«Perché io appartengo alle foreste e alla solitudine».

I. Il tenente Thomas Glahn vive in una capanna ai margini della foresta, immerso nella natura incontaminata del Nordland, in compagnia del suo cane, Esopo. Egli è perfettamente integrato nel paesaggio estremo, che non domina, ma al quale si adatta: caccia come un animale, non per il gusto di uccidere, ma per necessità, procurandosi solamente il cibo di cui ha bisogno. Glahn vive in un perfetto accordo fisico e spirituale con la terra, comunica con essa, la ascolta e la comprende. Egli non è semplicemente un uomo, ma un animale-uomo dai tratti primordiali, nello stile di vita e nel carattere. Ha un’essenza ferina, istintiva, ma in senso puro, non sanguinario, riflessa dalla sua stessa figura e in particolar modo dallo sguardo: «Sai cosa dice di te la mia amica? […] Tu hai lo sguardo delle fiere, dice lei, e quando la guardi la fai diventare pazza. È come se la toccassi, dice lei»*. Glahn si trova in una condizione di equilibrio ideale con se stesso e con la natura, non c’è tensione in lui, non c’è angoscia né dolore, ma una soddisfazione e una quiete quasi sovrumane. Il giovane tenente non conosce affanni, trascorre le giornate nella foresta sentendo e non subendo la terra, comprendendola, apprezzandola, ringraziandola per la sua generosità. Glahn è un uomo completo, che ha tutto in sé e attorno a sé, non gli manca nulla, non ci sono vuoti nella sua anima e ringrazia il buon dio per questo. Egli è sereno e grato e non chiede niente di più, perché ha già tutto. Nelle sue memorie Glahn ricorda con gioia i «giorni eterni della estate del Nordland», giorni lunghissimi, interminabili, senza notte: «il sole immergeva appena il disco sul mare e risaliva su, rosso, nuovo, come se si fosse tuffato per bere», mentre nella foresta aleggia lo spirito di Pan e di amanti leggendarie come Iselin.

II. Glahn conosce Eduarda, la figlia del mercante Mack, e cambia tutto: l’armonia va in frantumi per sempre. Il protagonista si innamora della giovane, che non dimostra più di quindici, sedici anni (lui ne ha ventotto), e per lei inizia a frequentare la società di Sirilund, partecipando a gite e balli. Tra i borghesi dagli occhi azzurri Glahn si sente a disagio, come una fiera selvaggia rinchiusa in gabbia: è goffo e non sa che dire, rendendosi protagonista di gesti inconsulti che rasentano la follia (come quando, in barca, afferra la scarpa di Eduarda e la lancia in acqua). Il suo habitat è la foresta e non la società, la sua condizione esistenziale è la solitudine, non la compagnia degli uomini:

«Ha ragione nel dire che io non so trattare la gente. Sia indulgente; lei non mi comprende, io dimoro di preferenza nella foresta, essa è la mia gioia. Qui nella mia solitudine non fa male a nessuno se sono come sono; ma quando mi trovo insieme con altri devo impiegare ogni cura per essere come devo essere. Per due anni sono stato tanto poco nella compagnia degli uomini…».

Il profondo e sgradevole sentimento di disagio provato da Glahn in società è acuito dal contegno enigmatico di Eduarda: il loro rapporto oscilla tra momenti di esaltazione (come quando la giovane bacia con furia il protagonista davanti a tutti) e momenti di sconforto, di abbandono. A volte Glahn sente Eduarda vicinissima a sé, a volte lontanissima e indecifrabile. Eduarda è una creatura complessa e sfuggente, evanescente, talvolta persino diabolica: non ha sedici anni, ma venti, non tollera di essere dominata e tiranneggia il padre, è gelida e incandescente, «irragionevole e calcolatrice allo stesso tempo», è infelice, lacerata dai contrasti, troppo superba e troppo caparbia per piangere, ha una fantasia violenta e attende con ansia il principe azzurro, individuandolo in chiunque venga da lontano. Glahn la subisce e il suo amore per lei si trasforma in un veleno che lo corrode dall’interno, poco a poco, una malattia mortale che distrugge la sua perfetta armonia con la natura e lo conduce alla follia. Dopo un aspro confronto con Eduarda, in cui la giovane gli dichiara che neppure se zoppicasse potrebbe misurarsi con il dottore, sorta di precettore e incerto spasimante della donna, Glahn torna a casa e si spara un colpo di fucile sul collo del piede sinistro. Il protagonista resta ferino e istintivo, ma la sua essenza animalesca, a contatto con Eduarda, creatura esasperata ed esasperante, sfocia in pazzia.

III. Glahn si allontana dalla terra, dalla natura, non la vede più, non la sente più, ma prova a ribellarsi: «Ecco, ti stai consumando la vita con una meschina scolaretta e le tue notti sono piene di sogni desolati. E un vento afoso è attorno al tuo capo, un vento maleolente, vecchio d’anni. Mentre il cielo trema del più meraviglioso azzurro e i monti chiamano. Vieni, Esopo, via!». Finalmente Eduarda confessa a Glahn il suo amore per lui, paragonandolo a un dio, ma il protagonista resta indifferente, inasprito dal dolore. Glahn trova rifugio e conforto in Eva, la moglie del fabbro, donna di tutt’altro genere rispetto a Eduarda, buona, sincera, spontanea, devota al protagonista, sorta di personificazione della natura, dea modesta e coraggiosa, dotata di una forza che le permette di sopportare con il sorriso ogni fatica, ogni sacrificio. Eva è la cura di Eduarda, ma quest’ultima ha ormai contaminato Glahn nel profondo, irreversibilmente, ad Eva parla di lei, del suo sogno, che ama più di tutto, e non riesce a mantenere la promessa di diventare un altro uomo, di risorgere al termine della terza e ultima notte di ferro (notti di angoscia vibrante, febbrile, di disperazione tesa, lacerante, ma sempre in compagnia di Eva, non meno fedele di Esopo).

Il signor Mack, il padre di Eduarda, desidera Eva, ma lei stessa gli confessa, senza paura, di appartenere a Glahn, e il mercante si vendica della donna costringendola a fare lavori da uomo, che lei compie in silenzio, senza lamentarsi mai, trovando nel suo amore per il protagonista una forza straordinaria e inesauribile. Il signor Mack non si accontenta di ridurre in schiavitù Eva e brucia la capanna di Glahn. L’uomo è odio e violenza; solamente con la natura l’individuo può trovare un accordo profondo e benefico. Il protagonista lo aveva trovato e con esso aveva trovato la quiete, la pace, la gioia, distrutte da Eduarda, per sempre.

IV. Eduarda trova finalmente il suo principe, un barone, e Glahn decide di rendere omaggio alla coppia provocando una valanga che dovrebbe travolgere il postale sul quale viaggia l’uomo. Ma il signor Mack scopre tutto e piazza Eva sulla traiettoria. Glahn sistema l’esplosivo, con cura, attende e spara, ma il masso travolge e uccide Eva, proprio lei, che lo amava più di ogni altra cosa, più della sua stessa vita: «Quando giunsi all’approdo mi aspettava una scena che mi trascinò nel più violento turbamento spirituale: una barca giaceva schiacciata dal macigno precipitato ed Eva, Eva giaceva da un lato, schiacciata e fracassata, sfracellata dal colpo, lacerata nel fianco e nel ventre, era irriconoscibile. Eva era morta sul colpo».

Eduarda si è presa la pace e la ragione di Glahn, senza dare nulla in cambio. Dentro di lui è il caos, la lacerazione, l’inquietudine permanente. Insieme con Eva muore il vecchio Glahn, pacifico e completo, originario, in perfetto accordo con la natura, l’uomo della foresta e della solitudine. Il tenente decide di lasciare il Nordland, si reca da Eduarda in divisa per dirle addio, ma lei resta gelida. La giovane gli chiede in dono, come ricordo, Esopo e Glahn accetta. Tornato a casa spara al suo fedele compagno di avventure e invia ad Eduarda la sua carcassa.

V. Glahn diviene un selvaggio, un pazzo, beve, desta scandalo e si congeda dal servizio militare. Lo ritroviamo nelle Indie, quattro anni dopo gli eventi del Nordland, impegnato in una spedizione di caccia (non è più lui a scrivere, ma il suo assassino, la cui confessione costituisce la seconda parte dell’opera). Anche qui il protagonista è ossessionato dall’amore di Eduarda, che gli scrive una lettera in cui lo richiama a sé: Eduarda, sposata, rivuole Glahn. La lettera della donna sprofonda il protagonista in uno stato di eccitazione febbrile: affronta le tigri, si ubriaca, ma solamente la morte può porre fine a questo strazio e Glahn decide di morire. Provoca il suo compagno di caccia, seduce la sua donna, gli spara ma senza colpirlo, gli dà del vigliacco. Insultato, il cacciatore non resiste e abbatte Glahn con un colpo in piena faccia, come una fiera.

VI. L’amore per Eduarda è lo strappo che divide in due la vita di Thomas Glahn e dopo il quale niente sarà più come prima. È la malattia mortale del tenente, che frantuma il suo equilibrio e lo scaraventa in una condizione psicologica caotica e violenta. Rispondere alla chiamata di Eduarda avrebbe significato per Glahn sottomettersi a lei, sacrificare la propria libertà, ma il protagonista preferisce morire, farsi ammazzare come un animale della foresta, ciò che è sempre stato. Recuperare l’antico rapporto con la natura, con la terra per lui non è più possibile: la sua vita non ha più senso. L’amore puro, devoto, incondizionato di Eva avrebbe potuto rappresentare l’antidoto al veleno di Eduarda, la cura alla malattia di Eduarda, avrebbe potuto condurre Glahn alla resurrezione spirituale, morale, rimettere ordine nella sua anima sconquassata, riportare la pace, la quiete, ma Eva è morta, schiacciata, fracassata, sfracellata della valanga provocata dal protagonista:

«Io ti seppellisco, Eva, e bacio con umiltà la terra della tua tomba. Un grave, roseo ricordo sfiora l’anima mia quando io penso a te, sono quasi sommerso da una benedizione quando ricordo il tuo sorriso. Tu hai dato tutto, tutto hai dato e non ti costò alcuno sforzo, perché tu eri la figlia inebriata della stessa vita. Ma altre che risparmiano, meschine, persino il loro sguardo possono avere tutto il mio pensiero. Perché? Interroga i dodici mesi e le navi sul mare, interroga l’enigmatico dio del cuore…».

L’enigmatico dio del cuore: è questo che Hamsun mette al centro di Pan, rappresentandone le contraddizioni violente, le pulsioni distruttive e autodistruttive, sfuggenti alla razionalità. All’interno di questa matassa psicologica e sentimentale complessa, impossibile da districare, l’uomo si configura come il nemico di se stesso, incapace di accontentarsi di un accordo con la natura, generosa, comprensiva, benigna, la sola capace di dare un senso alla vita.

*Le citazioni sono tratte da Knut Hamsun, Pan, traduzione di Clemente Giannini, in Id., Pan e altri racconti, Sansoni, Firenze 1966.

A proposito dell'autore

Classe 1989, dopo il diploma di liceo scientifico mi iscrivo alla facoltà di Lettere presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", dove mi laureo nel luglio del 2015 con la tesi "Figlie della crisi. I personaggi femminili di Heinrich von Kleist", pubblicata sulla rivista «Le rotte - Il porto di Toledo». Sempre presso lo stesso ateneo, nel settembre del 2017, conseguo la laurea magistrale in Filologia Moderna, con la tesi "Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter". Sul blog bazzecole.altervista.org i maldestri tentativi di scrittura creativa.

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