La consapevolezza sviluppa nell’individuo che ne è affetto una coscienza critica distruttiva, feroce, implacabile, che non risparmia niente e nessuno, in primis se stesso. L’uomo consapevole – le palpebre recise – vede le illusioni, le menzogne, le ipocrisie sulle quali si fonda la società, persino l’intera civiltà umana, e le sgretola senza pietà. In particolar modo, tra i principali bersagli dell’uomo del sottosuolo vi sono i cosiddetti «amici del genere umano», che in base a medie desunte da valori statistici e da formule scientifico-economiche ricavano i presunti vantaggi degli individui: «sostenere una teoria secondo cui il genere umano potrà rinnovarsi in virtù di una sistematizzazione dei suoi personali vantaggi, secondo me è quasi come… ma sì, è, per esempio, come sostenere sulla falsariga di Buckle che la civilizzazione renda più mite l’uomo, e che di conseguenza l’uomo civilizzato sia meno assetato di sangue e meno proclive alla guerra» [1]. Una balla colossale, e basta guardarsi intorno per accorgersene:

«il sangue scorre a fiumi, e in modo tanto giocondo, per di più, che si direbbe champagne. Eccovi qua tutto questo nostro secolo decimonono, in cui anche Buckle è vissuto. Eccovi Napoleone – sia il grande, sia quello che c’è adesso. Eccovi l’America del Nord: l’eterna unione! Eccovi infine quello Schleswig-Holstein che pare una caricatura… In cosa mai ci ha reso più miti la civilizzazione? La civilizzazione elabora nell’uomo solamente una molteplicità di sensazioni e… assolutamente nient’altro. E attraverso lo svilupparsi in lui di questa molteplicità, potrebbe anche darsi che l’uomo giunga a cercare godimento nel sangue» (35).

Dispensando a buon mercato fantomatici benefici, la civilizzazione non migliora l’uomo, che in ogni caso resta una creatura crudele, feroce, assetata di sangue. Pensare di rieducare il genere umano attraverso la scienza e il cosiddetto buonsenso è folle e stupido, come pensare di computare matematicamente tutte le azioni umane in base alle leggi di natura e, da ciò, creare nuovi rapporti economici calcolati, anche questi, con precisione matematica, fino ad arrivare alla costruzione del famigerato «palazzo di cristallo», immagine che racchiude l’idea di benessere veicolata dall’industrialismo europeo (il Crystal Palace aveva ospitato l’Esposizione Universale londinese del 1862, visitata da Dostoevskij) e dall’ideologia socialista (in Che fare? di Černyševskij il protagonista sogna appunto un edificio di «ghisa e cristallo»). I mirabolanti, utopici disegni futuri di questi razionalisti progressisti, civilizzatori, «amici del genere umano», si schiantano contro il volere dell’uomo, libero, personale, autonomo, contro il capriccio e la fantasia, strambi ed eccitati fino alla follia: eccola «quella cosetta sempre tralasciata, e più vantaggiosa di qualsiasi altro vantaggio, che non si confà ad alcuna classificazione e a causa della quale tutti i sistemi e le teorie se ne vanno perennemente al diavolo» (39). L’uomo è un essere irrazionale, che sfugge alla classificazione e agisce come vuole, ignorando la ragione e il vantaggio: «Quello che occorre all’uomo è solamente un suo volere indipendente, qualunque cosa gli dovesse poi costare tale sua indipendenza e a qualunque esito dovesse portarlo» (ibidem). Il raziocinio è soltanto raziocinio, non soddisfa che la parte razionale dell’uomo, «mentre un atto di volontà è il manifestarsi della vita intera, cioè di un’intera vita umana, ivi compreso il raziocinio stesso e tutti gli svariati pruriti» (42). Il raziocinio sa solamente ciò che ha avuto il tempo di imparare e certe cose non le saprà mai, mentre la natura umana agisce «tutta intera», con la sua parte cosciente e con quella incosciente, vive in una sola parola, conservando la sua personalità e la sua individualità, anche a costo di desiderare qualcosa di stupido e dannoso. Il capriccio dell’uomo può rivelarsi più vantaggioso di qualunque vantaggio, persino nel caso in cui provochi un danno e contraddica il raziocinio. Niente di più naturale in fondo, perché il più delle volte il volere umano «si trova assolutamente e cocciutamente in contrasto con il raziocinio», come dimostra la storia: «tutto si può dire alla storia universale, tutto di tutto, qualsiasi cosa possa venire in mente alla più sconvolta delle immaginazioni. Una sola cosa non si può dire: che sia ragionevole» (45). Dall’uomo non ci si può aspettare niente di diverso, di razionale, di logico, prima o poi quegli stessi razionalisti sapienti e «amici del genere umano» finiranno per tradire se stessi, dando origine ad aneddoti dei più sconvenienti:

«Cospargetelo di tutti i beni del mondo, sprofondatelo nella felicità finché non gli arrivi fin sopra la testa, così che non se ne veda più se non qualche bollicina sulla superficie dell’acqua; dategli una tale tranquillità economica che non gli rimanga proprio nient’altro da fare se non dormire, mangiare pasticcini e adoperarsi perché la storia universale non finisca: bene, anche così l’uomo, da quel bel tipo che è, e unicamente per ingratitudine, unicamente per farvi una pasquinata vi combinerà qualche porcheria. Metterà a repentaglio persino i suoi pasticcini, e a bella posta desidererà le più rovinose sciocchezze, la più antieconomica delle assurdità, all’unico scopo di poter mescolare a tutta questa positiva ragionevolezza il proprio rovinoso elemento fantastico» (45-46).

I suoi sogni fantastici e la sua volgarissima stupidità sono quanto di più prezioso per l’uomo, e anche se gli venisse dimostrato con riferimenti scientifici, matematici che egli effettivamente non è che un tasto, nemmeno allora rinsavirebbe, «ma ne combinerebbe apposta una delle sue, ed esclusivamente per ingratitudine; soltanto per far valere le proprie ragioni» (ibidem). E anche se non avesse i mezzi per farlo escogiterebbe la distruzione e il caos per far valere le proprie ragioni. L’uomo del sottosuolo insiste tanto su questo punto, dando libero sfogo ai suoi funambolici paradossi, perché è proprio «nell’esigenza dell’uomo di dimostrare a se stesso a ogni istante di essere appunto un uomo, e non uno spinotto», che consiste unicamente la grande questione umana. L’uomo del sottosuolo rivendica e difende strenuamente la propria individualità e la propria libertà, minacciata dalla gelida e uniformante logica del due per due quattro, che non è più vita, ma «il principio della morte». Il due per due quattro, «cosa insopportabilissima», «un’insolenza», è il risultato di ogni impresa, per questo motivo l’uomo ama il raggiungere, ama creare e aprirsi nuove strade, ma non il raggiungimento, «cosa tremendamente buffa», certo, che però spiega come sia possibile che nell’essere umano all’amore per la creazione si affianchi l’amore per la distruzione e il caos. Allo stesso modo, l’uomo spesso preferisce la sofferenza, la sofferenza spinta fino alla passione, fino al martirio, al benessere: «Bene o male che sia, ogni tanto anche fare a pezzi qualcosa è davvero molto piacevole» (51). L’uomo del sottosuolo non sta dalla parte della sofferenza, né dalla parte del benessere, ma dalla parte del suo capriccio, perché il suo capriccio gli sia garantito, eppure della sofferenza conosce il valore: la sofferenza è il dubbio e la negazione, ovvero l’antidoto al palazzo di cristallo, che ha bisogno di certezze assolute, matematiche; inoltre è l’unica causa della consapevolezza. Ora, il due per due quattro e la consapevolezza conducono al medesimo risultato, l’immobilismo e il nulla, «ma con la consapevolezza perlomeno si potrà frustrare un po’ se stessi di quando in quando, il che, bene o male, rianima», e sarà pure «una cosa retrograda, ma è comunque meglio di niente» (52).

L’uomo del sottosuolo rivendica se stesso, la propria esistenza, la propria libertà, la propria autonomia e lo fa opponendosi alla logica arida e materialista del due per due quattro e al palazzo di cristallo, «indistruttibile nei secoli dei secoli, ovvero tale che non si potrà né mostrargli la lingua di soppiatto, né fargli un gestaccio tenendo la mano in tasca» (53). L’uomo del sottosuolo dichiara di essere disposto a farsi tagliare la lingua, «e per pura gratitudine, se le cose dovessero mettersi in modo che io non debba provare mai più la voglia di mostrarla» (54-55), ma questo è impossibile, perché l’uomo non è riducibile a formule matematiche, e allora solamente uno sforzo autoritario, totalitario, oppressivo potrebbe portare alla costruzione di un simile edificio (il palazzo di cristallo, la sua edificazione, è l’essenza di ogni regime). La pars destruens delle Memorie dal sottosuolo ha aspetti positivi; la critica dell’uomo-topo è fondata su principi intimamente dostoevskiani, come l’anti-occidentalismo e l’anti-socialismo, ma non è seguita da una pars costruens, o meglio, dall’unica, vera, autentica, possibile risposta al due per due quattro e al palazzo di cristallo: Cristo. Senza Cristo l’opposizione dell’uomo del sottosuolo si riduce a una mera esaltazione dell’individuo, dell’unico di stirneriana memoria [2], dominata da una concentrazione dell’io che di fatto rappresenta il principale ostacolo all’evoluzione umana in senso cristiano, come scrive Dostoevskij nei Pensieri sulla morte e sull’immortalità:

«Amare l’uomo come se stessi, secondo il comandamento di Cristo, non è possibile. Sulla terra la legge della personalità è d’impaccio. L’io è di ostacolo. Cristo soltanto poteva farlo, ma Cristo era l’ideale eterno sin dall’inizio dei tempi, quell’ideale a cui l’uomo tende, e deve tendere, per legge di natura. Tuttavia, dopo la comparsa di Cristo come ideale dell’uomo incarnato, è diventato chiaro come il giorno che l’evoluzione ultima e suprema della personalità individuale (e questo proprio al culmine dell’evoluzione, anzi nel momento stesso in cui il fine dell’evoluzione sarà raggiunto) in cui l’uomo riconosca, si renda conto e si convinca con tutta la forza della sua natura che l’impiego più alto che egli possa fare della sua individualità, nel momento in cui il suo io abbia raggiunto la pienezza dello sviluppo, consiste nel distruggere questo stesso io, nel donarlo interamente a tutti e a ciascuno indivisibilmente e senza riserve. E in ciò consiste la felicità più sublime… E appunto questo è il paradiso di Cristo» [3].

Ma di Cristo, eccetto una fugace auto-identificazione del protagonista, nelle Memorie dal sottosuolo non c’è traccia, ed è per questo che il sottosuolo si impone, complessivamente, come il polo negativo del pensiero, ovvero della visione del mondo e della vita, di Dostoevskij, opposto all’«ideale dell’uomo incarnato», polo positivo e luminosissimo [4]. Malato di consapevolezza, vera e propria malattia mortale, l’uomo del sottosuolo non riesce a superare il trauma della nascita (l’unica tragedia, leopardianamente, comune a tutti gli uomini). Consapevole dell’insensatezza e dell’assurdità della vita, della propria insignificanza e miseria, egli si rifiuta di aprirsi all’altro, di disperdersi nell’altro, rinserrandosi in se stesso, rintanandosi nel suo buco e dichiarando guerra all’intero genere umano. Anche quando ha l’opportunità – rara, miracolosa – di imprimere una svolta decisiva alla propria vita e alla propria persona, la rifiuta, perché in fondo il sottosuolo è l’unico posto in cui l’uomo-topo si senta a proprio agio, carnefice degli altri e di se stesso. Di uscirne e di disperdersi non alcuna intenzione, ed è questa la sua colpa più grande:

«Alla fin fine, signori miei: è meglio non far niente! È meglio la consapevole inerzia! E dunque evviva il sottosuolo!» (56).

NOTE

[1] Fëdor Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo, a cura di Igor Sibaldi, Mondadori, Milano 2014, p. 34. D’ora in poi il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[2] Per un approfondimento sul filosofo tedesco e la sua opera rimando al contributo Max Stirner – L’unico e la sua proprietà.

[3] Fëdor Dostoevskij, Pensieri sulla morte e sull’immortalità, citato in Gianlorenzo Pacini, Fëdor M. Dostoevskij, Mondadori, Milano 2002, pp. 153-154.

[4] Per un approfondimento sul pensiero dello scrittore russo rimando al contributo Fëdor Dostoevskij, il pensiero: l’uomo tra Cristo e il sottosuolo.

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