Seconda parte

1. La terra

La svolta interiore che investe Nechljudov non riguarda solamente il rapporto con Katjuša, ma coinvolge ogni aspetto della sua vita, compreso quello economico. Egli torna ad abbracciare le idee liberali che lo animavano in giovinezza, a metterle in pratica, e la seconda parte di Resurrezione si apre proprio con il viaggio di Nechljudov in campagna, nelle sue tenute, dove intende rivedere completamente il sistema di gestione della terra, secondo una visione più giusta ed equa. Egli si reca innanzitutto a Kuzminskoe, la sua proprietà più grande, quella che gli garantisce i maggiori profitti, e cede la terra ai contadini, ma solo in affitto, sebbene a un prezzo modestissimo. Così facendo il reddito ricavato dalla tenuta si riduce per lui quasi della metà. Eppure, nonostante la cessione, i contadini non restano soddisfatti, come non resta soddisfatto Nechljudov, che, lasciando Kuzminskoe, prova tristezza e persino vergogna. La seconda tappa del viaggio è Panovo, la proprietà ereditata dalle zie, quella dove ha conosciuto Katjuša. Qui domanda di suo figlio e ne apprende la triste storia: morto dopo poche settimane di vita, prima ancora di entrare in orfanotrofio. A Panovo, rispetto a Kuzminskoe, la situazione della popolazione è davvero drammatica, i contadini versano in una condizione di miseria estrema e la loro vita – che riflette quella dell’intero popolo russo – è ridotta a una lenta, ma inesorabile agonia:

«”Il popolo si estingue, si è abituato alla propria lenta agonia, e si è formato dei modi di vita tipici dell’estinzione: muoiono i bambini, le donne lavorano al di sopra delle loro forze, tutti sono denutriti, e soprattutto i vecchi. E il popolo è arrivato così gradualmente a questa situazione, che non riesce neppure a vederne tutto l’orrore, e non se ne lagna. E per questo anche noi riteniamo naturale questa situazione, e che tale debba essere”. Ora gli era chiaro come la luce del sole che la causa principale della miseria del popolo, riconosciuta e da sempre denunciata dal popolo stesso, consisteva nel fatto che i proprietari gli avevano sottratto quella terra che era la sua unica fonte di sostentamento. E intanto era chiarissimo che i bambini e i vecchi morivano per mancanza di latte, e il latte non c’era perché non c’era terra per pascolare il bestiame e raccogliere grano e fieno. Era chiarissimo che tutte le disgrazie del popolo, o per lo meno la loro causa principale, immediata, dipendeva dal fatto che la terra che lo nutriva non era nelle sue mani, ma nelle mani di uomini che, sfruttando questo diritto sulla terra, vivevano delle fatiche del popolo. E la terra, a lui così necessaria che la gente moriva per la sua mancanza, veniva lavorata da quella stessa gente ridotta all’estrema miseria, perché il grano che se ne ricavava venisse venduto all’estero e i proprietari terrieri potessero comprarsi cappelli, bastoni, carrozze, bronzi e via dicendo. Adesso gli era tanto chiaro quanto era chiaro che dei cavalli rinchiusi in un recinto dove si siano mangiati tutta l’erba sotto i piedi dimagriranno e moriranno di fame, finché non si consentirà loro di sfruttare la terra su cui possano trovare del foraggio… E questo era terribile e non poteva né doveva essere. E bisognava trovare i mezzi perché ciò non fosse, o almeno per non esserne complici» [1].

Tutte le disgrazie del popolo, la sua fame e la conseguente agonia, derivano dal fatto che la terra non è nelle sue mani, e Nechljudov non vuole più essere complice del lento ma inesorabile sterminio cui è vittima, perché di questo si tratta. Come l’acqua, come l’aria, come il sole, la terra «non può essere oggetto di proprietà, non può essere oggetto di compravendita». La proprietà privata è l’origine della schiavitù dell’uomo, di qualunque schiavitù, sia essa statale, religiosa, capitalistica, sorta di peccato originale sociale che ha condizionato e condiziona in negativo le esistenze di milioni di uomini privati della loro naturale libertà e sottoposti al controllo spietato e crudele di pochi. Osservando la condizione miserevole in cui versano i contadini di Panovo e traendo le conclusioni sopra riportate, Nechljudov comprende perché lasciando Kuzminskoe, nonostante l’affitto della terra, ha provato vergogna: perché non ha fatto altro che ingannare se stesso sistemando le cose in quel modo:

«E allora capì perché provava vergogna ripensando a come aveva sistemato le cose a Kuzminskoe. Aveva ingannato se stesso. Pur sapendo che un uomo non può avere diritti sulla terra, si era arrogato questo diritto e aveva regalato ai contadini una parte di ciò che sapeva in fondo all’anima di avere usurpato. Ora non l’avrebbe più fatto e avrebbe modificato quanto stabilito a Kuzminskoe. E progettò mentalmente di dare la terra ai contadini dietro pagamento di un canone che però sarebbe rimasto loro proprietà, da usarsi per pagare le tasse e le spese comunitarie. Non era la single tax, ma la sua più attuabile approssimazione dato il presente stato di cose. Ma soprattutto così rinunciava a valersi del diritto di proprietà sulla terra» (234).

L’estrema povertà in cui versa la popolazione di Panovo recide davvero le palpebre a Nechljudov, fino a quel momento colpevolmente serrate. Egli ora sa con incrollabile certezza cosa deve fare: cedere la terra ai contadini, restituirla a chi spetta di diritto, ma restituirla davvero, privandosene completamente, non come a Kuzminskoe. Una rinnovata consapevolezza anima Nechljudov, e non riguarda solamente la questione della terra, della proprietà, ma interessa anche il suo impegno verso Katjuša e il tema della giustizia: egli ora sa con incrollabile certezza che non deve abbandonare Katjuša, ma aiutarla, con tutti i mezzi a sua disposizione, ed essere pronto a tutto – anche alla Siberia – per riscattare la sua colpa verso la donna; con la stessa incrollabile certezza Nechljudov ora sa di dover studiare per comprendere tutte le questioni riguardanti tribunali e pene, processi e condanne, perché la svolta morale e spirituale che lo ha investito gli ha rivelato qualcosa di sconosciuto agli altri, dai funzionari ai detenuti. Nechljudov ignora i risultati a cui lo condurrà questo fervido impegno, ma sente che questo impegno ora gli è assolutamente necessario, un imperativo morale indispensabile, cui non può più rinunciare, per nessun motivo. Questa sicurezza assoluta, granitica gli dona forza e, soprattutto, gioia, una gioia autentica, pura, così diversa da quella gioia effimera e colpevole provata nella sua vecchia vita da parassita. Comprendere l’opera di Dio e il suo senso non è ancora possibile per Nechljudov, che però può fare la Sua volontà, che porta impressa nella propria coscienza, smettendola finalmente, una volta per tutte, di sentirsi padrone, e iniziando a sentirsi servo: «Distribuire la terra, andare in Siberia… pulci, cimici, sporcizia… Be’, se bisogna sopportare anche questo, lo sopporterò» (242). Animato da questa nuova forza morale e spirituale, sorta emblematicamente nello stesso luogo in cui ha violato e rovinato Katjuša, Nechljudov a Panovo riesce in ciò che non gli era riuscito a Kuzminskoe, cedere davvero la terra ai contadini, affamati, agonizzanti eppure scettici, restii a ogni cambiamento e convinti dalle parole di una vecchia donna, secondo la quale «il padrone aveva cominciato a pensare all’anima e agiva così per la sua salvezza» (248). Come il suo creatore, Nechljudov non si limita a fare teoria, non si accontenta più di fare professione di liberalismo, con il rischio di scivolare nell’ipocrisia e nella rettorica, ma mette in pratica le idee dei suoi maestri liberali (Spencer, George), rinuncia alla proprietà e alla terra, e dopo aver fatto ciò prova «una gioia incessante di liberazione» mai provata prima. Il possesso della «roba», citando Verga e pensando agli esiti drammatici delle esistenze colme di sostanze, di ricchezze ma vuote di affetti di Mazzarò e di mastro-don Gesualdo [2], schiavizza e inaridisce l’uomo, che solo privandosene, distribuendola secondo giustizia a chi spetta di diritto, ovvero al popolo, può dirsi veramente libero e felice [3].

2. Il riscatto del peccato. Il quarto incontro in carcere

Tornato a Mosca, Nechljudov va a trovare Katjuša, trasferita nell’infermeria del carcere, e reca con sé un dono per la donna, una vecchia fotografia rinvenuta nella fatiscente abitazione delle zie, a Panovo. Lo scatto raffigura le due signore, Nechljudov stesso e Katjuša, giovani e puri, al tempo del loro primo amore. Durante questo incontro, il quarto in carcere, il principe può verificare come in Katjuša stia effettivamente accadendo qualcosa, qualcosa di bello, salutare, luminoso, «un mutamento importante per la sua anima» sfigurata dalle offese, dal vizio, dalla depravazione. Un mutamento che unisce non solo Katjuša a Nechljudov, e viceversa, «ma anche a Colui nel cui nome si compiva quel mutamento», e la cui presenza, fino a qualche settimana prima così distante, impalpabile, aleggia ormai con costanza su e nei due protagonisti, proteggendoli e guidandoli. Nechljudov entra così in un ideale rapporto di comunione con Katjuša, resa davvero felice dal suo interesse, dal suo impegno quotidiano, ostinato, e dalla sua promessa, rinnovata a ogni incontro, di seguirla ovunque la manderanno, e con Dio, rapporto armonico che lo mette «in uno stato di commossa, gioiosa eccitazione» (260).

Katjuša, che inizia davvero a risorgere moralmente, spiritualmente, giorno dopo giorno, non si sazia di ammirare la fotografia recatale in dono da Nechljudov, non solo ricordo, ma anche anche e soprattutto promessa di una vita migliore, nuova e rinnovata nel nome di Dio, e prova gioia, fin quando, a causa dell’inopportuno intervento di una sua compagna di sventure, che, osservando lo scatto, non la riconosce, viene ricacciata con forza nel dolore, e conclude la giornata versando lacrime amare sulla sua vita rovinata, offesa, deturpata come un’opera d’arte vittima di un atto vandalico (il mancato riconoscimento da parte della detenuta ricorda con crudeltà a Katjuša quanto sia cambiata, e mina le sue fragili speranza di rinascita ispirate da Nechljudov, dal suo impegno quotidiano per lei):

«Guardando la fotografia si era sentita la ragazza di quel ritratto, e aveva sognato la felicità di allora, che forse poteva essere ancora possibile con lui adesso. Le parole della compagna le avevano ricordato chi era adesso, e che veniva da là – le avevano ricordato tutto l’orrore di quella vita che allora percepiva vagamente, ma che non lasciava affiorare alla coscienza. Solo adesso rivide con immediatezza tutte quelle notti orrende, e soprattutto una, a carnevale, quando aveva aspettato uno studente che aveva promesso di portarla via di lì. Vestita di un abito di seta rossa, scollato e macchiato di vino, con un fiocco rosso fra i capelli spettinati, sfinita, debole e ubriaca, dopo aver congedato i clienti verso le due di notte, in un intervallo fra le danze si era seduta vicino alla magra, ossuta e foruncolosa accompagnatrice del violinista, e si era messa a lamentarsi con lei di quella dura vita; anche l’accompagnatrice diceva di non poterne più della sua condizione e di voler cambiare, e a loro si era avvicinata Klara, e a un tratto avevano deciso tutte e tre di rompere con quella vita. Pensavano che la nottata fosse finita e volevano ritirarsi, quando all’improvviso in anticamera cominciarono a chiassare dei clienti ubriachi. Il violinista suonò un ritornello, la pianista strimpellò l’accompagnamento di una briosa canzonetta russa per la prima figura della quadriglia; allora fu afferrata da un ometto sudato, che puzzava di vino e aveva il singhiozzo, con una cravatta bianca e un frac che si tolse alla seconda figura, mentre un altro grassone con la barba, anche lui in frac (venivano da qualche ballo), si prese Klara, e a lungo volteggiarono, danzarono, gridarono, bevvero. E così era passato un anno, e due, e tre. E come non cambiare! E la causa di tutto era stato lui. E all’improvviso in lei si ridestò l’antico rancore, ebbe voglia di insultarlo, di rinfacciargli tutto. Rimpiangeva di aver perso l’occasione, quel giorno, per dirgli ancora una volta che lo conosceva e non gli avrebbe ceduto, non gli avrebbe permesso di usarla spiritualmente, così come l’aveva usata fisicamente, non gli avrebbe permesso di far di lei un oggetto per la sua generosità. E per soffocare in qualche modo quel tormentoso senso di pietà per se stessa e di inutile risentimento per lui, le venne voglia di bere. E non avrebbe mantenuto la sua parola e avrebbe bevuto, se fosse stata in carcere. Ma lì era impossibile procurarsi l’acquavite se non dall’infermiere capo, e lei lo temeva, perché non la lasciava in pace. Mentre i rapporti con gli uomini le ripugnavano. Così rimase un po’ seduta sulla panchetta in corridoio e poi tornò nel suo bugigattolo, dove, senza rispondere alla compagna, pianse a lungo sulla sua vita rovinata» (262-263).

Questo passo rivela quanto la resurrezione di Katjuša sia un processo complesso, lento, faticoso, tortuoso, molto più complesso, lento, faticoso e tortuoso di quello di Nechljudov. Perché troppo grande è stata l’offesa subita da colui che ora la vuole salvare, e troppo gravi le conseguenze – la perdita di un figlio e una serie senza fine di violenze, di delusioni -, il cui ricordo, sempre in agguato – e basta pochissimo per ridestarlo, come si è visto -, è uno dei nemici principali da sconfiggere per rinascere davvero. Se Katjuša fosse stata in cella e non in infermeria, avrebbe annegato il suo dolore nella vodka, e quel mutamento così importante per la sua anima avrebbe subito una brusca battuta d’arresto, forse persino irreversibile. Ma Dio ormai veglio sopra e dentro di lei. Precipitata nel sottosuolo morale e sociale, Katjuša ha iniziato la sua risalita verso la luce, una risalita complessa, lenta, faticosa, tortuosa, irta di accidenti, sì, ma ormai inesorabile.

3. Pietroburgo

Dopo il viaggio in campagna e l’esperienza diretta della povertà dei contadini di Panovo, figura delle condizioni miserevoli, di agonia ed estinzione in cui versa l’intero popolo russo, in Nechljudov si acuisce il senso di ripugnanza verso il suo vecchio ambiente nobiliare, «quell’ambiente in cui si celavano tanto accuratamente le sofferenze patite da milioni di uomini per assicurare le comodità e i piaceri a una minoranza» (263) di parassiti. L’alta società si basa sullo sfruttamento spietato e sistematico della stragrande maggioranza dell’umanità, quella maggioranza che ha avuto la disgrazia di nascere nella parte povera della società. Ogni possesso, ogni ricchezza sono un’ingiustizia e un crimine – Tolstoj non ammette alternative. Nechljudov lo ha finalmente capito, si è emancipato dalla menzogna, eppure, nonostante la ripugnanza, lo sdegno e il disprezzo è costretto a frequentare il suo vecchio ambiente per aiutare Katjuša e tutti gli altri detenuti delle cui ingiuste sofferenze si è fatto carico. Per questo motivo da Mosca si trasferisce a Pietroburgo – viaggio perfettamente in contrapposizione con quello in campagna -, dove peraltro verrà esaminato il ricorso di Katjuša in Cassazione. Al soggiorno pietroburghese di Nechljudov Tolstoj dedica parecchie pagine della seconda parte di Resurrezione, pagine che costituiscono una sorta di galleria di illustri componenti dell’alta società e della burocrazia russa, smascherati e mostrati nelle loro ipocrisie, nelle loro contraddizioni, tutt’altro che innocue. Emblematica, in tal senso, la figura del senatore Vol’f, che ha di sé una considerazione altissima, smentita però dalla sua condotta: «Egli non solo si considerava un homme très comme il faut, ma anche un uomo di onestà cavalleresca. E per onestà intendeva non prendere bustarelle sottobanco da privati. Esigere invece per sé ogni genere di indennità di viaggio, di trasferta e d’alloggio dall’erario, eseguendo servilmente tutto quello che esigeva da lui il governo – questo non lo riteneva disonesto. Sterminare, rovinare, far deportare e imprigionare centinaia di innocenti solo perché devoti al loro popolo e alla religione dei padri, come aveva fatto quando era governatore di una delle province del Regno di Polonia, non solo non lo riteneva disonesto, ma lo considerava un atto di nobiltà, di valore, di patriottismo; così come non riteneva disonesto aver derubato la moglie, innamorata di lui, e la cognata. Anzi, la considerava una saggia sistemazione della sua vita familiare» (275). Come emerge subito da questo primo ritratto della ricca galleria pietroburghese, secondo l’anarchica prospettiva di Tolstoj nessun funzionario dello Stato può ritenersi ed essere ritenuto onesto, in nessun caso, anche se incorruttibile, come il senatore Vol’f, e al di là della sua condotta, per il semplice fatto di essere proprio un funzionario dello Stato.

Nechljudov, che alloggia in casa di una zia ricchissima, dove peraltro assiste all’esibizione di un predicatore tedesco, tale Kiesewetter, che da otto anni, «infallibilmente», si commuove sempre nello stesso punto della sua vibrante e ipocrita orazione, provando un disgusto violentissimo, trascorre le sue giornate passando da un ufficio all’altro, da uno studio all’altro. In una delle sue innumerevoli visite si imbatte in un vecchio generale, medagliato per vari massacri, da cui dipende l’alleviamento delle sorti dei detenuti. Un essere davvero spregevole, che considera i detenuti appartenenti a un’altra razza, una razza naturalmente inferiore, non credendo all’innocenza di nessuno di loro: «Non ci sono innocenti», dichiara a Nechljudov, senza ammettere eccezioni a questa sua regola assurda, insensata, profondamente anticristiana.

Intanto il ricorso di Katjuša in Corte di Cassazione viene respinto, nonostante le pressioni di Nechljudov, per il parere negativo del consigliere Skovorodnikov, «materialista» e «darwiniano», che considera «qualsiasi manifestazione di moralità astratta, o peggio ancora di religiosità, non solo come una follia disprezzabile, ma come un’offesa personale» (296). Il riferimento è naturalmente all’impegno di Nechljudov per riscattare la propria colpa nei confronti di Katjuša, di cui tutti sono a conoscenza, lodando peraltro ipocritamente il principe, tranne il consigliere Skovorodnikov evidentemente, la cui coerenza – comunque sbagliata, sia chiaro, perché lo porta a giudicare secondo un sistema pregiudiziale inquinato alle radici, perché irreligioso – si abbatte però come una scure sul destino di una donna innocente.

La polemica anti-ecclesiastica di Tolstoj, alla base di Resurrezione, trova spazio anche in questo frangente aristocratico del romanzo; una polemica necessaria, perché la religione non è questione astratta, ma influisce profondamente su un individuo, anche dell’alta società, condizionandone la vita, come mostra il caso emblematico di Selenin, sostituto procuratore in Corte di Cassazione e vecchio amico di Nechljudov, uomo dotato di buone inclinazioni, di idee giuste, distrutte però dalle convenienze sociali:

«Quando si chiese se era giusta l’ortodossia in cui era nato e cresciuto, che tutto l’ambiente circostante esigeva da lui, senza riconoscere la quale non poteva proseguire la sua attività utile al prossimo, la risposta era già scontata. E perciò per chiarire il problema non prese Voltaire, Schopenhauer, Spencer o Comte, ma le opere filosofiche di Hegel e gli scritti religiosi di Vinet, Chomjakov e, naturalmente, vi trovò quello che gli occorreva: una sorta di acquietamento e la giustificazione della dottrina religiosa in cui era stato educato e che la sua ragione da tempo non ammetteva più, ma senza la quale tutta la vita si riempiva di fastidi, mentre riconoscendola tutti questi fastidi si eliminavano di colpo. E fece propri tutti i soliti sofismi sul fatto che il singolo intelletto di un uomo non può comprendere la verità, che la verità si rivela solo alla totalità degli uomini, che l’unico mezzo per conoscerla è la rivelazione, che la rivelazione è custodita dalla chiesa e via dicendo; e da quel momento, senza rendersi conto della menzogna di cui si rendeva colpevole, poté tranquillamente assistere ai Te Deum, ai servizi funebri, alle messe, poté digiunare e farsi il segno della croce davanti alle immagini e poté continuare la sua attività di servizio, che gli dava la coscienza di essere utile e lo consolava della sua deprimente vita familiare. Pensava di credere, ma intanto più che mai con tutto il suo essere era consapevole che la sua fede non era affatto “la cosa giusta”» (302).

Le opere di Hegel – il filosofo borghese e statolatra per eccellenza, come tale avverso a tutti i pensatori anti-borghesi e anti-statolatri ad esso successivi, da Schopenhauer a Michelstaedter, passando naturalmente per il nostro Tolstoj -, Vinet e Chomjakov anestetizzano la coscienza, e grazie al loro supporto Selenin può mettersi l’anima in pace, fare propri i dogmi della chiesa, le convenzioni sociali e accettare supinamente gli obblighi del servizio. La società costringe Selenin a snaturarsi, a corrompersi – come Nechljudov in passato -, e sebbene egli rimanga comunque consapevole di non fare «la cosa giusta», ormai non ha più la forza morale necessaria a tirarsi indietro – nella sua vita non c’è niente di giusto e di onesto, niente, dalla nomina a gentiluomo di Corte al matrimonio combinato con una donna che non ama, sposata esclusivamente per interesse e che gli ha dato una figlia a lui completamente estranea, fino alla sua adesione insincera e coatta alla Chiesa ortodossa -. Selenin è la dimostrazione vivente che se si vuole fare carriera in società – e come scrive Svevo «Nella mente di un giovine di famiglia borghese il concetto di vita umana s’associa a quello della carriera» [4] – è assolutamente necessario corrompersi, tradirsi, e corrompere e tradire le parole di Cristo. Per questo motivo tutti i componenti dell’alta società sono ingiusti, disonesti, corrotti, parassiti, tutti, nessuno escluso. Citando il vecchio generale sanguinario, non ci sono innocenti nel vecchio ambiente di Nechljudov, perché non possono esserci, e ogni uomo ricco è colpevole, colpevole di fondare il proprio benessere, il proprio agio sullo sfruttamento e lo sterminio del popolo.

Altro emblematico esempio dell’ipocrisia che infesta l’alta società e lo Stato è quello di Toporov, la cui funzione è difendere la Chiesa, ma che è totalmente privo di sentimento religioso: «Aveva verso la religione che propugnava lo stesso atteggiamento che ha l’allevatore verso la carogna con cui nutre i suoi polli: la carogna è molto sgradevole, ma ai polli piace e la mangiano, e quindi bisogna dargliela» (317). Ovvero: egli stesso non crede, perché troppo evoluto, secondo il suo distorto punto di vista, ma è convinto che il popolo ami credere, o meglio, utilizzando le sue parole, ami essere superstizioso. «Così pensava Toporov, senza rendersi conto che se il popolo amava le superstizioni (come diceva lui) era solo perché c’eran sempre state e continuavano a esserci persone crudeli come lui, Toporov, che usavano i lumi della loro ragione non, come avrebbero dovuto, per aiutare il popolo a uscire dalle tenebre dell’ignoranza, ma soltanto per tenervelo incatenato» (317). La visita a Toporov, cui si è rivolto per la grazia a un gruppo di settari colpevoli di leggere il Vangelo in modo libero e indipendente, senza seguire le indicazioni – errate – della Chiesa ortodossa, è l’ultimo impegno pietroburghese di Nechljudov, al termine del quale egli è colpito da un’idea illuminante: i condannati sono tali non perché invischiati in questioni illegali, ma perché impediscono ai funzionari e ai ricchi di godersi indisturbati le loro ricchezze, sottratte indebitamente al popolo – la vera, suprema illegalità mai punita -. Tutte le belle parole come giustizia, bene, legge, fede, Dio ecc., di cui si riempiono la bocca i «parassiti della vita», i ricchi, i funzionari, i consiglieri, i senatori, i preti nascondono soltanto «la più volgare cupidigia e crudeltà». È questa la sovversiva conclusione cui giunge Nechljudov al termine dei suoi incontri e delle sue conversazioni pietroburghesi.

Eppure, del suo vecchio ambiente Nechljudov finisce per subire il fascino strisciante, subdolo, untuoso, personificato dalla giovane e bella Mariette, che lo corteggia – ricorrendo infidamente al tema dell’insoddisfazione morale e spirituale, cui è particolarmente sensibile il principe in questa fase della sua vita -, nonostante sia sposata. Nechljudov torna persino a mettere in discussione tutto, i propositi splendenti e salutari di seguire Katjuša ovunque, di sposarla e di cedere la terra ai contadini. Ma ora che Nechljudov è ormai risorto – possiamo affermarlo con certezza, nonostante questa sua debolezza, del tutto fisiologica – sa perfettamente che la sua vita precedente è la «morte» e non può dimenticarlo, non può rinnegarlo solo a causa di qualche ora trascorsa nei più illustri e sfarzosi salotti pietroburghesi. E sebbene quel velo di fascino che avvolge l’alta società per lui non sia ancora del tutto caduto, egli inizia a scorgere chiaramente cosa nasconde. Così Mariette, la giovane e bella Mariette gli appare per quella che effettivamente è, «una bugiarda, che viveva col marito che aveva fatto carriera con le lacrime e la vita di centinaia di persone, e ciò le era assolutamente indifferente» (323), il cui unico scopo è sedurlo, vederlo in ginocchio al suo cospetto. Nechljudov lascia presto il teatro, dove è stato invitato dalla nobildonna, disgustato – il disgusto morale è il sentimento dominante del suo soggiorno pietroburghese -. Tornando a casa, sulla prospettiva Nevskij Nechljudov incontra lo sguardo di un’avvenente prostituta, il cui sorriso è lo stesso di Mariette:

«”Proprio così mi ha sorriso quell’altra a teatro, quando sono entrato, – pensava, – e l’uno e l’altro sorriso avevano lo stesso significato. La differenza è che questa dice semplicemente e apertamente: ‘Se ti servo, prendimi. Se non ti servo, tira dritto’. L’altra invece finge di non pensarci, e di vivere di chissà quali sentimenti superiori e raffinati, ma la sostanza è la stessa. Questa per lo meno è sincera, mentre l’altra mente. Non solo: questa è stata portata alla sua condizione dal bisogno, mentre quella gioca, si trastulla con questa sublime, ripugnante e terribile passione. Questa è una donna di strada: acqua sporca, fetida, che si offre a coloro per i quali la sete è più forte della ripugnanza; quella, a teatro, è veleno che inavvertitamente contamina tutto ciò che tocca”. Nechljudov ricordò la sua relazione con la moglie del maresciallo della nobiltà e lo assalirono tanti ricordi vergognosi. “C’è una ripugnante bestialità nell’uomo, – pensava, – ma quando è allo stato puro la vedi dall’alto della tua vita spirituale e la disprezzi, e sia che tu cada o resista, rimani quello di prima; ma quando questa stessa animalità si dissimula sotto una copertura pseudo-estetica, poetica, e pretende considerazione, allora, divinizzando l’animalità, ti perdi in essa, e non distingui più il bene dal male. Allora è terribile”» (324).

Tra la nobildonna sfarzosamente, costosamente agghindata, circondata dalla ricchezza, immersa nel benessere, comodamente seduta a teatro, colta e raffinata, e la prostituta costretta a vendere il proprio corpo, e con esso la propria anima, che solca di notte, avanti e indietro, la luminosa e sontuosa prospettiva Nevskij, in cerca di clienti, non c’è differenza: entrambe sono emblemi della degenerazione morale che infesta la società – la prima ancor più della seconda, «acqua sporca, fetida», ma suo malgrado, vittima della necessità – e che Nechljudov, un tempo complice di questa degenerazione, ora vede e non può più tollerare. Per lui ormai tutto è spaventosamente chiaro, il velo è caduto e mostra la terribile verità che nascondeva: «Chiaro era che tutto ciò che veniva ritenuto importante e buono era insignificante o turpe, e che tutto quello scintillio, tutto quel lusso celavano vecchi delitti, consueti a tutti, non solo impuniti, ma trionfanti e abbelliti da tutti gli incanti che gli uomini avevano saputo inventare» (ibidem). Nechljudov pensa alle parole di Thoreau, uno dei padri anarchici e sovversivi cui si rifanno le riflessioni filosofico-morali del secondo Tolstoj, «che ai tempi della schiavitù in America aveva detto che la prigione è l’unico posto che si convenga a un cittadino onesto in uno stato in cui è legalizzata e tutelata la schiavitù» (325), e conclude: «Sì, attualmente l’unico posto che si convenga a un uomo onesto in Russia è la prigione!» (ibidem), parole che tracciano «la diagnosi più atrocemente esatta di un’intera società, nella quale misfatti e aberrazioni puniti con il carcere non sono che il riflesso, la parte affiorante e minore di violenze e crimini ben più vasti e profondi» [5]. È il momento culminante, la nota più alta e assordante di quel grido di protesta e di accusa contro la società, contro l’aristocrazia, lo Stato, la Chiesa che è Resurrezione. E non a caso giunge al termine del soggiorno pietroburghese di Nechljudov, viaggio nell’inferno aristocratico e statale, che dissipa definitivamente tutti i suoi dubbi residui, che definitivamente squarcia il velo, riducendolo a brandelli, infondendogli una forza straordinaria. Fallito il ricorso in Cassazione, Nechljudov presenta la domanda di grazia al sovrano – ultima speranza di assoluzione per Katjuša -, nella quale nutre tuttavia pochissime speranze, senza peraltro desiderare il successo, perché ormai preparato all’idea del viaggio in Siberia, a dimostrazione di quanto il soggiorno pietroburghese lo abbia definitivamente emancipato dal suo vecchio ambiente, così profondamente corrotto e anticristiano. Nechljudov ora ne è certo e niente e nessuno lo ricaccerà più nei suoi dubbi: l’inospitale Siberia, dostoevskiana terra di rinascita, di resurrezione – emblematico il caso personale di Dostoevskij, che nei quattro anni di lavori forzati in Siberia, rievocati artisticamente nelle Memorie di una casa morta [6], scopre Cristo e il suo popolo, e quello letterario di Raskol’nikov, vero e proprio Lazzaro, in Delitto e castigo [7] -, è moralmente superiore a qualunque illustre salotto, il cui sfarzo si fonda su tutta una serie di crimini ben più gravi, perché unanimemente accettati, tollerati dunque impuniti, di quelli per cui milioni d’individui sfortunati, nati loro malgrado nella parte sbagliata, nella parte povera della società, vengono condannati e sbattuti in prigione, il cui risultato non è che inasprirli e inaridirli ancora di più, perdendoli per sempre, come conferma la testimonianza di un’ex detenuta politica incontrata da Nechljudov a Pietroburgo: «Se uno credeva in Dio e negli uomini, nell’amore scambievole fra gli uomini, dopo questa esperienza non ci crederà più. Io da quel momento ho cessato di credere negli uomini e sono diventata cattiva» (315). Il carcere distrugge quella fede in Dio e quella fiducia sconfinata nell’essere umano alla base della rivoluzione anarchica, individuale e sociale, auspicata da Tolstoj, e di cui Resurrezione, vibrante grido di protesta e d’accusa, mostra tutta l’urgenza.

4. Il riscatto del peccato. Il quinto incontro in carcere

Katjuša è stata allontanata dall’infermeria del carcere e rispedita in cella, a causa di una sua presunta tresca con un infermiere. Offeso nel profondo dalla notizia, Nechljudov tratta con freddezza e distacco la donna, profondamente dispiaciuta per l’accaduto, ma alla fine in lui prevale la pietà e per l’ennesima volta egli ribadisce a Katjuša la sua volontà di seguirla ovunque. Al termine di questo quinto incontro in carcere con la donna, Nechljudov è invaso da un sentimento inedito, ispirato dalla presunta condotta immorale di Katjuša: «Nechljudov […] uscì, provando un sentimento mai provato prima di gioia pacata, serenità e amore per tutti gli uomini. Ciò che allietava e innalzava Nechljudov a un’altezza mai toccata era la consapevolezza che nessuna azione della Maslova poteva mutare il suo amore per lei. Trescasse pure con l’infermiere – era affar suo: egli l’amava non per sé, ma per lei e per Dio» (329). Ogni singolo incontro con Katjuša, dal primo all’ultimo, dal tribunale moscovita alle future prigioni siberiane, rappresenta per Nechljudov la scoperta di un sentimento nuovo, che lo arricchisce e dimostra, a se stesso e al lettore, quanto egli sia cambiato, tornato sulla via luminosa di Cristo, della persuasione, della salute, del bene, dell’amore, per non lasciarla più, dopo anni e anni di deviazioni, di smarrimenti nella selva della società.

Quest’ultimo sentimento provato da Nechljudov è sì ispirato dal tradimento di Katjuša, ma la storia della tresca con l’infermiere è una menzogna: l’uomo la importuna dal primo giorno in cui ha messo piede in infermeria e lei lo respinge fisicamente, scaraventandolo con forza lontano da sé dopo l’ennesimo tentativo di possederla. Katjuša ora non potrebbe mai tradire Nechljudov, perché ha ricominciato ad amarlo, davvero, con tutta se stessa e dal profondo del cuore, come quand’era un’adolescente pura e innocente, e se continua a rifiutare con ostinazione la proposta di matrimonio di Nechljudov è solo perché sa che unendosi a lui lo renderebbe infelice (Katjuša è disposta a sacrificare la propria gioia per la gioia di Nechljudov, secondo una vocazione al sacrificio propria di molte eroine di Dostoevskij, e questo dato, forse più di ogni altro, certifica la sua resurrezione):

«La Maslova continuava a credere e a cercare di convincersi che, come gli aveva detto nel loro secondo incontro, non l’aveva perdonato e l’odiava, ma da tempo ormai lo amava di nuovo e l’amava tanto che involontariamente faceva tutto quanto egli desiderava da lei: aveva smesso di bere, di fumare, non faceva più la civetta ed era andata a lavorare all’infermeria. Aveva fatto tutto questo perché sapeva che lui lo voleva. Se rifiutava con tanta risolutezza di accettare il suo sacrificio, ogni volta che egli accennava al proposito di sposarla, era sia perché voleva ripetere le parole orgogliose che gli aveva già detto, sia e soprattutto perché sapeva che il matrimonio con lei l’avrebbe reso infelice. Aveva fermamente deciso di non accettare il suo sacrificio, ma intanto la tormentava il pensiero che egli la disprezzasse e credesse che continuava a essere quella di prima, e non vedesse il mutamento avvenuto in lei. Il fatto che egli ora potesse pensare che aveva fatto qualcosa di male all’infermeria la tormentava più della notizia che era stata definitivamente condannata ai lavori forzati» (330).

Katjuša vuole ora dimostrarsi all’altezza dell’impegno di Nechljudov, della cui sincerità ormai non dubita più, e deluderlo la addolora, più di ogni altra cosa, più della condanna definitiva ai lavori forzati. Ella ritrova finalmente dentro di sé quella purezza originaria, quella purezza giovanile che credeva di aver perduto per sempre. Ma niente, niente, nel bene come nel male, si perde per sempre – ed è questo uno dei principali messaggi di Resurrezione.

5. Sulla giustizia

Frequentando quotidianamente il carcere e assumendosi la responsabilità del destino di numerosi detenuti, di cui tenta di alleviare le sofferenze, ricorrendo alle sue illustri conoscenze, Nechljudov giunge a una verità cocente, incredibile per colui che la scopre: molti detenuti non sono affatto peggiori e più pericolosi degli uomini liberi, anzi. Egli si domanda come un uomo, un semplice uomo, uguale a tutti gli altri, possa arrogarsi il diritto di giudicare e punire un suo simile, cerca la risposta nello studio, nella scienza, ma ovviamente – secondo il punto di vista di Tolstoj, fortemente polemico anche nei confronti della scienza, incapace di giungere al nocciolo della questione, al senso ultimo e definitivo del «mistero» uomo, citando Dostoevskij, anch’egli decisamente critico verso la disciplina scientifica – non la trova:

«Gli accadeva ciò che sempre accade a chi si rivolge alla scienza non per svolgervi un ruolo, non per scrivere, discutere, insegnare, ma si rivolge alla scienza con domande dirette, semplici, vitali; la scienza rispondeva a mille diversi interrogativi intricati e astrusi, collegati con la legge penale, ma non a quell’unico a cui cercava risposta. Egli domandava una cosa semplicissima; domandava perché e con che diritto alcuni uomini rinchiudono, torturano, deportano, fustigano e uccidono altri uomini, quando sono esattamente uguali a coloro che vengono torturati, fustigati, uccisi. E gli rispondevano con ragionamenti sull’esistenza o meno di una libera volontà nell’uomo» (334).

La risposta non è nei trattati scientifici, nelle vane e sterili elucubrazioni di un giurista, ma nell’esperienza e nelle parole del Vangelo, di cui il sistema giudiziario rappresenta il sistematico traviamento. Nechljudov lo scoprirà più avanti. Intanto egli ha compreso – e ne parla con il cognato burocrate, allarmato, come la consorte, sorella maggiore del protagonista, dalle preoccupanti voci riguardanti la metamorfosi liberale di Nechljudov e il suo proposito di sposare Katjuša, che gettano un’ombra sinistra sull’avvenire del patrimonio familiare, principale interesse della coppia – che lo scopo del tribunale è sostenere interessi di classe: «Il tribunale, secondo me, è solo lo strumento amministrativo per mantenere l’ordine esistente, che conviene alla nostra classe» (344). E ancora: «Il tribunale ha il solo scopo di conservare la società nella situazione attuale e perciò perseguita e punisce tanto chi è superiore al livello comune e vuole innalzarlo, i cosiddetti criminali politici, quanto chi è inferiore, i cosiddetti delinquenti-tipo» (ibidem). Paradossalmente, per dimostrare tutta l’inutilità e l’assurdità del sistema penale, Nechljudov sostiene che, rispetto alla detenzione in carcere e all’allontanamento, la punizione corporale e la pena di morte sono condanne più sensate: «Sì, è ragionevole far male a un uomo perché non faccia più quello che gli ha causato quel dolore, e più che ragionevole tagliare la testa a un elemento dannoso, pericoloso per la società. Entrambe queste punizioni hanno un senso. Ma che senso ha rinchiudere in prigione un uomo corrotto dall’ozio e dal cattivo esempio, in condizioni di ozio garantito e obbligatorio, in compagnia delle persone più corrotte? O trasportato chissà perché a spese dello stato (ognuno viene a costare più di cinquecento rubli) dal governatorato di Tula a quello di Irkutsk o da quello di Kusk…» (345). Anche perché le prigioni non garantiscono affatto la sicurezza, anzi, aumentano il pericolo, perché «portano la gente al massimo grado di vizio e corruzione». Torturare e uccidere, certo, «sarebbe crudele, ma efficace», mentre ciò «che si fa oggi è crudele e non solo inefficace, ma a tal punto stupido, che non si capisce come delle persone sane di mente possano prender parte a un’impresa assurda e crudele come un processo penale» (346). Nechljudov, incontenibile, travolge l’interlocutore, il cognato burocrate, che prende l’invettiva del protagonista contro il sistema giudiziario come un’offesa personale. La pars destruens è completata, ora a Nechljudov non resta che la pars costruens, cui la scienza non può fornire nessun contributo, e la cui conquista richiederà ancora centinaia di chilometri di cammino, dunque ore e ore e ore di riflessione, fino al momento decisivo e conclusivo della lettura del Vangelo.

6. Il corteo funebre

Katjuša lascia il carcere e inizia il suo lungo e difficile viaggio verso la Siberia – il suo personale Calvario – in una torrida giornata di luglio, insieme con altri 686 detenuti, 623 uomini e 63 donne. Il corteo di carcerati in marcia per le arroventate vie di Mosca, sotto l’implacabile sole di mezzogiorno, è uno «spettacolo terribile», avvolto da un’atmosfera di «tetra solennità». A causa del passaggio del convoglio una sfarzosa carrozza che conduce una ricca famiglia moscovita in villeggiatura è costretta a fermarsi, ad attendere che l’impressionante corteo sia sfilato del tutto prima di riprendere il cammino: un contrasto stridente, dissonante, che accentua la condizione terribile dei detenuti incatenati e in marcia verso la stazione. Né il padre né la madre della ricca famiglia accomodata in carrozza danno spiegazione ai loro figli dell’orribile spettacolo, costringendo i due fanciulli a risolvere da soli, ricorrendo alle loro tenere coscienze, la questione: la bambina è già vittima delle convenzioni sociali che le sono imposte nella sua privilegiata posizione, dunque dell’ingiustizia e della violenza che le sottendono e le regolano, il bambino invece non ancora, e prova orrore, ricacciando con forza il pianto che gli sgorga spontaneo nella gola:

«La bambina, interpretando l’espressione del viso del padre e della madre, risolse il problema pensando che quella gente era completamente diversa dai suoi genitori e dai loro conoscenti, era gente cattiva, e dunque andava trattata proprio così. E perciò la bambina aveva solo paura, e fu felice quando quella gente non si vide più.
Ma il bambino dal lungo collo magro, che guardava il corteo dei detenuti senza batter ciglio e senza chinare gli occhi, risolse diversamente il problema. Sapeva ancora con assoluta sicurezza, avendolo saputo direttamente da Dio, che quegli uomini erano del tutto uguali a lui e a chiunque altro, e perciò a quegli uomini era stato fatto qualcosa di cattivo: qualcosa che non andava fatto; e aveva pietà di loro, e provava orrore sia per quelli che erano stati incatenati e rasati, sia per quelli che li avevano incatenati e rasati. E perciò al bambino si gonfiavano sempre più le labbra, ed egli faceva grandi sforzi per non piangere, credendo che piangere in tali casi fosse una vergogna» (354).

Ogni singolo uomo nasce puro e libero, in possesso della parola di Dio, ma il mondo e la società, con le loro regole assurde, lo corrompono e lo incatenano, cancellando la parola divina. Rivoluzionare il mondo e la società affinché ciò non accada più, affinché l’uomo conservi la sua purezza originaria: è questo lo scopo dell’impegno letterario e filosofico del secondo Tolstoj, al quale consacra la sua vita dopo la conversione del 1881.

Il convoglio dei detenuti In marcia per le arroventate strade di Mosca è un corteo funebre. Uno spettacolo infernale, come se la terra avesse sputato dalle viscere questa moltitudine di disperati incatenati e coperti di stracci, in un ambiente infernale: i piedi bruciano a contatto col selciato rovente e la morte, citando Primo Levi, inizia sempre dai piedi. Perché a causa del caldo insopportabile, che rende tutto più crudele e disumano, i detenuti muoiono come mosche. Nechljudov segue i morti, li osserva, in particolar modo il secondo detenuto stroncato dall’assurda marcia sotto il sole cocente di luglio, un uomo giovane, bello, vigoroso, nel pieno delle sue forze, il cui volto esprime «quali possibilità di vita spirituale fossero andate perdute», i forti muscoli «che splendido, forte, agile animale umano fosse stato». Eppure è stato lasciato morire, o meglio, è stato ucciso, «e non solo nessuno lo rimpiangeva come uomo, ma nessuno lo rimpiangeva neppure come animale da lavoro perduto inutilmente. L’unico sentimento che la sua morte suscitava in tutti era il disappunto per le noie derivanti dalla necessità di allontanare quel corpo minacciato dalla decomposizione» (362). In tutto, durante il corteo, muoiono cinque detenuti a causa dell’insolazione, e Tolstoj in nota sottolinea come sia un fatto realmente accaduto all’inizio degli anni ’80. No, non si tratta della fantasia esasperata ed esasperante di uno scrittore straordinariamente critico, di un moralista offeso e sdegnato, ma della realtà.

Raggiunta finalmente la stazione, i detenuti vengono stipati su diciotto vagoni, come bestie (viene in mente ancora una volta Se questo è un uomo di Primo Levi [8], che insieme a Resurrezione e alle Memorie di una casa morta di Dostoevskij forma una straordinaria trilogia della letteratura carceraria e concentrazionaria), eppure, in questo inferno, c’è persino una donna felice, Katjuša, felice della presenza di Nechljudov, che non perde occasione di offrire, a lei e agli altri detenuti, il suo prezioso aiuto. In stazione, prima di partire, Nechljudov dice addio alla sorella Natal’ja, scusandosi con lei per la sfuriata del giorno precedente contro suo marito. Natal’ja, un tempo sodale di Nechljudov nei suoi giovanili ideali di eguaglianza, di fraternità, di comunione con l’intero genere umano, oggi invece completamente estranea, succube di un uomo che rappresenta tutto, ma proprio tutto ciò che Nechljudov ora detesta di più, e che in fondo è andata a salutare il fratello solo per ricevere garanzie su quel patrimonio che un giorno riceveranno in eredità i suoi figli.

Nechljudov, in viaggio, ripensa ai detenuti morti e non ha dubbi: sono stati uccisi. «Nessuno era colpevole, eppure quegli uomini erano stati uccisi e proprio da quelle stesse persone innocenti della loro morte» (373). Nechljudov ora sa anche perché è accaduto: «perché tutta quella gente: governatori, direttori, brigadieri, guardie, credono che al mondo ci siano situazioni in cui non si è tenuti a trattare umanamente il prossimo» (ibidem). I responsabili della morte dei detenuti, stroncati dall’implacabile sole estivo, all’amore per il prossimo hanno anteposto il servizio e le sue esigenze, i suoi obblighi, ponendoli al di sopra delle esigenze, degli obblighi dei rapporti umani, calpestati, schiacciati, e se è possibile «ammettere che qualcosa sia più importante dell’amore del prossimo, anche per un’ora sola o per un caso eccezionale, non c’è delitto che non si possa commettere contro gli uomini senza ritenersi colpevoli» (ibidem). Se i governatori, i direttori, gli ufficiali non fossero stati governatori, direttori, ufficiali, ma semplici uomini, senza una carica cui sacrificare la propria umanità, ci avrebbero pensato venti volte prima di fare quello che hanno fatto, prima di autorizzare un corteo di detenuti, abituati al buio e all’immobilità del carcere, sotto il sole cocente di luglio. Direttori, soldati di scorta, impiegati non sono malvagi di natura, «sono resi malvagi solo dal lavoro che svolgono» (alla base di queste riflessioni sta una fiducia totale, incondizionata nei confronti del genere umano, opposta alla legge homo homini lupus, quella fiducia sconfinata propria di Cristo, come evidenzia magistralmente Dostoevskij nel Grande Inquisitore [9], e dell’anarchia, cui è riconducibile in sostanza il sistema filosofico-morale di Nechljudov e dello stesso Tolstoj, di cui il protagonista del romanzo è portavoce), quel lavoro che li costringe a considerare «legge ciò che legge non è», e che li allontana dalla «legge eterna, immutabile, improrogabile, scritta da Dio stesso nel cuore degli uomini» (375). Per questo motivo Nechljudov si trova così male con loro – la pars costruens inizia pian piano a prendere forma -, più spaventosi dei briganti. Perché un «brigante può sempre avere pietà: questi non possono, perché sono immuni dalla pietà, come questi ciottoli dalla vegetazione. E per questo sono terrificanti» (ibidem). L’errore, grossolano, madornale, fatale «sta nel fatto che si pensa ci siano situazioni in cui si possa trattare il prossimo senza amore, mentre tali situazioni non esistono. Le cose si possono trattare senza amore: si possono tagliare gli alberi, cuocere i mattoni, si può forgiare il ferro senza amore: ma gli uomini non si possono trattare senza amore, come le api non si possono trattare senza attenzione. Tale è la natura delle api. Se provi a trattarle senza attenzione, danneggi loro e te stesso. Così non gli uomini. E non può essere altrimenti, perché l’amore reciproco fra gli uomini è la legge fondamentale della vita umana» (ibidem). Attraverso queste riflessioni Nechljudov compie un ulteriore, importantissimo passo in avanti, trovando quella risposta cercata invano nei trattati scientifici, giungendo alla massima chiarezza riguardo al delicato tema dei rapporti umani. Ora non resta che un ultimo passo verso la chiarezza definitiva e totale, oggetto della terza e ultima parte di Resurrezione, e in particolare della conclusione del romanzo, verso la quale ci stiamo ormai avviando.

NOTE

[1] Lev Tolstoj, Resurrezione, traduzione di Emanuela Guercetti, Garzanti, Milano 2013, pp. 232-233. D’ora in poi il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[2] Per un approfondimento sulle opere dello scrittore siciliano di cui Mazzarò e Gesualdo sono protagonisti rimando ai contributi Giovanni Verga, «La roba»: l’insensatezza dell’accumulo, Giovanni Verga, «Mastro-don Gesualdo»: ascesa e rovina del self-made man.

[3] A scanso di equivoci ricordo che Verga, a differenza di Tolstoj e di Dostoevskij, non è affatto uno scrittore populista, ovvero animato da un’incondizionata e inossidabile fiducia nel popolo. Gli esiti drammatici delle esistenze di Mazzarò e Gesualdo trovano spiegazione nella visione nichilistica del mondo e della vita propria del grande scrittore siciliano. Per un approfondimento sull’argomento rimando al contributo «Libertà»: l’antipopulismo di Giovanni Verga.

[4] Italo Svevo, La coscienza di Zeno, in Id., Romanzi, Mondadori, Milano 1992, p. 711.

[5] Serena Vitale, Introduzione a Lev Tolstoj, Resurrezione, cit., p. XLIII.

[6] Per un approfondimento sull’opera rimando al contributo Dostoevskij e l’esperienza di vita della katorga: lettura delle «Memorie di una casa morta». Introduzione, Prima parte, Seconda parte.

[7] Per un approfondimento sul personaggio dostoevskiano e il romanzo di cui è protagonista rimando al contributo Delitto e castigo, dalla dialettica alla vita.

[8] Per un approfondimento sull’opera rimando al contributo Primo Levi, Se questo è un uomo.

[9] Per un approfondimento sul testo rimando al paragrafo sesto del capitolo quinto dello studio Fëdor Dostoevskij, «I fratelli Karamazov»: l’uomo diviso: Ivàn, il nichilista estremo – V-VI.

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