La consapevolezza recide le palpebre, costringe colui che ne è affetto, in questo caso l’uomo del sottosuolo, a vedere le cose «con gli occhi selvaggiamente sgranati». Con il suo sguardo reciso, l’uomo consapevole vede la realtà per quella che effettivamente è, il conforto dell’illusione, della divagazione gli è precluso ed egli non può fare altro che dismorzarsi, fuggire, rintanarsi nel suo buco, nel suo sottosuolo, isolandosi da tutti, perché da tutti differente. Le palpebre recise, la solitudine, l’immobilismo sono alcuni degli effetti terribili della consapevolezza, cui si aggiunge il radicalismo ovvero la logica malsana e autodistruttiva del tutto o niente, del bianco o nero, che impedisce di accettare quelle porzioni e quelle sfumature caratteristiche della vita: «O eroe, o nel fango: non c’era via di mezzo» [1], scrive l’uomo del sottosuolo, spiegando poi, in conclusione delle Memorie, come egli non abbia fatto altro che portare «all’estremo quel che voi non avete osato portare nemmeno a mezza strada, considerando per di più la vostra vigliaccheria come una forma di buonsenso» (174). Voi ovvero gli altri, ovvero tutti: l’uomo del sottosuolo, e il consapevole in generale, fa umanità a sé, e in questo atteggiamento irriducibilmente oppositivo rispetto alla moltitudine, rispetto all’intero genere umano, trova la sua ragion d’essere: «Io sono solo, e loro invece sono tutti» (66). L’uomo del sottosuolo rifiuta di adattarsi, di cedere ai compromessi, di essere tiepido come tutti («Voi non avete voluto essere soltanto tiepido», dirà Tichon a Stavrogin [2]), e sin dall’infanzia, ficcato da lontani parenti in una scuola-prigione, odia i suoi simili e si rinchiude «in uno spaurito, mortificato e smisurato orgoglio» (inespugnabile, mi permetto di aggiungere). Sin dall’adolescenza, interessato alle cose davvero indispensabili, l’uomo del sottosuolo, fedele a se stesso, alla propria natura superflua rispetto alla società, rifiuta di adattarsi alla sistematica derisione di tutto ciò che, pur essendo giusto, sacrosanto, viene umiliato e sconfitto, unico tra i suoi compagni di scuola, i quali, già legati al rango sociale come se si trattasse di una garanzia d’intelligenza, non pensano che a «posticini al sole».

La soluzione, la cura alla malattia della consapevolezza e al sottosuolo è rappresentata da Lisa, prostituta ventenne incontrata dal protagonista al termine di una serata memorabile, in negativo naturalmente, tra le più umilianti nella vita dell’uomo-topo (i fatti risalgono agli anni Quaranta, vent’anni addietro). Esasperato dall’orgoglio ferito, che sanguina copiosamente (il pranzo all’Hôtel de Paris s’impone come uno dei vertici del talento tragicomico di Dostoevskij), e dalla «depravazione […] senza amore, brutale e impudica», appena consumata, il protagonista si avventa su Lisa, vittima sacrificale, torturandola, predicendole con gioia maligna il futuro di miseria, malattia e morte. Ma il gioco gratuito, fine a se stesso si trasforma presto in un tentativo di ricondurre la giovane sulla retta via, di convincerla a cambiare vita, e le parole dell’uomo del sottosuolo fanno breccia in Lisa (pura, nonostante la professione degradante, come la Sonja di Delitto e castigo [3], sua sorella carnale), che quattro giorni dopo si presenta a casa del protagonista. Quest’ultimo, al culmine di una crisi che lo conduce ben al di là della ridicolaggine e della stupidità, in uno stato patologico che rasenta la follia, scaraventa in faccia a Lisa tutta la propria sporcizia, tutto il fango contenuto nella sua anima, offendendola come se la giovane avesse commesso il peggiore dei peccati, quando invece non ha fatto altro che avere fiducia in lui, come nessun’altra creatura finora. Dopo la violenta, ingiustificata, assurda tirata del protagonista, ecco che accade l’impensabile – un vero e proprio miracolo -, ciò che l’uomo del sottosuolo, nelle sue esasperate e ridicole fantasie, non avrebbe mai potuto prevedere: «Lisa, per quanto offesa e schiacciata da me, capì molto di più di quanto io mi fossi immaginato. Capì, da tutto quel che le avevo detto, ciò che una donna capisce sempre prima d’ogni altra cosa, se ama sinceramente, e cioè: che io ero infelice» (166). Al termine dell’offensivo e delirante sproloquio dell’uomo del sottosuolo Lisa non se ne va, e neppure controbatte, ma abbraccia l’uomo, un gesto amorevole, pietoso, umano, per molti aspetti sconcertante, che ricorda davvero il bacio di Cristo al Grande Inquisitore, come evidenzia Sibaldi [4]. Con la sua straordinaria empatia, Lisa non si arresta alla superficie ovvero alle offese, ma percepisce nitidamente la sofferenza di chi le pronuncia, mette l’altro davanti a se stessa, cosa che l’uomo del sottosuolo è assolutamente incapace di fare:

«Tutto a un tratto balzò dalla sedia in un non so quale impeto incontenibile, e tendendosi con tutto il suo essere verso di me, ma ancora intimidita e non osando ancora muoversi da dov’era, protese le braccia verso di me… Al che anche il mio cuore ebbe un gran sussulto. Allora lei tutt’a un tratto si slanciò verso di me, mi strinse le braccia al collo e scoppiò in pianto. Io pure non riuscii a trattenermi e cominciai a singhiozzare come non mi era ancora mai accaduto, in vita mia…» (ibidem).

I ruoli si invertono di colpo: ora è Lisa l’eroina, mentre l’uomo del sottosuolo diviene la vittima, «una creatura non meno umiliata e schiacciata di quanto lo era stata lei quella notte, dinanzi a me, quattro giorni addietro…» (167). Un’inversione che il protagonista non può accettare, non può sopportare, il suo orgoglio smisurato gli impone di dominare, di tiranneggiare qualcuno per vivere, e non amore, non gratitudine o riconoscenza sgorgano nel suo animo dopo l’abbraccio pietoso di Lisa, ma un senso di supremazia e di possesso, unito all’odio e alla passione, passione vendicativa, non amorosa. Solo dopo essersi concessa a lui, dopo aver assecondato il suo rabbioso impeto passionale, Lisa comprende che l’uomo del sottosuolo non è capace di amarla. Perché amare per il protagonista significa «tiranneggiare e godere di una mia supremazia morale» (raggiungerà questo malsano obiettivo un altro uomo del sottosuolo, il marito della mite nell’omonimo racconto [5]), mentre Lisa con quell’abbraccio si è dimostrata infinitamente superiore a lui moralmente. Lisa non è andata da lui per ricevere altre parole di pietà e autocommiserarsi, no, Lisa è andata da lui per amarlo, perché «per la donna è appunto nell’amore che consiste ogni resurrezione, ogni salvezza da qualsivoglia sventura e ogni rinascita, e non v’è per la donna altra forma in cui tutto ciò possa manifestarsi se non appunto questa» (169). Lisa è la «vita viva», ma l’uomo del sottosuolo, irreversibilmente disabituato ad essa nella sua condizione di astrattezza, di assolutezza, finisce per esserne schiacciato. Egli non riesce a passare dalla dialettica alla vita, come invece riuscirà a Raskol’nikov, ma solo grazie alla guida di Sonja, perché nessuno si salva da solo, mai.

Prima di dire addio a Lisa, ormai perduta per sempre, la «testa malsana» del protagonista concepisce un’ultima, sopraffina e feroce crudeltà: egli si avvicina alla giovane, le afferra la mano, la apre e vi pone del denaro. Una crudeltà tale da risultare insostenibile persino per lo stesso uomo del sottosuolo, che invoca la sua vittima, chiamandola sulla scala, ma senza ricevere risposta: Lisa non torna indietro, apre pesantemente il portone e si perde nelle vie di Pietroburgo sferzate dalla neve bagnata. Il protagonista nota sul tavolo la banconota da cinque rubli, spiegazzata, che poco prima ha deposto nella mano della donna e si getta al suo inseguimento, in strada. Vorrebbe raggiungerla e prostrarsi ai suoi piedi, implorare il perdono, ma a cosa servirebbe? «Forse che non ricomincerò a odiarla, domani stesso magari, e appunto perché oggi le avrò baciato i piedi? Forse che le darò la felicità, io? Forse che non l’ho scoperto oggi, per la centesima volta, quel che valgo io? Forse che non la torturerò a morte!» (171-172). Immobile nella torbida caligine, l’uomo del sottosuolo scivola ben presto nelle sue assurde e malate fantasie, immaginando una purificazione di Lisa attraverso l’offesa, perché nella sua «testa malsana» una «eletta sofferenza» è migliore di una «felicità a buon mercato». Letteraturismi, nient’altro che letteraturismi da quattro soldi, funamboliche e ridicole astrazioni che rappresentano quanto di più lontano esista dalla «vita viva» incarnata da Lisa. Per l’uomo-topo non c’è salvezza, non c’è cura alla malattia della consapevolezza, al sottosuolo – perché non vuole che ci sia. Schiavo di un amor proprio smisurato, di un individualismo radicale, di una coerenza feroce (tra la stupidità e il suicidio) che gli impediscono di aprirsi all’altro, di disperdersi nell’altro e attraverso l’altro, egli allontana da sé, peraltro con sopraffina crudeltà, l’unica persona disposta ad amarlo, a sacrificarsi per lui, a farsi carico del suo dolore, e si rifiuta di risorgere, di vivere – la sua colpa più grande.

NOTE

[1] Fëdor Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo, a cura di Igor Sibaldi, Mondadori, Milano 2014, p. 82. D’ora in poi il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[2] Fëdor Dostoevskij, I demoni, traduzione di Giovanni Buttafava, BUR, Milano 2006, p. 748. Per un approfondimento sul protagonista del romanzo rimando al contributo Nikolàj Vsèvolodovič Stavrògin, il funesto demiurgo. Prima parte, Seconda parte.

[3] Per un approfondimento sul romanzo rimando al contributo Delitto e castigo, dalla dialettica alla vita.

[4] Igor Sibaldi, Introduzione a Fëdor Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo, cit., pp. XIII-XVI. Per un approfondimento sul poema di Ivan Karamazov Il Grande Inquisitore rimando al contributo Fëdor Dostoevskij, «I fratelli Karamazov»: l’uomo diviso. Capitolo quinto – Ivàn, il nichilista estremo – V-VI.

[5] Per un approfondimento sul racconto rimando al contributo Fëdor Dostoevskij, «La mite»: un uomo del sottosuolo e sua moglie.

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