Vi sono momenti di questa nostra Storia in cui il Tempo, con la stessa sua concezione e tutto ciò che lo rende tale, viene messo in sospensione, e con esso tutto sembra diventare ubiquamente sollevato, irrelato, nebbioso.
Ogni forma di narrazione che regge le nostre quotidianità si fa diafana, non lineare. Nebbiosa e sospesa, più o meno dolcemente.

Vorremmo offrire ai nostri Malpensanti impenitenti un gioioso quadro di questa interruzione, esigenza che sembra sentita d’altra parte su tutto il territorio nazionale come condizione necessaria di questa quarantena.
Non vi doneremo però canti dai balconi di queste righe, giacché persino quelli dipinti dal Veronese ci hanno abituato al loro splendido mutismo. Non eviteremo la Nebbia dunque, perché convinti che i passi che calchiamo su questa nostra strada risuoneranno in un’altra strada, dove anche lì, solo la vostra Nebbia è reale.

Là dove tutto è infine sospeso, sono lacerti di storie, di immagini, di parole a venirci incontro, e questo meccanismo di vagabondaggio dell’immateriale non può essere trascurato: l’Immagine ai Tempi del Colera è fluttuante e improvvida, e viene incontro a noi tutti.

A chi scrive, ormai molti giorni addietro, vennero più volte incontro le parole che chiudono il racconto che il Vasari fa della vita di Giorgione:

Mentre Giorgione attendeva ad onorare e sé e la patria sua, nel molto conversar, che e’ faceva per trattenere con la musica molti suoi amici, si innamorò d’una madonna, e molto goderono l’uno e l’altra de’ loro amori. Avvenne che l’anno 1511 ella infettò di peste, non ne sapendo però altro, e praticandovi Giorgione al solito, se li appiccò la peste di maniera, che in breve tempo nella età sua di 34 anni, se ne passò a l’altra vita, non senza dolore infinito di molti suoi amici, che lo amavano per le sue virtù, e danno del mondo, che perse.

Giorgio Vasari, Le vite de’ più eccellenti architetti, pittori, et scultori italiani (…), 1568.


Tanto breve la vita e immane per qualità la sua Opera, che anche il racconto della sua dipartita è un conciso e minuto arazzo di parole.
La leggenda vuole che in tempi non dissimili da questi che stiamo vivendo, appunto i Tempi della Grande Sospensione della Narrazione, il giovane ed eccellente pittore sfuggì alle mura del suo studio per un ultimo saluto alla sua amata: la quieta e silenziosa navigazione fra i canali di questo viaggio è un racconto fatto di leggerezze, di acqua a mezz’aria, di bruma in pieno giorno; è un racconto che affiora di volta in volta dall’inesistenza come la sagoma di una gondola col suo barcaiolo.

A questo punto deve pur venirci incontro una immagine, flebile o meno che sia: riaffiora un’Opera in questo momento custodita nei silenziosi corridoi del Rijksmuseum di Amsterdam.

Anonimo Veneziano (già attribuito a Giorgione), Donna con Unicorno, 1510 ca.


Doverosa la premessa che queste sono anche ore di deroghe alle canoniche regole delle nostre esistenze, e quindi ad ogni sorta di narrazione. L’Opera a cui facciamo riferimento è stata infatti per più decenni attribuita al Giorgione, ma tale paternità è adesso messa in discussione, se non rigettata.

Eppure sussiste qualcosa nell’inerzia di questo piccolo dipinto che lo fa arrivare ora sino ai nostri occhi. Forse, non ultima, la presenza di una mano di cui oggi non possiamo sapere del volto a cui appartiene: sia esso Giorgione o l’Anonimo Veneziano citato dall’Archivio del grande Museo olandese.

Rimane il testo impossibile di questo dipinto, davanti a noi, con le sue inesattezze, le sue ormai proverbiali incertezze, la sua impossibilità di essere ridotto ad una verità univoca.

Una Donna con l’Unicorno. Di questa coppia simbolica molto si è detto.
L’Unicorno, che nella remota antichità era collegato al culto di una dea-madre vergine, venne presto adottato con riferimento alla verginità di Maria e all’Incarnazione di Cristo. La leggenda di questo mitico animale il cui corno aveva il dono di purificare qualunque cosa toccasse e che solo una vergine poteva catturare, divenne un’allegoria di contenuto cristiano nonostante il suo innegabile simbolismo fallico. L’Unicorno appoggiato al grembo di una vergine era, secondo i bestiari medievali, simbolo dell’Incarnazione di Cristo. E’ un’immagine che si incontra nelle chiese romaniche e gotiche, ma soprattutto nella pittura e negli arazzi nordeuropei del Quattrocento e del Cinquecento. Non mancano però reconditi significati derivanti dalla mitologia pagana, e la stessa cristianità ricorre impenitente a sé stessa e quella che era la Vergine Maria diventa volentieri e all’improvviso una Santa Giustina qualunque. Questa Donna e questo Unicorno potrebbero essere la personificazione di Venezia, sublime città-stato. Non è dato sapere di niente se non dell’incertezza stessa.

Rimane la possibilità dell’immagine muta, di due Puri Silenziosi in una selva che sembra evasa da sé stessa. Possiamo persino curarci di contare le foglie e i petali davanti a noi, ma l’orizzonte è ignoto, e non sappiamo se sia giorno o notte.

Ciò che rimane è questo adagiarsi nell’erba morbida delle nostre attese, e non sappiamo se la Donna e l’Unicorno riapriranno pieni gli occhi. Non sappiamo se l’Unicorno sta sognando il suo mito o sta patendo la fine delle nostre illusioni sulla sua esistenza.

Tutto è carico di attesa, e nell’attesa non c’è la decifrazione della sua conclusione. Non sappiamo cosa attende la fine di questa immobilità, una volta fattosi avanti l’orizzonte che non riusciamo a leggere.
Questo mi dice il dipinto non volendomi parlare.

Allora cerchiamo fra la stortura delle regole, nelle pieghe e nelle imperfezioni di un racconto che sembra incongruente, come quello di quest’opera troppo muta e del suo autore che oggi sembrano non avvicinarsi, e ricamiamo il nostro racconto fatto di deroghe e attese.

Perché il dipinto non deve necessariamente darci un messaggio, ma può evocare immagini e parole incongruenti.
L’arazzo che decidiamo di farne ci dice di cosa si costituiscono i nostri silenzi, mentre aspettiamo il Mondo Fuori.

Noi, fatti in parte d’acqua, serviamo alla bellezza allo stesso modo. Toccando l’acqua, questa città migliora l’aspetto del tempo, abbellisce il futuro. Ecco la funzione di questa città nell’universo. Perché la città è statica mentre noi siamo in movimento. (…) Perché noi andiamo e la bellezza resta. Perché noi siamo diretti verso il futuro mentre la bellezza è l’eterno presente. La lacrima è una regressione, un omaggio del futuro al passato. (…) Lo stesso vale per l’amore, perché anche l’amore è superiore, anch’esso è più grande di chi ama.

Iosif Aleksandrovič Brodskij, Fondamenta degli incurabili, 1989.

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