VII. L’epigrafe tratta dall’Edipo a Colono di Sofocle lista a lutto il secondo volume del romanzo di Hölderlin [1], lo inaugura all’insegna della morte, dell’insignificanza, dell’insensatezza, di una profonda e cupa disperazione: «Non essere nati, è di tutte le cose la migliore; ma per chi è apparso, tornare al più presto colà donde è venuto è, di gran lunga, la seconda cosa». Si tratta della stessa verità rivelata dal saggio Sileno a re Mida: «L’antica leggenda narra che il re Mida inseguì a lungo nella foresta il saggio Sileno, seguace di Dioniso, senza prenderlo. Quando quello gli cadde infine tra le mani, il re domandò quale fosse la cosa migliore e più desiderabile per l’uomo. Rigido e immobile, il demone tace; finché, costretto dal re, esce da ultimo fra stridule risa in queste parole: “Stirpe miserabile ed effimera, figlia del caso e della pena, perché mi costringi a dirti ciò che per te è vantaggiosissimo non sentire? Il meglio è per te assolutamente irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente. Ma la cosa in secondo luogo migliore per te è morire presto”» [2]. Insomma, la serenità e la fiducia ritrovate in conclusione del primo volume sono andate in frantumi, per sempre; il proposito di rinnovare il popolo greco nel nome della Natura, della Bellezza e della Cultura è naufragato, disastrosamente, e la vita di Iperione, privata persino del conforto di Diotima, morta, non ha più alcun senso. Il pessimismo cupo che erompe incontenibile dalla citazione sofoclea, divenendo puro nichilismo nella versione nietzschiana, si allunga come un’ombra sinistra sull’intera seconda parte del romanzo, compresa la conclusione, che pure presenterà, come vedremo, un Iperione ritrovato, rinnovato all’insegna di un perfetto accordo con la natura.

VIII. Riallacciando i fili della trama, Alabanda scrive a Iperione informandolo della dichiarazione di guerra della Russia alla Turchia. È finalmente giunto per i Greci il momento di sollevarsi, ribellarsi e liberarsi con l’appoggio dell’alleato russo. Alabanda chiama Iperione all’azione: «Non volendo tu accettare mansioni da schiavo, non facevi nulla, e questa inerzia ti ha reso scontento e sognatore» [3]. È giunto il momento di agire e Iperione risponde affermativamente alla chiamata dell’amico, più per uno slancio emulativo che per un impulso autentico e sincero. Diotima lo comprende subito e non condivide la decisione dell’amato, sostenendo che egli non è nato per questo e che la sua è pura spavalderia. Ancora una volta Diotima mostra tutta la sua luminosa grandezza: ella non crede nella violenza, in nessun caso, ma nell’educazione, lunga e progressiva opera di generazioni (lei e Alabanda sono agli antipodi, Iperione nel mezzo), mentre il protagonista cade nel tranello, o meglio, nella trappola della rettorica bellica, cui sono caduti e cadranno tutti gli intellettuali interventisti, vedendo nello sforzo guerresco un modo per dare concretezza alla loro astrattezza, una forza distruttiva ma benefica, per loro stessi e per gli altri. Diotima predice la corruzione, l’invecchiamento precoce di Iperione a causa della guerra – «La violenza della lotta ti frantumerà, o nobile anima, tu invecchierai, o beato spirito, e alla fine, stanco di vivere, domanderai: dove siete, ora, ideali della mia giovinezza?» (117) -, ma alla fine, dinanzi alla convinzione orgogliosa e spavalda dell’amato, cede, deve cedere: «Agisci; io sopporterò». Iperione, da parte sua, elegge Diotima sacerdotessa della Bellezza, quella Bellezza nel nome della quale egli vuole rinnovare il popolo greco: «Tu custodisci la fiamma sacra, tu custodisci, in silenzio, la bellezza affinché io la ritrovi presso di te» (120). Nel loro ultimo giorno insieme Iperione e Diotima si uniscono, di fatto, in matrimonio, ma con un rito particolarissimo, celebrato dalla madre della sposa al cospetto della Natura eterna e sacra. Quindi si separano, e Iperione osserva Diotima svanire nella notte. Non la rivedrà mai più.

IX. Adamas, il maestro di Iperione, lasciò il suo discepolo per saziare la sua nostalgia d’Asia, l’Asia interna, quella più profonda, misteriosa, incontaminata. Fu un irresistibile bisogno spirituale a condurlo laggiù. Quello spirito che ora Iperione, esaltato dal bellicoso Alabanda, antitesi di Diotima – sebbene il protagonista paragoni l’amico all’amata, senza accorgersi che mentre Diotima voleva che egli ritrovasse se stesso, Alabanda lo devia colpevolmente da se stesso -, distrugge nel suo folle furore guerresco, definendo persino la scelta di Adamas un ripiego. Iperione è cambiato, in peggio, e Diotima percepisce nitidamente questo cambiamento attraverso le lettere, rabbrividisce e domanda, preoccupata, se egli non disimparerà l’amore. Quindi esorta il protagonista a far sì che la guerra non duri troppo, per amore della pace, amore supremo che dovrebbe restare sempre tale, in ogni circostanza.

«Siamo noi forse come un fuoco fatuo, nato dal pantano, o discendiamo dai vincitori di Salamina?» (127), si domanda Iperione. Il protagonista vuole dimostrare a se stesso e agli altri di essere un discendente dei vincitori di Salamina, ma si scopre fuoco fatuo. Il fallimento è scritto nel suo destino, così come l’amore di Diotima, e non tarda ad arrivare, nel modo più umiliante e vergognoso peraltro. I Greci guidati da Iperione si rivelano infatti selvaggi briganti: «Tutto è finito, Diotima! I nostri soldati si sono dati al saccheggio, hanno assassinato senza distinzione, sono stati uccisi anche i nostri fratelli, gli abitanti greci di Mistrà; gli innocenti ora errano intorno senza protezione alcuna e i loro volti cadaverici invocano dalla terra e dal cielo vendetta contro i barbari, alla guida dei quali io mi trovavo» (137). Le aspirazioni di Iperione di libertà e rinnovamento del popolo greco vanno in frantumi, per sempre, ed egli sprofonda in una disperazione folle. Avvelenato dall’ambizione, dalla guerra e dalla cocente delusione Iperione, invece di rifugiarsi in Diotima la allontana da sé, invece di consolidare la loro unione trovando in essa consolazione, la spezza, follemente, stupidamente (in questa seconda parte del romanzo Iperione dà il peggio di sé, si abbandona a quelle zone oscure che resistono nel suo essere):

«Devo io possedere il tuo amore come un’elemosina? Non sono proprio nulla, inglorioso come il più povero dei servi. Sono messo al bando, maledetto come un volgare ribelle, e più di un Greco, in Morea, racconterà un giorno ai suoi pronipoti le nostre gesta eroiche, come si raccontano storie di ladri.
[…] Il buon Alabanda! non sa ciò che sto facendo. Non lo permetterebbe. Devi scrivere a Diotima, mi ha ordinato, e devi dirle che si tenga pronta a fuggire con te in una terra più sopportabile. Ma egli non sa che un cuore che ha imparato in tal modo a disperare come il suo e come il mio, non è più nulla per l’amata. No! tu non troveresti mai pace accanto a Iperione e dovresti diventare infedele, e io te lo voglio risparmiare» (139-140).

Iperione agisce, si getta a capofitto nel confronto bellico, ma le sue aspirazioni, le sue ambizioni, alla prova definitiva della realtà, escono devastate. Egli non è il liberatore, non è il rinnovatore, non è l’educatore tanto atteso – ma ne siamo proprio sicuri? – dalla Grecia, ma un «volgare ribelle». La delusione poi lo rende autoreferenziale, dunque dannoso, soprattutto per coloro che lo amano. Alabanda gli dà un consiglio saggio finalmente, lo esorta a fuggire con Diotima per ricominciare da zero, ma la sua insoddisfazione prende il sopravvento e Iperione allontana da sé l’amata, predicendo persino un inverosimile, o meglio, assurdo tradimento della donna – la frustrazione giunta al limite genera mostri -. Dopo l’umiliante e vergognosa sconfitta Iperione viene rinnegato dal padre ed egli decide di arruolarsi nella flotta russa, in cerca della morte: «Non posso più, non devo più – come può vivere un sacerdote quando il suo dio non esiste più? O genio del mio popolo, o anima della Grecia! devo scendere a cercarti nel regno dei morti» (141). Consapevole della propria natura postuma, inattuale, Iperione ormai non può avere che un unico desiderio, morire, cui si associa la speranza dolcissima di ritrovare Diotima un giorno: «Per millenni andrò errando di stella in stella, assumerò tutte le forme, parlerò tutte le lingue della vita per incontrarti ancora una sola volta. E tuttavia penso che coloro che si assomigliano non tardano a ritrovarsi» (143). Termina così, con il proposito di morte di Iperione, il primo libro del secondo volume.

Come rileva Amoretti, nessuno dei protagonisti dei grandi romanzi tedeschi dell’epoca – Werther, Wilhelm Meister, Enrico di Ofterdingen – ha un’esperienza di vita così storicamente concreta – dunque così storicamente negativa – come Iperione. Perché nessuno degli scrittori tedeschi del tempo ha fatto suoi, per di più con un ardente desiderio d’azione, di messa in pratica, gli ideali della Rivoluzione francese quanto Hölderlin, che riversa la sua delusa ansia di cambiamento, di rivolgimento socio-politico nel romanzo. Così, in quanto a concretezza storica, esperienziale, Iperione si avvicina, più che al connazionale Werther, al nostro Jacopo Ortis [4] – tra le altre cose, entrambi anelano al mutamento storico delle rispettive patrie ridotte in schiavitù, entrambi però sono costretti a fare dolorosamente i conti la propria impotenza -.

X. Iperione narra a Bellarmino la battaglia navale in cui ha cercato la morte (si tratta della battaglia di Cesme, combattuta nel luglio 1770): «E ora, pieno di bruciante tristezza, dato che nulla di meglio sapevo se non farmi uccidere in quella mischia di barbari, mi buttai, con irate lacrime negli occhi, là dove la morte era certa per me» (144-145). Tutti i soldati russi al suo fianco muoiono,+ uno dopo l’altro, nel giro di pochi istanti; Iperione no, Iperione viene ferito gravemente, perde i sensi ma non trova la tanto desiderata e sospirata morte.

Ivan Ajvazovskij, Battaglia di Cesme, 1848

Durante la lunga convalescenza Alabanda si prende cura di Iperione, premurosamente, senza lasciarlo neppure per un istante. Iperione che finalmente si avvede del proprio grossolano errore: «Gli uomini sono fatti per curarsi del necessario, il resto si compie da sé. E tuttavia – non posso dimenticare come io abbia voluto molto di più» (147). Iperione si è spinto oltre, troppo oltre, disprezzando la fortuna riservatagli dal destino – l’amore e la devozione, entrambi incondizionati, di Diotima. Alabanda lo esorta a scrivere di nuovo alla donna amata e rinnegare la sua ultima, folle lettera, ma proprio in questo istante giunge la risposta di Diotima all’epistola d’addio di Iperione. Diotima si dimostra tristemente, terribilmente comprensiva; lei già sapeva, e si sminuisce, quando in realtà è lei la sola cosa che conta davvero:

«Lo compresi subito; non potevo essere tutto per te. Potevo liberarti dai legami della tua condizione mortale? potevo placare in te le fiamme del tuo cuore, fiamme per le quali non scorre fonte alcuna e non cresce vita alcuna? potevo io porgerti in una coppa le gioie di un mondo?
Questo vuoi tu. Questo ti è necessario e non puoi agire altrimenti. L’incommensurabile impotenza dei tuoi contemporanei ti ha privato della vita.
Chiunque, come te, sia stato offeso in tutta la sua anima, quegli non si appaga più in una sola gioia; chi, come te, ha provato l’insipidità del nulla, quegli si rasserena solamente nella sublimità dello spirito; chi ha, come te, esperimentato la morte, quegli guarisce soltanto tra gli dei.
Felici sono tutti quelli che non ti comprendono! Chi ti comprende, deve dividere con te la tua grandezza e la tua disperazione» (149).

Diotima non rimprovera Iperione, anzi, mai come in questo caso si dimostra fedele e devota, esaltando l’amato ben al di là dei suoi effettivi meriti: «Tu sei troppo orgoglioso per occuparti più a lungo di questa razza malvagia. E lo fai con ragione. Tu li guidasti verso la libertà ed essi pensarono alla preda. Tu li guidasti vincitori alla loro antica Lacedemone e questi mostri la saccheggiarono, e maledetto sei tu da tuo padre, o grande figlio! e nessun luogo selvaggio, nessuna caverna è sicuro asilo a te su questa terra greca che tu veneravi come un santuario e hai amata più di quanto non amasti me» (151). Diotima condivide e avalla la scelta della separazione, utilizzando toni duri, aspri, i più duri e aspri per una donna: «Noi ci vogliamo separare. Hai ragione. Non voglio nemmeno avere figli per non concederli a questo mondo di schiavi, e queste povere piante appassirebbero, in questa aridità, davanti ai miei occhi» (ibidem). Infine, anche Diotima confessa di non desiderare altro che la morte. Con Iperione anche lei ha perduto ogni speranza, ogni ragione, ogni motivazione. Diotima cede a Iperione, alla sua folle ebrezza prodotta dalla guerra e dalla delusione.

Iperione, di nuovo lucido, di nuovo sano, ritratta, rinnega le sue precedenti parole: «Mi hai seguito nella mia notte, ora, vieni, lascia che io ti segua nella tua luce, ritorniamo alla tua grazia, o cuore bello; fa ch’io riveda la tua calma, o radiosa natura! e che la mia baldanza si acquieti per sempre, davanti alla tua immagine di pace» (152). Iperione finalmente riconosce e confessa il proprio errore:

«Sono arrivato sino al limite estremo. Mi sono comportato con molta ingratitudine verso la terra materna, ho buttato via, come se fosse la mercede di un servo, il mio sangue e tutti i doni d’amore che essa mi aveva dato, e, ahimè! mille volte più ingrato verso di te, sono stato, tu, la sacra fanciulla che m’accolse un giorno nella sua pace, me, un essere pavido e sconvolto, con il cuore oppresso, dal quale emanava appena un raggio di giovinezza, come, qua e là, un filo d’erba su calpestati sentieri. Non mi richiamasti tu alla vita? Non ero io tuo? Come ho potuto io dunque… o tu lo sai, spero che non abbia ancora nelle tue mani quella infelice lettera che ti scrissi prima dell’ultima battaglia. Allora volevo morire, Diotima, e credevo di compiere un atto sacro. Ma come può essere sacro ciò che separa gli amanti? Come può essere sacro ciò che distrugge la sacra felicità della nostra vita? Diotima, o vita nata nella bellezza! Ora sono diventato più simile a te nella tua intima sostanza, ho finalmente imparato a stimare e a custodire ciò che vi è di intimo e di buono sulla terra. O, se anche potessi approdare lassù sulle splendide isole del cielo, troverei più di quanto io trovo presso di te?» (152-153).

Iperione, riconosciuto l’errore, si rovescia nel suo contrario e propone a Diotima di lasciare la Grecia e di rifugiarsi in una valle alpina o pirenaica, «per vivere in una aurea mediocrità». Alabanda, intanto, si congeda da Iperione, perché se si unisse a lui e Diotima finirebbe per innamorarsi di lei e ucciderla, insieme a se stesso. Ma il proposito di Alabanda è comunque l’autodistruzione, consegnarsi alla lega di congiurati che ha tradito per unirsi a Iperione e da loro farsi giudicare e condannare: «So anch’io che potrei crearmi un’esistenza artificiosa, che potrei, poiché il banchetto della vita è stato consumato, giocare ancora con le briciole, ma ciò non sarebbe degno di me e nemmeno di te» (159). Proprio quando è in procinto di partire per ricongiungersi a Diotima, Iperione riceve una lettera della donna, in cui lei annuncia la sua morte (a differenza dell’uomo, quando una donna decide di morire muore), causata da un male oscuro scaturito dalla partenza dell’amato: «Il tuo ardore viveva in me, il tuo spirito era passato in me; ciò mi avrebbe difficilmente nociuto e solamente il tuo destino ha reso mortale a me la mia nuova vita. La mia anima, per mezzo tuo, si era fatta potente, e, per opera tua, si sarebbe nuovamente calmata. Tu strappasti la mia vita alla terra, tu avresti chiusa la mia anima, come in un cerchio magico, nella stretta delle tue braccia, ah! uno solo degli sguardi del tuo cuore mi avrebbe trattenuta e una sola delle tue parole d’amore mi avrebbe trasformata di nuovo in una lieta, sana bambina. Ma, siccome un tuo proprio destino ti ha spinto, come un diluvio, sulla cima del monte, oh, soltanto quando fui fermamente convinta che la bufera della battaglia avesse demolito il tuo carcere e che il mio Iperione fosse volato via verso l’antica libertà, allora soltanto tutto si decise per me, e presto sarà tutto finito» (165). Diotima conforta Iperione, ne predice la gioia – «ritroverai la tua gioia nella sacra essenza del mondo e negli dei della natura» (166) -, e negli ultimi istanti della sua vita leva un vibrante inno alla morte e, contraddizione solo apparente, all’essere, quello più autentico, unito alla natura da un legame profondo e indissolubile, sconosciuto ormai in questo tempo vuoto, caotico, barbaro, schiavo della necessità, dominato da sanguinosi e spietati tiranni il cui unico interesse è il vantaggio personale:

«Gli infelici che null’altro conoscono se non i loro miseri bisogni, che sono schiavi della necessità e disprezzano lo spirito e non onorano te, innocente vita della natura, essi possono temere la morte. Il loro giogo è diventato il loro mondo; non conoscono nulla di meglio del loro stato servile e temono la divina libertà che la morte ci dona.
Ma io no! io mi sono innalzata al di sopra di questo frammento che le mani degli uomini hanno creato, ho sentito il vivere della natura, un vivere che sta al di sopra di ogni pensiero. Se anche mi trasformassi in una pianta, sarebbe il danno così grande? Io sarò. Come potrò perdermi fuori della sfera della vita, là dove l’amore eterno, che è in tutte le cose, raduna tutte le nature? Come posso uscire dalla lega che riunisce tutti gli esseri? Essa non si infrange così facilmente come i deboli legami di quest’epoca. Non è simile a un giorno di mercato dove la folla si raduna, fa chiasso e si disperde. No! per lo spirito che ci unisce, per lo spirito divino che è proprio a tutti e comune in tutti noi! no! no! nella lega della natura, la fedeltà non è un sogno. Ci separiamo solamente per essere più intimamente uniti, più divinamente in armonia con tutti e con noi. Noi moriamo per vivere.
Sarò; non indago su che cosa diventerò. Essere, vivere è sufficiente; è l’onore degli dei; e, per questo, tutto ciò che vive è, nel mondo degli dei, eguale in se stesso e non sono in esso né padroni, né servi. Le nature vivono l’una con l’altra come amanti; hanno tutto in comune, spirito, gioia ed eterna giovinezza» (166-167).

«tu devi diventare un sacerdote della divina natura», preannuncia Diotima a Iperione in conclusione della sua lettera d’addio. Senza più Diotima né Alabanda, Iperione, solo, perfettamente, cosmicamente solo, lascia la Grecia, l’amata e amara patria, e il suo stato atavico di postumità, di esclusione, se possibile, si acuisce, divenendo permanente, irreversibile: «Ma il mondo verso il quale ritorno, non è quello di prima. Uno straniero sono io, come gli insepolti quando salgono su dall’Acheronte, e se anche fossi nei giardini della mia giovinezza, quelli che mio padre mi preclude, ah, sarei pur sempre uno straniero sulla terra e nessun dio mi ricongiungerebbe con il passato» (169).

XI. Iperione giunge in Germania, e in conclusione del romanzo Hölderlin colloca una vibrante invettiva contro il popolo tedesco, il suo popolo, che rivela chiaramente come l’atteggiamento di profonda insofferenza e lo stato di inadeguatezza, di esclusione, di estraneità, di fondamentale postumità del protagonista riflettano quelli dell’autore, e s’impone come il momento culminante di quella critica della società tedesca del tempo che ispira e segna l’intera opera, contribuendo in modo decisivo a conferirle il significato estremo di disperato e disperante grido di sdegno, ancor più che di protesta, contro la meschinità, la grettezza, l’aridità, l’ignoranza, la schiavitù della patria e, più in generale, dell’epoca toccate in sorte allo scrittore:

«Barbari, sin da antichi tempi, resi più barbari dallo zelo, dalla scienza, e persino dalla religione, profondamente incapaci di un qualsiasi sentimento religioso, corrotti sino al midollo, per buona sorte delle sacre Grazie, in ogni grado di esagerazione e di meschinità, offensivi per ogni anima delicata, sordi e disarmonici come i cocci di un vaso buttato via – tali, mio Bellarmino, erano i miei consolatori.
È una dura parola e, tuttavia, la pronuncio perché è la verità; non mi posso immaginare un popolo più dilacerato dei Tedeschi. Vedi operai, ma non uomini, pensatori, ma non uomini, sacerdoti, ma non uomini, padroni e servi, giovani e gente posata, ma non uomini… non è tutto ciò simile a un campo di battaglia, dove giacciono, mescolate l’un l’altre, mani, braccia, tutte le altre membra, mentre il sangue vitale versato si disperde nella sabbia?
Tu dirai: ognuno compie il suo ufficio, e lo dico anch’io. Però deve compierlo con tutta l’anima, non deve soffocare in sé ogni altra energia quando questa non si addice al suo titolo e non deve essere soltanto, e con misera paura, letteralmente e ipocritamente quello che il nome dice; essere soltanto, con serietà e con amore, quello che è; in tal modo vive uno spirito nel suo agire e se egli si trova costretto in una specializzazione nella quale il suo spirito non può vivere, la rifiuti con disprezzo e impari ad arare! I tuoi Tedeschi, invece, si adattano volentieri a ciò che è più necessario e, di conseguenza, è in loro tanta meschinità e poca libertà e poco di piacevole. Tuttavia, a ciò si potrebbe rimediare se non fossero così insensibili a tutto quello che di bello è nella vita, e se non gravasse su questo popolo e ovunque la maledizione di un’artificiosità abbandonata da Dio.
Le virtù degli antichi sono soltanto degli splendidi difetti, disse, un tempo, non so quale lingua malvagia; e sono, persino i loro difetti, virtù perché vive là ancora uno spirito ingenuo e bello, e tutto quello che essi compirono non venne compiuto senza anima. Le virtù dei Tedeschi sono soltanto un male che brilla e nulla più, perché esse altro non sono che necessità strappate per vile timore, con fatica servile a un cuore arido, e lasciano sconsolato ogni animo puro che si nutre volentieri del bello, animo che, piacevolmente abituato alla sacra armonia delle nobili nature, non sopporta le disarmonie che stridono nel morto ordine di questi uomini.
Ti dico: non vi è nulla di sacro che non venga profanato presso questo popolo, e non venga degradato a un miserabile espediente, e quanto, presso i selvaggi, si è mantenuto, per lo più, divinamente puro, questi barbari che sanno solamente calcolare, lo fanno come si fa un mestiere. E non possono essere diversi, perché quando un essere umano ha subito un ammaestramento, esso serve al suo scopo, cerca il suo utile, non sogna più, Dio ce ne guardi! e resta un uomo posato. E quando fa festa e quando ama e quando prega e persino quando la dolce gioia primaverile, quando l’ora della riconciliazione del mondo scioglie tutti gli affanni e, come per incanto, ridesta l’innocenza in un cuore colpevole, quando, ammaliato dal caldo raggio del sole, lo schiavo dimentica, lieto, le sue catene e, ammansiti dall’aure divine, i nemici degli uomini diventano pacifici come bambini… persino quando il bruco mette le ali e l’ape sciama, il Tedesco rimane chiuso entro il suo compito e non si cura molto del tempo» (172-173).

L’armonia e l’interdipendenza tra Natura-Bellezza-Arte-Divinità, ciò che costituisce il programma riformatore di Iperione e di Hölderlin stesso, sono sconosciute ai Tedeschi, grandi maestri della borghesia moderna che tutto riconduce all’interesse e all’utile. Il tedesco riflette, riflette e basta, ed è incapace di sognare, è dunque un «mendicante». La sua è un’esistenza sommamente innaturale e inautentica, lontana dall’essenza dell’essere. Il tedesco disprezza il genio portatore di forza e di nobiltà nell’agire umano, di serenità nel dolore, nella morte e di fratellanza, di solidarietà nella comunità. Per questo motivo esso teme più di ogni altra cosa la morte e sopporta in silenzio, a capo chino ogni umiliazione «per amore della loro vita da ostriche». Il tedesco ha il solo ideale dell’ostrica e a questo ideale sacrifica tutto. Hölderlin-Iperione, descrivendo il cupo e desolante panorama socio-culturale tedesco dell’epoca, giunge persino a predire le storiche tragedie del Novecento:

«Ma là dove vengono offesi [gli stranieri], in tal modo, la divina natura e i suoi artisti, ah! là è scomparsa la migliore gioia di vivere e ogni altro pianeta è preferibile alla Terra. Gli uomini si fanno sempre più rozzi e più desolati, quegli uomini che pure sono nati tutti belli; cresce la tendenza alla schiavitù e con essa la rozzezza dell’animo, con l’abbondanza, la fame e l’incertezza per il pane, la benedizione di ogni anno si muta in maledizione e gli dei fuggono» (175).

Ma il romanzo non si conclude con queste note cupe, desolanti, disperate. Perché proprio in Germania Iperione, con la primavera, rinasce a nuova vita, in perfetta armonia e interdipendenza con la Natura, ritrovando persino Diotima, che gli parla: «Presso i miei […] sono io, presso i tuoi che lo smarrito spirito umano misconosce» (177). Iperione approda a una definitiva, suprema sintesi, in cui la conciliazione, l’accordo è anche nella discordia:

«Anche noi, anche noi, o Diotima, non siamo separati e le lacrime versate per te non lo comprendono. Siamo viventi note, noi, in accordo con la tua armonia, o natura! chi lo infrange, questo accordo? chi può separare gli amanti?
O anima! o anima! bellezza del mondo! tu indistruttibile! tu affascinante! con la tua eterna giovinezza! tu esisti; che cosa è, pertanto, la morte e tutto il dolore degli uomini? Ah! quante vane parole hanno inventato gli uomini strani. Tutto avviene per effetto di un desiderio e tutto termina nella pace.
Simili ai dissidi degli amanti sono le dissonanze del mondo, conciliazione è entro la discordia stessa e tutto ciò che è separato si ricongiunge.
Partono dal cuore e ritornano al cuore le vene e tutto è un’unica, eterna, ardente vita.
Così pensavo. Presto, di più» (178).

Iperione riesce infine a interiorizzare, in un certo senso somatizzare il suo stato di emarginazione, di esclusione, di postumità, auto-emarginandosi, auto-escludendosi nella forma più elevata, di fatto irraggiungibile, in perfetto accordo con la Natura. Da una parte dunque Iperione e la Natura, dall’altra l’umanità, la società, componenti perfettamente separate, antitetiche e inconciliabili: sintesi individuale all’interno di una dissonanza generale irreparabile.

NOTE

[1] Per un approfondimento sul primo volume del romanzo rimando alla prima parte di questo contributo: Friedrich Hölderlin, «Iperione»: un uomo postumo. Prima parte.

[2] Friedrich Nietzsche, La nascita della tragedia, traduzione di Sossio Giametta, Adelphi, Milano 2018, pp. 31-32.

[3] Le citazioni sono tratte da Friedrich Hölderlin, Iperione, traduzione di Giovanni V. Amoretti, Feltrinelli, Milano 2009, p. 115. D’ora in poi il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[4] Per un approfondimento sul romanzo di Foscolo rimando al contributo L’impotenza, la malattia mortale di Jacopo Ortis. Prima parte, Seconda parte.

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