Terza parte – Il tormento

Dell’entusiasmo trascinante, energico, vitale che caratterizza la fase dell’innamoramento – fase preliminare e immaginifica -, descritta nella prima e nella seconda parte del racconto – «Il limbo» e «La qualunque avventura» -, dopo il peccato non c’è traccia. Dopo il peccato per B. il mondo è spento, freddamente razionale, meccanico, in cui tutto, citando Sbarbaro, «è quello / che è, soltanto quel che è» [1], ed egli stesso in questa dimensione perfettamente geometrica e gelida si scopre «umano automa»:

«Tornò padrone pian piano di sé, ma come quando ti svegli da una febbre di un mese che le cose intorno son gravi e non hanno sapore. Le cose non avevan sapore ed eran lì adipose senz’anima nel più geometrico ordine. Non avevan misteri più al di là del loro materiale contorno, non avevan più risonanze né intime vite, facevan insieme corpose il gran mucchio rotondo del mondo e così come le vedi e le senti sonnolente giacevano. Così come le vedi e le senti imbastite e aggiustate secondo la causa e gli effetti, nel consueto inquadrarsi di sillogismi ben chiari, nell’andar senza scosse dell’ordinaria ragione. Non vibravano più, non echeggiavano più, non esultavano più come si fossero spente d’un tratto, come se si fosse seccato il gran flusso di vita che scorreva giovanile per esse a gonfiarle (come se in lui si fosse dispersa, smarrita la magica fonte, la corrente ed il flusso). Come se l’echeggiamento dei sentimenti si fosse taciuto non allargasse più umettandolo il mondo, il mondo posasse pesante non ci fosse modo più di trasformarlo dinnanzi, di trarlo su a poesia, di farlo cantante e gioioso, di moltiplicarlo infine cantando. Bisognava accettarlo così pezzo a pezzo, anatomico e morto, bisognava camminarvi per mezzo senza né riso né pianto, meccanici e grevi (“sei uscito fuor dell’imaginare discreto! […]”). Bisognava accettarlo così senza speranze, ché questo era il mondo dopo il peccato, spento; questo era dunque, senza più il lievito e il sogno, fiacco. Questi gli uomini, così e così ragionanti e operanti; questa la realtà con queste e quest’altre necessità ordinate; questo lui stesso senza veli e senza eccitamenti irreali. Questo dunque lui stesso macchina malfatta di muscoli e nervi, fra altre macchine in moto a maciullare (null’altro!) o male o bene come si può il suo pezzo breve di tempo, così come da quando c’è il mondo s’è fatto. E sentì dentro sé una incolore, una esanime vita senza meraviglie e senza stupori stendersi grigia, vita veduta senza orizzonti netta, senza sconfinamenti né palpiti, vita d’umano automa, rotolante giù, fredda» [2].

B. si rassegna, s’abbandona alla nuova atmosfera asfittica assunta dal mondo dopo il peccato, mentre la lite per l’eredità paterna lo vede sconfitto e il patrimonio si riduce a un terzo, disperso tra cugini e altri familiari, mentre scende l’autunno portando con sé la pioggia e il freddo e il vuoto, mentre la madre malata non gli parla, e neppure la serva gli parla, mentre fuori la gente gli mormora dietro e lo guarda dritto in faccia sfacciata, senza ritegno, senza imbarazzo – i porci ammiccanti come se ormai fosse uno di loro. Tutti sanno. Tutti giudicano. In molti se la ridono. E anche gli amici ora sono impacciati con lui. B., nella considerazione paesana, nell’opinione pubblica, precipita, sprofonda, finisce al di sotto di tutti, «lui che voleva starne aldisopra; lui il morale», e tutti per la sua caduta provano gioia, una gioia maligna, affilata, puntuta, velenosa, mentre i ragionieri da bar a testa china col lapis sul bianco del tavolino calcolano quanto gli rimanga di suo dopo il processo: «poco, pochetto». Secondo i «neri», i bacchettoni e le beghine il processo perduto è il suo castigo. Insomma, nel paese si solleva una babele di chiacchiere, che portano infine il protagonista ad autoaccusarsi, ad autocondannarsi: «Sentì il torbidume dal fondo dell’anima opaco, le voglie vigliacche le brutture quetanti nascoste come una cloaca che non sapevi ci fosse e si rompe; e sentì la vergogna e il rossore. “Questo avevi dentro tu dunque, o antiborghese, e te ne stavi sdegnoso in disparte a chiacchierar di Pascal e di Dio!” Nell’umiliazione sua, nel rassegnato abbattimento, nell’opacità senza slanci più del suo cuore, riconosceva giusti gli improperi ed il disprezzo di tutta la città contro a lui». B. si scopre eguale a tutti gli altri, dominato dagli istinti più bassi, più beceri – la «cloaca». Inoltre lo tormenta il senso di colpa legato ai legami familiari (la madre lascia il paese senza neppure salutarlo, per la vergogna):

«Tu sei cresciuto su poggiandoti a te (credi d’aver poggiato solo su te), sei cresciuto con la tua ragione per guida, con la tua coscienza ben chiara, col tuo volere nato con te e fra gli altri ben netto; sei un uomo in un nuovo mondo e pensi che le tue azioni cominciano in te e vi finiscono. Ti sei allevato con questo pensiero come una bandiera dinnanzi; che tu devi a te solo dar conto di ciò che tu fai; che hai la coscienza, e che dentro ci spazia il tuo dio. – Ma tua madre è per contro a te il diritto della morta-vivente tua razza antica e ti dice che sei tuo, sì, ma anche non tuo; che così i tuoi vecchi hanno operato e così hanno duramente voluto, che ci sono nell’anima tua i solchi delle abitudini loro a mostrarlo e che se tu li rompi essi ne soffrono in te. E che se la tua casa si dirocca improvvisa tu devi innalzarla di nuovo com’essi hanno fatto perché la memoria loro e il decoro non muoia, e che se le passioni ti diroccano dentro la macchina salda del cuore che ti han tramandato, ti devi far forza e rifarti. La tua strada è segnata: tu hai qualcosa di delicato e geloso da perpetuare nel paese tuo: hai l’anima della famiglia tua da conservare ferma e com’è. Lascia le rivoluzioni e le avventure, lascia il nuovo e l’incerto agli uomini che non hanno una storia, che tu hai vivaddio una tradizione e una storia. Fatti forza, soffoca dentro le male erbe dei sentimenti molli e più tuoi che tu non sei tuo del tutto e ciò che non è tuo in te è più largo di te e più sacro di te».

Tu non sei tuo del tutto: il peso insostenibile dei legami familiari. B. ha un unico pensiero fisso nella testa: io sono colpevole, io ho peccato e non c’è rimedio. La madre torna a casa tre giorni dopo portando con sé una notizia terribile: «Tuo zio Battista è morto». Morto col dispiacere di non essere riuscito a parlare a suo nipote prima di andarsene: «Di lasciarti senza consiglio in questa vergogna. Che non avrebbe creduto tu finissi così, né di vedere prima di morire di queste vergogne, di queste rovine…». Il peso insostenibile dei legami familiari, ancora, che rischia di schiacciare il protagonista. Giunto l’indomani al villaggio, trova il cimitero chiuso. Un groppo in gola, «come se lo scacciassero, come se lo rifiutassero. Anche di qui, anche da un morto». B. s’incammina giù per i colli, solo, abbattuto, scacciato, rifiutato, attraverso il bosco d’ulivi «contorto-cinereo», verso il paese. Tu non sei del tutto tuo. No, tu non sei del tutto tuo – l’insostenibile peso dei legami familiari, lacci, catene. Ma è proprio in questo momento di massimo sconforto, di afflizione cupa e profonda, che avviene la «rivolta» del protagonista. Qualcosa di duro, di fermo, di incrollabile si leva improvviso dentro di lui, «come se avesse detto d’un tratto che “basta”». Basta. Quando la madre gli ha annunciato la morte dello zio, «gli era passato dentro vago pauroso un pensiero», come se questa morte, «dall’oscuro da chi sa dove nel buio, venisse ancora feroce a punirlo» per il suo peccato. Come se Dio – e lo stesso pensiero lo aveva trafitto alla notizia dell’esito negativo del processo -, quell’implacabile Iddio dimenticato «gli si fosse levato in vendetta di contro, dal buio, a punirlo». Ma è B. a levarsi, contro i suoi detrattori giudicanti e beffardi, contro le malelingue insinuanti, serpentesche queste sì vendicative e malignamente gioiose:

«Mi avete tolto i beni di mio padre che erano miei sacrosanti; non mi salutate più e vi torcete se io passo per via; ghignate dietro me segnandomi a dito e mi avete infangato al livello e più giù dei vostri giovani frusta-postribolo, ed allora io mi levo. Mia madre mi sprezza e mi sfugge, pallida; l’unico dei miei, qui, che io venerassi ed amassi, mi muore e mi crede un “vigliacco” tutt’a colpo impazzito; la famiglia, l’onore e il rispetto a cui avevo diritto ecco che mi sono crollati… ed allora io mi levo. Perché se non avrò più nulla d’intorno, perché se m’avrete d’un tratto strappato, m’avrete avvilito e nudato ed allora io, qui, resto che sono un uomo: riman la mia forza viva che non s’è mica mutata; io rimango, ritto e fermo (come la mia ragione e la mia coscienza quando la fede mi cadde), contro l’affetto perduto, la tradizione che ho rotta ed il rispetto e l’onore vostro negato».

B. reagisce, B. si leva e una «scintillazione di rapida vita» gli esulta all’improvviso «ebbra pel corpo», come un colpo violento di defibrillatore che rianima un corpo morto. L’anima gli si apre, gli si dilata dentro impetuosamente, come spalancata a forza, come strappata:

«Si sentì rude e reale sulla salda ampiezza della terra dintorno (sentì l’elementarità eterna e la bellezza e la incancellabile forza della terra viva e del cielo); si sentì partecipe della sanità vigorosa, della sicura quiete delle brute cose viventi, respirò largo l’aria, palpò, strinse con la mano un tronco ruvido torto d’ulivo, batté coi piedi i ciotoli duri come a sentire ad affermare che era, che lui e le cose, lui e la vita erano e forti (eran nell’essenza senza mutamenti), che la sua umanità viva, pulsava e voleva».

D’accordo, B. ha peccato e non c’è rimedio. D’accordo, egli ha rotto l’onesta, irreprensibile tradizione della famiglia, ne ha guastato l’onore. Tutto vero, d’accordo. Ma restare immobili a cosa serve? Restare inetti e rimuginare e autopunirsi a cosa serve? E poi questo maledetto-benedetto peccato cos’è in fondo? Nient’altro che azione (viene in mente la traduzione faustiana del primo verso del Prologo del Vangelo giovanneo: «In principio era l’Azione!» [3]). Nient’altro che vita. Agire, vivere, fare la vita: peccare. E allora metti ordine e procedi al di là della tua «azione-peccato, in te assorbendo, fecondando te stesso (e la vita) del peccato commesso». Fecondare se stessi dei peccati commessi – fecondare, termine chiave -, come il seme che muore e morendo produce il frutto. Il dovere nei confronti della fu Suor Maria, mai rinnegato, non è più una colpa, ma un frutto, e Dio non c’entra niente, svanisce quell’Iddio vendicativo terribile fantasia retaggio, effetto collaterale di un’educazione dogmatica e pregiudiziale inevitabile e sempre in agguato nel fondo dell’anima: «Il dramma era tra lui e gli uomini, tra di lui contro gli uomini e le leggi loro brevi; la legge fonda di Dio, no, non era tocca». Certo, alla donna lo lega il dovere, ma un dovere ora fuso dentro di sé con se stesso, «come nuovo-sbocciato dal suo intimo vivere». Lei, ascoltando di nuovo, ma mai in modo così sentito, così umano, la promessa di B. di rispettare il suo dovere (lei rifugiata sui Poggi in casa della sorella del Santo, lontano da occhi indiscreti), come Nechljudov e Katjuša in Resurrezione, l’ultimo romanzo di Tolstoj [4], si rinfranca, si riprende, si fa gioiosa e torna giovane, torna davvero libera, sboccia, e torna al canto, rifattasi donna. Il protagonista inizia a recarsi quotidianamente dalla sua donna e scopre l’amore, scopre che tutta questa storia è una storia d’amore:

«Ecco che questo è l’amore, l’ingenuo amore di cui ti ridevi e che non credevi possibile in te. E che arzigogoli dunque di dovere imposto di fuori o di dovere nato di dentro ed umano. Questa è una storia d’amore che tu hai annebbiata di musica prima, e poi di religiose paure e poi d’avventura romantica e di moralità disperata. Tutto codesto subbuglio, tutta codesta rovina, e tua madre ammalata e la città nello scandalo, è per un amore di femmina come avviene a diciott’anni per tutti. Ma tu a diciott’anni leggevi i mistici e disputavi accanito sui dogmi ed ecco che aspetti ora sui ventisei a far le pazzie. Abbi coraggio e confessa (o l’amore era insieme cresciuto, si era sovrapposto e intrecciato a tutto l’altro d’intorno ch’era di per sé, preso volta a volta, indifferente ed onesto? Ma come puoi tu districare l’aggroviglio del tuo vivo sentire e la vita? Ecco che tu vivi e non sai, ecco che dentro come un ricco terreno il cuore fecondo ti germina). Ma s’umiliava, ma questo volere suo sperduto in balìa della passione e del caso, lo faceva arrossire e dentro di sé, abbattuto gemere. Egli avrebbe potuto, si diceva, a questo tal punto rompere tutto; e perché non aveva, risoluto, parlato al prete dei bimbi? E perché era andato in chiesa al convegno? E perché aveva scalato (la “notte”) il muro dell’orto? E perché aveva ondeggiato così quando ella parlò (aveva gridato “mamma, mia mamma!” e s’era abbandonata in singhiozzi contro la spalliera odorosa). E perché questi impeti, questo intenerirsi, questo tumulto d’amore, questa incosciente raffica, questo esaltamento senza freno improvviso in lui che si credeva padrone di sé? (ma questo era appunto il peccato: questo, senza che tu sappia, impeto di raffica in te). E come, se tu guardi, come compatte una dietro all’altra determinate le cose si seguono! E chi poteva pensare quel meriggio lontano di giugno? E lei e lei? forse ch’egli aveva cercato l’amore di lei? L’aveva costretta ad amarlo? E l’amore di lei? Volevi anche questo arrestare, volevi anche questo calcare e disperdere come il sognare tuo molle? Non ha anch’ella commesso peccato per te? Non s’è dibattuta e contorta, non s’è angosciata nell’anima anch’ella per te? Non ha sofferto, non ha disperato, non ha lottato impotente pregando? Ed ora ecco che questo è l’amore».

B. si scopre uomo fragile come tutti gli altri, «fragile uomo in un mondo di uomini fragili, dopo aver sognato asceticamente la forza e il dominio di sé». Superati finalmente misticismo e «platonicherie» il protagonista, incontrata una donna, la sua donna, è felice «d’amarla con semplicità schiettamente ed umanamente così», come gli amanti ingenui, forse persino infantili, di cui si è sempre preso gioco, di cui ha riso, con ingiustificata e astratta dunque falsa superiorità, «come gli uomini semplici e sani», «con trepidazioni, con gioie improvvise; con un senso di padronanza maschile, con infantili gelosie e corrucci». B. si scopre uomo, finalmente, uomo semplice e sano (Boine insiste spesso sul concetto di salute e viene in mente Michelstaedter, che a questo tema, nello stesso momento storico, dedica il suo più celebre Dialogo [5]), geloso e giovane, perché amare «una donna che è donna» rinnova l’esistenza infondendole una «giovinezza viva, fresca e leggera». La «donna che è donna» ti «obbliga a muovere, ti fa esser giovane, ti rompe dentro l’aridume e le croste, non ti lascia nella sonnolenza composta quetare. E se tu pensi precede, e se tu t’arresti t’incita, e se tu senti ha sentito, ha intuito rapida e fonda; è innanzi a te gaia, è intorno a te giovine, è come un lavacro di riso e di vita». L’individuo malato d’astrattezza – un esempio su tutti, l‘esempio, l’uomo-topo protagonista delle Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij [6] – è solo, soggetto a un invecchiamento precoce e l’odio, verso se stesso e verso gli altri, è il suo sentimento dominante; egli non è un vero uomo ma un simulacro d’uomo, la sua non è vera vita – egli non fa la vita, si limita a osservarla e giudicarla e deriderla – ma un simulacro di vita. Ecco cosa ha rischiato B. – diventare un parassita, in definitiva -, che buttandosi a capofitto nella vita, peccando, ha spezzato le catene dell’astrattezza, dell’idealità, trovato l’amore e una donna che è donna fondendosi con essa, ringiovanendo grazie a lei, «lavacro di riso e di vita».

B. crede di dover insegnare a lei la vita, dopo averla conosciuta in chiesa con indosso il saio e il cordone dei tre voti stretto alla cinta, ma è lei a far scoprire al protagonista se stesso, il se stesso più autentico e vero, uomo con umane passioni, uomo fatto di carne e sangue, d’istinti e di desideri, di gelosia e di bestialità, che lo portano a minacciare, stretto il bastone nel pugno e lo sguardo feroce, i bellimbusti che s’aggirano sotto il balcone della sua donna come avvoltoi, bramando l’avventura. B. ora comprende la cronaca, l’umana bestialità, lui che si riteneva civile e viveva in pace come se avesse «quetamente attinto» a una sua «morale età dell’oro». Astrattezza versus vita. Impersonalità versus sangue. Sangue che ribolle incontenibile al solo pensiero di un tradimento di lei. Ma lei si è come fusa con lui, essi sono rinati insieme; «era tutta a lui, tutta avida di lui, curiosa infantilmente di lui». Grazie a lei B. scopre finalmente il suo corpo – è il momento delle scoperte, sì, qualora fosse necessario ribadirlo -, un corpo di cui prendersi cura, da modellare secondo la volontà della donna, della sua donna, che lo plasma, lo lavora come argilla. «Tu stai nelle nubi troppo, ed io ti tiro giù un poco», gli dice lei replicando alle sue proteste d’uomo da sempre incurante del proprio aspetto. Necessità dell’amore d’una donna: «S’erano insieme disciolti dal sogno e quasi pareva ch’ella ora assai meglio di lui sapesse le vie della nuova lor vita e fosse tutta penetrata del compito di guidare; ella, non lui». Sì, la guida è donna, del resto è Beatrice a inviare Virgilio a Dante, assumendo poi lei stessa il ruolo di guida. Sì, è lei la guida: «Tu devi», gli ordina, perentoriamente, senza ammettere proteste. Tu devi difenderti, tu devi lottare per i tuoi beni, ricorrere in Cassazione. «Tu devi», ripete quasi ossessivamente. «Tu devi», se sei un vero uomo, «scuoterti e difenderti come si picchiano e difendono tutti questi altri d’intorno. E che se tu non lo fai io non ti vorrò più bene», lo scuote, lo minaccia lei, donna fuggita da un convento «ad insegnargli la vita». «Tu devi». Lei conduce lui all’ascolto di una musica semplice, lontana dalla solennità di Bach ma animata «dalla semplicità chiara del ritmo di danza» e da una «sonora scioltezza». Come nel Lupo della steppa di Hesse Erminia conduce Harry Haller all’ascolto del jazz, lui suicida perduto nella grandiosità sovrumana di Mozart [7]. B. ascolta, ascolta passare come forzando, come scuotendo, «come una festa improvvisa di bimbi irrompenti nel chiuso dormiente di una abbandonata da infinito tempo casa di nonni», le «umane passioni della musica che i semplici amano». Non un dettaglio, considerando che l’unione tra il protagonista e l’ex suora è nata proprio all’insegna della musica, sotto la sua egida. L’ascolto di questa musica semplice e popolare porta B. a comprendere e sentire più vicina la «popolaresca sentimentalità dei romanzi d’Hugo» ed egli si sente più uomo ed egli scopre – di nuovo, una scoperta dopo l’altra – nella donna che gli sta accanto «il suo necessario umano completamento» (l’opera di Boine alimenta il sospetto, nell’uomo che non è mai stato amato e che anche per questo è precipitato nel sottosuolo, che solo una donna avrebbe potuto salvarlo):

«Come se un mondo peuple e inferiore, tutto un mondo elementare di “cuore” di sentimento di leggenda e bontà (mondo rosso e sdolcinato), malfatto e volgare, mondo vago ed umano, torbido, fuor del diritto e con per gran legge il “Cuore” gli facesse d’un tratto per più lati impeto dentro. “Lascia la diffidenza e gli aristotelici pudori. Qui ti completi. Qui, questa donna ha trovato per te ciò che mancava, ti scopre dentro, aggiunge al tuo irreale pensare il calore ed il peso, la umanità della vita”. Si sentiva più pieno; aveva aggiunto alle (aride) sue, tutte queste altre vivaci passioni; si sentiva più uomo, aveva scoperto in questa donna qui allato il suo necessario umano completamento».

Giorno dopo giorno B. si fa uomo, quando prima di peccare e di amare, schiavo e vittima dell’astrattezza, non era che una parvenza d’uomo, un simulacro d’uomo, un’entità astratta, asettica, sterile, vuota. Lei lo plasma, lo fonde, infonde vita a un corpo che non era corpo ma solo una testa perduta tra le nuvole, inconcludente e ideale: «Ecco, sì, sei un uomo, ecco che hai conosciuta la gioia e conosci ora il dolore» – il dolore generato dal pensiero di un ipotetico abbandono della sua donna – «qui, carnale degli uomini. Ecco il peccato t’ha aperta la giovane gioia e condannato al lacerato dolore. Gioia e dolore a vicenda, carnale ed umano aggroviglio». B. scopre di avere l’energia, la forza, i muscoli necessari per sostenere la vita, la vera vita, per immergersi e lottare nel caos della realtà, «aggroviglio immane». Dinanzi al protagonista la vita si spalanca come un panorama, «come una gran selva scomposta (immergersi, risoluto tuffarsi, vagabondare chiusi i pugni a una meta!) gran selva di forze, di passioni e di uomini come ti si accavalla dinnanzi se tu leggi la Bibbia ed i drammi di Shakespeare. Dramma di milioni di scene senza aristoteliche leggi e senza governi; uomini, anime scattanti dal buio improvvise a gettar ciascuna il suo grido; balenii, profondità rischiarate, impeto di cuori gonfi per malvagità di demoni o per inumana grandezza; ira, passione e tumulto. Ira, passione ed umano tumulto, senza astrattezza di legge morale o di composto pensiero a guidarle. S’inorgogliva, s’esaltava. Certo qualcosa di nuovo era cominciato in lui». Eppure in B. l’aspirazione all’ordine morale, a una spiritualità ascetica, distaccata, sovrana resiste ancora ed egli ondeggia tra l’«esaltamento baccante» e un «attento, preciso governo dell’anima, un quasi avaro sempre cosciente sforzo di ordine». Spiritualizzare, controllare ogni atto, senza disperdere nulla, «fabbricare fuscello a fuscello, economizzare dentro a te lentamente lo spirito», rispetto di se stessi, di ciò ch’è stato, «coscienza e scrupolo per la tradizione e lo Spirito». L’aspirazione all’ordine morale, alla spiritualità resiste ancora in B., ma ormai egli, peccando, ha rotto: «Ma tu hai rotto, tu guardi con accorata elegia la sicurezza di chi sta con freno nella spiritual tradizione fuor del tumulto, tu hai rotto come questa paranza che il maestrale ha questa notte strappata dal porto e sballotta ora (c’è sul molo nello spruzzo e nel vento la calca a guardarla), fuor delle tue aperte finestre sul mare giallastro bavoso». Peccando B. ha rotto la tradizione spirituale, la morale e tornare indietro non è possibile. Divenuto finalmente uomo, fragile e passionale uomo, distrutte finalmente l’astrattezza e la dialettica, egli è ora nel mezzo del tumulto, della vita, è invischiato nel tumulto della vita, sanguinoso e dissonante – il primo Novecento è l’epoca dell’«emancipazione della dissonanza», citando Schönberg -, e dovrà lottare con tutto se stesso, quotidianamente, o meglio, di attimo in attimo per non lasciarsi trascinare e soccombere.

NOTE

[1] Camillo Sbarbaro, Taci, anima stanca di godere, in Pianissimo. Per un approfondimento sul poeta ligure, dunque corregionale di Boine, e questa sua specifica raccolta rimando al contributo Camillo Sbarbaro: «Pianissimo», fino al silenzio.

[2] Le citazioni sono tratte da Giovanni Boine, Il peccato, in Id., Il peccato; Plausi e botte; Frantumi; Altri scritti, a cura di Davide Puccini, Garzanti, Milano 1983. L’opera è gratuitamente scaricabile nella biblioteca digitale Liber Liber.

[3] Johann Wolfgang Goethe, Faust, traduzione di Guido Manacorda, RCS, Milano 2005, p. 93. Per un approfondimento sull’opera rimando al contributo Alcune superflue considerazioni sul monumentale Faust di Goethe.

[4] Per un approfondimento sull’opera rimando al contributo «Resurrezione», l’ultimo e più grande romanzo di Lev Tolstoj. Introduzione, Prima parte, Seconda parte, Terza parte.

[5] Per un approfondimento sul pensatore, scrittore e poeta goriziano rimando allo studio Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter.

[6] Per un approfondimento sull’opera rimando al contributo Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo. Prima parte, Seconda parte.

[7] Per un approfondimento sull’opera rimando al contributo Hermann Hesse, «Il lupo della steppa»: la guarigione di Harry Haller, dal rasoio al riso.

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