3. Spleen

Lo spleen è il malessere che segna l’intera esperienza esistenziale, artistica e l’intera opera di Baudelaire, un malessere difficilmente definibile, tanto da costringere l’autore a scovare un intraducibile termine inglese per cristallizzarlo linguisticamente. Baudelaire tenta di spiegare la natura dello spleen in una lettera alla madre del 30 dicembre 1857:

«Quello che provo […] è un immenso scoraggiamento, una sensazione d’isolamento insopportabile, una costante paura di vaghe sciagure, una sfiducia completa nelle mie forze, un’assenza totale di desideri, una impossibilità di trovare uno svago qualsiasi. Il successo strano del mio libro e gli odi che ha suscitato mi hanno interessato per un po’ di tempo, dopo di che mi son lasciato andare. Vedete dunque, mia cara madre, quale possa essere uno stato d’animo abbastanza grave per un uomo la cui professione è quella di produrre finzioni e adornarle. Continuamente mi domando: a che scopo questo? A che scopo quest’altro? La natura profonda dello spleen consiste appunto in questo» [1].

Lo spleen si configura dunque come consapevolezza e percezione vivida, bruciante della vanità, della caducità, della fondamentale inutilità di ogni singola impresa umana e della vita in generale, il cui principale e più grave effetto è l’immobilismo, la paralisi, coniugata a un sentimento di insoddisfazione profondissimo, abissale. Tutto questo alimenta e aggrava la Noia, la terribile nemica degli uomini. Questa natura del malessere di Baudelaire legata alla vanitas emerge con chiarezza dal terzo dei quattro Spleen raccolti nei Fiori del Male:

«Sono come il re d’un paese piovoso
ricco, ma impotente, giovane e insieme vecchissimo,
che disprezzando gli inchini dei suoi precettori
si annoia con i cani e le altre bestie.
Nulla può rallegrarlo, né la caccia, né il falcone,
né il popolo morente di fronte al balcone.
La grottesca ballata del buffone favorito
non distrae più la mente di quel crudele malato;
il letto tutto fiordalisi si trasforma in tomba
e le dame di corte, per le quali ogni principe è bello,
non sanno più trovare impudichi abbigliamenti
che strappino un sorriso a quel giovane scheletro.
Il saggio che gli fabbrica l’oro non ha mai potuto
estirpare l’elemento corrotto dal suo essere,
e con quei bagni di sangue tramandati dai Romani,
di cui in vecchiaia i potenti si ricordano,
non ha saputo scaldare quell’ebete cadavere
in cui verde acqua del Lete circola, e non sangue» [2].

Ma lo spleen causa momenti ancora più neri, angoscianti, dominati da una disperazione cupa, grave, assordante, schiacciante, annichilente. In questi casi-limite il cielo si trasforma in un immenso e pesantissimo coperchio che sbarra l’orizzonte e sprofonda l’individuo in una oscurità totale, assoluta; la terra diviene uno sterminato carcere umido, insalubre; la Speranza un pipistrello stretto tra mura fradice, putrescenti; la pioggia assume l’aspetto e il significato delle sbarre di una cella; dentro di noi sordidi ragni tessono tele; le campane gridano a squarciagola, come ossesse e infine l’Angoscia pianta la sua bandiera sul capo chino del poeta. È questo il terribile quarto Spleen:

«Quando il cielo basso e cupo pesa come un coperchio
sullo spirito che geme in preda a lunga noia
e abbracciando il cerchio di tutto l’orizzonte
ci versa una luce nera più triste delle notti;

quando la terra si muta in umida spelonca
dove la Speranza, come un pipistrello
va battendo i muri con la sua timida ala
e picchia la testa su fradici soffitti;

quando la pioggia distendendo immense strisce
imita le sbarre d’una vasta prigione
e un muto popolo di ragni infami
in fondo ai nostri cervelli tende le sue reti,

campane a un tratto scattano con furia
e lanciano verso il cielo un urlo orrendo
come spiriti erranti e senza patria
che si mettano a gemere ostinati.

E lunghi carri funebri, senza tamburi né musica,
sfilano lenti dentro la mia anima; la Speranza,
vinta, piange, e l’Angoscia atroce, dispotica,
pianta sul mio cranio chino il suo nero vessillo».

Come scrive Auerbach nella sua magistrale analisi, «L’intera poesia è una visione di disperazione» [3]. In questi versi impressionanti, che rappresentano il momento più cupo e disperante dei Fiori del Male, lo spleen rivela il suo volto più terribile: «Lo spleen della nostra lirica», scrive ancora Auerbach, «è disperazione senza alcuna via d’uscita: non è riconducibile a cause concrete, e non c’è modo di porvi rimedio. […] Baudelaire ha dato un’alta espressione stilistica all’angoscia paralizzante, al panico per l’inevitabile tragicità della nostra esistenza, al totale annichilimento cui questa terribile situazione conduce: impresa di una sincerità estrema, ma anche ostile alla vita». Baudelaire ha una consapevolezza spietata dell’insignificanza e dell’insensatezza della vita, dunque dell’inutilità, della vanità di ogni impresa umana, e da questa maledetta consapevolezza nasce lo spleen, malessere universale e senza tempo. Vanitas vanitatum et omnia vanitas: «Oggi, come ieri e domani, come sempre, il mondo, / piccolo e monotono, riflette la nostra immagine: / un’oasi d’orrore in un deserto di noia!» (Il viaggio, VII, vv. 110-112). La tensione spleeniana, amaro frutto della consapevolezza e oscillante tra vanità e disperazione cupa, che attraversa tutti I Fiori del Male, si scioglie infine in una invocazione alla morte esaltata come libertà ed evasione dalla miserevole e opprimente condizione umana:

«Morte, vecchio capitano, è l’ora! Su l’ancora!
Morte, che noia questa terra! Salpiamo!
Se cielo e mare sono neri come inchiostro,
i nostri cuori sono colmi di raggi, e tu lo sai!

Su, versaci il veleno perché ci riconforti!
Quanto brucia questo fuoco nel cervello! Vogliamo
tuffarci in fondo all’abisso! Cielo o Inferno, cosa importa?
In fondo all’Ignoto per trovarvi il nuovo!»

4. Emarginato tra gli emarginati

Baudelaire dà cittadinanza poetica agli emarginati, ai reietti, ai diseredati, a quella vasta porzione d’umanità che sopravvive, esclusivamente per inerzia, ai margini della società borghese, meravigliosamente inutile: zingari, pazzi, prostitute, banditi, saltimbanchi, vedove, mendicanti, cenciaioli, maniaci, alcolizzati. Di questi miserabili relegati negli angoli più bui, sporchi e maleodoranti della caotica metropoli, il poeta ha pietà, ritrovando in essi, specchi deformanti, la sua stessa essenza. Senza aureola, il poeta non può certo riconoscersi in un borghese affaccendato, interessato esclusivamente al profitto, malato di denaro e di lavoro; è nel sottosuolo umido, fangoso, fetido della città immensa e labirintica che egli trova i suoi veri simili, con i quali condividere idealmente un’esperienza di emarginazione fino a questo momento sconosciuta ai letterati. Non si tratta di semplice, semplicistico e stucchevole umanitarismo (Baudelaire non crede nella funzione sociale dell’arte, nel progresso, nel filantropismo e rifiuta recisamente, con sdegno, ogni ideologia umanitaristica), ma di un profondo sentimento di empatia nei confronti di tutto ciò che è escluso, emarginato, abbandonato, scartato, condannato dal regime borghese. Zingari, pazzi, prostitute, banditi, saltimbanchi, vedove, mendicanti, cenciaioli, maniaci, alcolizzati sono condannati, come il poeta moderno, per la loro inutilità sociale, per la loro improduttività, formando un’intera umanità alternativa, in cui con spietatezza e crudeltà si rivela tutta la miseria della condizione umana. Agli emarginati non resta che il conforto momentaneo di piaceri violenti, stordenti, come il vino, e si legga l’emblematico componimento Il vino dei cenciaioli:

«Nel cuore d’un vecchio sobborgo, labirinto di fango
dove brulica l’umanità in fermenti di tempesta,
alla luce rossa d’un lampione, col vento
che agita la fiamma e batte sui vetri,

si vede spesso un cenciaiolo, con la testa ciondoloni,
incespicare, urtare come un poeta ai muri,
e senza cura per gli spioni, suoi sudditi,
effondere in progetti di gloria il proprio cuore.

Presta giuramenti, detta leggi sublimi,
atterra malvagi, solleva vittime,
s’inebria degli splendori della sua virtù
sotto il firmamento sospeso come un baldacchino.

Sì, questa gente oppressa da pene di famiglia,
consunta dal lavoro e tormentata dall’età,
sfiancata e curva sotto un cumulo di macerie,
confuso vomito dell’enorme Parigi,

se ne torna, improfumata d’odore di botte,
seguita da compari incanutiti da battaglie
e coi baffi pendenti come vecchie bandiere.
Come s’alzano davanti a loro gli stendardi,

i fiori e gli archi trionfali! Che magia solenne!
E come portano gloria al popolo ebbro d’amore
nell’orgia assordante e luminosa
di trombette, di sole, di grida e di tamburi!

Ma il vino è un Pattolo abbagliante che attraversa
la frivola Umanità e trasporta oro!
Per la gola dell’uomo canta le sue gesta
e regna coi suoi doni come i veri re!

Per annegare il rancore e cullare l’indolenza
di tutti i vecchi maledetti che muoiono in silenzio,
Dio, nel rimorso, aveva creato il sonno;
l’Uomo vi aggiunse il Vino, sacro figlio del Sole!»

Il cenciaiolo, paragonato significativamente al poeta, ha nel vino, grandiosa invenzione umana, l’unica possibilità di evasione dalla sua condizione miserevole ed egli, da umile lavoratore vecchio, malfermo, stanco, prostrato, si trasforma in comandante, sovrano, legislatore, giustiziere dispensatore di legalità e di sentimenti nobili. Fondamentale inoltre in questa poesia l’ambientazione cittadina, che costituisce il teatro ideale dell’emarginazione, con quella immagine straordinaria, efficacissima del «confuso vomito dell’enorme Parigi», che racchiude l’atmosfera di sventramenti, distruzioni e ricostruzioni che caratterizza la capitale francese nella seconda metà del XIX secolo. Ancor più del sonno, modesta creazione divina (nel rimorso Dio si limita al compitino), il vino è l’unica, vera consolazione a disposizione dell’uomo, e in particolar modo dell’uomo miserabile, ricoprendo tutto di un velo di splendore:

«Il vino, sì, sa rivestire la più sordida stamberga
di un lusso miracoloso,
fa sorgere più d’un favoloso portico
nell’oro del suo rosso vapore,
come un sole che tramonta in un cielo nuvoloso» (Il veleno, vv. 1-5).

Zingari, pazzi, prostitute, banditi, saltimbanchi, vedove, mendicanti, cenciaioli, maniaci, alcolizzati, poeti che decidono di restare orgogliosamente, auto-distruttivamente fedeli a se stessi e di non vendersi al «dio dell’Utile», costituiscono la «Razza di Caino», che striscia nel fango e muore miserabile, il cui supplizio non avrà mai fine, le cui viscere urlano di fame come un vecchio cane, che trema di freddo nel suo buco, nella sua tana, come uno sciacallo, che è costretto a guardarsi dalle grandi brame, cuore ardito, che trascina per le strade la sua famiglia disperata, ma il cui compito non è ancora terminato: «Razza di Caino, sali al cielo / e scaraventa sulla terra Dio!» (Abele e Caino, vv. 31-32).

5. Amore, orrore: fa rima

L’amore è una delle principali forze motrici dei Fiori del Male e dell’intera opera di Baudelaire, ma depurato di ogni illusione romantica e ridotto esclusivamente alla sua dimensione orrorifica e violenta. Emblematiche ed illuminanti, in tal senso, alcune note dei Razzi e del Mio cuore messo a nudo:

«L’amore è il gusto della prostituzione»; «L’amore può derivare da un sentimento generoso: il gusto della prostituzione; ma è corrotto ben presto dal gusto della proprietà»; «L’amore vuole uscire da se stesso, confondersi con la propria vittima, come il vincitore col vinto, e tuttavia serbare privilegi da conquistatore»; «C’è nell’atto d’amore una grande somiglianza con la tortura, o con un’operazione chirurgica» [4]; «Di fastidioso, nell’amore, c’è che è un delitto in cui non si può fare a meno di un complice»; «In amore, come in quasi tutte le faccende umane, l’intesa cordiale è il risultato di un malinteso. Questo malinteso è il piacere. L’uomo grida: “Oh!, angelo mio!”. La donna tuba: “Mamma! mamma!”. E i due imbecilli sono persuasi di pensare all’unisono. – L’abisso invalicabile, che fa l’incomunicabilità, resta invalicato»; «Chiavare, è aspirare a entrare in un altro, e l’artista non esce mai da se stesso» [5].

Nell’amore, soprattutto nell’amore, inteso sentimentalmente e carnalmente, si concentra l’aspirazione del poeta, e più in generale dell’uomo, a evadere dalla prigione del proprio io, naufragando e disperdendosi nell’altro, ma questa aspirazione si rivela una vera e propria utopia: l’artista resta prigioniero di se stesso e del proprio sogno (le radici della misoginia di Baudelaire affondano anche in questo aspetto, nell’impossibilità di conciliare ideale e realtà, con la seconda che non si dimostra mai all’altezza del primo). Tra l’uomo e la donna (polarità inconciliabile tanto quanto quella Dio-Satana) regna una incomunicabilità senza rimedio, disperata e disperante, e l’amore si configura così esclusivamente in modo negativo, come prostituzione, lotta, tortura, intervento chirurgico, delitto. «Amore, orrore: fa rima», come scrive Kleist nella sua sconvolgente Pentesilea [6]. In realtà, nella prospettiva di Baudelaire amore e orrore sono la stessa cosa, come emerge da tutte le poesie amorose dei Fiori del Male (salvo rare eccezioni, come La fiaccola vivente), e da una in particolare, Un viaggio a Citera, che «propone, in un quadro tradizionalmente erotico, immagini di morte, di decomposizione, di castrazione, il dissolvimento di ogni illusione d’amore: il famoso embarquement di Watteau trova qui – mediatore anche Nerval – il suo turpe e tragico risvolto» [7]:

«Il mio cuore come un uccello volteggiava lieto
e planava libero intorno ai cordami;
la nave filava sotto un cielo senza nubi
come un angelo ebbro di radioso sole.

Che isola è quella triste e nera? – La chiamano
Citera, terra famosa nelle canzoni,
banale Eldorado di tutti i vecchi scapolo.
Guardatela: in fono è una terra misera!

– Isola di dolci segreti e feste del cuore!
Come un aroma plana sui tuoi mari
il superbo fantasma dell’antica Venere
Riempiendo gli spiriti d’amore e di languore.

Bella isola dai verdi mirti, piena di fiori schiusi,
venerata per sempre da tutte le nazioni,
dove i sospiri di cuori adoranti
vagano come l’incenso tra le rose d’un giardino

o il tubare eterno d’un colombo!
– Citera non era più che un’arida terra,
un deserto petroso turbato da acute grida.
Ma io intravidi anche uno strano oggetto:

no, non un tempio tra boscose ombre
con una giovane sacerdotessa, amante dei fiori,
dal corpo bruciato da segreti ardori
e la veste schiusa alle brezze passeggere;

no. Era una forca a tre bracci; si stagliava
come un cipresso in nero contro il cielo: la vedemmo
chiaramente sfiorando la costa tanto vicino
da turbare gli uccelli con le bianche vele.

Feroci uccelli, curvi sulla preda, rabbiosi
massacravano un impiccato, già putrido,
piantando ognuno a mo’ d’attrezzo il becco impuro,
in tutti i sanguinanti angoli di quel marciume;

gli occhi erano due buchi e dal ventre sfondato
colavano pesanti sulle cosce gli intestini;
i carnefici, ingozzati di turpi delizie,
l’avevano proprio castrato a colpi di becco!

Ai suoi piedi avanti e indietro s’aggirava
un branco di quadrupedi invidiosi, col muso alzato;
una bestia più alta, in mezzo a loro, s’agitava
come un boia tra i suoi aiutanti.

Abitante di Citera, figlio d’un cielo così bello,
come sopportavi in silenzio quegli insulti!
Espiavi così i tuoi culti infami
e i peccati che ti negarono la tomba!

Ridicolo impiccato, i tuoi dolori sono i miei!
alla vista delle tue membra fluttuanti,
che vomito quel lungo fiume di fiele
di dolori antichi che mi risaliva verso i denti!

Davanti a te, povero diavolo così caro al ricordo,
sentivo su di me tutti i becchi dei corvi lancinanti
e tutte le ganasce delle pantere nere,
che godevano un tempo a triturare la mia carne!

– Il cielo era incantevole e il mare calmo, sì,
ma tutto per me, ora, era nero e sanguinante!
Il mio cuore era là, in quella allegoria,
sepolto come in un sudario spesso.

Venere, nella tua isola ho trovato solo una forca
simbolica con la mia immagine appesa…!
– Signore, dammi coraggio e forza per guardare
senza disgusto il mio cuore ed il mio corpo!»

Nel manoscritto di questa poesia, tra le più grandiose dei Fiori del Male, per la sua potenza dissacrante, che corrompe ogni cosa, compare la dedica a Nerval [8], che l’ha ispirata con i suoi articoli dedicati proprio a un viaggio a Citera, in cui non si trova traccia dell’antico mito, ma una terra arida sulla quale campeggia proprio un patibolo con un impiccato. Baudelaire recupera la descrizione di Nerval e la elabora fino a farne l’allegoria del poeta in assoluto più terribile della sua opera e forse, addirittura, dell’intera storia della letteratura. Sì, l’impiccato putrido e sanguinante, massacrato dagli uccelli feroci, che lo evirano a colpi di becco, con le interiora penzolanti, è il poeta. La degradazione individuale, morale e spirituale caratteristica della modernità non trova una rappresentazione letteraria più forte e macabra. La vita è un Calvario e la forca-croce è l’ultima tappa del doloroso e insensato cammino. Disperato, il poeta si rivolge a Dio, cui domanda il coraggio e la forza necessarie a sostenere la vista di se stesso, del proprio cuore e del proprio corpo, entrambi lacerati, disgregati, squarciati, perché è impossibile scrivere rivolgendo lo sguardo altrove: la scrittura obbliga l’autore a fare i conti con se stesso, con la parte peggiore, più nera, turpe e misteriosa di se stesso, e non è affatto un’attività pacifica e conciliante, ma conflittuale e violenta (ancora una volta, ricordo l’incipit della Disdetta: «Per sollevare un tale peso, / ci vorrebbe il tuo coraggio, Sisifo!»).

Conclusione. La fine del mondo

Baudelaire si contraddistingue per un pessimismo cupo, disperato e disperante, che nella sua opera si manifesta in modo più o meno intenso, a seconda della gravità dello spleen, e nelle pagine conclusive dei Razzi, pagine feroci, rabbiose e al tempo stesso arrese, il poeta giunge persino ad annunciare la fine del mondo:

«Il mondo sta per finire. La sola ragione per la quale potrebbe durare, è che esiste. Com’è debole questa ragione, se la paragoniamo a tutte quelle che annunciano il contrario, e specialmente a questa: ormai che cos’ha da fare il mondo sotto il cielo? – Supponendo infatti che continui a esistere materialmente, sarebbe, la sua, un’esistenza degna di questo nome, e del dizionario storico? Non dico che il mondo sarà ridotto agli espedienti e al disordine buffonesco delle repubbliche del Sud-America, – che forse ritorneremo addirittura allo stato selvaggio, e che andremo per le rovine erbose della nostra civiltà a cercarci il cibo, fucile alla mano. No; – perché questa sorte e queste avventure presupporrebbero ancora una certa energia vitale, eco delle età primitive. Nuovo esempio e nuove vittime delle inesorabili leggi morali, periremo attraverso ciò di cui abbiamo creduto vivere. La meccanica ci avrà talmente americanizzati, il progresso avrà così bene atrofizzato in noi tutta la parte spirituale, che niente, fra le fantasticherie sanguinarie, sacrileghe, o anti-naturali degli utopisti, potrà venir paragonato ai suoi risultati positivi. Io chiedo a ogni uomo che pensa di mostrarmi quel che rimanga della vita. Della religione, credo sia inutile parlarne e cercarne i resti: darsi ancora la pena di negare Dio è infatti il solo scandalo in simile materia. La proprietà era virtualmente scomparsa con la soppressione del diritto di primogenitura; ma verrà il tempo in cui l’umanità, come un orco vendicatore, strapperà l’ultimo boccone a coloro che avranno creduto d’essere i legittimi eredi delle rivoluzioni. E tuttavia, questo non sarebbe il male supremo.
L’immaginazione umana può senza troppa fatica concepire repubbliche e altri Stati comunitari, degni di qualche gloria, purché siano guidati da uomini consacrati, da certi aristocratici. Ma non attraverso le istituzioni politiche in special modo si manifesterà la rovina universale, o il progresso universale; perché il nome m’importa poco. Sarà attraverso l’avvilimento dei cuori. Ho forse bisogno di dire che quel po’ di politica che resterà si dibatterà penosamente fra le strette dell’animalità generale, e che i governanti saranno obbligati, per durare e per creare un simulacro d’ordine, a ricorrere a sistemi che farebbero fremere la nostra umanità attuale, per quanto indurita? – Allora, il figlio fuggirà la famiglia, non a diciott’anni bensì a dodici, emancipato da un’ingorda precocità; la fuggirà, non per cercare eroiche avventure, non per liberare una beltà prigioniera in una torre, non per immortalare con sublimi pensieri uno stambugio, ma per dare inizio a un commercio, per arricchirsi, e per fare concorrenza all’infame papà, – fondatore e azionista di un giornale che diffonderà i lumi, e che farebbe considerare “Le Siècle” di allora come un seguace della superstizione. – Allora, le errabonde, le declassate, quelle che hanno avuto qualche amante, e che talvolta vengono chiamate Angeli, a causa e in ringraziamento della sventatezza che splende, luce del caso, nella loro esistenza logica come il male, – allora costoro, dico, saranno soltanto spietata saggezza, una saggezza che condannerà tutto eccetto il denaro, tutto, perfino gli errori dei sensi! – Allora, quel che somiglierà alla virtù, – che dico, – tutto quel che non sarà più ardore per Pluto verrà considerato una ridicolaggine immensa. La giustizia, se in quell’epoca fortunata potrà ancora esistere una giustizia, farà interdire quei cittadini che non abbiano saputo far fortuna. – La tua sposa, oh Borghese! la tua casta metà, la cui legittimità è, per te, la tua poesia, introducendo ormai nella legalità un’infamia irreprensibile, amorosa e vigile guardiana della tua cassaforte, non sarà altro che il perfetto ideale della mantenuta. Tua figlia, con infantile nubilità, sognerà nella culla di vendersi per un milione. E tu stesso, oh Borghese – meno poeta ancora di quanto tu oggi non sia – non troverai in tutto questo nulla da ridire; non rimpiangerai nulla. Poiché vi sono nell’uomo cose che si fortificano, e prosperano, a mano a mano che altre si fanno più fragili e s’impoveriscono, e grazie al progresso dei tempi, delle tue viscere ti resteranno solo le budella! – Forse questi tempi sono molto vicini; chissà anzi se non siano già venuti, e se l’ispessirsi della nostra natura non sia il solo ostacolo che ci impedisce di ben considerare l’ambiente in cui respiriamo!
Quanto a me, che in me sento a volte il ridicolo d’un profeta, so che non vi troverò mai la carità di un medico. Sperduto in questo brutto mondo, spinto a gomitate dalla folla, sono come un uomo stremato il cui sguardo non vede, dietro di sé, negli anni profondi, che disillusione e amarezza, e davanti a sé soltanto una burrasca che non contiene niente di nuovo, né insegnamento, né dolore. La sera in cui quest’uomo ha rubato al destino qualche ora di piacere, cullato nella sua digestione, dimentico – per quel che è possibile – del passato, contento del presente e rassegnato per l’avvenire, inebriato del proprio sangue freddo e del proprio dandysmo, orgoglioso d’essere meno spregevole di quelli che passano, contemplando il fumo del suo sigaro egli dice a se stesso: Che m’importa dove vadano quelle coscienze?
Credo d’essere andato alla deriva, verso quello che la gente del mestiere chiama un hors-d’oeuvre. Tuttavia, lascerò queste pagine, – perché voglio datare la mia collera. tristezza» [9].

Da queste pagine terribili, feroci, rabbiose e tristi (l’ultima parola le suggella come una pietra tombale), emergono gli aspetti principali della morale di Baudelaire, sui quali nasce e si sviluppa la sua opera: la critica spietata del più caratteristico e nocivo mito moderno, il progresso, che atrofizza la parte migliore dell’uomo, quella spirituale, e avvilisce i cuori, a tal punto da rendere il progresso sinonimo di rovina; il violento e profondo, di fatto inesauribile, risentimento anti-borghese, con la nuova classe dominante che riduce tutto, ma proprio tutto al denaro e all’utile, facendo di Pluto il suo unico dio, condannando senza appello «quei cittadini che non abbiano saputo far fortuna» (e il poeta che non cede al compromesso e alla mediocrità borghesi è tra questi, orgogliosamente) e «introducendo […] nella legalità un’infamia irreprensibile». Baudelaire non si piega al regime borghese, resiste, fiero della propria inutilità in un mondo dominato dal «dio dell’Utile», ed è proprio da questa ardente e indomabile volontà di resistenza, di ribellione, di coerenza, coniugata a «un’alacre e tenace volontà di comunicazione», che nasce la poesia rivoluzionaria di Baudelaire, dopo il quale, nella letteratura europea, tanto in versi quanto in prosa, niente sarà più come prima.

NOTE

[1] Charles Baudelaire, Lettere alla madre, a cura di Cosimo Ortesta, SE, Milano 2009, pp. 68-69.

[2] I versi sono tratti da Charles Baudelaire, I Fiori del Male e tutte le poesie, traduzione di Claudio Rendina, Newton Compton editori, Roma 2014.

[3] Erich Auerbach, Les Fleurs du Mal di Baudelaire e il sublime, in Id., Da Montaigne a Proust: ricerche sulla storia della cultura francese, Garzanti, Milano 1973.

[4] Charles Baudelaire, Razzi, in Id., Il mio cuore messo a nudo, a cura di Diana Grange Fiori, Adelphi, Milano 1983, p. 11, 12, 24.

[5] Charles Baudelaire, Il mio cuore messo a nudo, cit., p. 67, 75, 83.

[6] Heinrich von Kleist, Pentesilea, traduzione di Enrico Filippini, in Id., Opere, Mondadori, Milano 2011. Per un approfondimento sulla tragedia rimando al contributo La bestiale Pentesilea di Heinrich von Kleist.

[7] Massimo Colesanti, Introduzione a Charles Baudelaire, I Fiori del Male e tutte le poesie, cit., p. 14.

[8] Per un approfondimento sul poeta rimando al contributo Gérard de Nerval, il poeta diseredato.

[9] Charles Baudelaire, Razzi, cit., pp. 32-35.

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