In questi giorni di riflessione, affacciarsi ad una finestra è come chinarsi su un cannocchiale per osservare il cielo: il più delle volte non vedremo nulla, ma per gli imperterriti voyeur c’è sempre un premio speciale, un’ombra da seguire, una papera che si impossessa della strada, un’amante che si infila di soppiatto in un portone già caldo d’amore. Congetture, molto spesso, degne dei prigionieri della Caverna di Platone: vediamo le ombre e immaginiamo il resto.

Pazienza, questo è un allenamento alla fantasia. Perché immaginare il resto è davvero poi così disdicevole? Molte pagine sono state scritte guardando il mondo da una stanza, altrettante canzoni, per non parlare dei quadri. A tal proposito mi viene in aiuto persino Leon Battista Alberti, il quale definisce un quadro come “una finestra aperta sul mondo”.

Tornando a ritroso come gamberi tra gli scaffali della storia ci porterà in un cunicolo traboccante di opere figlie di fantasiosi voyeur. Sebbene la psicologia ci parli del voyeurismo come un disturbo tipico di soggetti con approcci passivi alla vita, i casi più noti di “osservatori” nell’arte vanno in tutt’altra direzione, o al massimo confermano la tendenza ma solo per alcuni aspetti fisici.

Forse uno dei casi più noti in questo ricco calderone è Edgar Degas, il pittore: le sue opere sono, per sua stessa ammissione, dipinte come se l’osservatore spiasse dal “buco della serratura”. La sua assenza-presenza rimane fondamentale per far si che la naturalezza di alcuni gesti immortalati – pensiamo su tutte alle sue ballerine – rendano il nostro sguardo quasi indiscreto. Stesso discorso si può fare per i suoi nudi, sebbene siano frutto di plastiche sedute di posa, i quali, a ben osservarli, farebbero emergere in chiunque un po’ di spirito da guardone.
Eppure Degas aveva non pochi problemi con l’universo femminile, per non parlare della sfera sessuale che probabilmente era inesistente nella sua vita.
A riprova del suo chiacchierato rapporto con le donne e dell’ossessivo vizio per “l’osservazione”, Picasso negli ultimi anni di vita gli dedicò una serie di ritratti dal forte impeto satirico. Il pittore francese venne ritratto circondato da donne in un bordello, indaffarate ora con le mansioni del caso, ora nel cercare nuovi clienti, ma sempre seminude e ritratte in forme sensuali e avvenenti. Degas dal canto suo, essendo un insaziabile accumulatore seriale di immagini, si impegnava ad immagazzinare volti o gesti da ritrarre, con il suo fedele taccuino sotto braccio.

Brothel. Degas with his sketchbook, Celestina, three young ladies, and a moroccan cushion Mougins, 16 marzo 1971, Etching on copper, printed on Rives vellum paper (numbered artist’s proof), 50,2 x 65 cm, © Fundació Museu Picasso, Barcelona

Di osservatori compulsivi era comunque pieno il gruppo degli impressionisti, ed anche Monet non era da meno, anzi.
Celebre la sua serie dedicata alla cattedrale di Rouen, dove riprese ossessivamente la facciata del monumento gotico francese: così facendo approfondì l’influenza del clima sulle cose che lo circondavano, a partire da come la luce può donare un volto diverso allo stesso monumento nella stessa posizione.
Certo il suo sguardo era mosso da motivi più scientifici e meno antropologici, ma è da considerarsi comunque come una forma di voyeurismo “urbano”, se così vogliamo chiamarlo. È comunque chiaro come anche in questo caso l’arte ci insegni a guardare.

Discendendo la linea temporale verso i giorni nostri saremo costretti ad attraversare l’oceano per trovare un altro grande osservatore, Edward Hopper. Il viaggio a dire il vero parte da un suo predecessore, John French Sloan, il quale nel 1910 realizza una splendida incisione dal titolo “Night windows”, sempre per rimanere in tema, dove un’oscura figura si aggira sui tetti di New York, intenta a spiare ciò che accade all’interno degli appartamenti. Osservatore che scompare in Hopper, questo probabilmente per facilitare un’immersione più agevole all’interno dell’esperienza voyeuristica, come nel caso di Degas.
Ne è un’esempio meraviglioso l’omonimo “Night Windows” del 1928: qui l’attimo coincide con la distrazione dell’osservata, la quale ignara di essere spiata si aggira per casa – giustamente – come nulla fosse, apparentemente in una leggera vestaglia. C’è della sensualità in questa scena, ma rimane velata dall’aspetto furtivo che l’immagine assume.

  • Edward Hopper, "Night Windows", 1928. MoMA ©

Ma Hopper va oltre, obbligando l’occhio dell’osservatore a dare un giudizio – filtrato dal suo pennello ovviamente. Guardate per esempio l’opera “Room in New York”, del 1932. Qui una coppia è osservata in un ambiente domestico, intimo, ma fin dal primo sguardo si lascia intendere che in quella stanza c’è qualcosa che non va. Il linguaggio del corpo, l’assenza di interesse, la distanza emotiva che scollega i protagonisti. E poi l’osservatore, altro grande attore in questa recita, colui che è adibito all’interpretazione delle immagini, attraversato da pensieri nati da un’immagine clandestinamente rubata. La meravigliosa parabola del voyeur è tutta in questa sintesi credo.

Ma non pensiate che solo gli artisti abbiano questo vizio, che noialtri, persone per bene, ne siamo esenti. Sempre parlando di Hopper c’è chi, nella settima arte, si è servito di quelle immagini per costruirne un film. È il caso di Alfred Hicthcock, genio assoluto, che specialmente ne “La finestra sul cortile”, dimostra una certa predisposizione all’universo hopperiano. Le citazioni artistiche in Hitchcock non sono una novità d’altronde, data anche la sua vasta conoscenza dell’arte (da giovane quando era ancora in Inghilterra si iscrisse all’Accademia delle Belle Arti).

Dunque, quante cose si possono fare guardando da una finestra? Infinite, anche senza arrivare alle perversioni voyeuristiche. Questo per ricordarvi che è possibile creare qualcosa di grandioso anche restando a casa, perché l’importante non è cosa, ma come lo si osserva questo mondo.

A proposito dell'autore

Architetto

Lorenzo Pica nasce il 15 Febbraio 1989. Frequenta il liceo Scientifico, senza infamia né gloria, ed in questo stesso periodo di formazione conosce le meraviglie dell'arte e decide di frequentare in un prossimo futuro la facoltà di Architettura. Dopo essersi iscritto all'università Sapienza di Roma, concluderà i suoi studi con la laurea nel 2015. Successivamente si trasferisce a Milano, dove porterà a termine il Master in Lighting Design al Politecnico. Ha pubblicato nel 2017 il libro "Coloreria Schamash" per Morlacchi. Appassionato di viaggi, musica e letteratura.

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