno schiavo sul quale esercitare la propria napoleonica tirannia e insieme strumento di piacere sessuale; per Beineberg è un’occasione di perfezionamento spirituale, la vittima di un olocausto dall’effetto purificatorio, attraverso il quale vincere la parte debole di se stesso, che vorrebbe risparmiare il ladruncolo; per Törless è l’incarnazione di quella seconda realtà che si cela dietro la superficie, del noumeno potremmo dire, che negli ultimi tempi ha iniziato a percepire con una particolare intensità, ma senza riuscire ad afferrarla:

«Sempre vi era stato qualcosa di cui i suoi pensieri non erano riusciti a venire a capo. Qualcosa che appariva insieme così semplice e così estraneo. Aveva visto immagini che immagini non erano. […]
Erano somiglianze e insieme invalicabili dissimiglianze. E quel gioco, quella prospettiva segreta e personalissima lo avevano eccitato. E ora un essere umano si appropriava di tutto questo. Tutto questo ora si era incarnato in un essere umano, era divenuto reale. E così, tutta la stranezza si trasferiva su quell’essere umano. Così, dalla fantasia essa passava nella vita, e diveniva minacciosa…» (81).

Törless inizia a considerare tutti gli oggetti, gli eventi, le persone «come cose dal duplice senso», «cose che un qualche inventore avesse incatenato a una innocua parola atta a spiegarle, e insieme come cose assolutamente estranee, che ad ogni istante minacciassero di liberarsi da quei ceppi» (85). Per tutto vi è una spiegazione semplice e naturale, Törless ne è consapevole, ma questa spiegazione a portata di mano, veicolata dall’istruzione, di cui un esempio è il concetto di infinito, libera cose, eventi e persone solamente della scorza più esterna, superficiale, «senza intaccare il nocciolo, quel nocciolo che Törless, quasi i suoi occhi fossero divenuti magici, continuava a vedere come una seconda realtà baluginante dietro alla prima» (ibidem). Penetrare questa seconda realtà diviene lo scopo di Törless, che però, più di ogni altro, percepisce l’«incomparabilità tra esperienza e comprensione». Ci sono istanti in cui le cose ci appaiono in modo indiviso, e anche Törless ne ha conosciuti, ma svaniscono presto e tutto «diviene incomprensibile e confuso appena vogliamo imprigionarlo con le catene del pensiero per farne un nostro possesso permanente» (86). Ecco quella crisi della realtà oggettiva e del potere comunicativo e semantico della parola che rappresenta «uno dei “buchi neri” nel quale sprofonda o su cui almeno si affaccia tutta la civiltà moderna nella sua crescente vertigine» [4] – un tema fondamentale nella riflessione filosofico-letteraria, soprattutto mitteleuropea, del primo Novecento, e oltre a Musil si pensi a Hofmannsthal, che lo affronta nella Lettera di Lord Chandos (1902), e a Michelstaedter, che vi dedica grande attenzione nella sua tesi di laurea, La persuasione e la rettorica (1910) [5]. Törless è tormentato dal venir meno delle parole, dunque della capacità comunicativa del linguaggio, «una mezza consapevolezza che le parole altro non fossero che sfoghi casuali delle sensazioni» (ibidem). La parola non riesce a comunicare interamente, esattamente ciò che si agita nell’individuo; ancor meno ciò che si nasconde sotto la prima e superficiale realtà, e ogni volta che il nodo della comprensione, dopo essersi allentato per un istante, si restringe, Törless prova un profondo sentimento di solitudine e di abbandono, sentendosi «un piccolo punto vivente sotto quel gigantesco, trasparente cadavere» che torna ad essere il cielo.

VI. Beineberg e Reiting conducono il povero Basini nel solaio e lo pestano. Assistendo, immobile, alla scena, Törless prova un’eccitazione sessuale; i lamenti della vittima lo toccano piacevolmente: «Come tante zampette di ragno, un brivido gli percorse la schiena in un senso e nell’altro; poi si insediò tra le scapole, e con lievi artigli gli tirò indietro la pelle del cranio. Sgomento, Törless si accorse di trovarsi in uno stato di eccitazione sessuale» (92). All’eccitazione sessuale segue l’oramai consueta percezione della seconda realtà, stimolata questa volta dal fascio di luce proiettato dalla lanterna di Beineberg: «A me questa luce sembra un occhio. Un occhio per guardare in un mondo estraneo. Mi sento come se dovessi indovinare qualcosa. Ma non ci riesco. Vorrei berla e farla mia…» (93). Beineberg lo accusa di sentimentalismo, ma Törless prova una gioia maligna, sentendo «che quanto era accaduto aveva per lui un significato in più che per i suoi compagni» (ibidem). Il protagonista percepisce nitidamente una sensazione incomprensibile, sconosciuta a Beineberg e Reiting, ma che deve avere una grande importanza per lui e per la sua vita; per quanto riguarda invece l’eccitazione sessuale, Törless ancora non sa cosa significhi, ma ricorda di averla provata «ogni volta che gli eventi avevano cominciato ad apparire straordinari soltanto a lui, e a tormentarlo perché non sapeva farsene una ragione» (94).

VII. Di quella seconda e più profonda realtà percepita da Törless sono una rappresentazione, in ambito matematico, i numeri immaginari, che, partendo da numeri solidissimi, permettono di giungere a un risultato altrettanto solido, «un po’ come un ponte che consti soltanto dei piloni iniziali e finali, e sul quale tuttavia si cammina sicuri come se fosse intero» (97). L’insegnante di matematica, al quale Törless chiede chiarimenti sull’argomento, raffredda l’interesse del giovane, evidenziandone i limiti, dovuti al suo livello elementare d’istruzione, e definisce i numeri immaginari semplicemente «pure necessità del pensiero matematico». La stessa cosa, spiega il professore afferrando una famosa opera di Kant, avviene in filosofia, dove è necessario «incappare in analoghe necessità del pensiero le quali determinano ogni cosa pur senza essere direttamente osservabili» (102).

Per Törless, irritato dalla mancata spiegazione del docente, che non lo ritiene all’altezza di certi argomenti, Kant non è un filosofo qualunque, ma rappresenta la massima autorità filosofica, colui che ha risolto una volta per tutte i problemi speculativi, e la libreria paterna che contiene le sue opere è «come il sacrario di una divinità cui non ci si avvicina volentieri e che si onora solo perché, grazie alla sua esistenza, non vi è più bisogno di occuparsi di certe cose» (104). Il semplice contatto fisico con un’opera di Kant segna nel profondo Törless, che sente come la percezione della seconda realtà sia un pezzo della propria vita e avverte dentro di sé una risolutezza finora sconosciuta, che si concretizza nella distruzione di tutti i suoi saggi poetici. Törless si getta alle spalle il fardello del passato, si libera della timidezza, della paura e sente di essere una persona nuova. Tutto accade velocemente, istintivamente e Törless si guarda intorno «come uno che all’improvviso si sia risvegliato, e ai cui occhi ogni cosa appaia densa di un più profondo significato» (105).

Törless acquista l’opera di Kant, inizia a leggerla, ma non comprende una parola: «era come se un’ossuta mano di vecchio gli svitasse il cervello dalla testa» (106). Esasperato, il protagonista abbandona la lettura, ma il filosofo gli appare in sogno, sotto la forma ben poco autorevole e lusinghiera di un omettino «dall’aria da porcello». Il giorno successivo Törless decide di annotare, in un quaderno intitolato De natura hominum, «l’intera gamma di quelle esperienze particolari a partire dalla sera da Božena fino a quella vaga eccitazione sensuale che si era prodotta in lui le ultime volte» (116), nella speranza di veder emergere da sola, quasi per magia, «la spiegazione giusta e ragionevole» delle sensazioni stordenti provate nelle ultime settimane. Superata l’infantile fase poetica, Törless passa a una più matura e complessa fase psicologica, ma il modo in cui inaugura i suoi appunti, definendosi «pazzo», denota il profondo stato di incomprensione in cui versa, l’incapacità di penetrare nel fondo delle cose. Törless stesso ne è consapevole:

«Quali sono le cose che mi sconvolgono? Le meno appariscenti. Per lo più oggetti inanimati. Che cosa mi sconvolge in esse? Un qualcosa che non conosco. Ma è proprio questo! Da dove mi viene questo “qualcosa”? Io avverto la sua esistenza, esso agisce su di me, quasi volesse parlare. Mi trovo nella medesima agitazione di uno che cerchi, senza riuscirci, di cogliere le parole di un paralitico tra le smorfie della sua bocca. È come se avessi un senso in più rispetto agli altri, ma un senso non del tutto sviluppato, un senso che c’è, che si fa sentire, ma che non funziona. Per me il mondo è pieno di voci mute: ed io, quindi, sono un veggente o un allucinato?» (117).

Ma non solo gli oggetti, scrive Törless, anche gli uomini agiscono potentemente e misteriosamente su di lui, suscitando ancora maggiori dubbi. Quegli uomini che un tempo vedeva come essi stessi si vedevano e che ora, invece, gli appaiono come in sogno. È stato Basini a innescare questa crisi e basta che Törless alzi lo sguardo verso il compagno per scatenare «un terremoto nel fondo del suo essere, un terremoto che non produceva scosse visibili ma che tuttavia faceva fremere l’anima con tanta rattenuta violenza che, al confronto, persino le scosse dei sentimenti più tempestosi apparivano come insignificanti increspature della superficie» (118-119). Törless percepisce nitidamente dentro di sé e attorno a sé qualcosa di più forte, più grande, più bello, più appassionato, più oscuro di se stesso; si domanda se l’esistenza di questo qualcosa sia una legge generale del mondo, dell’esistenza e «in ogni nervo del suo corpo tremava in risposta un impaziente sì» (121). Per la prima volta nella sua giovane vita, Törless si sente un prescelto, come «un santo che abbia visioni celestiali – dell’intuizione dei grandi artisti egli non sapeva nulla». L’arte è il destino di Törless, ma egli lo ignora, e anche per questo brancola nel buio. A sedici anni Dedalus scrive, è consapevole della propria vocazione letteraria, Törless no, non ha una base sotto di sé, non ha individuato la propria ambizione, dunque non ha compreso la propria natura più autentica, e questo equivoco, conosciuto dallo stesso Musil, lo disperde e ne dissipa le energie, come mostra l’impulsiva distruzione dei suoi esercizi poetici:

«[…] questo rapporto sbagliato con la filosofia e la letteratura esercitò sull’evoluzione di Törless un’influenza negativa che gli costò non pochi momenti tristi. Infatti in tal modo la sua ambizione fu distolta dai suoi propri oggetti, e ritrovandosi egli solo e derubato del suo scopo ne cercò altri, finendo così sotto l’influenza brutale e decisa dei suoi compagni di collegio. Da allora le sue inclinazioni riaffiorarono solo occasionalmente, vergognose, lasciandogli ogni volta la consapevolezza di aver compiuto qualcosa di inutile e di ridicolo» (104).

Törless cerca altrove, ma se l’equivoco impedisce il perfezionamento e l’affermazione dell’autentica individualità del protagonista, rappresenta al tempo stesso una grande opportunità di sperimentazione. Törless abbandona i libri di filosofia e prova ancora a servirsi della scrittura, grazie alla quale, in un momento purissimo e fuggente di lucidità artistica, è riuscito ad afferrare la maniglia della porta che conduce al di là, nella seconda realtà, ma, svanita la magia, le parole scritte restano «una cosa morta, una serie di squallidi punti interrogativi arcinoti» (122). Così Törless tenta di ricreare, ogni volta che ne ha l’occasione, le situazioni che recano in sé quel contenuto così speciale per lui, e il suo sguardo si posa spesso sull’ignaro Basini: «Una volta o l’altra […] quella sensazione rivivrà in me, forse più chiara e più vivida di quanto non sia stato finora» (ibidem).

Complice l’incertezza del protagonista, l’inconsapevolezza relativa alla sua autentica natura, I turbamenti del giovane Törless si configura come un grande racconto sul senso e la sua ricerca, un’intensa indagine sulla scoperta di quel «qualcosa» che si cela sotto la superficie, sotto la realtà più immediata, costituendone una nuova e più profonda. Törless non si ferma alla scorza delle cose e questa volontà di approfondimento, di ricerca sotterranea, talvolta febbrile, sconosciuta ai suoi compagni di collegio, cristallizzati già in determinati ideali (l’ideale di comando incarnato da Napoleone per Reiting, l’ideale spirituale incarnato dalla filosofia indiana per Beineberg), sommata alla vocazione artistica, sebbene ancora sconosciuta, rivela la sua indole di uomo senza qualità. Sì, l’adolescenza di Törless potrebbe essere benissimo l’adolescenza di Ulrich [6]: «che in Törless ci sia già, come anticipazione ben più che embrionale, il futuro – ma a quel tempo già concepito e vagheggiato – protagonista dell’Uomo senza qualità, Ulrich, è assolutamente fuori discussione: le incertezze possono riguardare solo il quanto e il come di tale precorrimento» [7].

NOTE

[1] Robert Musil, Il giovane Törless, traduzione di Andrea Landolfi, Newton Compton editori, Roma 1995, p. 39. D’ora in poi il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[2] Per un approfondimento sul personaggio di Joyce e il romanzo di cui è protagonista rimando al contributo «Non serviam»: lo sviluppo di Stephen Dedalus nel «Ritratto dell’artista da giovane» di James Joyce. Prima parte, Seconda parte.

[3] Italo Alighiero Chiusano, Introduzione a Robert Musil, Il giovane Törless, cit., p. 11.

[4] Ivi, p. 14.

[5] Per un approfondimento sul filosofo, scrittore e poeta goriziano rimando allo studio Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter.

[6] Per un approfondimento sul protagonista della monumentale e incompiuta opera di Musil rimando al contributo Ulrich, l’uomo senza qualità. Prima parte, Seconda parte.

[7] Italo Alighiero Chiusano, Introduzione a Robert Musil, Il giovane Törless, cit., p. 8.

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