I. Informato delle condizioni critiche del padre, Remigio lascia immediatamente la stazione di Campiglia, presso cui è impiegato, e si reca, con il primo diretto, alla Casuccia. Ma al giovane basta rivedere il genitore per ripiombare nell’«indifferenza», che neppure il dolore e l’imminenza della morte riescono a cancellare. Giacomo ha riconosciuto subito il figlio e se non ha fiatato, se non ha risposto alle sue domande è perché di lui non gliene importa nulla. Il principale motivo di tensione, di attrito tra padre e figlio è rappresentato da Giulia, la giovane amante di Giacomo. È lei la ragione dei litigi quotidiani tra i due, è lei che spinge Remigio ad andarsene di casa, a patire la fame, prima di trovare quel modesto impiego alla stazione. Al capezzale del padre, Remigio ripercorre il suo doloroso passato ed è invaso da una «grande tristezza […], sentendo confusamente quanta ambiguità gli era attorno; e come, tra qualche giorno soltanto, egli si sarebbe trovato a contrasti violenti e insoliti» [1]. Remigio è chiamato alla lotta, contraria alla sua natura di contemplatore [2], di individuo posto dinanzi alle cose con gli occhi chiusi, perché il padre ha promesso a Giulia «tutta la parte del patrimonio che la legge avrebbe consentito di togliere al figlio». L’usurpatrice, dopo il peggioramento delle condizioni di Giacomo, fa da sé, arraffando quanto le è possibile: lenzuola, attrezzi di lavoro, posate, il letto di Remigio, persino i gioielli della prima moglie di Giacomo, la madre del protagonista.

Nonostante tutto, consapevole della solennità del momento del trapasso, Remigio è deciso a comportarsi come se tra lui e il padre non fosse mai accaduto nulla, ma Giacomo non ha nessuna intenzione di riconciliarsi. Remigio potrebbe ricorrere alla mediazione di Luigia, sposata dal padre in seconde nozze, ma non osa, «per timidezza e per paura che il padre, invece d’avere questo sentimento, gli rispondesse magari qualche parola che gli sarebbe restata sempre a mente» (9). A Remigio basta e avanza il passato. Giacomo si contraddistingue per un orgoglio smisurato, per di più avvelenato dalla superstizione, e questo orgoglio spropositato, che lo porta ad avere fiducia solo ed esclusivamente in se stesso, si rivela la sua vera malattia mortale, impedendogli di rivolgersi al medico quando sarebbe stato ancora possibile curare la cancrena che ora lo divora. Allo stesso modo, per lo stesso motivo, in punto di morte si rifiuta di confessarsi: «Gli sembrava di allontanare la morte, se non desse retta a nessuno; e voleva morire senza lasciarsi vincere» (ibidem).

Insomma, in casa Selmi è un vero «pasticcio», noto a tutta l’umanità demoniaca del Podere, rappresentata espressionisticamente da Tozzi, a tinte forti, con colpi netti e deformanti. Giacomo non riesce a fare testamento, perché il notaio Pollastri è fuori città, per l’enorme dispiacere di Giulia, che vede svanire la sua fortuna. Ma in tanta in ambiguità, in tanto egoistico interesse, la natura, che incornicia la vicenda, resta impassibile, indifferente agli intrighi, all’odio e alla morte: «Da tutte e due le finestre aperte, l’aria odorosa della primavera entrava nella camera. Le anatre schiamazzavano, sguazzando nel fango del fontone; e le galline, che nessuno s’era ricordato di governare, crocchiolavano forte. Un lungo suono di campane scivolava per il cielo; da Siena alta, giù verso la Val d’Arbia. Un mucchio enorme di nuvolette rosee si radunò sopra i pioppi della Tressa, come richiamato da quel suono» (11).

La morte del padre spalanca a Remigio una nuova vita, o piuttosto un nuovo destino, ed egli ne è perfettamente consapevole osservando la campagna, la terra, il ciliegio che ha messo le foglie, le viti che hanno messo le gemme, i grani luccicanti (torna in queste immagini il contrasto stridente tra la morte e la primavera, il risveglio della natura e, in un certo senso, di Remigio stesso, costretto dalle circostanze ad aprire gli occhi): «Tutte queste cose le aveva viste anche i giorni innanzi; ma, quella mattina, capì che gli sarebbero piaciute per la prima volta; e che doveva amarle, perché non c’era altro per lui» (13). Emergono due aspetti interessanti: 1) liberata finalmente dalla presenza avvelenante, castrante del padre, la terra riacquista valore per Remigio; 2) il carattere ineluttabile, irrimediabile della sua vicenda.

II. Remigio è abituato a non essere «né amato né rispettato», eppure non prova nessun desiderio di vendetta, nessun odio nei confronti dei suoi simili, e questo lo rende particolarmente vulnerabile. Del resto, egli è figlio di un uomo morto senza lasciare amici a causa del suo carattere «aspro e cupo», che gli ha dato fama di «cattivo». Tutti i mercanti e i contadini che hanno avuto a che fare con lui accolgono la notizia della morte di Giacomo «quasi con soddisfazione; come se l’avesse meritata». Tutti rivolgono «il malanimo e la curiosità contro Remigio; trovando così il modo di vendicarsi con lui del padre» (21). Remigio è in trappola. Deve fare i conti con i debiti del padre, con le pretese della matrigna e di Giulia, con l’ostilità atavica dei contadini, che non nutrono nessuna considerazione, nessun rispetto nei suoi confronti. A tutto questo Remigio è evidentemente impreparato, oltreché inadeguato per sua natura: «Si vede che ancora non hai mai vissuto», gli dice l’avvocato Neretti, al quale si è rivolto per le sue beghe legali.

Remigio si ritrova intrappolato in una rete di pretendenti, usurpatori, approfittatori che fanno buon viso a cattivo gioco, che danno un colpo al cerchio e uno alla botte, avvantaggiando solo ed esclusivamente se stessi. Una rete di demoni che tramano alle sue spalle, subdolamente, come Roberto Lenzi, lo scritturale del notaio Pollastri, che pianifica di sottrarre la Casuccia a Remigio attraverso un prestito. Tutti questi magheggi, tutti questi intrallazzi non fanno altro che acuire la maldisposizione di Remigio nei confronti degli uomini e del mondo, lui che è troppo sprovveduto, spaesato, astratto e povero per non recitare il ruolo della vittima: «Non sapeva che fare; si sentiva solo troppo e senza denari». Non c’è affetto, non c’è pietà, non c’è compassione, non c’è solidarietà, ma solo una gran quantità di debiti e di loschi individui che intendono fare esclusivamente il proprio comodo. Remigio è in mezzo, in balia degli uni e degli altri, dei debiti e di questa umanità avida, resa persino diabolica dagli espressionistici colpi di penna di Tozzi: «La sua fierezza violenta, ora, era esasperata; ed egli avrebbe voluto, così come si sputa, mettere al posto ogni cosa: i debiti riescivano a strappargli la carne dentro; gliela distruggevano» (40-41).

Il podere è la trappola di Remigio ed egli dovrebbe liberarsene subito, venderlo a qualunque prezzo, ma è troppo fiero, lo è violentemente, e su di lui s’addensano, pagina dopo pagina, le nubi nere di un destino terribile. Remigio oscilla tra momenti in cui gli sembra d’impazzire e momenti in cui, invece, prova un «benessere immenso», che lo rianima tutto. È la terra ad avere questo effetto benefico sui suoi nervi sfibrati, sulla sua testa in subbuglio, quella terra che, in fondo, rispetto al modesto e umiliante impiego in stazione, rappresenta un’enorme opportunità: Remigio vuole appianare i debiti e iniziare a guadagnare, il prima possibile. Ma non ha competenze, né energie, e lascia fare ai contadini, che non comanda, ma si limita ad osservare. Come se non bastasse, attorno a Remigio, alla sua eredità, al testamento del padre, si leva una Babele di chiacchiere, con la curiosità generale che aumenta a dismisura il suo senso di ripugnanza, «come se gli mettessero nell’anima un cencio sporco». Ciò porta Remigio a isolarsi dagli altri, esasperando il suo atavico stato di emarginazione, di esclusione. Come Pietro in Con gli occhi chiusi [3], come gli inetti sveviani, Alfonso Nitti ed Emilio Brentani [4], Remigio trova rifugio, conforto e una sicura possibilità di risarcimento nel sogno:

«Egli si dimenticò anche della matrigna e di Dinda: gli pareva d’essere solo e di amare. La Casuccia doventava così fertile che nell’aia non entravano più i prodotti del podere. Vendeva il fieno a carrate; faceva fare una mezza dozzina di pagliai, tutti in fila, in modo che dalla strada fossero visti; le viti doventavano grosse il doppio, con certi grappoli che gli ricordavano quanto da ragazzo gli eran piaciuti quelli della Terra Promessa e come aveva avuto voglia di piangere perché Mosè era morto prima di arrivarvi; il grano faceva certe spighe che si sentivano pesare tenendone anche una sola in mano. Berto, Tordo e Picciòlo doventavano buoni e così alacri, che anche da vecchi li teneva sempre con sé.
Egli sposava una donna abbastanza ricca, piuttosto bella, senza tante ambizioni; ma avrebbero comprato un calesse e un cavallo, e la domenica sarebbero andati dentro Siena; a sentir suonare la musica» (48-49).

Naturalmente la realtà lo strappa con violenza dal sogno: qualcuno chiama Remigio, lo desta, per consegnargli la citazione di Giulia. Il contemplatore, attraverso il sogno, innalza se stesso e la sua vita misera, ma la realtà lo afferra e lo scaraventa violentemente al suolo, ricordandogli quanto sia inadeguato, fuori di posto, inetto a tutto. Ogni volta con maggiore spietatezza, fino allo strappo definitivo, dopo il quale niente sarà più come prima, oppure niente sarà più e basta, come nel caso di Alfonso Nitti e di Remigio Selmi.

III. La roba di Remigio è in realtà la roba di tutti: tutti e tre gli assalariati ne rubano un po’, dai frutti al fieno (la povertà secolare non c’entra niente, la questione riguarda l’atavica malvagità dell’uomo: homo homini lupus). In tanta ostilità istintiva, e per questo motivo irriducibile, solamente Picciòlo, il più anziano dei contadini, dimostra di volere bene a Remigio. Glielo dice persino e sembra qualcosa di inaudito in questo mondo straniante dominato dall’egoismo (un mondo analogo, in questo senso, a quello rappresentato da De Roberto nei Viceré [5]): «Io le voglio bene». Remigio vorrebbe aggrapparsi al vecchio contadino, come a un vecchio albero solido, parlargli di tante cose, ma non riesce a confidarsi: «Aveva sofferto troppo, perché non sentisse che era inutile» (56). Allora Picciòlo assume le sembianze del saggio Sileno [6]: «A questo mondo non deve star bene nessuno!». Nella morte di Giacomo e soprattutto nelle difficoltà di Remigio, Picciòlo vede dimostrazioni inequivocabili, scientifiche dello stato miserevole dell’uomo, anche se padrone, e dopo la sentenza del vecchio contadino il protagonista si sente «pieno d’ombra come la campagna. Guardò il podere, giù lungo la Tressa; e dov’era già buio. E gli parve che la morte fosse lì; che poteva venire fino a lui, come il vento che faceva cigolare i cipressi» (ibidem). La morte è lì, in agguato nel podere, nascosta in un angolo della campagna, pronta a braccarlo. È solo questione di tempo, e trarsi indietro non servirà a niente. Non ci sarà scampo per Remigio.

Da una parte Picciòlo e, in parte, Luigia, la matrigna, dall’altra Berto e Giulia, i due più acerrimi nemici di Remigio. In particolar modo la donna sembra trovare nel dolore del protagonista il senso della sua esistenza: «era invidiosa che un altro potesse fargli del male come soltanto voleva farglielo lei! Non voleva che Berto ci riescisse meglio! […] Le pareva d’essere nata a posta per far del male a lui! Era proprio quella come ci voleva!» (58). Berto, nella sua ferocia primordiale, è un barbaro, mentre Giulia è una creatura viscida, strisciante, serpentesca, subdola. Tolta dalla miseria, accolta in casa da Giacomo come amante, si crede in possesso di «una raffinatezza che non poteva superarla nessuno!». È un innesto malriuscito, infido e disgustoso, sottilmente maligno e immorale. Intanto sulla Casuccia si abbatte la prima piaga: la pioggia battente che sciupa il fieno, almeno per metà da buttare: «Giulia sorrise: era contenta; ma queste notizie, tra buone e cattive, non le bastavano. Possibile che non venisse giù una grandinata grossa come le noci; sopra le viti?» (ibidem). Verrà anche la piaga della grandine, verrà, secondo l’auspicio dell’usurpatrice, ma quando ormai non potrà più danneggiare Remigio.

Remigio è la vittima sacrificale dell’avidità, dell’invidia, della malvagità di tutti quelli che lo circondano, del mondo diabolico nel quale è entrato a far parte dopo aver ereditato il podere. Sin dalle prime pagine la sua vicenda si configura come una lenta agonia: la morte è in agguato. L’essenzialità è la grande forza di questo libro. Tozzi non si perde mai in chiacchiere, non indugia né ricama, ma va dritto al punto, collocandosi a metà strada tra Verga, De Roberto e Dostoevskij, rappresentando una sorta di sintesi ideale dell’asciuttezza, dell’obiettività veristico-naturalista e quello scavo psicologico dell’individuo di cui lo scrittore russo s’impone come l’inarrivabile maestro.

IV. Nonostante le difficoltà, le maldicenze e gli intrighi altrui, le calamità naturali e le incapacità proprie, Remigio non molla, animato da una fede «indefinibile» frutto della giovinezza. Ma la tristezza lo incalza: «Tutta la sua vita sembrava chiusa dentro un sacco, da cui non c’era modo di metter fuori la testa» (64). Tra Remigio e gli altri non c’è comunicazione, perché Remigio è troppo diverso da tutti gli altri. E non c’è comunicazione neppure tra Remigio e le cose che lo circondano: «Né meno tra lui e la Casuccia potevano intendersi! Ogni cosa gli stava contro; e quel cielo così azzurro pareva che gli dicesse di andarsene e di rinunciare ai suoi propositi» (ibidem). Remigio si trova in una solitudine cosmica, e per di più sotto assedio. L’odio ancestrale di Berto nei suoi confronti (l’odio dell’uomo nei confronti dell’uomo, non del servo verso il padrone), cresce di occasione in occasione e il contadino sente come l’assassinio sia per lui una sorta di destino: «Dentro di sé lo aveva sempre sentito, anche da giovane, che prima o dopo, un tiro di quel genere, a qualcuno lo doveva fare. Non si sbagliava, no!» (70). E la smania di fare la pelle a Remigio gli toglie il sonno. Come nei Fratelli Karamazov [7], anche nel Podere l’odio è il sentimento dominante, imponendosi come il più naturale: homo homini lupus, di nuovo.

L’idea dell’assassinio si impossessa sempre di più, giorno dopo giorno, di Berto, fino a compenetrarlo tutto: «Ormai […] era deciso e gli pareva di doventare un altro; proprio quello che s’era tante volte immaginato: sentiva che andava incontro a un pericolo ed era contento di avvicinarcisi sempre più. S’era fatto tetro; e certe sue risate, quando non c’era nessuna ragione di ridere, non piacevano agli altri. Anzi, Picciòlo, lo sbirciava male. Quando parlava, diceva sempre qualche cosa che non aveva relazione con il discorso, come se non volesse dire quel che pensava. Si chiese se avrebbe fatto bene a confessarsi; ma gli parve che allora non sarebbe stato più libero di sé stesso» (86). L’omicidio diviene per Berto un’ossessione, che rafforza in lui la consapevolezza della miseria e del destino di dolore dell’uomo (quella consapevolezza che abbiamo già riscontrato in Picciòlo): «Da qui in avanti, non vorrei essere né meno un signore. L’uomo è sempre stato male, per quello che capisco io, fino da Adamo» (ibidem). Attribuire a un contadino, che vi giunge per istinto ed esperienza, questa sentenza pessimistica che non lascia neppure un briciolo di speranza, significa conferirle una validità universale e incontrovertibile, assiomatica (esattamente ciò che fa Leopardi nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia [8]). Nella sua primordiale, ancestrale sete di sangue Berto ricorda Caino. Remigio, per contrasto, più Abele che Giobbe, al quale lo ha accostato Baldacci [9], perché come Abele è invidiato dunque odiato da tutti per la sua immeritata fortuna.

Dominato dal sentimento, più che dall’idea, dell’assassinio, sentimento fisico, materiale, percepibile quasi tangibilmente, Berto si mostra consapevole della vanità, dell’inutilità, dell’insignificanza e infine dell’insensatezza della propria vita, consapevolezza spaventosa che s’impone, di fatto, come l’ultima e definitiva prova della sua resa al delitto:

«Quando sarò morto, chi si ricorderà di me? Non ho né meno un figliolo.
[…] Ormai, mi posso dire vecchio; e non so quel che sia il mondo. Da ragazzo, fino ai vent’anni, sono stato con tutta la famiglia alla Rosa. Poi, presi moglie e andai a stare un miglio più in là; al podere del Pillo. Quando mi mandarono via, perché non andavo d’accordo con il fattore giovane, venni a stare qui alla Casuccia. In tutto, ho cambiato, dunque, tre poderi. Qualche viso nuovo, l’ho visto soltanto alle fiere; quando c’era il bestiame da vendere. Quando presi moglie, andai alla festa della Madonna; che facevano a Buonconvento. E basta.
[…] Mi ricordo di avere sentito dire, dal nonno, che una volta facevano grandi feste da per tutto; e, ora, invece, è silenzio da per tutto. E non si sente dire più niente. Qualche volta, vorrei entrare sotto terra; giù in fondo, più sotto dei lombrichi.
[…] Vorrei sapere perché sono venuto al mondo e che cosa ci ho fatto! Non era lo stesso anche se non nascevo?» (87).

Berto inizia a perdere il controllo di se stesso, ogni giorno di più, di giorno in giorno più smanioso e intrattabile, cupo come un temporale – il temporale che è nella sua testa. Trova conforto solo in compagnia di Giulia, cui l’unisce l’odio feroce nei confronti di Remigio.

V. Il podere stesso, anzi, in primis proprio il podere è il «nemico» di Remigio. Egli sente tutta la propria inettitudine e come questa rovini tutto ciò che gli sta attorno: «sentiva che perfino le viti e il grano si farebbero amare soltanto se egli impedisse a qualunque altro di doventarne il proprietario. La casa stessa gli era ostile: bastava guardare gli spigoli delle cantonate. Se non aveva l’animo di distruggerla e di ricostruirla, anche la casa non ce lo voleva. Da tutto, la dolcezza era sparita» (110-111). Il podere pretende da Remigio che egli imponga la propria volontà, che egli diventi davvero il padrone delle viti e del grano, che egli abbatta e ricostruisca la casa: è questa la condizione primaria, basilare. Con la propria volontà Remigio deve domare la terra e plasmarla secondo il proprio volere, imporsi su di essa come ha fatto il padre, ma Remigio non ha volontà, si trova come sospeso tra le nubi, nel nulla, gli occhi portati a chiudersi suo malgrado. D’accordo, egli non ha le capacità, non ha le conoscenze, ma potrebbe sopperire a questa sua pur grave mancanza con l’energia, lo slancio, la voglia di fare, il furore attivista, che però non appartengono alla sua natura, anti-faustiana (faustiano è il mastro-don Gesualdo di Verga [10]). La vera dimensione esistenziale di Remigio, come nel caso di Pietro Rosi, non è la realtà, ma il sogno, e questo lo mette in una posizione drammaticamente conflittuale con il suo nuovo ruolo di padrone: Remigio è destinato a fallire. Emblematico, in tal senso, lo stato di abbandono in cui versano le viti, «piene di succhioni più lunghi dei tralci, con i filari empiti di erbacce. Tutti le vedevano, e pareva che non avessero padrone!» (111). Di fatto non ce l’hanno, perché Remigio è un non-padrone. Quando c’era Giacomo tutto andava bene, le vacche, sazie e riposate, figliavano ch’era una meraviglia, il podere era arato, la terra pulita, mentre ora, con Remigio, le bestie sono magre, sciupate, sfinite e la Casuccia è invasa dappertutto dalle gramigne. Tutto, insomma, va a scatafascio.

Come se non bastasse, si abbatte sulla casuccia la seconda piaga: il grano brucia. Un migliaio di lire andate in fumo. «Questa è stata una disgrazia che il nostro padrone non meritava», commenta Picciòlo, misericordioso, osservando con Berto e Tordo il mucchio di cenere. La «mucchia» non può aver preso fuoco da sé, nota Tordo, e infatti le hanno dato fuoco: è stato Chiocciolino, uno dei due testimoni di Giulia, il sensale mezzo epilettico avvelenato dalle duecento lire di debito che Giacomo non gli ha mai restituito, e Remigio neppure. L’incendio scoraggia ancora di più il protagonista, lasciandolo abbattuto «perfino troppo». Ma il fatto è che i soldi non ci sono ed egli inizia ad avere davvero paura: «quando la macchina trebbiatrice, trinata da due paia di bovi, passò davanti alla Casuccia senza fermarsi, gli parve di perdere il cuore» (116). Eppure Remigio si rianima, legandosi sempre di più al podere, amandolo sempre di più, rincuorato dalle cambiali, che gli mettono denaro fresco nel portafogli. Passa lunghe ore nella campagna, senza fare niente, camminando, osservando: «Gli pareva di potersi nascondere in mezzo al podere; e di non farsi mai più guardare da nessuno» (119).

VI. Una delle due vacche partorisce un vitello morto: è la terza piaga, la più inquietante, sbattendo in faccia a Remigio la morte. «Sfortunato come me non c’è nessuno!», commenta il protagonista, che ha assistito al parto. «Pare un destino», gli fa eco Tordo. È un destino. Il fattaccio sconvolge Remigio, che trema e non scoppia a piangere davanti ai contadini solo per vergogna. I muggiti della vacca, che non si arrende alla morte del cucciolo, alimentano il suo pianto, «e non poteva più guardarle gli occhi tanto afflitti che parevano più scuri e più fondi» (130). Il commento maligno di Berto – «Io credo che queste cose non avvengano senza che Dio non le desideri» (ibidem) – fa sbottare Remigio e i due s’accapigliano. «Che ho fatto io a te? Se il vitello fosse stato tuo, avresti avuto piacere di sentirti dire quel che tu hai detto a me?» (131), domanda Remigio, furioso e disperato, al contadino, che sale di corsa in casa ad afferrare l’accetta. La moglie lo ferma e Berto giura che sarà per un’altra volta, che Remigio non la scamperà. È solo questione di tempo: la morte prematura del vitello è l’annuncio della morte prematura del protagonista.

Il tribunale condanna Remigio a pagare le ottomila lire richieste da Giulia e le spese processuali. È il colpo di grazia: Remigio è spaventato da qualcosa di indefinibile, ma consistente; con il pensiero torna a quel Dio dimenticato che non ha nessun motivo valido per annientarlo come lo sta annientando, implacabilmente, e sente tutta la sua miseria, la sua inutilità, la sua insignificanza, la sua insensatezza con una chiarezza inedita e violenta (le stesse riflessioni hanno trafitto Berto: la vittima e il carnefice, Abele e Caino s’incontrano nella miseria, comune a ogni uomo):

«Egli aveva paura di una cosa ignota, più consistente del suo animo. Ma, benché non avesse più pensato a Dio da tanti anni, non poteva credere che Dio volesse annientarlo a quel modo. Che cosa aveva fatto di male? Perché non poteva esistere anche la sua volontà? Ricordò, allora, la sorgente dell’orto, sottile come un filo, quando da ragazzo si divertiva a chiuderla con un poco di argilla: bastava che vi pigiasse sopra il pollice. Pensò anche a tutta la gente che conosceva ed era morta senza che gliene fosse importato nulla. Anch’egli, ora, poteva morire, e nessuno lo avrebbe rimpianto. Dopo qualche anno, nessuno se ne sarebbe più ricordato. Mentre la Casuccia, a ogni primavera, ridoventava verde e fresca; e i pioppi della Tressa si innalzavano sempre di più. Ora, sentiva la sua miseria!» (134-135).

Il ricordo di Dio, che diviene desiderio e rimpianto quando Picciòlo gli domanda perché non si rechi mai a messa, contribuisce a conferire alla vicenda di Remigio il carattere di destino e di sacrificio: «Remigio si sentì prendere da un sentimento, al quale non aveva mai voluto dare retta; e desiderò di credere. Avrebbe voluto rispondere: “aspettatemi”; ma, invece, sorrise impacciato, e basta» (137-138).

Berto fracassa il cranio a Remigio a colpi d’accetta, e viene giù la grandine: «I pampini e l’uva acerba si sparpagliarono su la terra; insieme con le rame dei frutti schiantati» (141). Ecco quella grandine auspicata da Giulia, ma giunta troppo tardi, piaga postuma e dunque inutile. Il cielo è vuoto e vi regna il caso, mentre la terra si nutre del sangue degli uomini. La morte di Remigio assume i contorni del suicidio: egli, di fatto, si consegna a Berto, e nonostante la paura istintiva, da bestia, non fugge. Del resto, quando si compie un destino il confine tra distruzione e autodistruzione è sempre molto sottile.

NOTE

[1] Federigo Tozzi, Il podere, introduzione e note di Luigi Baldacci, Garzanti, Milano 2018, p. 7. D’ora in poi il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[2] In riferimento a Remigio Selmi potremmo utilizzare le seguenti parole di Svevo: «Noi siamo una vivente protesta contro la ridicola concezione del superuomo come ci è stata gabellata (soprattutto a noi italiani)… Il primo che seppe di noi è anteriore al Nietzsche: Schopenhauer, e considerò il contemplatore come un prodotto della natura, finito quanto il lottatore. Non c’è cura che valga» (citato in Franco Gavazzeni, Introduzione a Italo Svevo, Romanzi, a cura di Pietro Sarzana, Mondadori, Milano 1992, p. XVI).

[3] Per un approfondimento sul romanzo rimando al contributo Federigo Tozzi, «Con gli occhi chiusi»: la relatività dei rapporti umani.

[4] Per un approfondimento sui romanzi di cui questi due personaggi sono protagonisti rimando ai contributi Italo Svevo, «Una vita»: la rinuncia di Alfonso Nitti alla vita ovvero alla lotta, Italo Svevo, «Senilità»: la giovinezza postuma di Emilio Brentani. Prima parte, Seconda parte.

[5] Per un approfondimento sul romanzo rimando al contributo Federico De Roberto, «I Viceré» ovvero «fare il proprio comodo sopra ogni cosa». Prima parte, Seconda parte, Terza parte.

[6] «L’antica leggenda narra che il re Mida inseguì a lungo nella foresta il saggio Sileno, seguace di Dioniso, senza prenderlo. Quando quello gli cadde infine tra le mani, il re domandò quale fosse la cosa migliore e più desiderabile per l’uomo. Rigido e immobile, il demone tace; finché, costretto dal re, esce da ultimo fra stridule risa in queste parole: “Stirpe miserabile ed effimera, figlia del caso e della pena, perché mi costringi a dirti ciò che per te è vantaggiosissimo non sentire? Il meglio è per te assolutamente irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente. Ma la cosa in secondo luogo migliore per te è morire presto”» (Friedrich Nietzsche, La nascita della tragedia, traduzione di Sossio Giametta, Adelphi, Milano 2018, pp. 31-32).

[7] Per un approfondimento sul romanzo rimando allo studio Fëdor Dostoevskij, «I fratelli Karamazov»: l’uomo diviso.

[8] Per un approfondimento sul componimento rimando al contributo Giacomo Leopardi, «Canto notturno» ovvero l’inconveniente di essere nati.

[9] Luigi Baldacci, Introduzione a Federigo Tozzi, Il podere, cit., p. XL.

[10] Per un approfondimento sul romanzo rimando al contributo Giovanni Verga, «Mastro-don Gesualdo»: ascesa e rovina del self-made man.

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