I. L’angoscia e il dolore sfigurano Matilde, la prosciugano, la consumano: «Se era stata sempre pallida e magra, adesso era scialba e scarnita; il petto le si affondava come se qualche male lento e spietato la rodesse, le spalle le s’incurvavano come per il peso degli anni, e gli occhi incavati, accerchiati di livido, lucenti di febbre, dicevano lo strazio di un pensiero cocente, d’una cura affannosa, d’una paura mortale» [1]. Eppure, nonostante le atroci sofferenze, l’autodistruttiva sottomissione di Matilde nei confronti del marito, il «bene del cane per il padrone, la devozione d’uno schiavo per l’essere di un’altra razza, più forte, più alta, più rara» (241), non diminuisce, anzi, cresce di giorno in giorno, imponendosi come la vera e propria malattia mortale della povera donna.

II. Dopo il parto del mostro, Chiara crede di essere di nuovo incinta, ma passano i mesi, il decimo, l’undicesimo e non accade nulla, aumentano solamente i dolori. Chiara, che non ha voluto consultare medici e levatrici per superstizione, non è gravida, ma ha una ciste all’ovaia grande come una casa. Per quanto riguarda gli altri fratelli Uzeda, Giacomo, avido di denaro, si orienta solo in base alla bussola del guadagno, dell’interesse; Lodovico è preoccupato dell’ostilità del neonato governo italiano verso la chiesa e le istituzioni ecclesiastiche, teme che possa arrestare la sua carriera religiosa dunque la sua rivincita, per questo motivo lascia il monastero e si rivolge al Vescovato, dove diviene subito il braccio destro del capo della diocesi; Ferdinando è ora vittima dell’ipocondria, soggiogato da testi medici privi di valore scientifico, spacciati dal libraio per il tesoro sapienziale, e si crede in punto di morte; Lucrezia costringe il marito Benedetto, grande patriota, ferito sul campo di battaglia, a una lenta, ma inesorabile degradazione morale; Raimondo finalmente abbandona la moglie per unirsi a donna Isabella, che non ama, alla quale non vuole legarsi, ma cui si concede mani e piedi legati per la sua smania di vincere gli ostacoli.

Per lo scioglimento del proprio matrimonio e di quello di donna Isabella, Raimondo è costretto a rivolgersi a Lodovico, che finalmente ottiene quella soddisfazione desiderata da sempre: «Con gli occhi quasi chiusi, il capo un poco piegato, le mani raccolte in grembo, il Priore pareva un confessore indulgente ed amico: non una contrazione del viso, non una dilatazione del petto svelava l’intima soddisfazione di vedersi finalmente dinanzi, sommesso e quasi supplice, il ladro che lo aveva spogliato, pel quale era stato bandito dalla famiglia e dal mondo» (284). Finalmente soddisfatto, risarcito del furto della famiglia e del mondo, Lodovico si impegna a perorare la causa del fratello. Chi si oppone all’unione di Raimondo con donna Isabella è Giacomo, ma, naturalmente, dopo aver raggiunto un accordo economico con lo storico rivale, muta opinione (ciò che è accaduto già con Lucrezia e il suo matrimonio con Benedetto Giulente).

La povera Matilde muore qualche mese dopo l’unione di Raimondo con donna Isabella, trovando finalmente quella pace per lei impossibile in vita. Creatura destinata al dolore, debole, incapace d’imporsi, distrutta dalla canina sottomissione al marito, Matilde Palmi è un personaggio struggente, drammatico come nessun altro nel romanzo. Dopo averle dedicato molte pagine, l’autore la liquida in poche parole, con una semplice battuta pronunciata da un inserviente.

III. Dopo l’impresa, dopo il trionfo, Raimondo si avvede del proprio, madornale e grossolano, errore. Lui, che più di ogni altra cosa desidera la libertà, preferendo persino le prostitute alle donne libere per non avere problemi, si è incatenato da sé, e il suo risentimento diviene incontenibile:

«Egli restava di marmo sotto quelle carezze. Vinta la partita, cessata la febbre che lo aveva animato contro le difficoltà, i contrasti e le opposizioni d’ogni genere, faceva il conto di quanto gli costava quel risultato. Confusamente, sordamente, poiché non poteva convenire di esser stato tanto cieco, sentiva d’aver lavorato a ribadirsi al collo una nuova e più pesante ed infrangibile catena, quando invece la sua personale aspirazione, il suo unico ardente desiderio sarebbe stato quello di liberarsi del tutto. Scontento, irrequieto, nervoso, frenavasi dinanzi alla gente; ma in casa, coi familiari, trovava nelle circostanze più futili un motivo di sfogarsi, di gridare, di maltrattare qualcuno; Pasqualino riceveva sulle spalle il fitto della gragnuola; donna Isabella sentiva la tempesta minacciare anche lei, ma la stornava a furia di sommessione, secondando sempre e comunque l’umore del marito» (290-291).

Naturalmente il rancore di Raimondo si riversa sugli altri, sui parenti, contri i quali Isabella, per assecondare il marito, si scaglia violentemente, spietatamente: contro Chiara, che, l’utero fradicio, procura lei stessa splendide cameriere-amanti al marito; contro Lucrezia, che, sposato finalmente Benedetto Giulente, lo considera ora un asino insultandolo da mattina a sera, persuasa che un simile uomo non sia abbastanza per lei; contro Ferdinando, che, passata la smania di Robinson Crusoe, si lascia derubare dal fattore delle Ghiande e torna in città, frequentando teatri e donne; ma soprattutto contro Giacomo, che ha fatto pagare salato il suo appoggio (un terzo del patrimonio di Raimondo), vero e proprio usuraio dei suoi fratelli, ideale figlio di sua madre – se donna Teresa potesse gettare un sguardo sugli Uzeda, chissà, cambierebbe idea, facendo di Giacomo il suo beniamino.

IV. Finalmente Chiara vede il suo sogno realizzato: il marito avrà un figlio. Non da lei però, ma da una cameriera:

«Rosa Schirano, la nuova cameriera da lei presa a Federico, un bel pezzo di ragazza della Piana, bianca e rossa al pari d’una mela, era incinta per opera del marchese; e invece di cacciarla via, ella non capiva in sé dal contento. Questa era anzi la secreta speranza che l’aveva indotta a metter tante fresche ragazze a fianco del marito; poiché voleva un figlio di lui e non era buona a farlo, s’accontentava di quello di un’altra, le pareva naturalissimo circondare di cure quest’altra che Federico aveva fecondata, e ne invidiava la sorte. Ella stessa le aveva strappato la confessione dell’errore, e la ragazza, impaurita e tremante, era rimasta, poiché la padrona, invece di buttarla giù dalle scale, le aveva detto: “Non t’inquietare; penserò io a tuo figlio!…” Da quel giorno Chiara non aveva avuto pensieri se non per la cameriera. Un certo senso di rispetto umano le aveva impedito di continuare a tenerla nelle proprie camere col ventre sempre più gonfio; ma giù nel cortile, nelle stanze che la moglie del cocchiere era stata costretta a cederle, la visitava tre o quattro volte il giorno, le mandava i migliori bocconi della sua tavola, la teneva nella bambagia» (294-295).

Neppure Giacomo, che sembra concentrato esclusivamente sugli affari, sulla speculazione selvaggia, spietata, immorale, è immune alla debolezza carnale, facendo della cugina Graziella, il primo amore, dapprima l’amante, poi, in seguito alla morte di Margherita, stroncata dal colera, la sua nuova consorte. Il matrimonio con donna Graziella inasprisce l’astio del principino Consalvo nei confronti del padre.

V. Il duca d’Oragua, l’illustre deputato, consigliere comunale e provinciale, membro della Camera di commercio, del Comizio agrario, presidente del consiglio d’amministrazione della Banca di Credito, consigliere di sconto alla Banca Nazionale e al Banco di Sicilia, nominato in tutte le giunte di vigilanza, in tutte le commissioni d’inchiesta, ormai non si reca più nella capitale, dedicando tutto il tempo ai propri affari, sindaco, di fatto, della città, attraverso l’elezione di Benedetto Giulente a primo cittadino:

«[…] consacrava tutto il suo tempo ai propri affari, badava alle cose di campagna, migliorava le proprietà comprate dalla manomorta, speculava sugli appalti, si giovava del suo credito presso le amministrazioni pubbliche per rifarsi di quel che gli costava la rivoluzione. E con l’aria di consigliare Giulente, lo persuadeva a fare ciò che voleva. Ufficialmente, il sindaco era suo nipote; in fatto, era egli stesso. Non si rimuoveva una seggiola, al Municipio, senza la sua approvazione; ma specialmente nella nomina degli impiegati, nella concessione di lavori pubblici, nella distribuzione di incarichi gratuiti ma indirettamente o moralmente profittevoli, egli faceva prevalere la propria volontà, proteggeva i suoi fedeli, fossero anche inetti, metteva avanti la gente da cui poteva sperare qualcosa in cambio, non dava quartiere a quelli del partito avverso, qualunque titolo possedessero, da qualunque parte glieli raccomandassero. Aveva l’abilità di fingersi assolutamente disinteressato, di spingere il nipote a fare ciò che egli stesso voleva come se invece non gl’importasse nulla di nulla, e il Municipio diventava così, a costo di patenti ingiustizie, di manifeste violazioni della legge, un’agenzia elettorale, una fabbrica di clienti. Per rispetto e per soggezione, soprattutto per la speranza di raccogliere l’eredità politica dello zio, Benedetto non osava contrariarlo; se, per qualche fatto più grave degli altri, egli esitava un momento, il duca vinceva quegli scrupoli, o adducendogli la necessità della lotta politica, o impegnandosi a riparare più tardi, o facendogli semplicemente comprendere che, in fin dei conti, a quel posto l’aveva messo lui, perciò conveniva che facesse ciò che a lui piaceva. Per compenso, gli garantiva l’appoggio del governo e della prefettura, lo sosteneva in consiglio, tesseva i suoi elogi perfino in famiglia, tenendo fronte a Lucrezia, che lo vilipendeva dinanzi a tutti» (329-330).

«Ora che l’Italia è fatta, dobbiamo fare gli affari nostri» (339): questa frase, attribuita al duca d’Oragua dai suoi avversari, rivela tutta l’«ereditaria cupidigia viceregale», la «rapacità degli antichi Uzeda». L’opposizione a don Gaspare è alimentata dal malcontento generale, dal disinganno seguente «alle speranze suscitate dalla mutazione politica»: «[…] dopo dieci anni di libertà, la gente non sapeva più come tirare innanzi. Avevano promesso il regno della giustizia e della moralità; e le parzialità, le birbonerie, le ladrerie continuavano come prima: i potenti e i prepotenti d’un tempo erano tuttavia al loro posto! Chi batteva la solfa, sotto l’antico governo? Gli Uzeda, i ricchi e i nobili loro pari, con tutte le relative clientele: quelli stessi che la battevano adesso!» (340). De Roberto smaschera gli intrallazzi che caratterizzano la politica, rivela come siano esclusivamente gli interessi personali a muoverla, orientarla, e, nonostante l’impassibile e distaccata veste naturalistica, dai Viceré ne emerge una condanna netta, decisa, spietata. Il governo, ogni governo, borbonico o liberale, repressivo o democratico, non è altro che «una lega di birbanti contro gli uomini da bene, e di vili contro i generosi» [2]. Non solo, De Roberto, proseguendo idealmente l’operazione critica iniziata da Leopardi con i Paralipomeni della Batracomiomachia [3], sgretola il mito dell’Unità d’Italia, rappresentata, attraverso il punto di vista degli Uzeda, come una mera questione di convenienza, di conservazione, di camaleontico adattamento alla realtà storica. Don Gaspare, politico tiepido, funambolico, trasformista, distante da qualunque ideologia, o meglio, a metà strada da ogni ideologia, si adatta semplicemente alle necessità del momento, riuscendo persino a trarne un vantaggio individuale enorme, le mani in pasta ovunque. Lo stesso farà il principino Consalvo, suo degno erede.

VI. «Babbeo» per trentanove anni, Ferdinando si rivela autentico Uzeda, autentico discendente dei Viceré in punto di morte, sebbene a causa della follia: «La sorda diffidenza destatasi in lui contro i fratelli, il secreto sospetto che non gli aveva consentito di attribuire all’affezione le loro premure fastidiose, erano cresciuti di giorno in giorno e avevan invaso talmente il suo cervello, che non capiva più nessun’altra idea. Egli che per trentanove anni aveva dato prova di tanto disinteresse da meritar dalla madre il nome di Babbeo, da lasciarsi rubar da tutti, si rivelava a un tratto dei Viceré con quel sospetto buffo e pazzo, adesso che non aveva più nulla da lasciare. Come la sua fibra si infiacchiva e il suo cervello si scombuiava, il sospetto cresceva, finché diventò furiosa certezza all’arrivo del fratello Raimondo» (355).

A donna Isabella, invecchiata di trent’anni, è toccata la stessa sorte della povera Matilde: tradimenti a non finire, odio nei suoi confronti e via dicendo. E sceso in Sicilia per assistere il fratello morente, questa volta Raimondo porta con sé «un vero harem internazionale», fatto di governanti, domestiche, cameriere svizzere, lombarde, inglesi, «una più bella dell’altra». La seconda parte del romanzo si conclude proprio con la morte di Ferdinando, e con la notizia della breccia di Porta Pia. Sono pagine davvero straordinarie: don Gaspare che riadatta il telegramma ricevuto dal prefetto per togliergli il carattere ufficiale, mutando l’indirizzo per far credere che sia indirizzato a lui; don Blasco che lo legge, entusiasta, in piedi su una sedia (l’ex monaco ha acquistato i terreni del monastero di San Nicola, chiuso, e con la caduta di Roma non ha più niente da temere), arringando poi la folla, gridando «Morte!» a un suo vecchio collega impazzito, fra’ Carmelo.

NOTE

[1] Federico De Roberto, I Viceré, a cura di Sergio Campailla, Newton Compton editori, Roma 2014, p. 237. D’ora in poi il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[2] Giacomo Leopardi, Pensieri, in Id., Tutte le poesie e tutte le prose, a cura di Lucio Felici ed Emanuele Trevi, Newton Compton editori, Roma 2016, p. 627.

[3] Per un approfondimento sul poema rimando al contributo Giacomo Leopardi, «Paralipomeni della Batracomiomachia»: il «libro terribile».

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