IX. Figurina modesta, grigia, sottile, dimagrata, nella sua docilità Amalia ricorda la mite di Dostoevskij [1]. Il tragico destino che la tormenta, destino di solitudine, d’impossibilità e infine di morte prematura, lo porta impresso addosso, come una seconda pelle impossibile da svestire. Ed Emilio, nella sua inopportunità, aggrava la situazione già drammatica della sorella, certo con l’intenzione di proteggerla, impedendo al Balli di recarsi in casa sua e distruggendo così il sogno di felicità di Amalia.

A differenza degli occhi di Angiolina, gli occhi di Amalia non crepitano: «Oh! quegli occhi là non crepitavano. Guardavano le cose gravi e fissi a cercarvi la causa di tanti dolori» [2]. Angiolina non sente dolore, non lo sente per natura, o meglio, per natura ha una soglia del dolore altissima e questo la rende insensibile, quasi una statua di carne e ossa, come Annetta Maller, al contrario di Amalia ed Emilio, sensibilissimi come corde e, in quanto tali, vittime predilette e predestinate del dolore. La sensibilità li costringe a tacere, a distogliere lo sguardo, dirigendolo altrove. Emilio soprattutto, che può uscire di casa in ogni momento, mentre Amalia è costretta a restare tra le quattro pareti di casa – il suo sepolcro. Amalia vive con spaventoso anticipo la propria morte e il nulla che la attende – ci attende, tutti – dopo la morte. Non ha che il sogno come possibilità d’evasione e questo la rende figura ben più tragica anche del fratello. Si tratta forse del personaggio più tragico, in assoluto, creato da Svevo nei suoi tre romanzi [3]. Non c’è neppure la minima traccia di superbia in lei, completamente, quasi disumanamente arresa a se stessa, alla sua vita e al mondo che le è toccato in sorte.

Emilio finalmente prova ad avvicinarsi ad Amalia, confessandole i propri turbamenti sentimentali, parlandole di Angiolina – non tanto per arrecare sollievo a se stesso, quanto per far piacere alla sorella -, ma basta una semplice domanda rivolta a lei, alla sua situazione – «E tu?» – per far erompere improvvisamente tutto il dolore della donna, fino a quel momento represso, ricacciato con forza giù, giù, che scoppia in grida e in singhiozzi. Nell’impeto rabbioso Amalia, come la mite di Dostoevskij, si rivela tutt’altro che mite, ma aggressiva e minacciosa. Pretende che Emilio la difenda, rompendo i suoi rapporti col Balli, quindi minaccia di andarsene, trovando un lavoro come governante o come serva. L’amore impossibile per lo scultore uccide definitivamente quell’energico slancio vitale che ancora resisteva, per quanto flebile e fragile, in lei, e Amalia si abbandona alla macerazione del dolore, nella più assoluta disperazione.

La condizione di Amalia produce un mutamento in Emilio relativamente alla sua relazione con Angiolina. Il pensiero fino a quel momento dolorosissimo della donna amata, diviene persino dolce e riposante paragonato alle sofferenze disperate e disperanti della sorella. Ma, come scrive Pavese, «Chiodo scaccia chiodo. Ma quattro chiodi fanno una croce» [4].

Dopo lo sfogo di Amalia Emilio esce di casa, scappa, e, per la prima volta dopo la rottura, s’imbatte in Angiolina. Un incontro di sguardi e nient’altro, con Emilio che, per alimentare il suo sogno di Ange, costringe se stesso ad allontanarsi dalla donna. Intravedendo negli occhi spietatamente azzurri di Angiolina non il consueto crepitio, ma la volontà d’indagare, notando la sua agitazione, Emilio immagina che il suo abbandono abbia avuto per Angiolina l’effetto benefico, quasi miracoloso, della più energica delle educazioni, e, come suo solito, s’abbandona al sogno: «Forse ella lo amava ora! Camminando fece un sogno delizioso! Ella lo amava, lo seguiva, s’attaccava a lui ed egli continuava a fuggirla, a respingerla. Quale soddisfazione sentimentale!» (531). Ma, ancora una volta, l’ennesima, Emilio deve fare subito i conti con la crudele realtà, che vanifica con spietatezza il suo sogno: viene a sapere che Angiolina, insieme con la madre, quella stessa sera ha assistito alla prima della Valchiria, in prima galleria, «un posto di un prezzo relativamente alto».

X. Il tempo stabilizza la condizione di Emilio, rendendo miti, miti, come Amalia, il dolore e il rimorso, «attenuati come se visti traverso una lente fosca che li privasse di luce e di violenza» (539). Una grande calma e una grande noia incombono su di lui, ora che ha percepito «con piena chiarezza quanto strana fosse stata in lui l’esagerazione sentimentale» (ibidem). Emilio giunge persino a dichiarare al Balli d’essere guarito, «credendo d’essere sincero», a se stesso che l’abbandono di Angiolina sia stato salutare: «È preferibile d’essere liberi!», proclama con convinzione.

Emilio tenta di strapparsi all’inerzia, quell’inerzia senile a lui così tristemente familiare, tornando finalmente alla scrittura, e in una sola sera scrive il primo capitolo di un nuovo romanzo, dedicato al primo incontro con Angiolina, ma dopo queste prime pagine, peraltro insoddisfacenti, nient’altro. La scrittura non è la soluzione, non è la cura, come non lo è stata per Alfonso Nitti – lo sarà per Zeno, ma solo perché in forma privata e indissolubilmente legata alla malattia -: «Non sapeva più pensare con la penna in mano. Quando voleva scrivere, si sentiva irrugginire il cervello e rimaneva estatico dinanzi alla carta bianca, mentre l’inchiostro s’asciugava sulla penna» (541). Naturalmente gli torna il desiderio di rivedere Angiolina:

«Oh! Angiolina rimaneva sempre una persona molto importante per lui. Per relazione se non altro! Tutto era tanto insignificante, ch’ella tutto dominava. Ci pensava continuamente come un vecchio alla propria giovinezza. Come era stato giovane quella notte in cui gli sarebbe abbisognato di uccidere per tranquillarsi. Oh! se avesse scritto invece di arrovellarsi prima sulla via e poi altrettanto affannosamente nel letto solitario, avrebbe certo trovata la via all’arte che più tardi invano aveva cercata. Ma tutto era passato per sempre! Angiolina viveva, ma non poteva più dargli la giovinezza!» (542).

Emilio incontra Angiolina una sera e subito sgorga in lui incontenibile il desiderio di possederla, ma con tutt’altro stato d’animo rispetto al passato: «Ricordò che nella massima angoscia amorosa, egli aveva pensato che il possesso di quella donna gli avrebbe dato la guarigione. Ora invece pensò: – Mi animerebbe!» (542). Giunti dinanzi all’abitazione della donna, Emilio le propone di continuare a camminare, l’uno accanto all’altra, e lei lo compiace:

«Ed egli l’amò di nuovo da quell’istante o da quell’istante ne fu consapevole. Gli camminava accanto la donna nobilitata dal suo sogno ininterrotto, da quell’ultimo grido d’angoscia che egli le aveva strappato lasciandola e che per lungo tempo l’aveva personificata tutta; persino dall’arte, perché oramai il desiderio fece sentire ad Emilio d’aver accanto la dea capace di qualunque nobiltà di suono o di parola» (544).

I due si baciano ed Emilio prova una «commozione violenta». Il protagonista piange baciando gli occhi, il collo, la mano, le vesti di Angiolina, e Angiolina, incredibile ma vero, piange con lui, rimproverandolo di non essersi fatto vivo prima.

XI. Angiolina conduce Emilio in casa sua, mostrandosi, dopo quel sacro istante di tenerezza e di accordo spirituale, per quella che effettivamente è, calcolatrice, ingannatrice, non per quello che Emilio sogna lei sia (la goccia che fa traboccare il vaso è l’accenno di Angiolina al Volpini), e il protagonista finalmente la possiede. Ma il possesso della donna tanto desiderata si rivela una delusione. Soddisfatto l’istinto, cosa resta? Il nulla:

«Emilio poté fare l’esperienza [di] quanto importante sia il possesso di una donna lungamente desiderata. In quella memoranda sera egli poteva credere d’essersi mutato nell’intima sua natura ben due volte. Era sparita la sconsolata inerzia che l’aveva spinto a riavvicinare Angiolina ma erasi anche annullato l’entusiasmo che lo aveva fatto singhiozzare di felicità e di tristezza. Il maschio era oramai in lui soddisfatto ma fuori di quella soddisfazione egli veramente non ne aveva sentita altra. Aveva posseduta la donna che odiava non quella ch’egli amava. Oh! ingannatrice! Non era né la prima, né – come ella voleva dargli ad intendere – la seconda volta ch’ella passava per un letto d’amore. Non era il caso di adirarsene perché egli da lungo tempo l’aveva saputo. Ma il possesso gli aveva data una grande libertà di giudizio sulla donna che gli si era sottomessa. – Non sognerò mai più, – pensò uscendo da quella casa. E, poco dopo, guardandola, illuminata da pallidi riflessi lunari: – Forse non ci ritornerò mai più. – Non era una risoluzione. Perché risolvere qualche cosa? Il tutto mancava d’importanza» (547).

In Emilio l’istinto sessuale fine a se stesso, il desiderio carnale liberato da tutto il resto, da qualunque sentimento, non conta niente. Egli cerca molto altro, molto di più, cerca il proprio sogno e, appagato sessualmente, spiritualmente sente un vuoto e un’insoddisfazione senza fine, che lo risucchiano come un maelstrom. Tutta la faccenda perde di colpo importanza, come se non ci fosse mai stata, come se non si fosse mai verificata. Emilio si è spinto oltre il proprio sogno, ha tentato di dare al sogno consistenza reale, ma la realtà non è e non sarà mai all’altezza del sogno. Indignato dal contegno di Angiolina, che tenta ancora, ridicolmente, offensivamente, di fargli credere d’essersi data al Volpini per poter appartenere a lui, Emilio «avrebbe voluto annientarsi dalla vergogna e dal dolore». Dolore antico, risorto prepotentemente, al quale si somma «un peso sulla coscienza»:

«All’antico dolore s’era aggiunto un peso sulla coscienza, il rimorso d’essersi legato di più a quella donna e la paura di vederne compromessa maggiormente la propria esistenza. Infatti, come avrebbe potuto spiegare la tenacità con cui ella attribuiva a lui la colpa della relazione col Volpini, se non col proposito d’attaccarglisi, comprometterlo, succhiargli lo scarso sangue che aveva nelle vene? Egli era legato per sempre ad Angiolina da una strana anomalia del proprio cuore, dai sensi – nel letto solitario il desiderio era rinato – e dalla stessa indignazione che egli attribuiva ad odio» (548).

Ma l’indignazione è la «madre dei più dolci sogni» e così Emilio, preda di un singolare stato di abbattimento, immaginandosi malato di un male incurabile, senza rimedio, vede Angiolina sotto le vesti d’infermiera prendersi premurosamente cura di lui. Il sogno è per Emilio un vizio, al quale non sa rinunciare, mai; un vizio e una malattia, questa davvero incurabile e distruttiva:

«La realizzazione di quel sogno sarebbe stato il vero possesso. E dire che poche ore prima egli aveva pensato d’aver perduto la capacità di sognare. Oh! la gioventù era ritornata! Correva le sue vene prepotente come mai prima e annullava qualunque risoluzione che la mente senile avesse fatta» (549).

Il sogno di Angiolina, Ange, è dunque la giovinezza, quella giovinezza tarda, postuma che Emilio vive con un entusiasmo tale da generare il sospetto ch’egli non abbia mai vissuto la vera giovinezza, che sia nato vecchio. Alzatosi di buon’ora, corre da Angiolina, che vuole rivedere subito. Dal proprio sogno Emilio non sa e non vuole staccarsi, lo rincorre sovrapponendolo alla realtà, follemente deciso a sostituirlo alla realtà. Egli vuole perseverare e custodire la giovinezza ritrovata, per non ripiombare nel torpore senile che lo avvolgeva prima di conoscere Angiolina, che forse lo ha avvolto sempre, sin dalla nascita [5].

XII. D’accordo, il possesso non dà la verità, ma se liberato dall’ossessione del sogno e dalla necessità delle parole, se riportato alla sua essenza meramente istintiva e animale, rappresenta «la verità propria e pura e bestiale». Emilio decide di abbandonarsi a questa verità parziale, superficiale, a lungo andare insoddisfacente, non sapendo rinunciare ad Angiolina. Al contrario di Amalia, per la quale l’amore «restava il puro grande desiderio divino: era nella realizzazione che la piccola natura umana si trovava frenata, avvilita» (551), Angiolina si dimostra «un’amante compiacente», capace d’indovinare con «un’intelligenza affinatissima» i desideri di Emilio, per il quale tutto, in presenza dell’amata, nel possesso dell’amata, è «soddisfazione e godimento». Ma, saziata la brama sessuale, Emilio è preda dell’ira, perché l’intimità e il possesso gli rivelano con «certezza apodittica» come Angiolina abbia conosciuto «maschi che l’avevano soddisfatta meglio».

Agli occhi di Emilio Angiolina è fatta di gesti, parole e suoni appresi dai vari amanti, meno che lui. Da lui Angiolina non ha appreso nulla, lui che voleva educarla, elevarla. Emilio è ormai certo che la donna abbia un altro uomo. Una sera, Angiolina si reca nella stanza presa in affitto per i loro incontri con un’ora di ritardo, tutta accaldata, gli occhi lucenti e le guance arrossate. Emilio sbotta e sa che per sottrarsi a tanta sporcizia non gli resta che una possibilità: abbandonare Angiolina per sempre, non rivederla «mai più». Ma egli è tormentato dal significato di quel «mai più»: «Un dolore, un rimpianto continuo, delle ore interminabili d’agitazione, altre di sogni dolorosi e poi l’inerzia, il vuoto, la morte della fantasia e del desiderio, uno stato più doloroso di qualunque altro. Ne ebbe paura! L’attirò a sé e per unica vendetta le disse: – Io non valgo mica molto più di te!» (559). Emilio proprio non vuole abbandonare questa sua giovinezza postuma e sprofondare di nuovo nella grigia e vuota senilità. Per questo è pronto a sacrificare tutto, in primis la sua dignità, lasciandosi prendere in giro da Angiolina.

Emilio spera che il possesso carnale privi di violenza il suo sentimento, ma non accade ed egli ogni volta si reca all’appuntamento con Angiolina con la consueta «violenza di desiderio», senza peraltro che nella sua testa si plachi la tendenza a ricostruire quell’Ange che nella realtà non esiste. Anzi, il continuo malcontento, soffocato solamente nell’attimo effimero dell’orgasmo, lo spinge proprio a rifugiarsi nei sogni più dolci. Attraverso il sogno Emilio risarcisce se stesso, stabilizzandosi così in una sorta di eccitazione psicologica febbrile che, evidentemente, lo logora. Come se non bastasse, l’intimità rende Angiolina più rozza, e quando è stanca delle carezze di Emilio lo respinge con violenza, senza complimenti. L’intimità dunque ha l’effetto di allontanare ancora di più Angiolina dal sogno di Emilio, dalla cara e adorata Ange. Certo di non potere più elevarla, in nessun modo, Emilio sente talvolta il bisogno violentissimo di scendere «al di sotto di lei». Così una sera, in cui lei non vuole donarsi perché reduce dal sacramento della confessione, egli la costringe con violenza. Proprio nel momento in cui Emilio inizia a pentirsi di tanta brutalità, che non gli appartiene, incontra «un’occhiata d’ammirazione d’Angiolina»: «Per tutta quella sera ella fu ben sua, la femmina conquistata che ama il padrone» (566). Angiolina comprende solo la violenza, ma resterà un caso isolato.

A inasprire il dolore e il risentimento di Emilio interviene il Balli, che fa di Angiolina la sua modella. Anche in questo caso si rivela la natura meschina, frivola della donna, ritratta dallo scultore in atteggiamento di preghiera: «Quella beghina non sapeva pregare. Piuttosto che rivolgerli piamente, ella lanciava con impertinenza gli occhi in alto. Civettava col signor Iddio» (573). È l’impossibilità di Emilio di liberarsi di lei – ciò che costituisce il vero dramma del protagonista – a conferire ad Angiolina quella sfumatura diabolica che lei, in sé e per sé, non ha affatto: è semplicemente una creatura vuota. Ma l’arte riavvicina i due amici, quell’arte che Emilio è capace di vedere, mentre Angiolina no, naturalmente – nella sua vanità incurabile le dispiace di non riconoscersi nella scultura, dopo tante ore di fatica -, ed ella prova la sgradevole sensazione di sentirsi terza incomoda, quella sensazione tristemente nota al protagonista.

XIII. L’improvvisa malattia di Amalia rimescola violentemente le carte. Dinanzi al delirio febbrile della sorella l’amore di Emilio per Angiolina si sgretola ed egli è vittima di un rimorso cocente:

«Era la prima volta ch’egli immaginava Amalia morta, scomparsa e lui che allora aveva appreso di non amare più Angiolina, solo, desolato dal rimpianto di non aver saputo approfittare della felicità che fino a quel giorno era stata a sua disposizione di dedicare la propria vita a qualcuno che aveva bisogno di tutela e di sacrificio. Con Amalia spariva dalla sua vita ogni speranza di dolcezza. Disse con voce profonda: – Non so se provo maggior dolore o rimorso» (595).

L’amore per Angiolina ha reso Emilio cieco – la malattia di Amalia gli recide violentemente le palpebre. Si verifica di nuovo la situazione verificatasi già in Una vita: accecato dall’amore, Emilio non si è accorto della grave malattia della sorella, così come Alfonso, accecato dall’amore per Annetta, non si è accorto della grave malattia della madre. Ma Alfonso almeno ha un’attenuante, la distanza (avrebbe dovuto accorgersi delle precarie condizioni di salute della madre dal suo silenzio epistolare di due settimane), Emilio no.

Tutta la felicità, o meglio, l’aspirazione alla felicità di Emilio si concentra ora su Amalia, sulla sua guarigione e sulla possibilità di prendersi cura di lei come di una figlia. L’amore per Angiolina è svanito:

«Oh! se egli avesse saputo che nella sua vita c’era stato un compito tanto grave come quello di tutelare un’esistenza affidata unicamente a lui, egli non avrebbe più sentito il bisogno di avvicinarsi ad Angiolina. Ora, troppo tardi forse, era guarito di quell’amore. Pianse in silenzio, nell’ombra, amaramente» (605).

La malattia di Amalia, o meglio, lo scoppio della malattia di Amalia, rivela ad Emilio, con una violenza inaudita, feroce, ciò che la passione per Angiolina aveva nascosto sotto cumuli di sogni andati a male e di menzogne. Il velo finalmente si strappa, viene ridotto a brandelli ed Emilio è colto di sorpresa, privo di difese. Solo un colpo simile avrebbe potuto divellere Emilio dalla passione folle e autodistruttiva per Angiolina, ed è così che i destini dei due fratelli s’intrecciano indissolubilmente, per la seconda e ultima volta nella loro vita, dopo la nascita.

Anche nel delirio febbrile la povera Amalia si sogna a nozze con il suo Stefano, e la persistenza del sogno amoroso in una tale circostanza rende l’agonia della donna ancor più pietosa, alimentando a dismisura il senso di colpa del fratello, che l’ha separata crudelmente dal suo sogno, dalla rappresentazione fisica del suo sogno, la presenza fissa del Balli in casa, ma a torto, colpevolmente, perché Amalia, al contrario di Emilio, non sarebbe mai stata capace di fare follie. Al capezzale della sorella, il protagonista la sente lontanissima da sé: «Amalia non gli apparteneva nel delirio; era ancora meno sua che quando si trovava nel possesso dei suoi sensi» (697). Tra i due fratelli non c’è comunicazione, non c’è accordo neppure nel momento estremo, definitivo del distacco perpetuo, ma, ripeto, i loro destini si intrecciano ora indissolubilmente.

XIV. Nonostante l’agonia di Amalia, Emilio decide di recarsi comunque all’appuntamento con Angiolina. Il Balli, che ha la sensibilità di accompagnare la donna nelle ultime ore della sua vita, tenta di dissuaderlo, confessandogli che quello stesso giorno ha dovuto cacciare Angiolina dallo studio per non cedere alle sue continue provocazioni, ma Emilio resta saldo nel suo folle proposito: vuole vedere l’amante e dirle addio per sempre, ma con dolcezza, senza rimproverarle nulla. Emilio anela insomma a un addio conforme al suo sogno, ma neanche questa volta la realtà non si dimostra all’altezza del sogno. Esasperato dall’ennesima, sfacciata menzogna di Angiolina, Emilio reagisce con ferocia, afferrandola violentemente per il braccio e insultandola, una, due, tre volte. Quando lei riesce finalmente a sfuggirgli, Emilio le scaraventa dietro una manciata di sassi. «Ad onta di tanta sua rassegnazione tutto intorno a lui rimaneva rude, senza dolcezza; egli stesso era brutale!» (618). Mai come in questo momento la natura di Emilio, sognatore e contemplatore, appare fuori di posto nel mondo, così rude e privo di dolcezza. Mai come in questo momento Emilio appare in tutta la sua atavica e invincibile inadeguatezza, che lo illumina nella notte tempestosa di Trieste come la luce spiovente dall’alto illumina i santi.

XV. Dopo la morte di Amalia, Emilio si ritrova perfettamente solo, come Alfonso dopo la morte della madre. Il ricordo della sorella è legato solamente alla propria colpa, la colpa di averla abbandonata per Angiolina, anche se, almeno, la morte di Amalia «l’aveva liberato dalla sua vergognosa passione» (632). Insomma, non c’è tenerezza né conforto nel ricordo di Amalia. Del resto, come dichiara Elena, la pietosa vicina di Emilio che ha assistito la sorella nel suo ultimo giorno, e dalla quale egli si reca per trovare consolazione, «Quello ch’è morto è morto e il conforto non può venire che dai vivi» (633). Grazie al breve incontro con la signora Elena, che le rivela come siano i vivi e non i morti ad avere bisogno di noi, citando il caso della serva che ha accolto in casa dopo averla salvata, e nella quale lei vede rivivere il figlio scomparso prematuramente, Emilio si avvede che può ancora trovare una ragione d’esistere. Prova con la scrittura, ma fallisce, prova con le donne, ma fallisce, pensando di amare ancora Angiolina. Ma Angiolina è fuggita col cassiere d’una banca. Emilio si reca a casa della donna e, dopo essersi sfogato con la madre, da sempre complice dei misfatti di Angiolina, saluta la piccola sorella dell’amata con una carezza paterna, sentendo dolorosamente come proprio questa carezza segni la fine della sua avventura. Emilio ripiomba così nella sua condizione di senilità precedente all’incontro di Angiolina, ma mutata, colma d’affetto per la sua tranquillità ritrovata, della cura di se stesso e del sogno di Angiolina, giunto alla sua forma definitiva e suprema, in cui l’amante si mescola ad Amalia, formando una creatura nuova e ideale, simbolica, capace di pensare e di piangere:

«Nella sua mente di letterato ozioso Angiolina subì una metamorfosi strana. Conservò inalterata la sua bellezza, ma acquistò anche tutte le qualità d’Amalia che morì in lei una seconda volta. Divenne triste, sconsolatamente inerte, ed ebbe l’occhio limpido e intellettuale. Egli la vide dinanzi a sé come su un altare, la personificazione del pensiero e del dolore e l’amò sempre, se amore è ammirazione e desiderio. Ella rappresentava tutto quello di nobile ch’egli in quel periodo avesse pensato o osservato.
Quella figura divenne persino un simbolo. Ella guardava sempre dalla stessa parte, l’orizzonte, l’avvenire da cui partivano i bagliori rossi che riverberavano sulla sua faccia rosea, gialla e bianca. Ella aspettava! L’immagine concretava il sogno ch’egli una volta aveva fatto accanto ad Angiolina e che la figlia del popolo non aveva compreso.
Quel simbolo alto magnifico, si rianimava talvolta per ridivenire donna amante, sempre però donna triste e pensierosa! Sì! Angiolina pensa e piange! Pensa come se le fosse stato spiegato il segreto dell’universo e della propria esistenza; piange come se nel vasto mondo non avesse più trovato neppure un Deo Gratias qualunque» (637).

Emilio Brentani approda dunque a una sintesi, supera il conflitto e ritrova la serenità, pur nella sua condizione di esclusione permanente. Ritrova la pace Emilio, ma in uno stato che, più dell’atarassia di schopenhaueriana memoria, ricorda la vedovanza, in cui il sogno è l’oblio.

NOTE

[1] Per un approfondimento sul racconto dello scrittore russo rimando al contributo Fëdor Dostoevskij, «La mite»: un uomo del sottosuolo e sua moglie.

[2] Italo Svevo, Senilità, in Id., Romanzi, a cura di Pietro Sarzana, Mondadori, Milano 1992, p. 525. D’ora in poi il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[3] Per un approfondimento sugli altri due romanzi dello scrittore triestino rimando ai contributi Italo Svevo, «Una vita»: la rinuncia di Alfonso Nitti alla vita ovvero alla lotta, La coscienza di Zeno: originalità e malattia della vita.

[4] Cesare Pavese, Il mestiere di vivere. Diario 1935-1950, a cura di Marziano Guglielminetti e Laura Nay, Einaudi, Torino 1990.

[5] Puntualizzazione d’ordine morale. Deplorevole in Angiolina non è la sua facilità di costumi, né in fondo il contegno nei confronti del Volpini – ammesso che questo Volpini esista davvero -, perché homo homini lupus, ma la sua sciocca frivolezza e la sua povertà di spirito, che le impediscono di spingersi oltre le apparenze e la portano a svilire colpevolmente se stessa.

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