«La cosa più importante è di amare gli altri come se stessi; questo è tutto, non occorre altro: troverai subito come organizzar la vita».

Prima parte – Il suicidio

Pubblicato nel fascicolo di aprile del Diario di uno scrittore – 1877, Il sogno di un uomo ridicolo è «una delle opere minori più originali e addirittura sconcertanti di Dostoevskij per la combinazione di elementi umoristici e fantastici» [1]. Tipico uomo del sottosuolo [2], il protagonista del racconto è ossessionato dalla propria ridicolaggine, di cui è consapevole sin dall’infanzia. Frequenta la scuola, l’università e quanto più impara, tanto più apprende di essere ridicolo. Di lui ridono «tutti e sempre». Ciò che lo offende di più è il fatto che gli altri ignorino la sua consapevolezza di essere ridicolo, ma il colpevole di ciò è lui stesso, troppo orgoglioso per confessarsi con qualcuno. L’orgoglio è un aspetto caratteriale specifico dell’uomo del sottosuolo, e nel protagonista cresce con il passare degli anni, di pari passo con la consapevolezza della propria ridicolaggine, una relazione assai singolare che rivela tutta la complessità e la straordinarietà psicologica del narratore. Alla consapevolezza della sua «terribile qualità» e all’orgoglio, si affianca inoltre nel protagonista la convinzione che «al mondo tutto è indifferente», convinzione che sviluppa in lui un sentimento di «terribile angoscia»:

«Ad un tratto sentii che per me sarebbe del tutto indifferente che esistesse o non il mondo, che non vi fosse nulla in nessun posto. Con tutto il mio essere io cominciai a sentire che in mia presenza non c’era nulla. Da principio mi sembrò che in compenso c’era stato molto prima, ma poi arrivai a capire che anche prima non c’era stato nulla e che soltanto, chissà perché, sembrava che ci fosse stato. Un po’ alla volta mi convinsi che non ci sarebbe stato mai nulla. Allora ad un tratto cessai di irritarmi contro la gente e cominciai quasi a non notarla. Effettivamente ciò si manifestava perfino nelle minime sciocchezze. Così, per esempio, mi accadeva di andar per la strada e di urtar la gente. E non perché fossi soprappensiero: a cosa dovevo pensare? io allora avevo completamente smesso di pensare: tutto mi era indifferente» [3].

L’indifferenza annulla tutte le questioni, cancella tutte le domande, svuota l’individuo, che smette di pensare, imponendosi così come una vera e propria malattia mortale. L’indifferenza annienta la coscienza, disumanizza dunque l’individuo che ne è vittima e che procede solo ed esclusivamente per inerzia. Il mondo scompare, egli stesso scompare. Non c’è più niente che lo tocchi e che neppure lo sfiori.

L’uomo ridicolo, orgoglioso e indifferente decide di uccidersi. Sebbene sia povero, trova il modo di acquistare una pistola, la carica, ma attende: «mi era tutto a tal punto indifferente, che avevo deciso di aspettare alla fine il momento in cui non mi sarebbe stato tutto così indifferente» (869). L’indifferenza è così profonda e radicata nel protagonista, così grave da ridurlo in uno stato di distacco totale, da se stesso, dagli altri, dal mondo, dalla vita, in cui tra vivere e morire non c’è più alcuna distinzione (una sorta di malsana immortalità). Così, dopo l’acquisto dell’arma, per uccidersi ha bisogno di uno spunto, o meglio, di uno stimolo, qualcosa che, di fatto, lo riconduca alla vita per poi potersene privare (più o meno lo stesso meccanismo che coinvolge Meursault nello Straniero di Camus [4]). Lo stimolo autodistruttivo è rappresentato da una stella, dalla vista di una stella, notata in una di quelle «macchie nere senza fondo» che si aprono tra le nuvole strappate, «in una sera cupa, la sera più cupa che possa mai esistere», all’inizio di novembre. Due mesi dopo l’acquisto della pistola, caricata, ma lasciata nella scatola, notata in cielo questa piccola stella, il protagonista decide di uccidersi. È come se quel minuscolo astro, lontanissimo, perduto nello spazio, concentrasse in sé tutta la miseria e l’insignificanza dell’esistenza del protagonista e gliela ricordasse con il suo bagliore, vivido, pungente su quello sfondo nero.

Mentre osserva la piccola stella, l’uomo è afferrato per il gomito da una bambina, fradicia di pioggia, le scarpette rotte zuppe d’acqua. La bambina, terrificata, invoca disperatamente la mamma e il protagonista comprende che alla piccola, evidentemente in cerca d’aiuto, è accaduto qualcosa di grave, ma la respinge e rientra a casa, nella sua «camera povera e piccola con una finestra da soffitta a semicerchio», uno di quegli asfissianti stambugi pietroburghesi tipici di Dostoevskij, tane della sua umanità del sottosuolo. Il protagonista si accomoda sulla sua «vecchia, vecchissima» poltrona à la Voltaire, dove, da un anno, trascorre le sue notti fino all’alba: «Me ne sto seduto tutta la notte in poltrona vicino al tavolo e non faccio nulla. I libri li leggo solo di giorno. Me ne sto seduto e non penso neppure; alcuni pensieri mi girano per la testa ed io li lascio liberi. Durante la notte la candela si consuma tutta» (870). Ma il protagonista lascia la poltrona e siede al tavolo, tira fuori la pistola e la pone davanti a sé. È deciso, si sparerà questa notte, ma quanto tempo ancora passerà prima di cacciarsi una pallottola in testa, non lo sa.

Il protagonista pensa alla bambina che in strada lo ha afferrato per il gomito, chiedendogli aiuto. La sua pena non lo ha lasciato indifferente, ha provato pietà per lei, eppure non l’ha aiutata. Perché la piccola ha sollevato una questione scomoda: nel momento in cui l’uomo ha deciso di uccidersi, tutti avrebbero dovuto essergli indifferenti, eppure di quella bambina ha avuto pietà, così tanta pietà da «provarne uno strano dolore, del tutto addirittura inverosimile nella mia situazione» (871). Una fastidiosa e inattesa contraddizione, che agita e irrita il protagonista, rimandando però il colpo di pistola: «Non avrei potuto morire, adesso, senza aver risolto preventivamente qualcosa» (872).

Il protagonista finisce per addormentarsi e fa un sogno straordinario, che gli annuncia la «Verità» e spezza in due la sua vita, quella vita che fino a pochi attimi prima avrebbe voluto cancellare e che invece ora rifiorisce, «nuova, alta, rinnovata, forte!». Tutte le esistenze dei personaggi di Dostoevskij procedono per scossoni e strappi, non sono linee rette, vie larghe e piane, ma sentieri impervi, irregolari in cui giunge un momento che stravolge e rimescola tutto, un momento di svolta dopo il quale niente sarà più come prima. In questo racconto è il sogno a spezzare per sempre la vita del protagonista, il sogno di un viaggio fantastico nell’età dell’oro, mito ricorrente nello scrittore russo (oltre all’uomo ridicolo, visitano in sogno quest’epoca leggendaria altri due personaggi di Dostoevskij, Stavrogin nei Demòni e Versilov nell’Adolescente [5]), che nel quadro Aci e Galatea di Lorrain, ammirato nella pinacoteca di Dresda, ne vedeva la rappresentazione artistica più autentica.

Claude Lorrain, Aci e Galatea, 1657

Seconda parte – La Verità

Il protagonista sogna di spararsi, al cuore e non alla testa, come aveva stabilito «immancabilmente» da sveglio. Muore eppure sente e riflette: sente di essere trasportato in un bara chiusa e quindi di essere sepolto. Sottoterra è vittima di una sorta di tortura: ogni minuto lo colpisce sull’occhio una goccia d’acqua ed egli, esasperato, invoca Dio (sulla persistenza della vita dopo la morte Dostoevskij basa un altro racconto pubblicato nel Diario di uno scrittore, Bobòk [6]). La tomba si spalanca, il protagonista viene afferrato da un essere oscuro e ignoto e condotto in un’altra terra, esatta ripetizione della nostra, ma in un’altra galassia. Egli si ritrova immerso nel paesaggio rappresentato da Lorrain:

«Ero, a quanto mi parve, in una di quelle isole che sulla nostra terra formano l’Arcipelago greco o sul litorale del continente adiacente a questo arcipelago. Oh, tutto era precisamente come da noi, ma sembrava splendere come in una festa in un trionfo alto e sacro finalmente raggiunto. Un mare carezzevole di smeraldo batteva pianamente sulle rive e le baciava con un amore chiaro, evidente, quasi cosciente. Alti, bellissimi alberi stavano lì in tutta la magnificenza del loro fiore e le innumerevoli loro foglioline – ne sono convinto – mi salutavano col loro leggero carezzevole fruscìo e sembravano pronunziare delle parole d’amore. La distesa verde era tutta ardente di chiari fiori profumati. Gli uccellini volavano a stormi nell’aria e senza aver paura mi si posavano sulle spalle e sulle mani e allegramente mi battevano con le loro graziose palpitanti alucce» (878).

Una terra straordinaria abitata da uomini straordinari, «figli del sole», di una bellezza eccezionale, di cui forse «soltanto nei nostri bambini, nei primissimi anni della loro vita, si potrebbe trovare un lontano e debole riflesso». I loro occhi brillano «di un chiaro splendore», nei loro volti allegri splendono «l’intelligenza e una coscienza maturata fino alla serenità», nelle loro parole e nelle loro voci risuona «una gioia infantile». Al primo sguardo il protagonista comprende tutto, comprende di trovarsi su una terra «non contaminata dal peccato»:

«su di essa vivevano uomini che non avevano peccato, vivevano in quello stesso paradiso nel quale avevano vissuto, secondo le tradizioni di tutta l’umanità, anche i nostri progenitori che peccarono, con la differenza soltanto che tutta la terra qui era uno stesso e solo paradiso. Questi uomini, ridendo gioiosamente, si affollavano intorno a me e mi accarezzavano; mi condussero con loro ed ognuno di essi voleva tranquillarmi. Essi non mi domandarono nulla, ma come se già sapessero tutto, almeno così mi sembrò, volevano cancellare al più presto la sofferenza dal mio volto» (ibidem).

Gli uomini «innocenti e belli» non desiderano nulla e sono perfettamente tranquilli, appagati; la loro vita è piena, anche senza la scienza, il cui scopo è cercare «di spiegare che cos’è la vita […] per insegnare ad altri a vivere», sanno come vivere, in un accordo ideale con la natura, con gli alberi, gli animali e gli astri, con i quali sono in comunicazione. Essi vagano «per i loro magnifici boschetti e foreste», cantano canzoni bellissime, si nutrono di «cibi leggeri, frutti dei loro alberi, miele dei loro boschi e latte degli animali». Conoscono l’amore e mettono al mondo dei figli, ma senza «quella crudele voluttà che colpisce quasi tutti sulla nostra terra, tutti ed ognuno, ed è l’esclusiva fonte di quasi tutti i peccati della nostra umanità» (880) – crudeltà che Ivan Karamazov evidenzia con ineguagliabile efficacia nel suo prologo al Grande Inquisitore [7], e che, a livello carnale, raggiunge nella Sonata a Kreutzer di Tolstoj una delle massime espressioni letterarie [8] -. Tra di loro non vi sono liti, non vi è gelosia; i loro figli sono figli di tutti perché tutti loro formano una sola famiglia; sono perfettamente sani – ed è evidente che la loro salute fisica rifletta la salute morale – e i loro vecchi muoiono tranquilli, «come se si addormentassero, circondati dagli uomini che prendevano da loro congedo, benedicendoli, sorridendo loro essi stessi, accompagnati dall’augurio dei loro chiari sorrisi. Non vidi mai in tali momenti né dolore né lacrime, ma solo un amore che cresceva fino all’estasi, ma un’estasi serena, piena, contemplativa. Si poteva pensare che essi continuassero ad essere in rapporto coi loro morti anche dopo la loro morte e che l’unione terrena tra di loro non venisse spezzata dalla morte» (ibidem). La morte non è vista come la più grande delle sciagure, come una nemica invincibile che suscita terrore, portatrice di dolore e distruzione, ma accolta serenamente, come una parte della vita, dell’esistenza, secondo un approccio di pacifica e conciliante accettazione della propria mortalità, della propria finitezza che ricorda quello dei due ultimi grandi cristiani di Dostoevskij: Makar Dolgorukij, il padre legale di Arkadij nell’Adolescente, e lo starec Zosima, il maestro di Aleksej Karamazov [9].

A proposito di religione, gli uomini «innocenti e belli» non hanno templi, «ma c’era tra loro una per così dire tangibile, viva e ininterrotta unione col Tutto universale; non avevano una fede, ma in compenso la ferma certezza che quando la loro gioia terrena si fosse elevata fino ai limiti della natura terrena, sarebbe subentrato per loro, e per i vivi e per i morti, un ancora più ampio contatto col tutto universale (880-881). Sembra che trascorrano tutta la loro vita «soltanto per amarsi l’un l’altro», in uno stato permanente di «innamoramento reciproco, generale, totale». Ma il protagonista, ed è questa la seconda parte del sogno, quella terribile, finisce per corromperli tutti: «Come una ripugnante trichina, come un atomo della peste, che contagia interi Stati, così io contagiai tutta quella terra prima di me felice e senza peccato» (883).

Gli uomini «innocenti e belli» imparano a mentire, iniziano ad amare la menzogna e ne conoscono la bellezza; nasce in loro la voluttà, che genera la gelosia, che genera a sua volta la crudeltà. Schizza il primo sangue e, meravigliati e inorriditi, si separano, si disuniscono. Sorgono associazioni che si fronteggiano e iniziano i rimproveri, le accuse; conoscono la vergogna e la innalzano a virtù; nasce il concetto dell’onore e ogni associazione innalza un proprio vessillo. Iniziano a maltrattare gli animali, che si rifugiano nelle foreste e divengono loro nemici. Inizia «la lotta per la separazione, per l’isolamento, per la personalità, per il mio e il tuo» (ibidem). Questi uomini un tempo pervasi dal sentimento della collettività, della condivisione, dell’armonia generale si concentrano ora in loro stessi, divengono tanti piccoli io interessati esclusivamente al proprio bene. In questa fondamentale opposizione io-noi, personalità-collettività è possibile riconoscere quell’opposizione tra centralizzazione e vaporizzazione dell’io di cui Dostoevskij parla nei Pensieri sulla morte e sull’immortalità:

«Amare l’uomo come se stessi, secondo il comandamento di Cristo, non è possibile. Sulla terra la legge della personalità è d’impaccio. L’io è di ostacolo. Cristo soltanto poteva farlo, ma Cristo era l’ideale eterno sin dall’inizio dei tempi, quell’ideale a cui l’uomo tende, e deve tendere, per legge di natura. Tuttavia, dopo la comparsa di Cristo come ideale dell’uomo incarnato, è diventato chiaro come il giorno che l’evoluzione ultima e suprema della personalità individuale (e questo proprio al culmine dell’evoluzione, anzi nel momento stesso in cui il fine dell’evoluzione sarà raggiunto) in cui l’uomo riconosca, si renda conto e si convinca con tutta la forza della sua natura che l’impiego più alto che egli possa fare della sua individualità, nel momento in cui il suo io abbia raggiunto la pienezza dello sviluppo, consiste nel distruggere questo stesso io, nel donarlo interamente a tutti e a ciascuno indivisibilmente e senza riserve. E in ciò consiste la felicità più sublime… E appunto questo è il paradiso di Cristo» [10].

Di fatto, prima del funesto arrivo del protagonista sulla loro terra, gli uomini «innocenti e belli» incarnavano «l’evoluzione ultima e suprema della personalità individuale» e il loro mondo si configurava come il «paradiso di Cristo». Ma l’uomo ridicolo, con la sua presenza, li corrompe tutti e stravolge il loro mondo. Iniziano a parlare in lingue diverse; conoscono la tristezza e iniziano ad amarla, desiderano la sofferenza e credono che solamente questa conduca alla Verità; tra di loro appare la scienza. Divengono cattivi e iniziano a parlare di fratellanza e di umanità; divengono criminali e inventano la giustizia, prescrivendo codici e innalzando la ghigliottina come loro garanzia. Di ciò che hanno perduto si ricordano a malapena e neppure vogliono credere di essere stati «innocenti e felici» una volta: in loro si diffonde la convinzione che l’uomo è un lupo per gli altri uomini. Ridono della possibilità della loro felicità passata e la chiamano «sogno», ma desiderano essere «innocenti e felici» e a questa idea innalzano templi, pur restando convinti della sua «inattuabilità e inadempibilità». Si abbandonano alla scienza, alla gelida legge del due per due quattro, vedendo in essa il solo mezzo per raggiungere la Verità: «La conoscenza è superiore al sentimento, la coscienza della vita è superiore alla vita. La scienza ci darà la saggezza, la saggezza ci rivelerà le leggi e la conoscenza delle leggi della felicità è superiore alla felicità» (884). Gli uomini un tempo «innocenti e belli» accumulano sovrastrutture e si allontanano dalla vita autentica, creando un simulacro di vita. Viene in mente Il teatro delle marionette di Kleist, breve saggio dedicato proprio al tema della coscienza e al suo peso, che schiaccia l’uomo a terra privandolo della grazia edenica, in cui il grande drammaturgo tedesco conclude che per tornare all’originario stato d’innocenza «dovremmo di nuovo mangiare dell’albero della conoscenza», e sarebbe questo «l’ultimo capitolo della storia del mondo» [11].

Ognuno ama se stesso più di tutti, ognuno diviene così geloso della propria personalità da non porsi altro obiettivo che diminuire quella degli altri. Compare la schiavitù e persino la schiavitù volontaria, quella dei deboli, che si sottomettono volentieri ai più forti perché li aiutino a opprimere i più deboli di loro. Compaiono i giusti, derisi e lapidati: «sangue sacro scorse sulle soglie dei templi». Nel nome di una società «concorde e razionale» scoppiano guerre, con i presunti «saggi» che tentano di distruggere al più presto i «non saggi», incapaci di comprendere le loro grandiose idee. Appaiono «uomini superbi e uomini voluttuosi» che esigono «o tutto o niente»: per ottenere il tutto ricorrono all’assassinio, quando questo non riesce al suicidio. Si diffonde il nichilismo:

«Comparvero religioni col culto del non essere e della autodistruzione in nome della eterna pace nel Nulla. Alla fine questi uomini si stancarono del loro lavoro insensato e sui loro volti apparve la sofferenza ed essi proclamarono che la sofferenza è la bellezza perché nella sofferenza soltanto c’è il pensiero. Essi cantarono nei loro canti la sofferenza» (885).

Il protagonista li ama più di prima e più di prima ama la loro terra «profanata» dalla conoscenza del bene e del male, piange per loro e li compatisce, tende loro le braccia «accusando, maledicendo e disprezzando» se stesso. Li scongiura di inchiodarlo alla croce e insegna loro come fare una croce, ma loro ridono di lui fino a considerarlo un «mentecatto», minacciando di rinchiuderlo in un manicomio: «Allora la tristezza entrò nella mia anima con tanta forza che il mio cuore si contrasse ed io sentii che sarei morto e qui… ebbene, qui mi svegliai» (85-886). Il protagonista si ritrova faccia a faccia con la pistola, con la morte, ma la allontana da sé:

«Adesso io volevo soltanto vita; vita! Alzai le braccia e invocai l’eterna Verità; non invocai, ma piansi: un’estasi, un’estasi smisurata sollevò tutto il mio essere. Sì, vita e predicazione. Quanto alla predicazione io mi decisi in quel momento stesso e, naturalmente, per tutta la vita! Andrò a predicare, voglio predicare, ma che cosa? La Verità, perché io l’ho veduta, l’ho veduta, coi miei propri occhi, ho veduto tutta la sua gloria!» (886).

Il protagonista decide dunque di farsi portavoce di quella «Verità» rivelatagli miracolosamente dal sogno, il sogno memorabile del tre novembre. Predica e ama, più di tutti, coloro che si fanno beffe di lui. Ma qual è, in definitiva, questa «Verità»? La certezza «che gli uomini possono essere belli e felici, senza perdere la capacità di vivere sulla terra» (ibidem). Il protagonista lo ha visto con i suoi occhi, in una «pienezza […] assoluta» che non lascia spazio a dubbi, ed è proprio ciò che ha visto che va predicando agli uomini, consapevole di sbagliare, ma sicuro di trovare prima o poi la strada giusta. I suoi «schernitori non capiscono» e definiscono la sua verità «sogno», «delirio», «allucinazione»:

«Un sogno? Che cos’è un sogno? E la nostra vita non è forse un sogno? Dirò di più: sia pure che ciò non si realizzi mai e che non venga il paradiso (questo lo capisco!) ma io continuerò a predicare lo stesso. E intanto, come questo è semplice: in un solo giorno, in un’ora sola, tutto potrebbe realizzarsi! La cosa più importante è di amare gli altri come se stessi; questo è tutto, non occorre altro: troverai subito come organizzar la vita. E intanto questo non è altro che la vecchia verità che è stata ripetuta e letta bilioni di volte, ma egualmente non s’è realizzata nella vita! “La coscienza della vita è superiore alla vita, la conoscenza delle leggi della felicità è superiore alla felicità”, ecco quello contro cui bisogna lottare! Ed io lotterò. Se tutti volessero, tutto si organizzerebbe subito» (887).

A causa della sua attività di predicatore, della sua lotta per la «Verità», ora tutti lo considerano pazzo oltreché ridicolo. Il protagonista del racconto è evidentemente una figura di Cristo (come lo è il principe Myškin, considerato da tutti un idiota per la sua bellezza interiore oltreché per la malattia [12]), e sul legame Cristo-pazzia in epoca moderna ha speso parole illuminanti Michelstaedter nella Persuasione e la rettorica:

«La società che non può difendersi dalle verità enunciate da quelli, che per lei sono rivoluzionari e che minacciano la sua sicurezza, “onestamente” rispondendo con argomenti razionali agli argomenti, ma solo opponendo la violenza e materialità del suo esistere come dato di fatto – quando non li può imprigionare come delinquenti, può porre così la pregiudiziale della pazzia e non incaricarsene. – Se Cristo tornasse oggi, non troverebbe la croce ma il ben peggiore calvario d’un’indifferenza inerte e curiosa da parte della folla ora tutta borghese e sufficiente e sapiente – e avrebbe la soddisfazione di esser un bel caso pei frenologi e un gradito ospite dei manicomi. -» [13]

Parole che si adattano perfettamente al protagonista del racconto di Dostoevskij. Racconto tutto sommato inedito dal punto di vista tematico, perché privo, almeno direttamente, di quella componente religiosa che troviamo in tutti i testi dello scrittore russo. Il sogno di un uomo ridicolo veicola evidentemente un messaggio cristiano, anzi, l’essenza del messaggio cristiano («la cosa più importante è di amare gli altri come se stessi»), ma universalizzandolo, privandolo cioè di riferimenti religiosi diretti e riconducendolo a una dimensione laica, mitica, fuori della storia, quell’età dell’oro che s’impone come una delle narrazioni più significative del genere umano, e che è possibile tradurre in realtà, qui e ora, su questa terra, amando gli altri come se stessi, superando coscienza e conoscenza, la gelida regola del due per due quattro, riportando l’uomo alla vita, quella vita sepolta sotto un cumulo di sovrastrutture ideologiche, scientifiche, politiche, sociali, persino religiose inutili e deleterie. L’uomo non nasce lupo, ma bambino, è la società a corromperlo. In questo senso, non è certo un caso che sia proprio una bambina a salvare l’uomo ridicolo dal suicidio e a condurlo alla Verità.

«Amate più di ogni altra cosa i bambini, perché […] sono senza peccato, come gli angeli, e vivono per intenerire i nostri cuori, per purificare le nostre anime, e sono per noi come un esempio. Guai a chi offende i bambini!» [14].

NOTE

[1] Gianlorenzo Pacini, Fëdor M. Dostoevskij, Mondadori, Milano 2002, p. 172.

[2] Per un approfondimento su questa categoria umana centrale nell’opera e nel pensiero dello scrittore russo rimando ai contributi Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo. Prima parte, Seconda parte; Fëdor Dostoevskij, il pensiero: l’uomo tra Cristo e il sottosuolo.

[3] Fëdor Dostoevskij, Il sogno di un uomo ridicolo, traduzione di Ettore Lo Gatto, in Id., Diario di uno scrittore, Bompiani, Milano 2010, p. 867. D’ora in poi il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[4] Per un approfondimento su questo tema nell’opera dello scrittore francese rimando al contributo Albert Camus, Lo straniero: dall’insensibilità alla vita.

[5] Per un approfondimento sui due personaggi rimando ai contributi Nikolàj Vsèvolodovič Stavrògin, il funesto demiurgo. Prima parte, Seconda parte; Personaggi e temi dell’«Adolescente» di Dostoevskij. Capitolo terzo – Versilov, l’«uomo libresco».

[6] Per un approfondimento sul racconto rimando al contributo Fëdor Dostoevskij, «Bobòk» ovvero la «depravazione delle ultime speranze».

[7] Per un approfondimento sul celebre personaggio rimando al capitolo quinto dello studio Fëdor Dostoevskij, «I fratelli Karamazov»: l’uomo diviso: Ivàn, il nichilista estremo – I-IV, V-VI, VII-IX.

[8] Per un approfondimento sull’opera rimando al contributo «La sonata a Kreutzer»: Tolstoj contra il matrimonio.

[9] Per un approfondimento sui due personaggi rimando ai contributi Personaggi e temi dell’«Adolescente». Capitolo quarto – Sof’ja e Makar ovvero la Russia, Fëdor Dostoevskij, «I fratelli Karamazov»: l’uomo diviso. Capitolo settimo – Zòsima, il monaco russo.

[10] Citato in Gianlorenzo Pacini, Fëdor M. Dostoevskij, cit., pp. 153-154.

[11] Heinrich von Kleist, Il teatro delle marionette, traduzione di Renata Colorni, in Id., Opere, a cura di Anna Maria Carpi, Mondadori, Milano 2011, p. 1021. Per un approfondimento sul saggio rimando al contributo Heinrich von Kleist, «Il teatro delle marionette»: il peso della coscienza.

[12] Per un approfondimento sul personaggio e il romanzo di cui è protagonista rimando al contributo L’idiota, il fallimento della bellezza.

[13] Carlo Michelstaedter, La persuasione e la rettorica, a cura di Sergio Campailla, Adelphi, Milano 1982, p. 183. Per un approfondimento sul pensatore, scrittore e poeta goriziano rimando allo studio Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter.

[14] Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, traduzione di Alfredo Polledro, Newton Compton editori, Roma 2010, p. 327.

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