«Ti dico, tutta la mia vita ed ogni stilla di sangue che è in me gode nell’odiarti e nello sputare sopra la tua grazia. Da questo momento voglio fare a meno di ogni tuo atto e del tuo essere, voglio maledire il mio pensiero se ancora penserò a te e voglio strapparmi le labbra se ancora nomineranno il tuo nome. Se esisti, voglio dirti l’ultima parola nella vita e nella morte, ti dico addio. E così ti volto le spalle e me ne vado per la mia strada…»

I. Pubblicato nel 1890, Fame è il primo grande romanzo di Knut Hamsun. Protagonista è un giovane scrittore senza nome caduto in disgrazia, intrappolato in una condizione di miseria estrema. Vittima di una innumerevole serie di sciagure e fallimenti che ne fanno una sorta di Giobbe moderno, egli si aggira affamato e disperato per le strade, i parchi e i cimiteri di Christiania in cerca di cibo e di parole, impegnato in una quotidiana ed estenuante lotta per la sopravvivenza che spesso, troppo spesso, lo vede sconfitto. La reiterata sofferenza fisica diviene sofferenza spirituale e psichica, con l’inedia che lo conduce più volte ai confini della follia: «uno sciame di animaletti maligni erano penetrati nel mio essere intimo e mi divoravano» [1]. Fame si configura così come un viaggio allucinato e allucinante nella vita e, soprattutto, nella mente devastata di un uomo sfigurato dalla miseria, ma che non conosce resa, tentando strenuamente, ossessivamente di affermare la propria individualità nonostante gli insuccessi in serie.

Fame assume spesso i tratti dell’incubo, in una continua alternanza tra la cruda realtà in cui è immerso il protagonista e i suoi frequenti deliri; è un romanzo febbrile (come gli articoli del protagonista), nervoso, allucinato, nero, dalle atmosfere spiccatamente dostoevskiane: come la Pietroburgo di Dostoevskij la Christiania di Hamsun è universalmente un luogo di povertà e di dolore, di martirio, lascia le «stigmate» addosso ai suoi abitanti; su di essa cade la stessa neve bagnata che segna le Memorie dal sottosuolo [2] («una neve pesante, mescolata a pioggia, grandi falde che scendevano giù e diventavano fanghiglia» [3]); il protagonista abita in buchi oscuri, angusti, umidi, asfissianti (una soffitta che a causa del pavimento vacillante gli dà l’impressione di una «bara sconnessa», un’officina di stagnaio abbandonata e occupata nella quale nevica) che ricordano le tane pietroburghesi di tanti personaggi dostoevskiani (viene subito in mente il bugigattolo di Raskol’nikov [4]). Il permanente stato di sovraeccitazione nervosa in cui versa il protagonista, «sopraffatto da tanti piccoli e insignificanti accidenti», «penose inezie» che gli penetrano nel cervello disperdendo le sue poche forze ed esasperandolo (egli subisce tutto, davvero, ogni minima sciocchezza ha l’impatto devastante del trauma), rendono Fame inquietante, angosciante come un quadro di Munch. Il digiuno sfigura il protagonista, lo scarnifica fisicamente (le sue guance sono «due coppe dalla parte del fondo», i suoi occhi sono sul punto di conficcarglisi nel capo, i suoi capelli cadono a ciocche) e psicologicamente, rendendolo l’ombra di ciò che è stato una volta, riducendolo a una sorta di larva, come molti soggetti dei dipinti di Munch ed è forse scontato, ma inevitabile pensare al celebre Urlo, qui riprodotto nella versione del 1910.

II. Come il protagonista dell’Urlo di Munch, anche il protagonista di Fame grida, e indirizza il suo vibrante «grido di angoscia» a Dio, quel Dio implacabile che gli fa scontare le colpe dell’intero genere umano, che lo ostacola ogni volta che cerca un posto di lavoro e rovina sempre tutto. A differenza del Giobbe biblico, che subisce in silenzio le disgrazie che gli piovono addosso, sottomesso alla volontà divina quasi trovasse piacere nella sofferenza, il personaggio di Hamsun, Giobbe moderno, leva a Dio il suo grido di protesta:

«Il pensiero di Dio cominciò ad occuparmi di nuovo. Mi sembrava che egli commettesse un’azione assolutamente imperdonabile ad ostacolarmi ogni volta che cercavo un posto e rovinare tutto mentre io non chiedevo altro che il pane quotidiano. Avevo chiaramente notato che quando avevo sofferto la fame per un tempo troppo lungo mi sembrava che il cervello mi fosse colato via dal capo e lo avesse lasciato vuoto. La mia testa diventava leggera ed assente, non ne sentivo più il peso sulle spalle ed avevo la sensazione di guardare sempre con occhi da spiritato quando guardavo qualcuno.
Ero seduto là sulla panchina e pensavo a tutto ciò e diventavo sempre più duro verso Dio per le sue costanti angherie. Se credeva di attirarmi a sé più vicino e di rendermi migliore col farmi soffrire e mettendo ostacoli su ostacoli sulla mia via si sbagliava un pochino, poteva esserne sicuro. E guardai verso l’alto quasi piangendo dallo sdegno e nel mio tacito cuore gli dissi tutto questo una volta per tutte» [5].

Dio risponde a questo «grido di angoscia» e di protesta del protagonista inviandogli, il giorno successivo, una miracolosa ispirazione: dopo un’estate passata a scrivere, nei cimiteri di Christiania, articoli faticosi su argomenti inattuali (è la disperazione a indirizzarlo verso l’inattualità), rifiutati dai redattori dei giornali, egli produce finalmente uno «schizzo» che gli vale ben dieci corone, ovvero almeno due settimane di abbondanza. Il protagonista si inginocchia in strada, ringrazia Dio, prega ad alta voce e con ardore. Ma la riconciliazione è temporanea e alcuni mesi dopo, nel momento forse più basso e umiliante della sua vita, il protagonista insorge contro Dio e lo maledice per sempre. Dopo essere stato investito da un carro, che gli fracassa un piede, il protagonista riesce a elemosinare in una macelleria un osso, fingendo di avere un cane, s’infila in un vicolo, si ferma davanti a un vecchio portone, immerso nell’oscurità, e si avventa sulla carne cruda. Non riesce a trattenerla nello stomaco e vomita, ci riprova ma vomita ancora e a questo punto, esasperato, si ribella con violenza a Dio, maledicendolo per sempre:

«Silenzio. Nessuno è dintorno, nessuna luce, nessun rumore. Provo una esasperata eccitazione dei sensi, respiro a stento e affannosamente e piango digrignando i denti ogni volta che devo restituire quei pezzettini di carne che potrebbero nutrirmi un po’. Poiché tutto questo non giova malgrado ogni mio sforzo scaglio l’osso contro il portone pieno d’incontenibile odio, trascinato dall’ira, grido e minaccio con forza contro il Cielo, grido il nome di Dio con voce rauca e con dispetto e contorco le dita come artigli… Io ti dico, sacro Baal del Cielo, tu non esisti, ma se esistessi io ti maledirei tanto che il tuo Cielo tremerebbe per il fuoco dell’Inferno. Io ti dico, ti ho offerto i miei servigi e tu li hai rifiutati, tu mi hai respinto ed io per sempre ti volto le spalle perché non hai saputo prendere cura di me. Io ti dico, so che devo morire eppure ti odio, tu Apis celeste, con la morte tra i denti. Tu hai usato la tua potenza contro di me e non sai che giammai mi piegherò nelle avversità. E non lo sai? Hai dato forma al mio cuore nei sonni? Ti dico, tutta la mia vita ed ogni stilla di sangue che è in me gode nell’odiarti e nello sputare sopra la tua grazia. Da questo momento voglio fare a meno di ogni tuo atto e del tuo essere, voglio maledire il mio pensiero se ancora penserò a te e voglio strapparmi le labbra se ancora nomineranno il tuo nome. Se esisti, voglio dirti l’ultima parola nella vita e nella morte, ti dico addio. E così ti volto le spalle e me ne vado per la mia strada…» [6]

Giobbe furioso, il protagonista grida il nome di Dio con odio, contorcendo le dita scarne come artigli e leva la sua maledizione al Cielo. Egli è troppo orgoglioso (l’orgoglio, insieme con un profondissimo sentimento di onestà, è il tratto principale del suo carattere), ha una considerazione troppo alta di se stesso per sottomettersi alla miseria, all’implacabile e ingiusta volontà divina. Può essere un martire, ne ha l’ardore, ma solamente se è lui a deciderlo, se è lui a volerlo e nessun altro. Il personaggio di Hamsun ha una natura faustiana, tesa all’infinito, e questo aspetto permette di leggere, di interpretare la fame di cui è vittima in un senso più ampio, esistenziale, universale, come brama di una pienezza vitale, artistica e sapienziale. Il Prometeo di Goethe [7] si ribella a Giove, il Giobbe di Hamsun si ribella a Dio emancipandosi dalla sua tirannica tutela. Il protagonista di Fame ha una natura profondamente romantica, dunque inattuale e inadeguata, come dimostra il suo modo di fare letteratura, legato ancora al sacro fuoco dell’ispirazione («Vede, il mio lavoro non è come quello degli altri; io non posso mettermi a tavolino e mettere insieme una certa quantità di parole al giorno, devo aspettare soltanto il momento buono» [8], spiega lui stesso), e anche per questo motivo non riesce a risollevarsi: la modernità impone allo scrittore di farsi produttore, di produrre testi in serie, sistematicamente, come una fabbrica, ed entrare a far parte di un mercato.

III. Il protagonista di Fame è un uomo assoluto, radicale, refrattario al compromesso e alla mediocrità – suprema qualità borghese -, impegnato in una forsennata, faustiana affermazione della propria individualità (questa esplosiva concentrazione dell’io lo avvicina all’uomo del sottosuolo di Dostoevskij), ha una considerazione altissima di se stesso, sogna di imporsi come un «faro bianco in mezzo al mare torbido della umanità dove galleggiavano rottami» [9], si ritiene moralmente superiore a tutti e un grande artista, perennemente insoddisfatto dei propri testi, che preferisce distruggere piuttosto che rendere mediocri. Il personaggio di Hamsun non sa accontentarsi, per lui vale la regola del tutto o niente e questo suo integralismo caratteriale, esasperato dal digiuno e dalla povertà, si manifesta con particolare evidenza e forza nell’addio a Ylajali, la donna capace di innamorarsi di lui nonostante la sua condizione miserevole. Ylajali conduce il protagonista nella sua abitazione e lascia che egli si avventi su di lei, ma in quello stato di debolezza fisica e di sovraeccitazione nervosa l’uomo non riesce neppure a togliere i vestiti alla donna. Il protagonista si avventa di nuovo su Ylajali, ma lei, questa volta, dopo aver scoperto la situazione drammatica in cui versa l’uomo (lo credeva semplicemente un ubriacone), oppone resistenza, spaventata, e lo definisce «pazzo». Offeso nel profondo, ferito nell’orgoglio, il protagonista si ritrae, si difende e contrattacca – Ylajali ha pronunciato la parola che lo spaventa di più e il timore rende l’offesa ancor più profonda -:

«Possiamo avere in fondo un temperamento abbastanza sensibile senza essere pazzi; ci sono caratteri che si nutrono di inezie e che una sola parola dura basta ad uccidere. E le feci comprendere che io avevo un tale carattere. Il fatto era che la povertà aveva esasperato certi miei sentimenti e ciò mi procurava senz’altro dei dispiaceri, sì, le assicuro, proprio dei dispiaceri, purtroppo. Ma questo aveva anche i suoi vantaggi, mi aiutava in certe situazioni. Il “povero” intelligente è un osservatore assai più sottile del “ricco” intelligente. Il povero si guarda intorno ad ogni passo che fa, ascolta con diffidenza ogni parola che sente dire dalle persone che incontra; ogni passo che muove pone ai suoi pensieri ai suoi sentimenti un problema, un lavoro. Egli è ipersensibile, è un uomo esperto, la sua anima ha bruciature…
[…] Ora vado, ora vado! Non vede che ho già la mano sulla maniglia della porta? Addio! Addio, dico! Ora potrebbe anche rispondermi dal momento che ho detto “addio” per due volte e sono pronto ad andar via. Non chiedo nemmeno di poterla incontrare ancora, perché questo le seccherebbe; ma mi dica: Perché non mi ha lasciato in pace? Che le ho fatto? Le ho tagliato la strada, forse? Perché ad un tratto si scosta da me come se non mi conoscesse di più? Ora lei mi ha scorticato fino all’osso, mi ha reso più miserabile di quanto non sia mai stato. Signore Iddio, ma io non sono pazzo. Lo sa benissimo, se ci ripensa, che non mi manca proprio nulla. […] Non capisco come lei abbia il cuore di chiamarmi pazzo. Non è vero, ora non lo crede più? Una volta di estate, tanto tempo fa, allora sì che ero pazzo; lavoravo sodo e dimenticavo di andare a pranzo all’ora giusta quando avevo tanto da pensare. Ciò accadeva ogni giorno; avrei dovuto ricordarmelo, ma me ne dimenticavo sempre. In nome di Dio che è nei Cieli, è la verità! Che Dio non mi faccia uscir vivo da questa casa se mento! Ecco, vede, lei è stata ingiusta con me. Non facevo questo per bisogno; avevo credito, molto credito, da Ingebret e Gravesen; andavo anche spesso con molti soldi in tasca eppure non mi compravo il cibo perché me ne dimenticavo. Mi ascolta? Lei non dice niente, non risponde, non si allontana dal caminetto, non fa che rimanere ferma e aspettare che io me ne vada…» [10]

Dopo questa disperata autodifesa Ylajali gli getta le braccia al collo, lo bacia con ardore e gli dichiara di amarlo, ma il protagonista si ritrae e se ne va. No, egli non può proprio amare una donna che gli ha dato del pazzo, la sua natura assoluta, radicale, esasperata dalla miseria, glielo impedisce. La fame del personaggio di Hamsun è anche fame dell’ideale, destinata a restare insaziata: la modernità produce fiori del male. Il romanzo si conclude con la fuga improvvisa del protagonista da Christiania: egli s’imbarca su una nave russa diretta in Inghilterra. Una sconfitta per l’uomo che pone l’affermazione della propria individualità sopra ogni cosa, ma anche l’unica possibilità di salvezza.

NOTE

[1] Knut Hamsun, Fame, traduzione di Clemente Giannini, in Id., Pan e altri racconti, Sansoni, Firenze 1966, p. 402.

[2] Per un approfondimento sull’opera dello scrittore russo rimando al contributo Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo. Prima parte, Seconda parte.

[3] Knut Hamsun, Fame, cit., p. 477.

[4] Per un approfondimento sul personaggio di Dostoevskij e il romanzo di cui è protagonista rimando al contributo Delitto e castigo, dalla dialettica alla vita.

[5] Knut Hamsun, Fame, cit., p. 402.

[6] Ivi, pp. 487-488.

[7] Per la lettura dell’inno rimando al contributo Johann Wolfgang von Goethe: Prometeo.

[8] Knut Hamsun, Fame, cit., p. 505.

[9] Ivi, p. 421.

[10] Ivi, pp. 499-500.

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