«Non serviam»: lo sviluppo di Stephen Dedalus nel «Ritratto dell’artista da giovane» di James Joyce. Seconda parte

4. La scelta

Dopo la purificazione e la resurrezione morale, ogni singola parte della giornata di Stephen gravita «intorno al proprio centro di energia spirituale», e la sua vita si avvicina all’eternità. Mentre cammina per la strada recita rosari, portando sempre con sé i grani della corona, sciolti nelle tasche dei pantaloni. L’anima di Stephen si arricchisce, di giorno in giorno, di sapienza spirituale, vede «il mondo intero formare una vasta espressione simmetrica della potenza e dell’amore di Dio» [1], la vita diviene un dono divino. L’anima di Stephen riprende su di sé «il fardello di devozioni, messe, preghiere, sacramenti e mortificazioni», mentre per la prima volta sente dentro di sé «un caldo movimento simile a quello di una vita appena nata o virtù dell’anima stessa» (ibidem). Stephen sottopone ognuno dei suoi sensi a una rigorosa disciplina: per mortificare la vista si impone la regola di camminare per la strada con gli occhi bassi, sfuggendo soprattutto gli sguardi femminili; per mortificare l’udito smette di controllare la voce, di cantare, di fischiare e sopporta la tortura di rumori fastidiosi; per mortificare l’olfatto si sottopone, ogni volta che ne ha l’occasione, all’unico cattivo odore che lo disgusta, «un certo rancido puzzo di pesce, simile a quello dell’urina stagnante»; per mortificare il gusto naturalmente digiuna; per mortificare il tatto assume le posizioni più scomode e si bagna viso e collo affinché l’aria possa pungerli. Certo, in questa fase di rinascita e severità spirituale Stephen conosce periodi desolanti, in cui i sacramenti gli appaiono come fonti inaridite e la sensualità torna a farsi sentire, provando persino un «intenso senso di potenza» al pensiero che «con un semplice atto di consenso, nel pensiero di un istante», come Lucifero, potrebbe distruggere tutto ciò che ha fatto sinora, ma resiste.

Il direttore della Belvedere School propone a Stephen di entrare nell’ordine dei Gesuiti, una possibilità già presa in considerazione dal giovane nelle sue fantasie. La vocazione è un’opportunità di conoscenza che affascina il protagonista, ma subito dopo la proposta del direttore, che gli lascia del tempo per riflettere, Stephen sente dentro di sé quell’istinto «acuto e ostile» legato ai ricordi di Clongowes, che lo arma «contro ogni acquiescenza». La vita prospettatagli dall’ingresso nell’ordine, il gelo e il rigore che lo caratterizzano, gli ispira un profondo sentimento di ripugnanza, come ogni altra possibilità esistenziale rigida, servile e convenzionale del resto:

«Il suo destino era di sottrarsi a ogni ordine sociale o religioso. La saggezza dell’invito del prete non lo toccava nel vivo. Era destinato a imparare la propria saggezza lontano dagli altri o a imparare la saggezza degli altri, vagando fra le insidie del mondo» (148).

Stephen sfugge così «all’intimazione delle sentinelle che avevano fatto da guardiani alla sua adolescenza e avevano cercato di trattenerlo con loro, per assoggettarlo e asservirlo ai loro fini» (150). Giunto il momento di ubbidire alla chiamata, di rispondere servirò, il protagonista si volta dall’altra parte, «ubbidendo a un istinto ribelle». Stephen sceglie la libertà e la sua autentica vocazione (sceglie dunque se stesso, in definitiva), la vocazione artistica, personificata da una splendida, giovane donna seminuda incontrata sulla spiaggia:

«L’immagine della ragazza gli era entrata nell’anima per sempre e nessuna parola aveva rotto il sacro silenzio della sua estasi. Quegli occhi lo avevano chiamato e la sua anima era balzata al richiamo. Vivere, errare, cadere, trionfare, ricreare la vita dalla vita! Un angelo selvaggio gli era apparso, l’angelo della gioventù e della bellezza mortale, un messaggero dalle belle corti della vita, per spalancargli dinanzi in un attimo di estasi le porte di tutte le vie dell’errore e della gloria. Avanti, avanti, avanti!» (155-156).

Vivere, sbagliare, creare: sono questi i comandamenti della nuova religione di Stephen, l’arte.

5. La rivolta

La quinta e ultima fase dello sviluppo di Stephen Dedalus è caratterizzata dalla consapevolezza intellettuale e artistica, dall’orgoglio, dalla ferma volontà di affermare la propria individualità, dalla rivolta e dalla fuga. Iscritto all’università di Dublino, di cui però non frequenta i corsi, incapace di chinare il capo e sprecare le proprie energie per prendere appunti superficiali e inutili, Stephen è impegnato nell’elaborazione di un saggio di estetica, argomento prediletto di cui ragiona con i compagni più brillanti (in questo senso, la concezione di arte veicolata dai ragionamenti del protagonista risulta ideale, legata a canoni estetici, come la bellezza, spazzati via dalla tempesta espressionista che infuria all’inizio del Novecento). All’elaborazione filosofica si affianca l’elaborazione puramente artistica, poetica, al termine di una «notte di incanti» in cui «nel vergine grembo dell’immaginazione la parola si era fatta carne» (191). Vediamo così Stephen amministratore del suo nuovo culto, l’arte, «sacerdote dell’eterna immaginazione, che trasmutava il pane quotidiano dell’esperienza nel corpo radioso di una vita immortale» (195). Impegnato nel sacro ufficio della creazione poetica, il protagonista compone versi (la cosiddetta Villanella della Tentatrice) per la donna amata, Emma, ancora lei, un tempo protagonista delle peccaminose fantasie erotiche di Stephen e ora fonte d’ispirazione artistica [2]:

«Non sei stanca di modi infuocati,
malia dei caduti serafini?
Non mi parlare di giorni incantati.

Dai tuoi occhi i cuori infiammati
umili servi son dei tuoi fini.
Non se stanca di modi infuocati?

In tua lode densi fumi levati
van dell’oceano per tutti i confini.
Non mi parlare di giorni incantati.

Rotte grida e lai desolati
sorgono uniti in inni divini.
Non sei stanca di modi infuocati?

Mentre sono al sacrificio alzati
calici colmi traboccanti vini,
non mi parlare di giorni incantati.

E ancora tieni i miseri legati
che languida e generosa rovini!
Non sei stanca di modi infuocati?
Non mi parlare di giorni incantati» (196-197).

Per la vecchia religione cattolica (ricorrendo alla terminologia michelstaedteriana potremmo definirla «rettorica», ovvero «inadeguata affermazione d’individualità» [3], opposta all’arte-«persuasione», ovvero «possesso presente della propria vita» [4] e, più in generale, «sinonimo di autodeterminazione» [5]) non c’è più spazio in Stephen, che rifiuta di adempiere i doveri pasquali, servendosi del colpevole pensiero di Lucifero, «Non servirò», e amareggiando nel profondo la madre, creatura mite e timorata, rispettosa dei propri obblighi spirituali. Stephen parla del suo rifiuto a Cranly, l’amico-rivale che gli consiglia di tornare sui propri passi e assecondare la madre, risparmiandole almeno questo dispiacere. Interessante il punto di vista di Cranly, che anticipa uno dei temi fondamentali dell’Ulisse, il tema dell’amore materno – associato alla centralità della donna -, tra le poche certezze della vita [6]:

«Qualsiasi altra cosa sia incerta in questo puzzolente letamaio di un mondo, l’amore di una madre non lo è. La madre ti mette al mondo, ti porta prima nel suo corpo. Cosa ne sappiamo di quello che prova? Ma qualsiasi cosa provi, questa, perlomeno, deve essere reale. Deve esserlo. Cosa sono le nostre idee o le nostre ambizioni? Giochetti. Idee! Ma come, persino quel maledetto caprone belante di Temple ha idee. MacCann ha idee. Ogni somaro in circolazione crede di avere delle idee» (211).

Stephen disprezza le parole di Cranly e Cranly stesso, che negli appunti diaristici definisce con disdegno e cattiveria «figlio di lombi esausti», ma dovrà ricredersi più avanti, dopo la morte della madre e un altro, ben più doloroso rifiuto, come dimostrano i seguenti passi dell’Ulisse:

«Brutto e nullo: collo magro e capelli folti e una macchia d’inchiostro, una traccia di lumaca. Eppure c’era una che lo aveva amato, portato in braccio e dentro al cuore. Se non fosse stato per lei la maratona del mondo lo avrebbe schiacciato sotto i piedi, spiaccicata lumaca senza vertebre. Lei aveva amato quel debole sangue acquoso trasfuso dal proprio. Era dunque vero? La sola cosa autentica della vita?»

«La paternità, in quanto generazione cosciente, è sconosciuta all’uomo. È uno stato mistico, una successione apostolica, dall’unico generatore all’unico generato. Su quel mistero e non sulla madonna che lo scaltro intelletto italiano ha gettato in pasto alle genti d’Europa è fondata la chiesa e fondata irremovibilmente in quanto è fondata, come il mondo, macro e microcosmo, sul vuoto. Sull’incertezza, sull’improbabilità. Amor matris, genitivo soggettivo e oggettivo, questa è forse l’unica cosa vera nella vita. La paternità forse è una finzione legale. Chi è il padre di un qualsiasi figlio perché qualsiasi figlio debba amarlo o viceversa?» [7]

In questa ultima fase Stephen si contraddistingue per un orgoglio smisurato e una feroce fedeltà a se stesso, alla propria individualità creatrice, che gli impediscono di cedere, di assecondare la madre, temendo l’«azione chimica scatenata nella mia anima da un falso omaggio a un simbolo dietro al quale sono ammassati venti secoli di autorità e di adorazione» (212). Stephen, giunto al culmine dell’arco giovanile, non ha che un desiderio, scoprire il modo esistenziale e/o artistico attraverso cui esprimersi in assoluta libertà, e da questo desiderio, che lo coinvolge interamente, anima e corpo, come in adolescenza gli istinti sessuali, scaturisce la sua rivolta, la sua necessità spirituale e fisiologica di lasciare la famiglia, la patria e di emancipare se stesso e la propria arte:

«Non servirò ciò in cui non credo più, si chiami casa, patria o chiesa: e cercherò di esprimere me stesso in qualche modo di vita o di arte il più liberamente e il più compiutamente possibile, usando a mia difesa le sole armi che mi concedo di usare: il silenzio, l’esilio e l’astuzia» (215).

Stephen ha molti timori, come confessa a Cranly, teme l’esistenza di Dio, i cani, i cavalli, le armi da fuoco, il mare, i temporali, le macchine, le strade di campagna la notte, tutte quelle cose dietro cui immagina «ci sia una realtà ostile», ma non teme la solitudine e l’errore, neanche dovesse trattarsi di un errore enorme, «che duri tutta la vita e forse pure tutta l’eternità». Così Stephen sfodera l’arma dell’esilio, lascia Dublino, labirinto del peccato e degli affetti, e l’Irlanda, direzione Parigi, in cerca dell’emancipazione individuale e artistica, e della libertà assoluta. A Lucifero la rivolta di un istante costa il paradiso e l’angelica magnificenza; al giovane Dedalus costerà l’amore, e innanzitutto quello materno. Ritroveremo Stephen nell’Ulisse, non molto tempo dopo la sua fuga, di nuovo a Dublino, repellente «specchio dell’umana stoltezza, dell’umano decadimento» [8], orfano divorato dal senso di colpa.

NOTE

[1] James Joyce, Ritratto dell’artista da giovane, cura e traduzione di Marina Emo Capodilista, Newton Compton editori, Roma 1995, p. 138. D’ora in poi il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[2] Abbiamo incontrato questa evanescente figura femminile nelle precedenti fasi dello sviluppo di Stephen, di cui ci siamo occupati nella prima parte del presente contributo.

[3] Carlo Michelstaedter, La persuasione e la rettorica, a cura di Sergio Campailla, Adelphi, Milano 1982, p. 98.

[4] Carlo Michelstaedter, Opere, a cura di Gaetano Chiavacci, Sansoni, Firenze 1958, p. 728.

[5] Thomas Harrison, 1910. L’emancipazione della dissonanza, Castelvecchi, Roma 2017, p. 72.

[6] Per un approfondimento sul tema rimando al contributo L’Ulisse di Joyce: amor matris.

[7] James Joyce, Ulisse, traduzione di Giulio de Angelis, Mondadori, Milano 2000, pp. 28-29 e p. 202.

[8] Mario Praz, Storia della letteratura inglese, Sansoni, Firenze 2007, p. 694.