Il'ja Repin, Ritratto di Mikhail Glinka, 1887

Ivan Gončarov, «Oblomov» ovvero l’uomo superfluo. Prima parte

«Non sognavo la gioventù e la bellezza, io: io pensavo che ti avrei vivificato, che tu avresti potuto rivivere per me, ma tu sei morto, da tempo».

I. A trentadue, trentatré anni, Il’ja Il’ič Oblomov è un uomo finito. Proprietario terriero, passa le giornate in un appartamento in via Gorochovaja, a Pietroburgo, perennemente sdraiato, ora sul letto ora sul divano, sommerso dalla polvere. Il’ja Il’ič vive in orizzontale, stare sdraiato per lui non è una necessità, come per un malato, né un caso, come per un uomo stanco, né un piacere, come per un fannullone: è la sua condizione normale. Oblomov non muove un dito, non legge, non scrive, non si occupa della sua tenuta, che inevitabilmente cade a pezzi, sotto la guida di uno starosta imbroglione, e neppure cammina: giace spensierato come un neonato, mangia e dorme come un neonato, senza fare niente, senza rincorrere né vendere niente, completamente estraneo al proprio tempo, perfettamente inutile. Oblomov non crede nel divertimento, non è un animale da salotto, non crede nel lavoro e neppure nella letteratura realista, che uccide la fantasia, l’immaginazione. Gli piace rinchiudersi, avvoltolarsi in sé e vivere nel mondo che si è creato; apprezza i piaceri derivanti dalla contemplazione di pensieri elevati, ma non è indifferente al dolore del genere umano: a volte gli capita di piangere amaramente per le calamità di cui è vittima l’uomo, patisce sofferenze oscure e sconosciute. Ha un’anima pura, incontaminata, cristallina, disprezza il vizio, la menzogna, la calunnia, il male, di tanto in tanto sente nascere dentro di sé il desiderio di mostrare agli uomini le loro piaghe e i suoi pensieri improvvisamente si animano, sviluppandosi presto in propositi che gli bruciano il sangue, gli tendono i muscoli flaccidi: Oblomov si muove, cambia posizione, si gira su un fianco, poi sull’altro, incredibilmente si solleva, tende un braccia e si guarda intorno, ispirato, ma… «guardi, il mattino è un fulmine, il giorno già inclina verso la sera e con lui inclinano alla quiete le stanche forze di Oblomov: le tempeste e le agitazioni dell’anima si calmano, la testa si libera dai pensieri, il sangue scorre già più lentamente dentro le vene» [1]. Ispirazioni, propositi e sforzi si sgonfiano, svaniscono nel nulla e Il’ja Il’ič resta immobile, torna a sdraiarsi: nulla di fatto, come da dieci anni a questa parte ormai.

Oblomov ha una vita interiore, tutto sommato, piuttosto vivace, è un uomo virtuoso, retto, come ce ne sono pochi, pochissimi, ma la sua intensa attività spirituale non si traduce mai in azione, propositi e slanci si esauriscono presto. Perché? Innanzitutto iniziamo col dire che Il’ja Il’ič non ha completato il proprio sviluppo morale, egli sente dentro di sé un «qualche principio puro», sepolto però «sotto un profondo e pesante strato di immondizia, di spazzatura». Oblomov in giovinezza sognava grandi imprese, e le sogna tutt’ora, di tanto in tanto, mentre la sua vita si è ridotta a una serie di eventi piccoli, microscopici, insignificanti e inutili, ma che comunque non sa gestire, subendoli immobile, senza muovere un dito: «non aveva la forza di opporvisi con l’elasticità della volontà, né di immergervisi con l’intelligenza» [2]. Oblomov vorrebbe riorganizzare la sua proprietà, renderla più moderna ed efficiente, sposarsi e diventare padre, mettere su famiglia insomma, ma tutti questi piani restano allo stato embrionale, vuota teoria, puro sogno, senza che egli riesca neppure a finire di leggere un libro o a scrivere una lettera: a trentadue anni non è altro che un grasso, negligente, superfluo possidente perfettamente inutile per se stesso e per gli altri. Oblomov prova a indagare la causa di questa sua involuzione, ma finisce sempre per addormentarsi, tornando a quella tranquillità e a quell’apatia che costituiscono la sua condizione normale.

II. La ragione della proverbiale apatia del protagonista, del cosiddetto oblomovismo, vera e propria malattia mortale, è da ricercare innanzitutto nella sua educazione. Sin da bambino Il’ja Il’ič assorbe passivamente quella visione indolente e acritica del mondo e della vita propria dei genitori, e che avvolge come una nebbia permanente tutta Oblomovka (servitù compresa), la proprietà familiare:

«Si facevano forse la domanda: per cosa ci è stata data la vita? Chi lo sa. E come rispondevano? Probabilmente, non rispondevano: era una cosa che a loro sembrava semplice e chiara. Non avevano sentito parlare di una cosiddetta vita operosa, di persone che portavano in petto tormentose preoccupazioni, che andavano avanti e indietro per un qualche motivo da un angolo all’altro della sfera terrestre o che avevano consacrato la vita a qualche compito eterno e infinito.
Credevano poco, gli abitanti di Oblomovka, anche ai tormenti dell’anima; non credevano si potesse chiamare vita la successione continua di sforzi infiniti in una qualche direzione per un qualche scopo; temevano, come il fuoco, l’ardore della passione; e come in altri luoghi il corpo degli uomini bruciava, rapido, per un vulcanico lavorio interiore, per il fuoco dell’anima, così l’anima degli abitanti di Oblomovka annegava tranquilla, senza scosse, nei morbidi corpi.
La vita non segnava, come faceva con altri, con rughe precoci, colpi fatali o infermità morali. Quelle brave persone la vita la prendevano come un ideale di pace e inattività, interrotto di tanto in tanto da alcuni casi poco piacevoli, come malattie, morti, litigi e, tra gli altri, il lavoro.
Essi sopportavano il lavoro come un castigo inflitto, a suo tempo, ai loro antenati, ma di amarlo non eran capaci, e, quando c’era il modo, lo evitavano sempre, e trovavano che evitarlo fosse giusto e ben fatto.
Non erano mai turbati da qualche oscura questione intellettuale o morale: perciò erano sempre freschi come le rose, e contenti, perciò vivevano così a lungo: gli uomini di quarant’anni sembravano dei giovanotti, i vecchi non lottavano con una morte difficile e tormentosa, ma, dopo aver vissuto fino all’inverosimile, morivano come di nascosto, irrigidendosi piano e emettendo un ultimo, inavvertito sospiro. Perciò si dice che gli uomini, prima, eran più forti» [3].

Oblomov accoglie in sé una regola di vita che a Oblomovka si trasmette di generazione in generazione, una regola che non prevede la riflessione, l’azione e impedisce la formazione di una coscienza critica. Tutti gli aspetti problematici dell’esistenza umana vengono aboliti, esclusi da questa sorta di campana di vetro che limita lo sviluppo dell’individuo, relegandolo a una dimensione di inattività pratico-filosofica che lo conduce a uno stato di perfetta inutilità. Il rito, il banchetto, la cerimonia di una nascita, di un onomastico, di un matrimonio, di un funerale: la vita degli Oblomov «vibrava solo di questi fondamentali e inevitabili avvenimenti che davano un inesauribile nutrimento alla loro mente e al loro cuore», e «dopo aver battezzato, sposato o seppellito qualcuno, si dimenticavano di lui e del suo destino e sprofondavano nella solita apatia, dalla quale li toglieva un nuovo caso del genere» [4]. A Oblomovka, appena nasce un bambino l’unica preoccupazione dei genitori è celebrare tutti i riti previsti dalla tradizione, quindi di crescerlo sano, proteggendolo dal raffreddore e dal malocchio, rallegrandolo e nutrendolo oltre misura, infine di trovargli una fidanzata altrettanto sana, bianca e rossa, organizzando così altri riti, altri banchetti, un altro matrimonio, un altro battesimo: «in ciò si concentrava il pathos della vita». Oblomov è educato all’apatia e questa anti-educazione, sommata alle premure soffocanti dei genitori, che gli vietano persino di giocare con i suoi coetanei, impediscono a Il’ja Il’ič di formarsi, di svilupparsi. L’oblomovismo non ha ragioni filosofiche, non è il frutto amaro di una consapevolezza della propria miseria e della miseria della realtà sviluppata oltre misura, come accade all’uomo del sottosuolo di Dostoevskij, altro illustre uomo superfluo della letteratura russa del XIX secolo [5], ma una regola di vita che si trasmette di padre in figlio.

III. A trentadue anni, il sogno di felicità di Il’ja Il’ič è stabilirsi a Oblomovka e fare la vita dei genitori, ovvero lasciar passare i giorni immerso nella rassicurante coltre di vuoto e apatia che avvolge la tenuta. Ma non è stato sempre questo il sogno di Oblomov, almeno non in giovinezza, quando sognava di servire il suo paese, di essere utile e lavorare per poi «riposare con più dolcezza», intendendo per riposo l’attenzione al lato artistico e filosofico dell’esistenza umana. Allora Il’ja Il’ič credeva fermamente che la vita fosse «pensiero e lavoro […] lavoro magari ignoto, oscuro, ma ininterrotto», nel quale immergersi con tutto se stesso, anima e corpo, per poi «morire con la coscienza di aver fatto il proprio dovere» [6]. Sono stati l’inutile lavoro da impiegato, abbandonato presto, e la vuota, frivola, superficiale vita pietroburghese a distruggere il sogno giovanile di Oblomov, che non ha avuto la possibilità di sfogarsi, di erompere fuori e misurarsi con la realtà, ma si è consumato dentro bruciandosi:

«Sai Andrej, che nella mia vita non è mai scoppiato nessun incendio né salvifico né distruttivo? La mia vita non è stata come un mattino, che si anima, lentamente, di colori e di fuochi, che si trasforma poi in giorno, come succede agli altri, e brucia forte, e tutto ribolle e ruota in un chiaro mezzogiorno e poi sempre più piano, sempre più pallido, e tutto, naturalmente e gradualmente, si spegne nella sera. No, la mia vita comincia con lo spegnimento. È strano, ma è così. Dal primo momento in cui ho avuto coscienza di me stesso, sentivo che già mi stavo spegnendo. Ho cominciato a spegnermi dopo, quando leggevo nei libri delle verità delle quali non sapevo cosa fare, nella vita, ho continuato a spegnermi con gli amici, quando ascoltavo giudizi, pettegolezzi, scimmiottature, chiacchiere fredde e cattive, vacuità, guardando all’amicizia sorretta da riunioni senza scopo, senza simpatia; mi sono spento e ho sperperato le mie forze con Mina, alla quale ho dato più della metà delle mie entrate, e mi immaginavo di amarla; mi sono spento nelle tristi e pigre passeggiate sul Nevskij prospekt, tra pellicce di procione e baveri di castoro, nelle serate, nei ricevimenti, dove mi accoglievano cordialmente, ero un partito passabile; mi sono spento e ho sprecato la mia vita e la mia intelligenza per delle bazzecole, passando dalla città alla dacia, dalla dacia a via Gorochovaja, prendendo la primavera per l’arrivo delle ostriche e delle aragoste, l’autunno e l’inverno per i giorni di ricevimento, l’estate per le passeggiate, la vita per una pigra e tranquilla sonnolenza, come gli altri… Anche l’amor proprio, in cosa l’ho impiegato? Nell’ordinare abiti a un sarto celebre? Per essere ricevuto in una casa celebre? Perché il principe P* mi desse la mano? Eppure l’amor proprio è il sale della vita. E dov’è sparito? O io non ho capito questa vita, o lei non serve a niente, e sarebbe stato meglio che io non sapessi niente, non vedessi niente, che nessuno mi facesse veder niente. Tu apparivi e scomparivi, come una cometa, brillante, rapida, e io dimenticavo tutte queste cose e mi spegnevo» [7].

Oblomov non ha avuto il coraggio di fuggire, di lasciare Pietroburgo e si è distrutto in silenzio. L’interlocutore di Il’ja Il’ič nel passo sopracitato, che rappresenta il momento di maggiore lucidità del protagonista, è Andrej Štol’c, il suo più caro amico, vera e propria antitesi di Oblomov e dell’oblomovismo. Štol’c si è formato attraverso le esperienze, lo studio, i giochi, le scazzottate, le avventure; il padre gli ha impartito un’educazione pratica, fondata sull’attività e il lavoro. Al contrario di Il’ja Il’ič, grasso e flaccido, Štol’c è «fatto di ossa, muscoli e nervi, come un cavallo inglese di razza»; al contrario di Il’ja Il’ič, sepolto nel suo appartamento sotto uno spesso strato di polvere, Štol’c si muove in continuazione, faustianamente teso verso qualcosa di indefinito e indefinibile. Oblomov, l’anti-Faust, la sua persona morbida, grassa, flaccida, e la sua vita, tanto monotona e vuota da rasentare la morte, sono una «protesta inaudita contro la vita di Štol’c», che però non si arrende e ogni volta che ne ha l’occasione tenta di rivitalizzare l’amico, di svegliarlo dal sonno morale nel quale è sprofondato. Un’impresa impossibile: «In tua presenza è pronto a tutto, appena volti gli occhi: addio. Si è addormentato ancora. Come occuparsi di un ubriaco» [8].

NOTE

[1] Ivan Gončarov, Oblomov, a cura di Paolo Nori, Feltrinelli, Milano 2015, p. 90.

[2] Ivi, p. 125.

[3] Ivi, p. 152.

[4] Ivi, p. 154.

[5] Per un approfondimento sul personaggio di Dostoevskij e il romanzo di cui è protagonista rimando ai contributi Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo. Prima parte, Seconda parte; Fëdor Dostoevskij, «Memorie dal sottosuolo»: la malattia della consapevolezza. Prima parte, Seconda parte, Terza parte.

[6] Ivan Gončarov, Oblomov, cit., p. 221.

[7] Ivi, pp. 224-225.

[8] Ivi, p. 544.