«Non serviam»: lo sviluppo di Stephen Dedalus nel «Ritratto dell’artista da giovane» di James Joyce. Prima parte

«Non servirò ciò in cui non credo più, si chiami casa, patria o chiesa: e cercherò di esprimere me stesso in qualche modo di vita o di arte il più liberamente e il più compiutamente possibile, usando a mia difesa le sole armi che mi concedo di usare: il silenzio, l’esilio e l’astuzia».

1. Il senso

Come scrive Praz, «Grosso modo i cinque stadi dello sviluppo di Stephen corrispondono ai cinque capitoli del Portrait» [1]. Sviluppo intellettuale, artistico e spirituale che, partendo dall’infanzia, giunge fino alla piena giovinezza, caratterizzata da una spietata, a tratti feroce consapevolezza della propria natura. Ma procediamo con ordine, iniziando dalla prima fase dello sviluppo di Stephen Dedalus, prettamente infantile e segnata dal trauma del distacco: il piccolo Stephen è costretto ad abbandonare la confortevole dimensione familiare per trasferirsi nel collegio gesuita di Clongowes. Oltreché dal distacco, questa fase iniziale è caratterizzata dalle prime, timide, acerbe domande e riflessioni sul significato delle cose, dei fatti, delle parole:

«Torre d’avorio, dicevano, Casa d’oro! Come poteva una donna essere una torre d’avorio o una casa d’oro? Chi aveva ragione allora? […]
Eileen aveva lunghe mani bianche. Una sera, mentre giocavano, gli aveva messo le mani sugli occhi: lunghe e bianche e sottili e fredde e lisce. Era quello l’avorio: una fredda cosa bianca. Quello era il senso di Torre d’avorio» [2].

E ancora:

«Anche Eileen aveva lunghe sottili fresche bianche mani, perché era una ragazza. Erano come l’avorio; solo morbide. Quello era il senso di Torre d’avorio, ma i protestanti non potevano capirlo e ne ridevano. Un giorno accanto a lei aveva guardato nel giardino dell’albergo. Un cameriere stava alzando una striscia di stamigna sull’asta della bandiera e un fox terrier scorrazzava su e giù sul prato pieno di sole. Eileen gli aveva messo una mano in tasca dove c’era la sua e lui aveva sentito come era fresca e sottile e morbida quella mano. Eileen aveva detto che le tasche erano cose buffe da avere: poi, all’improvviso, si era staccata ed era corsa ridendo giù per la curva in discesa del sentiero. I capelli biondi le avevano ondeggiato dietro come oro al sole. Torre d’avorio. Casa d’oro. Pensandoci, le cose si riuscivano a capire» (53-54).

Da notare come la ricerca del senso sia legata alla figura femminile, che ne fornisce la chiave interpretativa. In questa prima fase del suo sviluppo, Stephen compie inoltre l’esperienza dell’ingiustizia e del dolore inflitto dalla punizione, reso ancor più acuto, umiliante e spaventoso dall’iniquità:

«Stephen chiuse gli occhi e tese nell’aria la mano tremante con la palma in su. Sentì il prefetto agli studi toccarla un secondo sulle dita per raddrizzarla e poi la manica della tonaca frusciare mentre la bacchetta veniva alzata a colpire. Un colpo caldo bruciante pungente straziante come lo schianto secco di un ramo spezzato gli fece accartocciare la mano tremante come una foglia nel fuoco: e al suono e al dolore lacrime cocenti gli salirono agli occhi. Tutto il corpo gli tremava dalla paura, gli tremava il braccio e tremava la mano accartocciata bruciante e livida come una foglia vagante nell’aria. Un grido gli balzò alle labbra, una implorazione di grazia. Ma sebbene le lacrime gli scottassero gli occhi e le membra gli rabbrividissero dal dolore e dalla paura, trattenne le lacrime calde e il grido che gli bruciava la gola» (59).

Ma dall’esperienza dell’ingiustizia, della punizione, del dolore, dell’umiliazione scaturisce in Stephen la consapevolezza della propria dignità, dei propri diritti, iniquamente, brutalmente violati. Il piccolo, timido, impacciato Dedalus trova il coraggio di protestare, con il rettore di Clongowes in persona, e viene portato in trionfo dai compagni.

2. Il peccato

Dal rapporto di Stephen con la famiglia, l’amore e il sesso scaturiscono i temi fondamentali della seconda fase del suo sviluppo: l’alterità, l’esclusione, il peccato. Il giovane protagonista, oramai adolescente, subisce come offese i cambiamenti in atto nella sua casa, dovuti ai guai finanziari del padre, cambiamenti che sono «colpi alla sua concezione infantile del mondo». La situazione economica dei Dedalus precipita e la loro casa viene svuotata. La famiglia cambia abitazione, trasferendosi in una casa nuda e triste, mentre Stephen è costretto a lasciare il collegio di Clongowes, per passare alla Belvedere School – sinistri presagi funestano la mente irrequieta e facilmente eccitabile del giovane protagonista, che inizia a fare i conti con la durezza della vita. Stephen scopre Dublino, «una sensazione nuova e complessa», mentre è tormentato da una «silenziosa amarezza»: ce l’ha con se stesso per la sua giovinezza, per i suoi «sciocchi impulsi inquieti», e con «il cambiamento di fortuna che stava riplasmando il mondo intorno a lui in una visione di squallore e insincerità» (72).

Stephen inizia a percepire nitidamente la propria condizione di alterità, di esclusione, di cui già a Clongowes ha avuto più di un presentimento. Al contrario dei suoi coetanei non è interessato al gioco e, durante una festa, appartato in un angolo, assapora «la gioia della sua solitudine», mentre l’allegria, «come un’aria carezzevole», gli sfiora i sensi e nasconde agli altri «l’agitazione febbrile del suo sangue», dovuta a una lei. Ed è questa lei, designata con le sole iniziali E.C., che ispira a Stephen versi che parlano «della notte, della brezza fragrante e del vergine splendore della luna. Un dolore indefinito era nascosto nei cuori dei protagonisti, mentre stavano in silenzio sotto gli alberi spogli, e quando era giunto il momento dell’addio, il bacio, rifiutato da uno, veniva dato da entrambi» (75). Nella prima fase chiave che schiude il significato delle parole, la donna diviene ora, con lo sviluppo e la maturazione della vocazione artistica del protagonista, fonte d’ispirazione.

Per Stephen le questioni d’onore sono del tutto insignificanti e il giovane non conosce la rabbia, che se pure prova svanisce in fretta. I problemi quotidiani, come la rappresentanza degli studenti, la fedeltà e l’aiuto al suo paese e a suo padre lo sfiorano appena, sono voci vacue e sgradevoli, ed egli si sente felice solo quando ne è lontano. Nel protagonista iniziano dunque a delinearsi quell’inutilità e quella superfluità tipiche dell’artista moderno, che non sente sue le responsabilità collettive e le respinge, estraniandosi dal contesto sociale che gli è toccato in sorte [3]:

«Con il suo mostruoso modo di vivere sembrava essersi relegato oltre i limiti della realtà. Niente del mondo reale lo muoveva o gli parlava, se non udiva in esso un’eco delle sue furibonde urla interiori. Non riusciva a rispondere a nessun appello terrestre o umano, muto e insensibile ai richiami dell’estate, della felicità e dell’amicizia» (92).

Stephen vive in un’altra dimensione, la dimensione complessa e variopinta della propria interiorità, della propria individualità creativa, in cui il fascino delle forme, dei colori e dei suoni sparge un’eco che si allarga e si diffonde e si ripete indefinitamente, al di là del tempo e dello spazio. Egli non conosce «né il piacere dell’amicizia né la vitalità della salute forte e virile né la pietà filiale» (95). A proposito di pietà filiale, il sentimento di estraneità e di esclusione che caratterizza questa seconda fase dello sviluppo di Stephen, non è legato solamente ai suoi coetanei, ai suoi compagni di scuola, ma anche, e ancor più dolorosamente, alla sua famiglia, ai genitori e ai numerosi fratelli: «Sentiva di non essere quasi dello stesso sangue, ma di stare con loro piuttosto nella mistica parentela dell’adozione, come figlio e fratello adottivo» (97). Stephen è distaccato e anaffettivo; del resto, dinanzi ai «desideri tormentosi del suo cuore» ogni altra cosa impallidisce, appare «futile ed estranea»: «Oltre al selvaggio desiderio interiore di attuare le enormità che rimuginava, nulla era sacro» (ibidem).

Oltretutto gli impulsi erotici, incontrollabili, indomabili lo assediano, sfociando nella pura depravazione, in fantasie orgiastiche che uccidono la poesia. Stephen prova a frenarli, a reprimerli, tentando «di costruire una diga di ordine e di eleganza contro la sordida marea della vita esterna e di arginare, mediante regole di condotta, interessi attivi e nuovi rapporti filiali, la violenza periodica delle sue intime maree» (ibidem), ma il tentativo fallisce ed egli torna a vagabondare senza meta per le più buie, strette, sporche e maleodoranti strade di Dublino, consumato dal desiderio e dalla lussuria, come una dimagrata bestia affamata:

«I versi abbandonavano le sue labbra, e grida inarticolate e brutali parole non dette gli irrompevano dal cervello aprendosi a forza un varco. Aveva il sangue in rivolta. Vagava su e giù per le buie strade fangose scrutando nell’ombra di vicoli e di porte, in ansioso ascolto di qualche rumore. Gemeva tra sé come una belva delusa. Voleva peccare con una della sua specie, costringere un altro essere a peccare con lui e a esultare insieme nel peccato. Sentiva una oscura presenza muovergli irresistibilmente addosso dalle tenebre, una presenza sottile e mormorante come un fiume, che lo colmava interamente di se stessa. Quel mormorio gli assaliva le orecchie come il mormorio di una moltitudine immersa nel sonno; quelle correnti sottili si diffondevano in tutto il suo essere. Mani e denti gli si stringevano convulsamente, mentre subiva il dolore lancinante di questa invasione. Per la strada tendeva le braccia, a tenere stretta la fragile figura in deliquio che gli sfuggiva e lo incitava: e l’urlo, che aveva soffocato tanto a lungo nella gola, gli usciva dalle labbra. Scaturiva da lui come un lamento disperato da un inferno di dannati e moriva in un lamento di supplica furibonda, un grido per un iniquo abbandono, un grido che non era che l’eco di uno scarabocchio osceno letto sul muro grondante di una latrina» (98).

Si tratta del primo vero momento critico della vita di Stephen, che non riesce a domare gli istinti carnali che lo rodono nel profondo e lo dominano tutto, anima e corpo, che non riesce a soffocare le grida infernali che gli rimbombano nella testa febbricitante. Scosso da questa incontenibile tensione sessuale, il protagonista finisce per abbandonarsi alle lusinghe di una giovane puttana, che gli piega la testa e lo bacia, vincendo la sua debole resistenza. Incapace di sostenere lo sguardo della conturbante, quasi stregonesca meretrice, personificazione delle sue fantasie erotiche e insieme veicolo della loro sospirata, attesa realizzazione, Stephen chiude gli occhi, «non conscio più di altro al mondo che dell’oscura pressione delle morbide labbra socchiuse. Gli premettero sul cervello come sulle labbra, quasi fossero il mezzo di un linguaggio vago; e tra di esse sentì una pressione ignota e timida, più oscura del deliquio del peccato, più dolce di un suono o di un odore» (99). La tensione psico-fisica accumulata da Stephen in questa seconda fase, complessa e ricca di sfumature, di spinte e contro-spinte, di pulsioni e ripulsioni, si scioglie nel bacio della giovane prostituta, ovvero nel peccato, inattesa fonte di pace [4].

3. L’espiazione

Dopo il peccato Stephen non prova rimorso, anzi, sente fluire dentro di sé una travolgente e impetuosa ondata di vitalità che si scioglie infine in una «pace misteriosa» tra corpo e anima. La devozione di Stephen scompare, abbandona la preghiera e sente che dal primo, violento peccato, secondo la sentenza di san Giacomo, scaturiscono tutti gli altri peccati – o vizi – capitali:

«Dal seme maligno della lussuria erano spuntati fuori tutti gli altri peccati mortali: orgoglio di sé e disprezzo per gli altri, cupidigia di spendere il denaro per l’acquisto di piaceri illeciti, invidia per quelli i cui vizi non gli era possibile raggiungere e mormorii calunniosi contro i devoti, godimento dell’ingordigia nel cibo, cupa ira torva con cui rimuginava il suo desiderio, e il pantano di accidia spirituale e materiale in cui era sprofondato tutto il suo essere» (103).

Stephen è consapevole della propria caduta, ma non se ne cura, o meglio, non si affligge per essa: il suo cuore è appassito «come un fiore del deserto che sente il simun venire da lontano» (105). Questo stato di noncuranza non dura a lungo e il momento di svolta è rappresentato dal ritiro spirituale organizzato alla Belvedere School e dedicato ai novissimi dell’Ecclesiaste, morte, giudizio, inferno e paradiso: «Ricorda soltanto i tuoi quattro novissimi e non peccherai più», è scritto nel Qoelet. Durante la prima giornata di ritiro spirituale, incentrata sulla morte e il giudizio, l’anima di Stephen è rimossa con violenza dal suo stato di «inerte disperazione» e il giovane protagonista soffre l’agonia del trapasso:

«Sentì il gelo della morte toccargli le estremità e avanzargli lento verso il cuore, il velo della morte offuscargli gli occhi, i centri luminosi del cervello spegnersi a uno a uno come lampade, il sudore estremo grondargli sulla pelle, l’impotenza delle membra morenti, la parola ispessirsi, divenire vaga e mancargli, il cuore pulsargli sempre più debolmente, quasi vinto, il respiro, il povero respiro, il povero indifeso spirito umano, singhiozzare e sospirare, gorgogliare e rantolare nella gola. Nessun aiuto! Nessun aiuto! Lui, lui stesso, quel corpo al quale aveva ceduto, stava morendo. Via, nella tomba! Inchiodalo in una cassa di legno, questo cadavere. Portalo fuori di casa sulle spalle di gente prezzolata. Caccialo lontano dagli sguardi degli uomini in un lungo buco nella terra, nella tomba, a putrefarsi, a nutrire la massa strisciante di vermi e a farsi divorare da panciuti topi scorrazzanti» (108).

Dopo la morte Stephen subisce l’implacabile e giusto giudizio di Dio. Il coltello del predicatore affonda spietato nella coscienza del giovane protagonista che sente, finalmente, come l’anima gli si fosse «incancrenita nel peccato». Il vento del giorno del giudizio soffia impetuosamente nella testa di Stephen e la sconvolge: «i suoi peccati, le prostitute dagli occhi di gemma della sua immaginazione, fuggivano davanti all’uragano, squittendo come sorci dal terrore e rannicchiandosi sotto una criniera di capelli» (110). Lasciato il ritiro, tormentato dai peccati commessi, dalle immagini pornografiche e dai sogni orgiastici, che non hanno risparmiato neppure Emma, il primo amore, Stephen non cerca conforto in Dio, «troppo grande e severo», e neppure nella Vergine, «troppo pura e santa», ma proprio in Emma, pur nella sua sacralità deturpata dalle fantasie erotiche: «immaginò di stare vicino a Emma in una terra immensa e, umile e piangente, di chinarsi a baciarle il lembo della manica» (111). Dio perdona i due giovani e li unisce.

Nella seconda giornata del ritiro spirituale, dedicata all’inferno e al paradiso, il predicatore, attraverso la cosiddetta «costituzione del luogo», come la definisce sant’Ignazio nei suoi esercizi spirituali, il predicatore realizza un’efficacissima e pregnante descrizione del regno infernale, nato dalla ribellione di Lucifero, il figlio del mattino, l’angelo radioso e potente che, per un solo istante, si rifiuta di servire Dio: il lezzo insopportabile, il fuoco eterno, che brucia ma non illumina, le tenebre eterne, la totale assenza di umanità, i dannati singoli inferni che ardono per sempre, le grida assordanti, i rimproveri dei diavoli, voci della coscienza offesa. Questa persuasiva descrizione colpisce Stephen nel profondo, le gambe tremanti e la pelle scossa da lunghi brividi: ogni singola parola del predicatore la sente rivolta a lui. Stephen muore, ancora una volta, e sente le fiamme nel suo corpo: «Un’ondata di fuoco gli passava sul corpo: la prima. Ancora un’ondata. Il cervello cominciava ad ardere. Un’altra. Il cervello bolliva e gorgogliava nella scatola crepitante del cranio» (118). Stephen si scuote, comprende che a un uomo conquistare il mondo intero non giova, se ha perduto la sua anima, e vorrebbe confessare tutto, svuotarsi, ripulirsi, ma non nella cappella della scuola, non tra i compagni: «Lontano, in qualche luogo buio, avrebbe mormorato la sua vergogna; e supplicò umilmente Dio di non offendersi se non osava confessarsi nella cappella del collegio; e in totale abiezione di spirito implorò perdono in silenzio dai cuori adolescenti che lo circondavano» (119).

Alla sera il predicatore torna sul tema, ma considerando la natura dei tormenti spirituali dell’inferno. La maggiore e più grave pena spirituale è rappresentata dalla perdita, come scrive san Tommaso: «l’intelletto umano è privato totalmente della luce divina e i suoi affetti ostinatamente allontanati dalla bontà di Dio» (120). La seconda pena è quella della coscienza: «Allo stesso modo che nei cadaveri i vermi sono generati dalla putrefazione, così nelle anime dei perduti nasce un rimorso perpetuo dalla putrefazione del peccato, il pungolo della coscienza, il verme, come lo chiama papa Innocenzo III, del triplice morso» (121). Inoltre, come scrive sant’Agostino, Dio impartisce ai dannati «la Sua stessa comprensione del peccato, così che il peccato apparirà ai dannati in tutta la sua orrenda malizia, come appare agli occhi di Dio stesso» (ibidem). La terza pena spirituale è rappresentata dall’estensione: «La malizia che, per impotente che sia, possiede queste anime demoniache è un male di estensione illimitata, di durata infinita, uno spaventevole stato di malvagità che difficilmente possiamo capire se non teniamo a mente l’enormità del peccato e l’odio che Dio gli porta» (122). Coesistente con la pena dell’estensione è la pena dell’intensità, perché l’inferno è il centro del male e «le cose sono più intense al loro centro che non nei punti più remoti» (123). L’ultima, suprema pena spirituale dell’inferno è la sua eternità, un’eternità di dolore: «Sopportare anche solo la puntura di un insetto per tutta l’eternità, sarebbe un tormento spaventoso. Cosa deve essere dunque, sopportare le molteplici torture dell’inferno per sempre. Per sempre! Per tutta l’eternità! Non per un anno o per un secolo ma per sempre. Cercate di immaginare l’atroce significato» (ibidem).

Rientrato nella sua stanza, tormentato, ossessionato dai peccati commessi, Stephen vede il suo inferno, «puzzolente, bestiale, malvagio, un inferno di lascivi demoni caprini», si strappa le coperte di dosso, soffocato dall’«odore fetente» che gli si riversa nella gola «serrandogli e rivoltandogli le viscere», e vomita, tra i tormenti. Superata la crisi, il protagonista fa un patto con il suo cuore e torna alla preghiera, piangendo lacrime amare per l’innocenza perduta. Stephen vaga per le strade buie di Dublino, spinto dal desiderio di confessarsi, di liberarsi della sozzura della sua anima, di depurarsi; riesce a vincere la vergogna e si confessa, con i peccati che gli gocciolano via dalle labbra uno a uno, gli gocciolano «in stille vergognose dall’anima, suppurante e grondante come una piaga, uno squallido fiotto di vizio» (133). Al contrario, durante il pestifero sfogo, la vecchia e stanca voce dell’ignoto prete che accoglie la sua spazzatura morale, cade «come una pioggia fresca sul suo cuore tremante e inaridito». Stephen china la testa, abbagliato «dalle lacrime e dalla luce della misericordia divina», accoglie l’assoluzione e il perdono, purificato. Termina così la sua lunga espiazione e inizia per lui una nuova vita, una vita di grazia, virtù e felicità. Ad appena sedici anni, Stephen è già morto e risorto moralmente.

NOTE

[1] Mario Praz, Introduzione a James Joyce, Ritratto dell’artista da giovane, cura e traduzione di Marina Emo Capodilista, Newton Compton editori, Roma 1995, p. 8.

[2] James Joyce, Ritratto dell’artista da giovane, cit., p. 48. D’ora in poi il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[3] Questo atteggiamento di rifiuto, di repulsione nei confronti dell’utilità sociale è sintetizzato efficacemente da Baudelaire, non a caso il primo poeta moderno, in una nota del Mio cuore messo a nudo: «Essere un uomo utile mi è sempre sembrato qualcosa di molto repellente» (Charles Baudelaire, Il mio cuore messo a nudo, a cura di Diana Grange Fiori, Adelphi, Milano 2006, p. 55). Per un approfondimento sul poeta francese e la sua valenza nel contesto letterario rimando al contributo La rivoluzione di Baudelaire. Prima parte, Seconda parte.

[4] Nello stesso anno in cui Joyce pubblica il Ritratto dell’artista da giovane, Boine pubblica Il peccato, incentrato proprio sul tema della violazione come occasione di crescita e formazione dell’individuo. Per un approfondimento sull’opera dello scrittore ligure rimando al contributo Giovanni Boine, «Il peccato»: dalla «purità della morte» alla «purità della vita». Introduzione e prima parte, Seconda parte, Terza parte.