«Bisognava distruggere quell’organismo che non conosceva la pace; vivo avrebbe continuato a trascinarlo nella lotta perché era fatto a quello scopo».

Pubblicato nel 1892, a spese dell’autore, presso l’editore triestino Ettore Vram, Una vita è il primo romanzo di Italo Svevo; opera fondamentale nella storia della letteratura italiana, che segna il passaggio dal romanzo ottocentesco al romanzo novecentesco, basando la verosimiglianza esterna della storia non su modelli oggettivi come la storiografia (Manzoni) o lo studio sociologico (Verga), ma su un modello prettamente soggettivo come lo studio psicologico [1].

Protagonista di Una vita è Alfonso Nitti, ventiduenne impiegato di banca, divelto dal villaggio natio, climaticamente salutare e moralmente autentico, e trapiantato nella città (Trieste), climaticamente malsana e moralmente corrotta nella sua vocazione mercantesca. Impiegato e cittadino suo malgrado, per decreto familiare, Alfonso ha tutt’altre attitudini e aspirazioni: evadere dalla prigione della banca, tornare al villaggio, ricongiungersi con la cara madre, lavorare la terra e leggere e studiare, lui che è uomo di lettere e saprebbe commentare un’opera latina qualsiasi, mentre i colleghi e i superiori, pur così tronfi, non ci capirebbero niente. Insomma, Alfonso si trova in una situazione di conflitto, inasprita dalla sua inettitudine, al di là della contingenza lavorativa vera e propria condizione esistenziale (Un inetto è il titolo originario del romanzo). Da questa situazione di difformità, di contrasto tra attitudini, aspirazioni e realtà, tra il se stesso più profondo e il mondo che obtorto collo gli è toccato in sorte, scaturisce lo stato di emarginazione, di esclusione di Alfonso, che trova rifugio e conforto nel sogno, risarcendosi, magnificandosi:

«Dacché era impiegato, il suo ricco organismo, che non aveva più lo sfogo della fatica di braccia e di gambe da campagnolo, e che non ne trovava sufficiente nel misero lavorio intellettuale dell’impiegato, si contentava facendo fabbricare dal cervello dei mondi intieri. Centro dei suoi sogni era lui stesso, padrone di sé, ricco, felice. Aveva delle ambizioni di cui consapevole a pieno non era che quando sognava. Non gli bastava fare di sé una persona sovranamente intelligente e ricca. Mutava il padre, non facendolo risuscitare, in un nobile e ricco che per amore aveva sposato la madre, la quale anche nel sogno lasciava quale era, tanto le voleva bene. Il padre aveva quasi del tutto dimenticato e ne approfittava per procurarsi per mezzo suo il sangue turchino di cui il suo sogno abbisognava. Con questo sangue nelle vene e con quelle ricchezze si imbatteva in Maller [il proprietario della banca], in Sanneo [il capo della corrispondenza, la sezione del protagonista], in Cellani [il procuratore della banca]; naturalmente le parti del tutto invertite. Non era più lui il timido, erano costoro! Ma egli li trattava con dolcezza, davvero nobilmente, non come essi trattavano lui» [2].

Il ricorso sistematico al sogno, anticorpo sviluppato dall’organismo costretto all’immobilità fisica e cerebrale, è una dimostrazione decisiva del carattere esistenziale dell’inettitudine di Alfonso. Egli non ha la rude tempra del combattente che s’immerge a capofitto nella vita e sgomita, lotta per farsi strada e imporsi. Ricorrendo alla terminologia sveviana, Alfonso è un «contemplatore»: «Noi siamo una vivente protesta contro la ridicola concezione del superuomo come ci è stata gabellata (soprattutto a noi italiani)… Il primo che seppe di noi è anteriore al Nietzsche: Schopenhauer, e considerò il contemplatore come un prodotto della natura, finito quanto il lottatore. Non c’è cura che valga» [3].

Naturalmente, il contemplatore costretto a vivere in un mondo di lottatori – di cui la città è il teatro ideale – è vittima di un profondo malessere, di cui l’insoddisfazione è uno dei sintomi principali, che lo ricaccia continuamente nel sogno, vanificandone gli sforzi. Così, quando Alfonso decide di perseguire, nonostante il lavoro, le sue ambizioni letterarie, progettando la traduzione di un’opera tedesca e la creazione di un’opera originale dal titolo L’idea morale nel mondo moderno, contributi che dovrebbero fare di lui il fondatore della moderna filosofia italiana, in alcuni mesi riesce a mettere insieme appena tre o quattro pagine prefatorie. La ragione di questa esasperante lentezza è da ricercare ancora nell’insoddisfazione, che lo allontana dall’obiettivo, risospingendolo con forza nel sogno. Alfonso, consapevole della propria alterità e, al tempo stesso, certo della propria superiorità intellettuale e morale (in questo senso, emblematico il suo disprezzo verso gli abitanti della città, giudicati fisicamente deboli e moralmente corrotti, soprattutto a causa delle loro abitudini sessuali, e la sua altissima considerazione della donna, ritenuta una creatura ideale), tenta di affermare se stesso attraverso lo studio, ma fallisce, miseramente, anche in questo caso: egli resta un contemplatore scaraventato in un arido mondo di lottatori e condannato alla lotta. Non può durare molto, è inevitabile.

Eppure lo studio regala ad Alfonso un piccolo successo: la frequentazione regolare di casa Maller, dove si reca ogni mercoledì per prendere parte alle riunioni letterarie di Annetta, figlia del proprietario della banca, giovane superba, affascinante e intelligente, ma di un’intelligenza matematica, fredda, insensibile, anti-artistica. Annetta propone ad Alfonso di scrivere un romanzo a quattro mani ed egli, naturalmente innamorato della donna, accetta con entusiasmo. L’amore porta il protagonista a mettere da parte ogni ambizione letteraria, individuando ora nel semplice bacio dell’amata la soluzione all’insoddisfazione: «La vita perdeva quel suo aspetto di rigidezza ingiusta, mandava la fortuna e la felicità a chi la meritava e senza esigerne lotta; di lassù veniva una regola, per lui la ricchezza e l’amore» (172). Nell’amore di Annetta Alfonso vede il coronamento dei suoi sogni di successo, di felicità, di definitiva astrazione dalla lotta, ed effettivamente egli riesce a conquistare la giovane, trionfando là dove tutti i non pochi pretendenti, anche quelli socialmente ben più elevati del protagonista, hanno fallito. Annetta si dimostra un’amante «compiacente e appassionata», dichiara ad Alfonso che la vita è quella che le dà lui quando la bacia e che il resto non vale niente, ma, nonostante questo, nonostante l’insperata ed esaltante conquista, tornando a casa dopo la prima notte d’amore con la donna Alfonso prova comunque un profondo malessere. E allora viene da pensare che l’insoddisfazione per lui non sia semplicemente un sentimento contingente e reversibile, legato alle circostanze, ma una vera e propria malattia incurabile e mortale, un destino incontrovertibile. Come viene da pensare inoltre che l’amore di Alfonso per Annetta non sia sincero e spontaneo, che egli abbia costretto se stesso ad amare la giovane, auto-ingannandosi.

Il mattino successivo alla prima – e unica – notte d’amore con Annetta, il malessere di Alfonso non svanisce, anzi, il ricordo degli avvenimenti alimenta il suo disgusto. Ad Alfonso non piace il modo in cui ha conquistato Annetta ed è convinto che lei non lo ami, ma si sia semplicemente piegata alle conseguenze di un «fatto irrevocabile», ovvero: Annetta ha ceduto perché in balia dei sensi e tutto quello che è venuto dopo è conseguenza esclusiva della sua debolezza. Qualunque altro uomo, dopo aver conquistato Annetta, si sentirebbe un dio, ma non lui, non Alfonso Nitti, malato d’insoddisfazione. La propensione al sogno poi non lo aiuta ed egli è costretto a constatare in prima persona come la realtà non sia mai all’altezza del sogno, in nessuna occasione, neppure quella potenzialmente più favolosa, come la storia d’amore con la figlia di un ricco banchiere. Il sogno e la realtà sono separate da un vuoto incolmabile, ed è proprio in questo vuoto, in questo abisso senza fine che precipita Alfonso, inesorabilmente. Seducendo Annetta, Alfonso si è gettato a capofitto nella mischia, nella lotta, come un superuomo qualunque, ma la sua dimensione esistenziale è fuori della lotta, a bordo strada. Alfonso si è omologato al modello cittadino dominante, di massa, quello del lottatore, ma, così facendo, ha tradito se stesso, la parte più profonda di se stesso, la sua essenza, senza ricavarne altro che l’effimero e bestiale piacere sessuale:

«Vedeva con tutt’altri occhi la sua stanzetta allegra, ridente per il raggio di sole che, unico nella giornata, vi penetrava a quell’ora. Ci aveva pur passato delle belle ore! Era stata una felicità strana, una soddisfazione continuata del suo orgoglio a scoprire qualche debolezza in altrui di cui egli andava immune, a vedere gli altri tutti in lotta per il denaro e per gli onori e lui rimanere tranquillo, soddisfatto al sentirsi nascere nel cervello la genialità, nel cuore un affetto più gentile di quello che di solito gli umani sentono. Comprendeva e compativa le debolezze altrui e tanto più superbo andava della propria superiorità. Quando entrava in biblioteca o nella sua stanzuccia, egli usciva perfettamente dalla lotta; nessuno gli contendeva la sua felicità, egli non chiedeva nulla a nessuno. Ora invece questi lottatori ch’egli disprezzava lo avevano attirato nel loro mezzo e senza resistenza egli aveva avuto i loro stessi desideri, adottato le loro armi» (232-233).

Alfonso si è trasformato in un lottatore, e persino un lottatore vincente, ma non è questo il suo ruolo, non è questa la sua dimensione esistenziale, e la conquista di Annetta gli fornisce la certezza assoluta di ciò. Per lui lo spirito è di gran lunga più importante del corpo e di ogni desiderio ad esso legato. Appagato il desiderio carnale restano il vuoto e una profondissima insoddisfazione di se stesso. Alfonso, ormai è certo, neppure la ama Annetta, ha imposto a se stesso di amarla, come un rozzo lottatore qualunque. Questa sgradevole situazione è frutto di un grossolano errore commesso dal protagonista: Alfonso non si è accontentato di riconoscersi, di sapersi differente da tutti, dalla massa di superuomini che gli gravitano attorno ogni sacrosanto giorno, ma si è ritenuto superiore a tutti e così facendo ha finito per comportarsi come tutti, tradendo se stesso. Siamo al nocciolo del romanzo.

No, Alfonso non ama Annetta, come Annetta non ama Alfonso. Il protagonista ne è certo, ritiene l’abbandono della donna «il prodotto della necessità e della rassegnazione», niente di più. La lettera di Annetta ricevuta già il giorno successivo alla loro prima notte d’amore, in cui pure la giovane dichiara di volersi legare per sempre ad Alfonso, confessando tutto al padre, glielo conferma:

«Ai suoi occhi restava inutile quello sforzo di apparire non rassegnata ma lieta e di far credere che, se non fosse stato già fatto, ella sarebbe stata disposta a fare di nuovo e perfettamente conscia di sé il medesimo passo. No, ella era caduta e agiva come la persona che cadendo cerca l’atteggiamento più elegante e più dignitoso e dimentica di stendere le braccia per salvare il capo dalla botta. Quella testina, portata sempre fieramente ritta sul collo, aveva battuto malamente il suolo e Annetta rinunziava di levarla mai più in alto. In quella lettera a lui parve che, ove cessava la sensualità, cominciasse il contegno indicato da un ragionamento di necessità» (235-236).

Nelle parole di Annetta Alfonso non trova un amore pieno, sincero, profondo, ma necessità, quella necessità scaturita dalla sensualità: «Annetta avrebbe dovuto dichiarargli serenamente ch’ella lo amava e che riconosceva di non saper porre il proprio destino in migliori mani che nelle sue!» (236). Ancora una volta, la realtà si dimostra drammaticamente difforme dal sogno. Il loro legame è frutto di un brutale abbandono al desiderio carnale e nient’altro: il sentimento si esaurisce quando si esaurisce il desiderio, dura il tempo effimero di un amplesso. Alfonso ha vinto perché ha colto Annetta in un «momento patologico», e questa consapevolezza lo rende infelice come mai prima nella sua vita.: «Che cosa poteva ora essere la sua vita quando, ventiquattr’ore dopo raggiunto, riconosceva che lo scopo per cui era vissuto non dava la felicità?» (239). Attraverso la relazione con Annetta Svevo riesce a rappresentare l’inadeguatezza del suo primo grande protagonista con un’efficacia straordinaria. Se Alfonso non trova la tanto sospirata soddisfazione neppure dopo aver conquistato una splendida e ricca fanciulla come Annetta, beh, significa che non c’è proprio speranza per lui, che per lui insoddisfazione, inettitudine, esclusione sono malesseri e condizioni permanenti, irreversibili, inguaribili: «Non c’è cura che valga».

Annetta consiglia ad Alfonso di lasciare la città per qualche giorno, per sfuggire all’inevitabile ira paterna. Francesca, l’amante di Maller, gli consiglia invece di restare, per far sì che Annetta non si dimentichi di lui in pochi giorni, cosa che accadrebbe certamente se partisse. Francesca, interessata al matrimonio dei due giovani perché da questo dipende il proprio con Maller, esorta Alfonso a lottare, ma egli decide di partire, rinunciando così ad Annetta. Alfonso decide dunque di restare libero, fedele a se stesso, alla propria idea di superiorità e al proprio sogno di resa, rifiutando la ricchezza e quell’ascesa sociale alla quale anela invece Francesca:

«Era finalmente libero. Nessuno più avrebbe tentato di toglierlo dal suo proposito; sarebbe partito pur sapendo che con questo passo agli rinunziava ad Annetta. Francesca lo aveva convinto; la partenza equivaleva ad una rinunzia. Si sentì calmo e felice. Se quello che Francesca prevedeva si avverava, egli era liberato da ogni dovere e da ogni rimorso. Ella gli aveva detto che, abbandonato da Annetta, sarebbe ridivenuto il miserabile travetto di casa Maller. No! Egli sarebbe rimasto superiore anche alla posizione che Annetta aveva voluto fargli e la sua superiorità era stata dimostrata precisamente dalla sua rinunzia» (247).

Alfonso non è un vigliacco, è un inetto ma non un vigliacco. Lo sarebbe se amasse Annetta, ma egli si è solamente illuso di amarla. La conquista, la vittoria ha smascherato l’illusione, la menzogna ed egli giustamente rinuncia, preservando se stesso e la propria tranquillità. Certo ormai che «non valeva la pena di soffrire per cosa che non desiderava», lascia la città e torna al suo villaggio, libero finalmente, con l’intenzione di dimenticare tutte le meschinità cui ha assistito e di cui si è reso protagonista nell’«alveare» cittadino, sorta di tempio dell’immoralità in cui tutto è menzogna, calcolo, interesse:

«Era libero finalmente! Per soli quindici giorni, ma durante i quali non voleva neppure ricordarsi della città ove aveva tanto sofferto. Voleva dimenticare le proprie azioni poco oneste e le proprie e le altrui sventure. Fuggiva Annetta, quella ragazza che gli si era data per una curiosità da adolescente e che lo perseguitava col suo amore fittizio, ma respirava anche all’uscire da quell’ambiente o di cattivi o di disgraziati in cui era stato costretto a vivere. Francesca che si era data a Maller perché il più ricco e, simulatrice astuta, celava sotto un aspetto di sommissione un volere ferreo, un’attività intelligente nell’intrigo con cui tentava di risollevarsi; quella triste casa dei Lanucci ove si sentiva tanto male in mezzo a quegl’imbarazzi, accanto a quella ragazza che già amava colui che le avevano detto che nel suo interesse doveva amare. Oh! gente trista e disgraziata! Gli sembrava che la ferrovia correndo sull’argine piano lo portasse in alto ad un punto donde poteva giudicare tutte quelle persone che correvano dietro a scopi sciocchi o non raggiungibili. E di là si chiese: – Perché non vivono più quieti?
Si fece allo sportello. La città con le sue bianche case alla riva in largo semicerchio abbracciava il mare e sembrava che tale forma le fosse stata data da un’onda enorme che l’avesse respinta al centro. Era grigia e triste, una nube sempre più densa sul capo sembrava da essa prodotta perché a lei unita dalle sue nebbie, l’unica traccia della sua vitalità. Era là dentro, in quell’alveare, che la gente si affannava per l’oro, e Alfonso, che là aveva conosciuto la vita e che credeva che così non fosse che là, respirò liberandosi con la fuga da quella cappa di nebbia» (257).

Nella città non c’è niente di schietto, di sincero, di autentico; tutto si basa sull’interesse individuale, sul tornaconto personale; l’unica traccia della sua vitalità sono le nebbie miasmatiche che essa produce e che le gravano sopra permanentemente. Ben altra cosa è il villaggio di Alfonso, rappresentazione di una dimensione esistenziale autentica, sincera, virtuosa, salutare, nel quale egli spera di tornare a respirare a pieni polmoni, godendo dell’aria pura e degli spazi ampi della campagna. Ma anche qui Alfonso è costretto al chiuso e all’aria mefitica di una stanza, a causa della malattia della madre prima e della propria malattia poi, immediatamente successiva alla morte della signora Carolina. Guarito, Alfonso si scopre rinnovato, nel corpo e nello spirito: «Egli ora era un uomo nuovo che sapeva quello che voleva. L’altro, colui che aveva sedotto Annetta, era un ragazzo malaticcio con cui egli nulla aveva di comune» (309). Insieme alla madre Alfonso seppellisce il «ragazzo malaticcio» vittima del desiderio carnale, della sensualità, che ha sedotto Annetta pur non amandola, imprimendo una svolta decisiva alla sua vita, riportandola a una dimensione meramente contemplativa, ascetica: «Sarebbe vissuto con la sua franchezza natia, coi desideri semplici, sinceri e perciò duraturi» (310).

Rientrato in città, Alfonso apprende subito la notizia del fidanzamento di Annetta con il cugino Macario, Annetta che, tramite Francesca, naturalmente infuriata con lui, lo prega di dimenticarla. Alfonso reagisce gettandosi a capofitto nel lavoro, che riesce a distrarlo e a procurargli persino una sincera soddisfazione, una soddisfazione inedita e insperata, che lo porta addirittura a domandarsi «se sulle proprie qualità non si fosse ingannato e se quella vita non fosse la più adatta al suo organismo» (345). Persino i suoi sogni di successo si concentrano ora sul lavoro d’ufficio. La condizione di Alfonso così si stabilizza, orientandosi verso quello stato ideale di distacco e di serenità vagheggiato da sempre: «Si trovava, credeva, molto vicino allo stato ideale sognato nelle sue letture, stato di rinunzia e di quiete. Non aveva più neppure l’agitazione che gli dava lo sforzo di dover rifiutare o rinunziare. Non gli veniva più offerto nulla; con la sua ultima rinunzia egli s’era salvato, per sempre, credeva, da ogni bassezza a cui avrebbe potuto trascinarlo il desiderio di godere» (346). Alfonso si sente ormai fuori della lotta, «equilibrato come un vecchio», vicino a quello stato di auto-esclusione, auto-emarginazione che per lui rappresenta, schopenhauerianamente, l’approdo alla suprema, definitiva serenità. Anche i suoi sogni si adeguano a questa situazione: Alfonso non sogna più il successo, la gloria, la ricchezza, ma solo di vedere aumentata la sua pace, nient’altro. Fuori della lotta, Alfonso osserva con superiore distacco, dall’alto le sventure e gli affanni dei suoi simili, perennemente irrequieti: «Si sentiva tranquillo e contento di sé ora che sapeva quello che a lui mancava in confronto dei suoi simili. Non era lui l’inferiore come per tanto tempo aveva creduto. Egli poteva giudicare gli altri dall’alto, serenamente, perché si era trovato anche lui in quella lotta e sapeva che cosa fosse. Provava una compassione commossa tanto per i vinti quanto per i vincitori» (355). L’esperienza permette ad Alfonso di superare il suo stato di inadeguatezza, rendendolo indipendente alla contingenza. Approdato in un altrove spirituale dove non lo tocca più niente e nessuno, egli vede finalmente la sua via, «una via aggradevole, facile e senza meta». Alfonso in passato ha cercato disperatamente un riconoscimento pubblico, attraverso lo studio e la scrittura, ma l’avventura con Annetta, la rinuncia ad Annetta lo conduce a un sentimento di superiorità privato, libero dalla vanità e dalla volontà. Senza meta: Alfonso si scioglie nel nulla, l’approdo definitivo, estremo della filosofia di Schopenhauer.

Pare che Alfonso abbia trovato finalmente la sua strada, la sua dimensione ideale, ma non è così. Rivedendo per la prima volta Annetta non resta indifferente, dimostrando quanto il suo superiore stato di distacco, perfetto in teoria, sia fragilissimo nella pratica: «quando Annetta scomparve tra la folla che a mezzodì invadeva il Corso, egli si sentì più solo e più infelice di prima. Sentiva quanto lontano egli si trovasse da lei. Non v’era più via aperta al ritorno; egli rimaneva povero e abbandonato nella vita quando avrebbe potuto essere ricco e amato. Forse era così per sua colpa» (384). Il ricordo della rinuncia ad Annetta non s’imprime nella memoria di Alfonso come una prova di forza, di coraggio, di superiorità, ma come un bruciante rimpianto. La sola vista dell’antica amante per sempre perduta sgretola di colpo tutte le certezze di Alfonso, ricacciandolo brutalmente nell’insoddisfazione – il suo destino. Come se non bastasse, Alfonso in banca viene degradato, retrocesso dalla corrispondenza alla contabilità, la cosiddetta «Siberia». Alfonso, esasperato, decide di affrontare Maller, per la prima volta. Consapevole di affrontare una battaglia, dimostra grande risolutezza e riesce persino ad avere la meglio sul proprietario della banca, ma solo dopo una piccola allusione alle cause reali del malumore di Maller. Evidentemente quest’ultimo ha preso Alfonso per un vile ricattatore. Un equivoco inaccettabile per il protagonista, che tenta di riabilitarsi direttamente agli occhi di Annetta, inviandole un biglietto e fissando un appuntamento, al quale però non si presenta la donna, ma il fratello, che lo sfida a duello: Annetta lo vuole morto. Alfonso fa da sé: dopo essersi regalato un ultimo, estremo, severo sogno d’amore, in cui immagina Annetta visitare la sua tomba, si uccide:

«Si trovava con la penna in mano dinanzi al suo tavolo, ma non gli riusciva di vergare una sola parola. Nella sua vita da sognatore il sogno non lo aveva posseduto giammai così interamente. Depose la penna e mise la testa fra le mani. Avrebbe voluto riflettere ma sognava irresistibilmente. Annetta lo voleva morto! Desiderò che le riuscisse e che poi lo rimpiangesse. Sognava che l’amore per lui, senz’altra causa, un giorno le rinascesse nel cuore e che ella andasse alla sua tomba a spargervi fiori e lagrime. Oh! quanta buona calma in quel cimitero ch’egli sognava verde e riscaldato dal sole.
Quando riaperse gli occhi fu sorpreso di trovarsi dinanzi quel pezzo di carta da lettera.
Doveva battersi con Federico Maller in una lotta impari nella quale il suo avversario aveva tutti i vantaggi: l’odio e l’abilità. Che cosa poteva sperare? Gli rimaneva soltanto una via per isfuggire a quella lotta in cui avrebbe fatto una parte miserabile e ridicola, il suicidio. Il suicidio gli avrebbe forse ridato l’affetto di Annetta. Come in quell’istante non l’aveva amata giammai. Non si trattava più d’interesse né di sensi. Quanto più egli l’aveva vista allontanarsi da lui tanto più l’aveva amata; ora che definitivamente perdeva ogni speranza di riconquistare quel sorriso, quell’affettuosa parola, la vita gli sembrava incolore, nulla. Una volta scomparso, Annetta non avrebbe più avuto il ribrezzo della paura per lui, per il suo ricordo, ed era tutto quello ch’egli poteva sperare. Non voleva vivere dovendo continuare ad apparirle quale un nemico spregevole sospettato di voler danneggiarla e farle pagare a caro prezzo gli stessi favori da essa accordatigli.
Non aveva pensato mai al suicidio che col giudizio alterato delle idee altrui. Ora lo accettava non rassegnato ma giocondo. La liberazione! Si rammentava che fino a poco prima aveva pensato altrimenti e volle calmarsi, vedere se quel sentimento giocondo che lo trascinava alla morte non fosse un prodotto della febbre da cui poteva essere posseduto. No! Egli ragionava calmo! Schierava dinanzi alla mente tutti gli argomenti contro al suicidio, da quelli morali dei predicatori a quelli dei filosofi più moderni; lo facevano sorridere! Non erano argomenti ma desideri, il desiderio di vivere.
Egli invece si sentiva incapace alla vita. Qualche cosa, che di spesso aveva inutilmente cercato di comprendere, gliela rendeva dolorosa, insopportabile. Non sapeva amare e non godere; nelle migliori circostanze aveva sofferto più che altri nelle più dolorose. L’abbandonava senza rimpianto. Era la via per divenire superiore ai sospetti e agli odii. Quella era la rinunzia ch’egli aveva sognata. Bisognava distruggere quell’organismo che non conosceva la pace; vivo avrebbe continuato a trascinarlo nella lotta perché era fatto a quello scopo. Non avrebbe scritto ad Annetta. Le avrebbe risparmiato persino il disturbo e il pericolo che poteva essere per lei una tal lettera» (401-402).

Insoddisfatto come mai prima nella sua vita – e l’insoddisfazione risulta ancor più aggressiva, brutale e devastante perché successiva all’illusione di atarassia -, ad Alfonso non resta che morire. Inetto alla vita, si mostra perfettamente consapevole del valore esistenziale, più in generale filosofico, del proprio suicidio, suprema rinuncia alla vita ovvero alla lotta, perché vivere significa necessariamente lottare, e Alfonso non ne è capace. Egli è un «contemplatore», non un «lottatore», e se anche Svevo definirà, nel passo epistolare citato in apertura di questo contributo, risalente al 1927, attraverso la mediazione di Schopenhauer, «il contemplatore […] un prodotto della natura, finito quanto il lottatore», all’altezza di Una vita non è ancora così: in questo momento per Svevo la vita esige obbligatoriamente la lotta, la vita è lotta. Alfonso tenta di percorrere vie alternative, più consone alla sua natura, la via dello studio prima, quella dell’assoluta indifferenza poi, ma fallisce, a causa della sua insoddisfazione e della sua inettitudine, ataviche, permanenti, e allora non può fare altro che uccidersi, lasciandosi accompagnare fino alla fine dal sogno risarcitorio.

A proposito del suicidio di Alfonso, non si tratta di una forma estrema di rifiuto del mondo dall’alto, come accade nell’Ortis [4], ma del risultato di un processo conoscitivo individuale e generale che conduce il soggetto a una lucida e incontrovertibile consapevolezza, la consapevolezza della propria inadeguatezza. Il suicidio di Alfonso non ha niente di eroico, di patetico, è un bisbiglio, un sussurro che si perde nel chiacchiericcio indistinto e vuoto della città, senza lasciare traccia. Non è il valoroso ribelle Jacopo Ortis, ma il modesto impiegato di banca Alfonso Nitti, inetto alla vita, il capostipite dei protagonisti dei più grandi romanzi italiani della prima metà del Novecento – Zeno Cosini, Mattia Pascal, Serafino Gubbio, Vitangelo Moscarda, Pietro Rosi, Michele Ardengo, Corrado, Anguilla [5], tutti esclusi (non a caso De Meijer rileva come la maggior parte delle storie romanzesche italiane dalla fine dell’Ottocento in poi rappresentino variazioni sul tema dell’esclusione [6]) -: effetto svalutativo della modernità, in cui «tutti i progressi della civiltà sono regressi dell’individuo» [7].

NOTE

[1] Pieter De Meijer, La prosa narrativa moderna, in Pieter De Meijer, Achille Tartaro, Alberto Asor Rosa, La narrativa italiana dalle origini ai giorni nostri, Einaudi, Torino 1997.

[2] Italo Svevo, Una vita, in Id., Romanzi, a cura di Pietro Sarzana, Mondadori, Milano 1992, p. 23. D’ora in poi il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[3] Citato in Franco Gavazzeni, Introduzione a Italo Svevo, Romanzi, cit., p. XVI.

[4] Per un approfondimento sull’opera rimando al contributo L’impotenza, la malattia mortale di Jacopo Ortis. Prima parte, Seconda parte.

[5] Per un approfondimento sui romanzi di cui questi personaggi sono protagonisti rimando ai contributi La coscienza di Zeno: originalità e malattia della vita, Vivo morto, morto vivo… insomma, Mattia Pascal, Luigi Pirandello, «Quaderni di Serafino Gubbio operatore» ovvero della reificazione, Luigi Pirandello, «Uno, nessuno e centomila»: dall’illusione alla dissociazione e infine alla dissoluzione, Federigo Tozzi, «Con gli occhi chiusi»: la relatività dei rapporti umani, Alberto Moravia, Gli indifferenti: l’«indegna commedia» borghese, La casa in collina, tragica testimonianza dell’impotenza dell’intellettuale, Cesare Pavese – La luna e i falò (della Gaminella e di Santa).

[6] Pieter De Meijer, La prosa narrativa moderna, cit.

[7] Carlo Michelstaedter, La persuasione e la rettorica, a cura di Sergio Campailla, Adelphi, Milano 1982, p. 156.

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata

Follow by Email
Instagram
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: