«Oh! la gioventù era ritornata! Correva le sue vene prepotente come mai prima e annullava qualunque risoluzione che la mente senile avesse fatta».

I. Protagonista di Senilità (1898), il secondo romanzo di Italo Svevo, è Emilio Brentani, trentacinquenne assicuratore e scrittore modesto, autore di un solo romanzo ingiallito nei magazzini del libraio. Come Alfonso Nitti, protagonista di Una vita [1], egli è un non-vivente, proclive al sogno e alla contemplazione più che alla realtà e alla lotta, un uomo astratto, libresco: «Il Brentani parlava spesso della sua esperienza. Ciò ch’egli credeva di poter chiamare così era qualche cosa ch’egli aveva succhiato dai libri, una grande diffidenza e un grande disprezzo dei propri simili» [2]. Già da questi pochi dati è possibile desumere la portata psicologica ed esistenziale, ancor più che anagrafica, della senilità di Emilio, analoga all’inettitudine di Alfonso, rappresentando «il rifiuto di adattarsi alla vita come “gli altri” la concepiscono, l’incapacità di immergersi nella lotta per l’esistenza» [3].

II. Nella vita tranquilla, o piuttosto monotona, di Emilio non accade niente di imprevisto. Accanto a sé non ha che la sorella, la signorina Amalia, «di qualche anno più giovane di lui, ma più vecchia per carattere o forse per destino» (la senilità è dunque una malattia familiare), che vive per lui come una madre, «dimentica di se stessa», e l’amico Stefano Balli, scultore quarantenne dallo scarso successo artistico ma dal grande successo seduttivo, che ha su Emilio una «specie di autorità paterna». In tanto grigiore, il protagonista si concede una sfumatura di colore – un bel giallo acceso, caldo, granoso -, regalandosi un’avventura galante con una giovane popolana, Angiolina Zarri, «una bionda dagli occhi azzurri grandi, alta e forte, ma snella e flessuosa, il volto illuminato dalla vita, un color giallo di ambra incarnato da una bella salute» (416).

Subito dopo il primo bacio, giunto troppo presto, «visto che dopo quel primo impulso di stringerla subito fra le braccia, egli ora si sarebbe accontentato di guardare e di sognare» (425), Emilio, che si sente, molto dannunzianamente, «l’uomo immorale superiore che vede e vuole le cose come sono» (429), e si ritiene una «potente macchina di pensiero», non si accontenta di amare Angiolina, ma vorrebbe educarla. La reazione del protagonista al primo atto dell’avventura – il bacio -, l’accontentatura e il proposito di educare la giovane e dunque inesperta – secondo lui – donna, sono conferme ulteriori della sua atavica astrattezza e del carattere psicologico ed esistenziale della sua senilità. In questo senso si legga anche l’intervento di Emilio sul nome di Angiolina:

«Per una sentimentalità da letterato il nome d’Angiolina non gli piaceva. La chiamò Lina; poi, non bastandogli questo vezzeggiativo, le appioppò il nome francese, Angèle e molto spesso lo ingentilì e lo abbreviò in Ange. Le insegnò a dirgli in francese che lo amava. Saputo il senso di quelle parole, ella non volle ridirle, ma al prossimo appuntamento le disse senz’esserne invitata: Sce tèm bocù» (430).

Dalla condizione psicologica ed esistenziale di astrattezza e di senilità di Emilio nasce l’immediato processo di idealizzazione di Angiolina. Il protagonista inizia da subito a creare un’altra Angiolina, di nome Ange, più conforme ai suoi sogni.

III. Emilio, da buon sognatore, da buon contemplatore, prova «una soddisfazione completa dal possesso incompleto» di Angiolina. In lui non c’è spazio per il desiderio carnale, ma solo per un desiderio ideale, letterario e artistico. Emilio si sente perfettamente appagato, perfettamente soddisfatto solamente dai baci della donna, e se prova a possederla carnalmente non è per la brama sessuale, ma per «il timore di venir deriso da tutti quegli uomini che lo guardavano», ovvero tutti quei seduttori poco raccomandabili e così diversi dal protagonista di cui Angiolina conserva i ritratti fotografici, appesi alle pareti della sua stanza – aspetto inquietante, che getta più di un’ombra sull’esistenza della donna -. Emilio prova dunque a possedere Angiolina, non tanto per sé quanto per gli altri, non tanto per convinzione quanto per convenzione, ma lei si rifiuta, difendendosi energicamente, ed egli desiste presto, «quietato, lieto». L’uomo astratto non ha l’istinto carnale dell’uomo bestiale; l’uomo astratto ovvero il sognatore, il contemplatore, l’uomo bestiale ovvero il lottatore, secondo la distinzione dello stesso Svevo ricavata da Schopenhauer [4]. In Alfonso Nitti il desiderio carnale è presente perché frutto della giovinezza, ma quando è appagato non reca comunque nessuna soddisfazione. In Emilio invece la senilità lo ha completamente svuotato del desiderio sessuale. Quest’ultimo rappresenta dunque una sorta di evoluzione di Alfonso, parallela all’evoluzione-invecchiamento di Svevo stesso.

Dopo il rifiuto, Angiolina promette «formalmente» a Emilio di concedersi a lui dopo aver trovato un terzo sul quale scaricare il disturbo, il danno «e non poche beffe». Il malcapitato è il sarto Volpini, quarantenne, tutto sommato un buon affare per Angiolina. Quando la donna annuncia a Emilio, ridendo, quasi diabolicamente, il suo fidanzamento, egli è pervaso dal senso di colpa e dal dolore, attenuati dalla compassione per Angiolina, che vede per sempre perduta:

«Per un momento, per una sola volta, ella apparì portata all’altezza del sentimento d’Emilio. Non ebbe nessuna nota stonata; non gli disse neppure d’amarlo. Egli andava accarezzando il proprio dolore. La donna ch’egli amava non era soltanto dolce e inerme; era perduta. Si vendeva da una parte, si donava dall’altra. Oh! egli non poteva dimenticare la voglia di ridere ch’ella aveva manifestata al principio del loro colloquio! Se faceva a quel modo il passo più importante della sua vita, come si sarebbe comportata poi, con accanto un uomo che non amava?
Era perduta! Abbracciatala stretta, stretta, col braccio sinistro, poggiò il capo nel suo grembo e, pieno di compassione più che d’amore, mormorò: – Poveretta! – Restarono così lungamente; poi ella si chinò su lui e, certo, con l’intenzione ch’egli non se ne accorgesse, leggermente lo baciò sui capelli. Fu l’atto più gentile ch’ella avesse avuto durante la loro relazione» (446).

L’idillio viene improvvisamente distrutto, spazzato via dal violento temporale, che scaraventa di nuovo Angiolina in basso, ben più in basso del sentimento ideale di Emilio. Ora l’unico interesse della donna è mantenere asciutto il vestito. Tutta la relazione si gioca sul dualismo sogno-realtà, idealità-realtà, quella realtà che Emilio non vuole vedere e dalla quale fugge inorridito ogni volta che ne ha l’occasione.

IV. L’occhio crepitante di Angiolina, che saluta provocatoriamente ogni uomo elegante che incontra per la strada, è il simbolo della distanza incolmabile che separa l’Ange creata da Emilio dall’Angiolina vera e propria, reale. Così, passeggiando per la prima volta sotto la luce del sole in compagnia della donna, il sogno del protagonista va in frantumi: «La donna ch’egli amava, Ange, era sua invenzione, se l’era creata lui con uno sforzo voluto; essa non aveva collaborato a questa creazione, non s’era neppure lasciata fare perché aveva resistito. Alla luce del giorno il sogno scompariva!» (450). Accortosi finalmente di ciò, Emilio si ripromette di lasciare Angiolina e non rivederla più, ma la semplice vista del Balli, cui vorrebbe garantire solennemente di abbandonare la donna, gli fa cambiare idea. Perché Angiolina è molto più di una semplice avventura, è per Emilio una via di fuga dalla soggezione al Balli e dalla tristezza di Amalia, gli unici due poli tra i quali oscilla la sua vita monotona e incolore: «voleva vivere, godere anche a costo di soffrire. Avrebbe dimostrato energia nel modo con cui avrebbe trattato Angiolina, non nel fuggirla vigliaccamente» (451).

All’inizio del romanzo Emilio vorrebbe vivere una semplice avventura, ma la sua relazione con Angiolina assume presto un significato ben più profondo, psicologico ed esistenziale, come la sua senilità, della quale la passione per la giovane donna rappresenta il rimedio. Angiolina conferisce vitalità ed energia alla misera, triste, vuota, monotona vita del protagonista, che, confessandosi al Balli, sente quanto per lui sia diventata importante Angiolina, quanto si sia fatta seria la cosa, da semplice e godereccia avventura: «e descrisse il proprio amore, l’ansietà di vederla, di parlarle, la gelosia, il dubbio, il cruccio incessante e l’oblio perfetto d’ogni cosa che non avesse avuto attinenza a lei o al proprio sentimento» (452). Emilio non è fatto per una semplice avventura, non è come il Balli e tutti gli altri, lottatori che trovano un appagamento perfetto, privo di rimorsi nel possesso della donna. In questi ultimi il desiderio si manifesta libero, istintivo, mentre in Emilio è soggetto a tutta una serie di sovrastrutture letterarie, artistiche, ideali che, fondamentalmente, gli impediscono davvero di godere. Un uomo come Emilio, un contemplatore come Emilio, «pedante solitario», non sarà mai appagato da un semplice rapporto sessuale, ma cercherà sempre altro, un intimo e profondo accordo spirituale. Per questo motivo si crea un’altra Angiolina, Ange, all’altezza del suo sogno d’amore, sovrapponendola alla reale, ma auto-intrappolandosi così in una rete di menzogne e d’inganni senza fine che gli darà decisamente più dolori che gioie.

V. Emilio ha una concezione puramente ideale, quasi fiabesca dell’amore, rappresentata perfettamente dall’apologo dell’astronomo, che racconta ad Angiolina:

«Un astronomo tedesco, da una decina d’anni, viveva nel suo osservatorio, su una delle punte più alte delle Alpi, fra le nevi eterne. Il prossimo villaggio era situato un migliaio di metri sotto ai suoi piedi e di là gli veniva portato giornalmente il cibo da una fanciulla dodicenne. Nei dieci anni, a mille metri il giorno di salita e di discesa, la fanciulla era divenuta grande e forte e bella e lo scienziato ne fece sua moglie. Il matrimonio aveva avuto luogo poco tempo prima nel villaggio, e, per viaggio di nozze, gli sposi erano saliti uniti alla loro abitazione. Fra le braccia d’Angiolina egli vi ripensò; così avrebbe voluto ora possederla, a mille metri di distanza da qualunque altro uomo; così […] sarebbe stato capace di legarsi definitivamente a lei, senza riserve» (455).

Emilio domanda ad Angiolina se le piacerebbe venire a stare lassù, con lui, ma lei esita. Mentre Emilio scorge nell’apologo dell’astronomo solo amore, un amore ideale, totale, puro, incontaminato, Angiolina, «subito, vi sentì la noia e il freddo». Il protagonista è profondamente offeso dal contegno della donna, dalla sua povertà di spirito: «Aveva sempre creduto che quando si fosse deciso di farla sua, ella avrebbe accettato con entusiasmo anche qualunque condizione che egli le avesse imposta. Invece no! Tanto in alto ella non si sarebbe trovata bene neppure con lui e, nell’oscurità, egli vide dipinta su quel volto la meraviglia che si potesse proporle di andar a passare la gioventù fra la neve, nella solitudine; la sua bella gioventù, dunque i capelli, i colori della faccia, i denti, tutte le cose ch’ella amava tanto di veder ammirate dalla gente» (456). Angiolina è natura pratica, concentrata tutta nell’apparenza e nell’attimo presente, non ha prospettiva futura se non legata all’idea di un matrimonio conveniente. E il mondo è suo, e dei lottatori come il Balli, non di Emilio. Angiolina non conosce empatia nella sua salute piena e perfetta, si esaurisce in se stessa: «La sventura altrui le faceva sentir meglio la propria fortuna» (461). No, Angiolina non è Ange, tutt’al più Giolona, come la ribattezza il Balli.

VI. Una sera il Balli scopre Angiolina in compagnia di un altro uomo, non il fidanzato, il sarto Volpini, ma l’ombrellaio di via Barriera: «Un ombrellaio rivale di Emilio Brentani!». Osservando Angiolina, anche Stefano si accorge del suo occhio crepitante: «Emilio aveva ragione; quegli occhi crepitavano come se nella loro fiamma qualche cosa bruciasse» (485). Gli occhi di Angiolina non sono spontanee fonti di luce e di calore, ma bruciano, non sono soli, ma fuochi. E di nuovo questo indimenticabile occhio crepitante s’impone come il simbolo della reale natura di Angiolina e la confutazione scientifica del sogno di Emilio. Ha un valore simbolico enorme, manifestandosi proprio nei momenti in cui la donna gode della compagnia di altri uomini, in strada, con ogni individuo elegante che incontra, e nel locale dove si è rintanata in compagnia dell’ombrellaio. L’occhio crepitante insinua il sospetto che l’atteggiamento di Angiolina sia frutto di un’autentica corruzione morale e non della necessità, come nel caso di Margherita, l’amante del Balli, che frequenta più uomini per campare la famiglia. Il Balli, scoperto ciò, lascia Margherita, che pure a lui non ha mai chiesto neppure un soldo, mantenendo così intatto l’ego dongiovannesco dello scultore, e vuole che Emilio faccia lo stesso con Angiolina. Emilio, furioso, si lancia subito alla ricerca della donna, nelle strade deserte della Trieste addormentata, corre, scivola, ferendosi alle mani per evitare la caduta – il dolore fisico alimenta la sua sete di vendetta. Più d’una volta gli sembra di riconoscere Angiolina in una passante, o anche solo nell’ombra di una passante, ma non è lei. Dopo aver girato in lungo e in largo si apposta dinanzi all’abitazione della donna. Seduto su un muricciolo, Emilio attende, ed è costretto a fare i conti con la propria astrattezza, che lo rende inadeguato e ridicolo (nella sua rincorsa affannosa e disperata nella notte, nei suoi sentimenti d’orgoglio ferito e di vendetta che la ispirano e la alimentano, egli ricorda moltissimo il dostoevskiano uomo del sottosuolo, anche questo malato d’astrattezza, anche questo individuo più di carta che di carne, supremo modello di tutti gli esclusi a lui successivi, dunque Brentani compreso [5]): «Se egli avesse voluto, voluto energicamente sarebbe stata sua. Invece era stato solo intento a mettere in quella relazione un’idealità che aveva finito col renderlo ridicolo anche ai propri occhi!» (492-493). Seduto su quel muricciolo dirimpetto all’appartamento di Angiolina, Emilio depone le armi, si arrende a se stesso, alla propria inadeguatezza, si alza e se ne va, torna a casa: «Era lui l’individuo strano, l’ammalato, non Angiolina» (493). La relazione turbolenta e tormentosa con Angiolina costringe Emilio a fare i conti con la realtà: il mondo appartiene alle donne come Angiolina e agli uomini come il Balli, pratici e spietati lottatori. Gli individui come lui, sognatori, contemplatori, immersi in tutt’altra dimensione esistenziale, astratta e ideale, sono esclusi, emarginati, stranieri.

Rientrato a casa, Emilio sente la sorella Amalia parlare nel sonno, per la prima volta, sognare le nozze: «Il sogno che, a quanto potevasi arguire dalla voce, doveva essere lieto, non era altro che la naturale reazione alla triste realtà» (493). Emilio prova una grande compassione per la sorella, alla quale, rotta la relazione con Angiolina, potrà dedicarsi interamente. Il dramma si sdoppia.

VII. L’indomani mattina Emilio si reca da Angiolina e rompe la relazione, pienamente soddisfatto di aver smascherato il tradimento della donna, che prova a difendersi ricorrendo a goffe e ridicole bugie:

«Nelle orecchie gli si ripercoteva il suono d’angoscia ch’ella aveva emesso al vederlo allontanarsi ed egli l’ascoltava per imprimerselo sempre meglio nella memoria. Bisognava conservarlo! Era stato il maggior dono ch’ella gli avesse fatto.
Il ridicolo non poteva più colpirlo. Non in faccia ad Angiolina stessa almeno. Ella poteva essere quale si voleva, ma per lunghi anni si sarebbe ricordata di un uomo che l’aveva amata non al solo scopo di baciarla, bensì con tutta l’anima, tanto che una prima offesa fatta al suo amore l’aveva ferito in modo da rinunziare a lei. Chissà? Sarebbe bastato forse un ricordo simile per nobilitarla! L’angoscia nella voce d’Angiolina gli aveva fatto dimenticare di bel nuovo qualunque conclusione scientifica» (499-500).

Il suono d’angoscia emesso da Angiolina al momento del distacco, fa da contrasto al suo occhio crepitante, ne è l’antitesi, ed Emilio si prende così la sua dignitosa rivincita. Ma non dura molto, anzi, già dopo pochi minuti egli desidera di rivedere Angiolina, recandosi al Corso proprio con questa speranza. Emilio scivola davvero nel ridicolo ora, forse per la prima volta, incapace di essere assoluto come vorrebbe – o meglio, assoluto riesce anche ad esserlo, ma a intermittenza, un minuto in un senso e il minuto dopo in un altro. Più che un uomo maturo, senile, sembra uno sciocco adolescente in balia del primo amore. Egli non può proprio rinunciare ad Angiolina, la ama troppo, ed ecco che l’avventura degenera in un amore folle, e proprio dopo il tradimento della donna, che avrebbe dovuto decretarne la fine.

Naufrago per il Corso, sconvolto, disperato, tormentato dall’idea ch’egli sia stato l’unico stupido a non possedere Angiolina, Emilio si attacca ai presunti amanti della donna che incontra per strada, lasciandoli poi bruscamente, in balia di una violenta tempesta sentimentale che non riesce a contenere e che lo sprofonda nel ridicolo. Clemente il Balli, al quale Emilio confessa tutta la sua gelosia dunque tutto il suo attaccamento ad Angiolina, rinforzato dal tradimento: «Chi avrebbe potuto prevedere che un’avventura simile potesse acquistare tale importanza nella tua vita! Se non fosse tanto doloroso, sarebbe ridicolo» (513).

VIII. Ma il dramma si è ormai sdoppiato: al dramma di Emilio si aggiunge quello di Amalia: «Quella disgraziata s’era costruita una seconda vita; la notte le fabbricava quel po’ di felicità che di giorno le mancava» (515). Amalia è in realtà una figura ben più tragica di quella di Emilio, perché completamente priva di speranza, nel suo essere donna e, per di più, ahilei, donna brutta. Origliando ancora una volta il sogno della sorella, Emilio scopre il suo amore per il Balli, protagonista delle sue oniriche fantasie. «Anche costei!», pensa Emilio con amarezza, lui che ha fatto promettere solennemente al Balli di non avvicinarsi ad Angiolina e che pure ha fantasticato a lungo un loro tradimento. Lo scultore rappresenta in un certo senso la personificazione delle difficoltà e dei turbamenti di Emilio, che da Angiolina si estendono ad Amalia. Senza il Balli, «apportatore di sventure», sarebbe stato più facile separarsi da Angiolina, e soprattutto Emilio non avrebbe provato «tanta amara gelosia»; la relazione con la donna sarebbe stata più «dolce» (emblematica, in tal senso, l’uscita a quattro che tanto ha amareggiato il protagonista, costretto a subire l’ammirazione e la sottomissione di Angiolina nei confronti del Balli).

Emilio accarezza e culla il proprio dolore, frutto dell’amore per Angiolina e di tutto ciò che questo amore ha prodotto come effetto collaterale, la gelosia innanzitutto. Quasi il dolore fosse un bene di grande valore da custodire e preservare. Perché in fondo anche il semplice dolore è molto più di ciò che aveva prima d’incontrare Angiolina, cioè niente, un amico schiacciante, ingombrante, dispotico e una sorella rassegnata alla miseria, basta. Inoltre il dolore è alimentato e reso più profondo dalla visione del mondo e della vita di Emilio, dalla sua filosofia insomma, seconda la quale la vita è priva di qualunque contenuto serio, ovvero di senso, fondamentalmente, idea che porta al rifiuto della felicità, alla rinuncia della ricerca della felicità. Ma, all’interno di questo contesto desolato e desolante, vuoto, «diveniva seria e importante anche Angiolina!». Insomma, in un certo senso, incapace di opporre valori pratici oltreché teorici, come il fratello maggiore Alfonso Nitti, rispetto al quale però è riuscito a creare, Emilio è costretto a naufragare nell’insignificanza della vita, a subirla, personificata in Angiolina, insieme con il Balli sorta di allegoria di quel mondo nel quale Emilio è e resterà perennemente escluso.

Emilio è consapevole della propria ridicolaggine, della ridicolaggine nella quale lo sprofonda a ogni passo, a ogni pensiero l’amore per Angiolina, ma non riesce a frenarsi, e stare lontano dalla donna amata gli appare un «giuoco vano e triste». Egli arriva persino a idealizzare la facilità con la quale Angiolina si concede agli uomini: «Ella non dava a nessuno dei rimorsi!» (521), come fosse un’angelica dispensatrice d’amore che antepone il desiderio altrui al proprio. In realtà Angiolina, con il suo impressionante, e piuttosto espressionistico, occhio crepitante, si allunga nel romanzo come una creatura diabolica.

NOTE

[1] Per un approfondimento sul romanzo rimando al contributo Italo Svevo, «Una vita»: la rinuncia di Alfonso Nitti alla vita ovvero alla lotta.

[2] Italo Svevo, Senilità, in Id., Romanzi, a cura di Pietro Sarzana, Mondadori, Milano 1992, p. 421. D’ora in poi il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[3] Pietro Sarzana, Nota introduttiva a Italo Svevo, Senilità, cit., p. 412.

[4] «Noi siamo una vivente protesta contro la ridicola concezione del superuomo come ci è stata gabellata (soprattutto a noi italiani)… Il primo che seppe di noi è anteriore al Nietzsche: Schopenhauer, e considerò il contemplatore come un prodotto della natura, finito quanto il lottatore. Non c’è cura che valga» (citato in Franco Gavazzeni, Introduzione a Italo Svevo, Romanzi, cit., p. XVI).

[5] Per un approfondimento sull’opera rimando al contributo Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo. Prima parte, Seconda parte.

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