Partiamo dalla fine. Dalle considerazioni di Gogol’ sul destino dell’uomo che concludono il celebre racconto Prospettiva Nevskij (1835): «Come si prende stranamente, incomprensibilmente gioco di noi il nostro destino! Otteniamo mai quel che desideriamo? Raggiungiamo ciò a cui sembrano destinate le nostre forze? Tutto avviene a rovescio. […] Come si prende stranamente gioco di noi il nostro destino!» [1]. Il destino irride l’uomo, ne sovverte le aspirazioni, i desideri, ne vanifica gli sforzi, sistematicamente, e il luogo dell’immaginifica Pietroburgo che meglio di ogni altro rappresenta ed esulcera questa misera, tragicomica sorte umana è senza dubbio il celebre corso che dà il titolo al racconto di Gogol’: «Mente a qualsiasi ora, questa prospettiva Nevskij, ma soprattutto quando la notte come una densa massa la ricopre e fa spiccare i muri bianchi e giallini delle case, quando tutta la città si trasforma in strepito e fulgore, milioni di carrozze si riversano giù dai ponti, i battistrada gridano e saltano sui cavalli, e il demonio stesso accende le lampade solo per mostrare tutto in un aspetto irreale». È in questa atmosfera illusoria, vagamente diabolica che il giovane pittore Piskarëv, «riservato, timido, ma che custodiva nell’anima scintille di sentimento pronte a trasformarsi in fiamma alla prima occasione», un artista-sognatore insomma, incontra il suo ideale femminile, personificato da una giovane passante «meravigliosa, una vera Bianca del Perugino». Piskarëv si lancia all’inseguimento della sconosciuta, credendola una dama dell’alta aristocrazia; lei gli sorride, quindi, raggiunta la sua abitazione, gli fa segno di seguirla: «No, ormai non era più un sogno! Dio! Quanta felicità in quell’attimo! Che vita stupenda in due minuti!».

Piskarëv e la sconosciuta in una illustrazione di Kardovsky

Piskarëv la segue, puro, incontaminato, immacolato, ingenuo come un fanciullo:

«Salì volando le scale. Non aveva alcun pensiero terreno; non era scaldato dalla fiamma di una passione terrena, no, in quel momento era puro e immacolato come un casto fanciullo il cui bisogno d’amore è ancora indefinito e spirituale. E proprio ciò che in un uomo corrotto avrebbe suscitato audaci propositi, santificava invece ancor di più i suoi. Quella fiducia che gli aveva dimostrato una creatura meravigliosa e indifesa, quella fiducia gli impose un voto di severità cavalleresca, il voto di obbedire come uno schiavo a tutti i suoi comandi. Desiderava soltanto che quegli ordini fossero il più possibile difficili e ardui da eseguire, per volare a cimentarsi con essi con una maggiore tensione di tutte le sue forze. Non dubitava che qualche avvenimento misterioso e grave insieme avesse indotto la sconosciuta ad affidarsi a lui; che gli sarebbero certamente stati richiesti dei servigi importanti, e si sentiva già forte e deciso a tutto».

Immerso in una dimensione ideale, animato dal bisogno d’amore, sì, ma un amore fanciullesco, «indefinito e spirituale», Piskarëv si abbandona a delle fantasie meravigliose che vanno – inevitabilmente – a schiantarsi contro il muro indistruttibile della realtà, frantumandosi in migliaia e migliaia di pezzi irricomponibili. Varcando la soglia dell’appartamento in cui si è insinuata la sconosciuta, il pittore si ritrova infatti in un postribolo, tra donne precocemente sfatte, sfigurate dalla depravazione. L’ideale che egli ha inseguito sognante, fantasticante, con tanto rispettoso e puro ardore, non è che una prostituta, una prostituta di diciassette anni appena, e ancora davvero bellissima – no, la sua bellezza non l’ha soltanto immaginata – nonostante il mestiere infamante:

«Dio, dov’era finito! Dapprima non volle credere e cominciò a scrutare più fissamente gli oggetti che riempivano la stanza; ma le pareti nude e le finestre senza tende non mostravano la presenza di alcuna solerte padrona di casa; i volti sciupati di quelle misere creature, una delle quali gli s’era seduta quasi sotto il naso e lo osservava tranquillamente, come fosse una macchia su un vestito altrui, – tutto ciò lo convinse che era finito nel ripugnante asilo dove ha stabilito la sua dimora la misera dissolutezza generata dalla cultura fasulla e dalla terribile popolosità della capitale. Quell’asilo dove l’uomo ha empiamente schiacciato e deriso ogni puro e sacro ornamento della vita; dove la donna, regina del mondo, vertice della creazione, si è tramutata in un essere strano e ambiguo, dove insieme alla purezza dell’anima ha perduto ogni femminilità e si è disgustosamente appropriata tutti i modi e le spudoratezze dell’uomo, cessando di essere la fragile, meravigliosa creatura così diversa da noi. Piskarëv la squadrava dalla testa ai piedi con occhi stupiti, come volesse persuadersi che era proprio lei quella che l’aveva tanto incantato e rapito sulla prospettiva Nevskij. Ma gli stava dinanzi ugualmente bella; i suoi capelli erano altrettanto splendidi; i suoi occhi sembravano ancora celestiali. Era fresca; aveva solo diciassette anni; si vedeva che il vizio orrendo l’aveva raggiunta di recente: non aveva ancora osato sfiorarle le guance, che erano fresche e lievemente soffuse di un tenue rossore. Era bellissima».

Nonostante la bellezza reale della sconosciuta, Piskarëv fugge a gambe levate da quel mattatoio di carne umana precocemente sfatta e di sogni, rintanandosi nella sua stanza solitaria, una di quelle stanzette tabernacoli di drammi caratteristiche di Pietroburgo. Il pittore si addormenta e rivede la sconosciuta, regina incontrastata di un ballo sfarzoso. Piskarëv finisce per rifugiarsi completamente nel sogno, finisce per fare del sogno la sua vita, estraniandosi, alienandosi dalla realtà:

«Infine i sogni divennero la sua vita, e da quel momento tutta la sua vita prese una strana piega: si può dire che dormisse vegliando e vegliasse in sogno. Se qualcuno l’avesse visto sedere in silenzio davanti al tavolo vuoto o camminare per la via, certo l’avrebbe preso per un sonnambulo o per un uomo distrutto dall’alcol; il suo sguardo era totalmente assente, la sua innata distrazione si sviluppò fino a scacciare prepotentemente dal suo viso ogni sentimento, ogni espressione. Si animava solo al calare della notte».

Dopo la beffa crudele orditagli contro dal destino, il sonno e la dimensione onirica divengono l’ultima ricchezza, l’ultima consolazione di Piskarëv, la sola possibilità di godere del suo ideale senza temere gli assalti violenti della realtà. Ma il pittore perde anche quest’ultimo conforto, quest’ultimo bene e per ritrovarlo è costretto a ricorrere all’oppio. La droga gli permette di tornare a dormire e dunque di tornare a sognare lei, ma al risveglio i suoi pensieri si fanno sempre più amari, sempre più cupi, sempre più disperati:

«Sarebbe meglio che tu non esistessi affatto! Che non vivessi sulla terra, ma fossi la creazione di un artista ispirato! Io non mi allontanerei dalla tela, ti guarderei in eterno e ti bacerei. Vivrei di te come del più meraviglioso sogno, e allora sarei felice. Non avrei altro desiderio. Ti invocherei come l’angelo custode, prima del sonno e della veglia, e ti aspetterei quando mi accadesse di dipingere qualcosa di divino e di santo. Ora invece… che vita orrenda! A che serve ella viva? La vita di un pazzo dà forse piacere ai suoi parenti e amici, che un tempo lo amavano? Dio, che vita è la nostra! Eterno dissidio fra il sogno e la realtà!».

L’incontro con la sconosciuta è l’evento che spezza, che strappa in due la vita di Piskarëv, dopo il quale niente sarà più come prima, o meglio, niente sarà più e basta. Egli si avvede, forzatamente, violentemente del contrasto insuperabile tra il sogno e la realtà che caratterizza la vita, e reagisce rifugiandosi nella dimensione onirica, auto-escludendosi così da quella reale, mai all’altezza – la sua figura prosciugata, inespressiva lo dimostra. Piskarëv si abbandona completamente alla sconosciuta, o meglio, alla visione della sconosciuta, che lo visita ogni sera, e non pensa a nient’altro, non si ciba di nient’altro. Il sogno è la sua vita, il suo pensiero fisso – la sua ossessione – e il suo nutrimento, alimentato dall’uso sistematico dell’oppio: «L’uso dell’oppio infiammò ancor più la sua fantasia, e se mai ci fu un uomo innamorato fino all’ultimo grado della follia, di una passione impetuosa, tremenda, distruttiva, tormentata, quell’infelice fu lui».

Dopo un sogno particolarmente gratificante, in cui la sconosciuta gli è apparsa nella veste di sposa, sua sposa, Piskarëv decide di agire e dunque di gettarsi di nuovo nella realtà, tentando di salvare la giovane dalla sua misera condizione di prostituta e sposarla davvero: «Io restituirò al mondo il suo più meraviglioso ornamento», decreta il pittore nella sua mente esaltata, ubriaca di sogni e annebbiata dall’oppio. Piskarëv si reca nel postribolo, rivela con ardore alla sconosciuta i suoi propositi di vita onesta, di matrimonio, di lavoro, ma dinanzi a sé egli non trova una Lisa o una Sonja, prostitute dostoevskiane moralmente intatte, pure, incontaminate nonostante il mestiere infamante [2], bensì una creatura già avvelenata dalla vita dissoluta, già inaridita spiritualmente e ormai refrattaria a qualunque slancio virtuoso, che gli ride in faccia. Piskarëv fugge via, di nuovo, distrutto, sconvolto; vaga senza meta per le strade di Pietroburgo, quindi torna a rintanarsi, a rinserrarsi nella sua stanza solitaria, ma questa volta il dolore è davvero insopportabile ed egli finisce per togliersi la vita, brutalmente, tagliandosi la gola:

«Oh, questo poi era troppo! Non aveva la forza di sopportarlo. Si precipitò fuori, avendo smarrito i sensi e i pensieri. La sua mente si ottenebrò: vagò per tutto il giorno stupidamente, senza scopo, senza veder nulla, senza udire né sentire. Nessuno poté sapere se aveva pernottato da qualche parte oppure no; solo il giorno dopo per qualche ottuso istinto finì per tornare al suo appartamento, pallido, con un’aria spaventosa, con i capelli arruffati e i segni della follia sul viso. Si chiuse a chiave in camera sua e non lasciò entrare nessuno, non chiese nulla. Passarono quattro giorni, e la sua stanza non era stata aperta neppure una volta; infine passò una settimana, e la stanza era sempre chiusa. Corsero alla porta, cominciarono a chiamarlo, ma non ci fu risposta; finalmente sfondarono la porta e trovarono il suo corpo esanime con la gola tagliata. Il rasoio insanguinato era gettato sul pavimento. Dalle braccia convulsamente allargate e dall’aspetto spaventosamente sfigurato si poté desumere che la sua mano era stata incerta e che aveva sofferto a lungo, prima che la sua anima peccatrice abbandonasse il corpo».

Nessuno piange Piskarëv; nessuno, eccezion fatta per un soldato ubriaco, versa lacrime seguendo la sua bara. Una fine ingloriosa per un artista talentuoso, ma inadeguato, perché è anche con la sua inadeguatezza – oltreché con il destino crudelmente irrisorio e l’eterno dissidio tra il sogno e la realtà -, quell’inadeguatezza tipica dei sognatori, come mostrerà Dostoevskij nelle Notti bianche [3], che Piskarëv, dopo l’incontro con la sconosciuta sulla prospettiva Nevskij, è costretto a fare i conti, soccombendo infine a se stesso, alla propria natura inconciliabile con la realtà e dunque con la vita.

Tragico e comico sono componenti spesso inseparabili – di certo rappresentano le due facce della stessa medaglia, la vita -, e infatti Gogol’, dopo aver elaborato narrativamente il tema dell’irrisione sistematica dell’uomo da parte del destino in versione drammatica nella prima parte del racconto, attraverso la triste storia di Piskarëv, nella seconda parte elabora lo stesso tema in versione comica, attraverso la divertente disavventura del tenente Pirogov, maltrattato da tre artigiani tedeschi per aver tentato di sedurre l’adorabile e sciocchina mogliettina di uno di loro, il lattoniere Schiller (!). Ma ridere, dopo la tragedia di Piskarëv, è impossibile, e la nostra anima listata a lutto accoglie le peripezie del tenente Pirogov, se non con indifferenza, quantomeno con distacco, un distacco che rivela tutta la grossolana ridicolaggine di quest’uomo così pieno di sé, ma in fondo misero e insignificante come tutti gli altri.

NOTE

[1] Le citazioni sono tratte da Nikolaj Gogol’, Racconti di Pietroburgo, traduzione di Emanuela Guercetti, BUR 2011.

[2] Lisa è la protagonista femminile delle Memorie dal sottosuolo, Sonja di Delitto e castigo. Per un approfondimento su queste opere e i relativi personaggi femminili rimando ai contributi Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo. Prima parte, Seconda parte, Delitto e castigo, dalla dialettica alla vita.

[3] Per un approfondimento sul celebre racconto rimando al contributo Le notti bianche, il dramma del sognatore.

A proposito dell'autore

Classe 1989, dopo il diploma di liceo scientifico mi iscrivo alla facoltà di Lettere presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", dove mi laureo nel luglio del 2015 con la tesi "Figlie della crisi. I personaggi femminili di Heinrich von Kleist", pubblicata sulla rivista «Le rotte - Il porto di Toledo». Sempre presso lo stesso ateneo, nel settembre del 2017, conseguo la laurea magistrale in Filologia Moderna, con la tesi "Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter". Sul blog bazzecole.altervista.org i maldestri tentativi di scrittura creativa.

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