Ambroise-Louis Garneray, La caccia al capodoglio

Herman Melville, «Moby Dick»: il folle furore di Achab

I. Da quando Moby Dick gli ha strappato via la gamba, con una malvagità inaudita, cosciente, il vecchio capitano Achab (nome di un biblico sovrano empio, punito da Dio, e come tale «infausto», sinistramente profetico), quarant’anni di caccia alla balena alle spalle, una giovane moglie e un bambino sulla terraferma, non ha che un unico, ossessivo, martellante pensiero: vendicarsi della Balena Bianca, il più celebre e temuto dei leviatani. Un’assurdità, alla quale si oppone uno solo dei trenta e più componenti dell’equipaggio del Pequod, il primo ufficiale Starbuck: «Vendetta contro una bestia bruta […] che vi ha attaccato seguendo soltanto l’istinto più cieco! È una follia! Infuriarsi contro una cosa ottusa, capitano Achab, sembra blasfemo» [1]. Ma nel terribile corpo a corpo con Moby Dick, oltre alla gamba il vecchio Achab ha perduto anche, e soprattutto, la sanità mentale, sprofondando in una lucida follia che non intacca il suo acuto, brillante intelletto, ma lo assorbe, servendosene: «la sua peculiare follia aveva dato l’assalto alla sua sanità mentale complessiva, l’aveva espugnata, e aveva concentrato il tiro di tutta la sua artiglieria nel suo unico folle bersaglio; e così, lungi dall’aver perso la sua forza, Achab disponeva ora di una potenzialità mille volte maggiore per questo unico fine di quanto ma ne avesse usata, quando era sano di mente, per un qualsiasi altro scopo ragionevole» (176). La follia, frutto avvelenato del dolore infertogli dal leviatano, impedisce ad Achab di vedere in Moby Dick semplicemente una «bestia bruta», una «cosa ottusa»; del resto, la Balena Bianca lo ha offeso ed egli dunque può colpirla, perché ciò che offende si può colpire, si deve colpire, nella concezione orgogliosa, bellica e vendicativa della vita propria del vecchio capitano:

«Non parlatemi di atteggiamento blasfemo, caro mio; colpirei il sole, se mi insultasse. Perché se il sole potesse farlo, io potrei ben colpirlo; giacché c’è sempre un principio di lealtà nel gioco, e la rivalità presiede su tutta la vita del creato» (160).

II. Cosa rappresenti esattamente Moby Dick è impossibile dirlo. Di certo, però, dopo la mutilazione, Achab finisce «con l’identificare con quell’animale non solo tutti i suoi dolori fisici, ma anche tutte le sue esasperazioni intellettuali e spirituali» (175). Per il vecchio, storpio eppure indomabile Achab, Moby Dick diviene la rappresentazione, l’incarnazione del male, di quel male che egli sente dentro di sé, ma al quale non si arrende, non si prostra, che anzi vuole distruggere:

«La Balena Bianca nuotava davanti a lui come l’ossessiva incarnazione di tutte quelle forze maligne da cui alcuni uomini profondi si sentono divorati, finché quel che loro rimane per continuare a vivere non è che mezzo cuore e mezzo polmone. Di fronte a quella malvagità inafferrabile che è esistita fin dal principio, al cui regno anche i cristiani di oggigiorno attribuiscono metà dei mondi, e che gli antichi Ofiti d’Oriente veneravano sotto le forme di un demone di pietra, Achab non era caduto in ginocchio per adorarla, come facevano loro, bensì, trasferendo in modo delirante quell’idea sull’odiata Balena Bianca, si ergeva, mutilato com’era, contro di lei. Tutto ciò che sconvolge e fa impazzire di più, tutto ciò che fa rimescolare il sedimento sul fondo della bottiglia, ogni verità che contenga una parte maligna, tutto ciò che schianta i nervi e fa indurire il cervello, tutti gli elementi sottilmente diabolici della vita e del pensiero, tutto il male, per l’invasato Achab, erano personificati in modo visibile, e tale da rendere praticamente possibile attaccarli, in Moby Dick. Sulla bianca gobba della balena aveva accumulato la somma di tutta la rabbia, di tutto l’odio sentiti dalla sua stirpe da Adamo in poi; e quindi, neanche avesse un mortaio al posto del petto, le sparava contro, come un proiettile, il suo cuore rovente» (ibidem).

Per Achab distruggere Moby Dick significa distruggere il male, estirparlo una volta per sempre da se stesso e dal mondo intero. Solamente la morte della Balena Bianca può ridargli la pace perduta e liberarlo da quella prigione d’odio in cui è intrappolato (nel vecchio capitano si concentra tutto l’odio accumulato dal genere umano nel corso dei secoli, da Adamo in poi). Achab dichiara guerra al lato oscuro dell’uomo e dell’esistenza, incarnato da Moby Dick, ma è forse possibile distruggere l’oceano, il lato oscuro di questa terra? È una follia, ma una follia assecondata dall’intero equipaggio del Pequod, cui Achab trasmette quasi magicamente tutto il suo odio per la Balena Bianca e giura solennemente al suo vecchio capitano di darle la caccia fin quando non sarà morta:

«Ecco dunque questo empio vecchio dai capelli grigi cacciare intorno al mondo, bestemmiando, una balena di Giobbe, per di più alla testa di un equipaggio prevalentemente costituito da bastardi rinnegati, da reietti e da cannibali, e infiacchito, anche moralmente, dal fatto che l’onestà o la virtù di Starbuck, priva di altri sostegni, era insufficiente; e poi dall’impassibilità allegra e noncurante di Stubb, e dalla totale mediocrità di Flask. Un tale equipaggio, comandato da ufficiali del genere, sembrava scelto e messo insieme apposta da qualche infernale fatalità per aiutarlo nella sua ossessiva vendetta. Come mai rispondevano così tanto alla furia del vecchio? Da quale perversa magia erano possedute le loro anime, se a momenti il suo odio sembrava quasi il loro e la Balena Bianca pareva un nemico che anche loro detestavano? Come divenne possibile tutto questo – cosa divenne per loro la Balena Bianca, e perché anche nei loro cuori inconsapevoli, in qualche oscuro, inspiegabile modo, essa finì per trasformarsi nel grande demonio che scivola sui mari della vita? – Per spiegare tutto questo bisognerebbe tuffarsi più a fondo di quanto possa fare Ismaele. Come si può dedurre dove conduce il pozzo scavato da quel minatore sotterraneo che lavora in tutti noi in base al solo rumore sempre differente e soffocato che produce il suo piccone? Chi non si sente trascinare da quel braccio irresistibile? Quale scialuppa può rimanere immobile, quando è rimorchiata da una corazzata da settantaquattro bocche da fuoco? Quanto a me, cedetti completamente all’invito del tempo e del luogo ad abbandonarmi; ma sebbene anch’io fossi trascinato dall’ansia di affrontare la balena, in quella bestia ottusa non riuscivo a vedere nient’altro che la più micidiale sventura» (178).

III. Il viaggio del Pequod è segnato, dall’inizio alla fine, da funesti presagi che si moltiplicano con l’avvicinarsi a Moby Dick: venti impetuosi e distruttivi che soffiano dalla parte della Balena Bianca e che se la nave invertisse la rotta si trasformerebbero in una poderosa spinta verso casa; fulmini che invertono gli aghi delle bussole e accendono fuochi sulle cime degli alberi e sulla punta del rampone di Achab; la caduta in mare del primo marinaio salito sull’albero di vedetta per avvistare Moby Dick nella sua area specifica. Barricato nel suo folle e inespugnabile furore, Achab ignora tutti questi segnali e persevera imperterrito nella sua caccia, con un’ostinazione autodistruttiva, blasfema e diabolica. Questo vecchio capitano storpio eppure imponente, la cui figura, «alta e grande, pareva fatta di bronzo massiccio e plasmata in uno stampo inalterabile, come il Perseo fuso da Cellini [2]» (128), marchiato come Caino, da una cicatrice dall’origine misteriosa che lo attraversa dalla testa al collo, svanendo sotto gli abiti, ha «una forza d’animo immensa, una risolutezza e una caparbietà infinita» (129), non conosce autorità e limiti all’infuori di se stesso, è «un grand’uomo senza alcuna religione, è lui stesso un padreterno» (96). Nel suo straordinario, prometeico, faustiano individualismo, Achab fa tabula rasa attorno a sé: restano lui e Moby Dick, l’ossessione che lo conduce lontano dalla via della saggezza e lo relega già in vita, come è scritto nei Proverbi, nell’assemblea dei morti [3].

Il furore di Achab non è solo folle, ma anche diabolico e nel romanzo l’elemento infernale è introdotto da un personaggio in particolare, l’inquietante ed enigmatico Fedallah, la guida dell’equipaggio personale di Achab, imbarcato clandestinamente sul Pequod, «una di quelle creature che la brava gente civilizzata delle zone temperate vede solo in sogno, e per di più solo vagamente» (213). Il misterioso Parsi è l’unico componente dell’equipaggio del Pequod a esercitare una certa influenza su Achab, e questo perché, secondo alcuni marinai, egli sarebbe il diavolo in persona, con il quale il vecchio capitano avrebbe stretto un patto: l’anima in cambio di Moby Dick. Del resto, le ombre di Achab e Fedallah si fondono in una sola: «Fedallah osservava tranquillamente la testa della balena, e di quando in quando spostava lo sguardo da quelle profonde rughe alle linee della propria mano. Era successo che Achab s’era messo in modo tale che il Parsi rimaneva nella sua ombra; mentre l’ombra del Parsi, se poi davvero esisteva, sembrava fondersi con quella di Achab e allungarla» (287-288). Nel suo ultimo, blasfemo viaggio verso la perfezione morale e la conoscenza l’Ulisse dantesco ha accanto a sé Diomede [4]; nella sua inesausta ricerca d’infinito e di pienezza vitale Faust ha accanto a sé Mefistofele [5]; nella sua folle e diabolica caccia a Moby Dick Achab ha accanto a sé Fedallah, che pone le condizioni della sua morte: la vista di due carri funebri, la dipartita del Parsi prima di quella del capitano, che solamente la corda di canapa potrà uccidere. Carri funebri e forche sull’oceano?

«Sono immortale, allora, tanto sulla terra che sul mare», gridò Achab, con una risata di derisione, «tanto sulla terra che sul mare!» (416)

IV. Sul volto segnato di Achab è espressa «un’intensa sofferenza, con tutta l’imperiosa dignità, ineffabile e altera, di un dolore enorme» (129). La follia di Achab scaturisce dal dolore, perché come esiste «una saggezza che è dolore» (la saggezza di Salomone autore dell’Ecclesiaste), esiste «un dolore che è follia», ed è a quest’ultimo che si abbandona il vecchio capitano, trovandovi un «significato mistico» e una «grandiosità degna di un arcangelo» che lusingano il suo smisurato orgoglio. Questa convinzione alimenta la forza d’animo di Achab, rafforza il suo furore, e nella sua mente alterata, esasperata dalla follia e dall’odio, liberarsi di Moby Dick significa liberarsi non solo del male, ma anche di quel dolore rappresentato dalla barbara gamba d’avorio che lo sostiene e gli procura continue e lancinanti sofferenze.

Il dolore allontana Achab per sempre dalla saggezza e da quella «gioviale filosofia da disperati» che si sviluppa nel cacciatore di balene, esposto a una lunga serie di pericoli mortali. L’uomo della baleniera «ingolla ogni cosa, ogni fede e credenza e convinzione, ogni crudo fatto, visibile o invisibile, per quanto sia difficile da mandar giù, come uno struzzo dallo stomaco di ferro inghiotte pallottole e pietre focaie», e ogni evento più o meno tragico, morte compresa, lo sfiorano appena, come «colpetti un po’ più furbi ma allegri, bottarelle nel fianco inferte dall’invisibile e bizzarro vecchio burlone» (209-210), vale a dire Dio. Così reagisce il capitano del Samuel Enderby di Londra, che a causa di Moby Dick ha perduto un braccio. Ma questa «gioviale filosofia da disperati» forse non è mai appartenuta al vecchio Achab, che «è stato all’università e anche tra i cannibali, è abituato a cose più profonde e spettacolari delle onde, ha piantato la sua impetuosa fiocina dentro nemici più possenti e più strani delle balene» (96-97). Con la sua fiocina leggendaria, la più affilata e infallibile di Nantucket, Achab ha trafitto Dio e ne ha preso il posto, creando esseri e significati pericolosi: «Dio ti aiuti, vecchio. I tuoi pensieri hanno creato dentro di te una creatura; è a chi, a forza di pensare intensamente, si trasforma in un Prometeo, un avvoltoio divora il cuore per sempre; e quell’avvoltoio è la creatura stessa che lui crea» (190).

V. Durante il folle viaggio del Pequod l’imperturbabile Achab ha un solo momento di debolezza, alla vigilia dell’avvistamento di Moby Dick. Il vecchio capitano ripensa agli ultimi quarant’anni della sua vita, passati quasi tutti in mare, a caccia di balene, e si definisce un «idiota». Finalmente, per la prima e ultima volta nel romanzo, forse nella sua vita, Achab si mostra debole, incerto, umano e negli occhi di Starbuck, il timorato Starbuck, malferma coscienza del Pequod, che raccoglie la sua inattesa confessione, vede Nantucket, la sua casa e la sua famiglia, visioni di un’esistenza lieve e pacifica. Il primo ufficiale coglie l’attimo ed esorta Achab, per l’ennesima volta, a invertire la rotta e tornare a casa, ma il vecchio capitano distoglie lo sguardo e torna a barricarsi nella sua inespugnabile follia: «come un albero da frutto malato, si scosse e lasciò cadere al suolo la sua ultima mela incenerita» (449). La fessura di umanità, di lucidità apertasi all’improvviso, come l’ultimo, residuale sfogo della ragione di Achab, si cicatrizza presto ed egli sprofonda di nuovo nel suo folle furore, per non riemergere mai più.

Nel primo scontro con Moby Dick, la Balena Bianca spezza la lancia di Achab facendolo precipitare in mare. Nel secondo scontro, che è lo stesso leviatano a provocare, saltando fuori dall’acqua e lanciandosi contro i suoi assalitori, Moby Dick distrugge tutte le lance, spezza l’eburnea gamba di Achab e trascina via con sé Fedallah, intrappolato nella lenza del vecchio capitano. Per l’ennesima volta Starbuck prova a far desistere Achab dal suo folle proposito, destinato evidentemente al fallimento, ma il vecchio capitano non demorde e finalmente dichiara di essere vittima di un destino superiore, che va ben oltre la sua modesta natura umana troppo umana e deve compiersi necessariamente: «Achab è per sempre Achab, Starbuck. Tutto questo dramma è già scritto. Io e voi lo abbiamo recitato un miliardo d’anni prima che questo oceano cominciasse a fluttuare. Insensato! Io sono l’esecutore del Destino. Agisco per ordini altrui. E voi badate, subalterno, di obbedire ai miei…» (463). Starbuck ha il sospetto che obbedendo ad Achab disobbedisca al suo Dio, ma non riesce a opporsi con vigore e convinzione, è come paralizzato e costretto a eseguire gli ordini del capitano. Il destino di distruzione di Achab e dell’intero equipaggio del Pequod è ormai vicino, e deve compiersi.

Durante il terzo e ultimo scontro Moby Dick riporta alla luce Fedallah, il cui cadavere è intrappolato nel groviglio di lenze che avvolge la Balena Bianca: il primo carro funebre, «non fatto da mani mortali». Dopo aver fronteggiato Achab, la Balena Bianca si scaglia contro il Pequod, affondandolo: il secondo carro funebre, dal «legno visibile […] cresciuto in America». Achab infilza il suo rampone in Moby Dick, ma la lenza s’impiglia e lo stringe al collo come un cappio, trascinandolo negli abissi: «Allora ecco qui un altro pegno, vecchio […] Solo la corda di canapa potrà uccidervi» (416). Il Pequod affonda con l’intero equipaggio; Achab svanisce nelle immense profondità dell’oceano, trascinato giù dalla sua folle ossessione: tutto è compiuto.

VI. Come Ulisse e Faust, Achab è un uomo dell’oltre e della violazione. Come Ulisse e Faust è vittima dell’assurdo e autodistruttivo ardimento di varcare i limiti imposti dall’umana ragione. Mentre però Ulisse è animato dalla brama di perfezionamento morale e di conoscenza, e Faust dalla brama (Sehnsucht) d’infinito. Achab è animato da un’autentica, inguaribile follia. Ma forse un seme di follia si nasconde anche in Ulisse e in Faust, se, come scrive Ismaele, sopravvissuto al disastro per raccontarlo, «tutti gli uomini tragicamente grandi lo sono proprio a causa di qualche loro anomalia. Stanne pur certo, mio ambizioso giovane, stai pur certo di questo: ogni mortale grandezza non è che malattia» (92).

NOTE

[1] Herman Melville, Moby Dick, cura e traduzione di Pietro Meneghelli, Newton Compton editori, Roma 2014, p. 160. D’ora in poi il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[2] Per un approfondimento sulla celebre scultura e il mitico momento della sua fusione, raccontato dallo stesso Cellini nella Vita, rimando al contributo Benvenuto Cellini, la resurrezione del Perseo. Nell’auto-celebrazione dello scultore ritroviamo quel titanico, prometeico, faustiano individualismo caratteristico di Achab.

[3] «L’uomo che erra lungi dalle vie della saggezza, riposerà nell’assemblea dei trapassati», Proverbi, XXI, 16.

[4] Per un approfondimento sul canto XXVI dell’Inferno e la figura di Ulisse rimando ai contributi Divina domenica – Inferno – Canto XXVI, Sulle orme di Dante: in cammino per il «doloroso regno». Seconda parte.

[5] Per un approfondimento sul personaggio goethiano rimando al contributo Alcune superflue considerazioni sul monumentale Faust di Goethe.