«Sì, attualmente l’unico posto che si convenga a un uomo onesto in Russia è la prigione!»

Prima parte

1. Genesi

1.1. Un amore puro

Frutto di ben dieci anni di lavoro, dal 1889 al 1899, Resurrezione, ispirato a un «affare giudiziario» realmente accaduto, è il racconto del processo di redenzione, di rinascita morale e spirituale di una donna, Katjuša Maslova, prostituta sfigurata interiormente dal vizio, condannata ai lavori forzati per l’avvelenamento di un mercante, e del suo primo, originario carnefice, colpevole della sua degradazione, il principe Dmitrij Nechljudov, e insieme l’indignata, risentita «rappresentazione delle ingiustizie e violenze di un sistema sociale basato sulla repressione e il privilegio» [1]. Nella creazione letteraria più dispendiosa e vasta della seconda fase della sua vita umana, artistica, spirituale e filosofica, Tolstoj concentra il nucleo e il senso delle critiche, sovversive riflessioni filosofico-morali maturate durante e in seguito alla conversione del 1881 [2], inserendole all’interno di un contesto narrativo di ampio respiro che ne esalta la forza corrosiva, rivoluzionaria.

Figlia di una serva nubile e di uno zingaro Katjuša, a differenza dei cinque figli avuti in precedenza dalla madre, non viene lasciata morire di fame, ma viene accolta in casa dalle padrone e soprannominata per questo motivo «la salvata». Così cresce «viziata dalla dolcezza della vita dei signori», metà cameriera e metà pupilla. Il primo incontro con Nechljudov avviene quando questi si trasferisce per qualche mese dalle zie, le padrone di Katjuša, per la scrittura della tesi. Nechljudov è un giovane altruista, generoso, magnanimo, animato dall’amore per il prossimo e da idee liberali, sotto l’influsso delle teorie economico-politiche di Herbert Spencer, secondo cui «la giustizia non ammette proprietà privata della terra», dona parte dei propri possedimenti ai contadini. Tra lui e Katjuša sboccia presto un amore puro e ideale, quel tipico amore giovanile in cui non servono parole e gesti, dichiarazioni e baci per alimentare il sentimento, ma basta sapere dell’esistenza dell’altro. Nechljudov non desidera fisicamente Katjuša, anzi, la sola idea del possesso fisico lo inorridisce e questo tipo di amore, completamente innocente, è garanzia di virtù e di rettitudine per entrambi. Ma il giovane principe non ha effettivamente coscienza del sentimento che prova per Katjuša – se l’avesse le proporrebbe il matrimonio, incurante del parere naturalmente negativo della famiglia -, e così, terminata l’estate, lascia la casa delle zie con l’errata convinzione che il suo amore per la giovane non sia altro che una manifestazione di quella gioia di vivere che, in questo momento dorato della sua vita, riempie tutto il suo essere.

1.2. La degenerazione di Nechljudov

Nechljudov e Katjuša si rivedono dopo tre anni, tre anni in cui il principe è cambiato radicalmente, e in peggio. Promosso ufficiale, Nechljudov non è più il giovane altruista, generoso, magnanimo, giusto che ha donato parte della propria terra ai contadini e per il quale anche una povera serva è degna di rispetto, ma un sensuale egoista avido di denaro che dà libero sfogo al suo insensibile e violento «io animale»:

«Allora era un giovane onesto, altruista, pronto a dedicarsi a ogni buona cosa, adesso era un corrotto, raffinato egoista, amante solo del suo piacere. Allora il mondo di Dio gli appariva un mistero che con gioia ed entusiasmo cercava di decifrare, adesso tutto in questa vita era semplice e chiaro e determinato dalle condizioni materiali in cui si trovava. Allora necessaria e importante era la comunione con la natura e gli uomini che avevano vissuto, pensato e sentito prima di lui (la filosofia, la poesia), adesso necessari e importanti erano le istituzioni umane e i rapporti con i compagni. Allora la donna appariva un essere misterioso e affascinante, affascinante proprio per il suo mistero, adesso il significato della donna, di qualunque donna tranne quelle della sua famiglia e le mogli degli amici, era molto preciso: la donna era uno dei migliori strumenti di un piacere già sperimentato. Allora non aveva bisogno di denaro, e poteva accontentarsi di meno di un terzo di quello che gli dava la madre, poteva rinunciare alla proprietà del padre e cederla ai contadini, adesso invece non gli bastavano i millecinquecento rubli al mese che gli passava la madre, e con lei c’erano già spiacevoli discussioni a causa del denaro. Allora egli considerava se stesso il suo sano, forte io animale» [3].

Nechljudov smette di credere a se stesso, perché vivere credendo a se stesso è troppo complicato, e inizia a credere agli altri: è questa la ragione della sua terribile, regressiva, bestiale metamorfosi, e a farne le spese è il suo «io spirituale», schiacciato, annichilito dall’«io animale», facilmente saziabile attraverso soddisfazioni semplici, meramente materiali (nella grande letteratura russa, esempi straordinari di un completo, totale trionfo della componente bestiale sulla componente spirituale dell’uomo, sono alcuni dei più celebri personaggi negativi di Dostoevskij, da Svidrigajlov [4] a Fëdor Pavlovič Karamazov, il cui motto, «après moi le déluge», compendia perfettamente il senso di questa esperienza esistenziale completamente animale e sensuale [5]). Così facendo Nechljudov si conforma, si omologa a quella minoranza di «parassiti della vita» che compongono l’alta società, per il sollievo materno:

«E tutto questo terribile mutamento si era compiuto in lui solo perché aveva cessato di credere a se stesso e aveva cominciato a credere agli altri. E aveva cessato di credere a se stesso e aveva cominciato a credere agli altri perché vivere credendo a se stesso era troppo difficile: credendo a se stesso, doveva risolvere ogni questione non in favore del proprio io animale, che cercava gioie facili, ma quasi sempre contro di esso; credendo invece agli altri, non c’era nulla da risolvere, tutto era già risolto e risolto sempre contro l’io spirituale e a favore di quello animale. Non solo: credendo a se stesso si esponeva sempre alle critiche della gente, credendo agli altri riceveva l’approvazione di coloro che lo circondavano.
Così, quando Nechljudov pensava, leggeva, parlava di Dio, della verità, della ricchezza, della povertà, tutti coloro che lo circondavano lo giudicavano fuori luogo e in parte ridicolo, e la madre e la zia con benevola ironia lo chiamavano notre cher philosophe, mentre quando leggeva romanzi, raccontava aneddoti piccanti, andava a vedere vaudevilles comici al teatro francese e poi li riportava allegramente, tutti lo lodavano e incoraggiavano. Quando credeva necessario limitare le sue esigenze e portava un vecchio cappotto e non beveva vino, tutti la consideravano una stranezza, una posa eccentrica, mentre quando spendeva grosse somme per la caccia o per l’arredamento di uno studio straordinariamente sfarzoso tutti lodavano il suo buon gusto e gli facevano regali costosi. Quando era vergine e voleva restarlo fino al matrimonio, i parenti temevano per la sua salute, e persino la madre non si rattristò, anzi si compiacque, quando seppe che era diventato un vero uomo e aveva soffiato una certa dama francese a un compagno. Mentre all’episodio di Katjuša, che gli potesse venire in mente di sposarla, la principessa non poteva pensare senza orrore» (51).

Ricorrendo al vocabolario michelstaedteriano Nechljudov, persuaso, cede alla «rettorica», «inadeguata affermazione d’individualità» [6], che domina incontrastata nel suo ambiente corrotto. Inizialmente Nechljudov prova a lottare contro questa metamorfosi, prova a resistere al processo di omologazione dunque di degenerazione che lo incalza, ma lottare e resistere è troppo complicato, troppo faticoso, richiede un quotidiano sforzo di volontà, di «autodeterminazione» [7] difficile da sostenere, e così finisce presto per cedere, lasciandosi assorbire dagli altri, dalle loro corrotte e brutali consuetudini, trovando in ciò «sollievo». È facile e comodo seguire gli altri, uniformarsi alla «rettorica», abbandonarsi al senso comune e in base a questo orientare le proprie opinioni e le proprie azioni; al contrario, è difficile e faticoso restare fedeli a se stessi, mantenersi sulla via della «persuasione». Nechljudov non ne ha la forza e allora cede, indebolito dal servizio militare, che «corrompe gli uomini». Quando poi a questa corruzione si associa quella della ricchezza e della vicinanza alla famiglia imperiale, allora l’individuo è vittima di una «completa follia egoistica»:

«Il servizio militare in genere corrompe gli uomini, mettendo coloro che vi accedono in condizioni di ozio assoluto, cioè di assenza di un lavoro ragionevole e utile, ed esonerandoli dai comuni obblighi umani, in cambio dei quali propone soltanto l’onore convenzionale del reggimento, dell’uniforme, della bandiera e, da un lato, un potere illimitato sul prossimo, e dall’altro una sottomissione servile ai superiori di grado.
Ma quando a questa corruzione del servizio militare in genere, col suo onore dell’uniforme e della bandiera, con la sua autorizzazione alla violenza e all’omicidio, si unisce anche la corruzione della ricchezza e della vicinanza alla famiglia imperiale, come accade nell’ambiente dei reggimenti scelti della guardia, in cui prestano servizio soltanto ufficiali ricchi e nobili, allora la corruzione raggiunge, nelle persone che vi soggiacciono, uno stato di completa follia egoistica. E in tale follia egoistica si trovava Nechljudov da quando era entrato nell’esercito e aveva cominciato a vivere come vivevano i suoi compagni.
Non c’era nulla da fare se non andare alle esercitazioni o alla rivista con gente uguale a lui, in un’uniforme magnificamente cucita e spazzolata non da lui stesso, ma da altri, con un elmo e un’arma che pure era stata fatta, e lucidata, e presentata da altri, su un magnifico cavallo, pure addestrato, e scozzonato, e nutrito da altri, e galoppare, e tirar di sciabola, sparare e insegnare le stesse cose ad altri. Questa era l’unica occupazione, e le persone più altolocate, giovani, vecchi, lo zar e la sua cerchia non solo l’approvavano, ma la compensavano con lodi e ringraziamenti. Poi, dopo queste occupazioni, si riteneva buono e importante, sperperando denaro ricevuto da fonti invisibili, riunirsi per mangiare, e soprattutto bere, nei circoli degli ufficiali o nei ristoranti più costosi, e poi teatri, balli, donne, e poi di nuovo cavalcare, tirar di sciabola, galoppare e di nuovo sperperare denaro, e vino, carte, donne» (52-53).

Nechljudov sprofonda così «in uno stato cronico di follia egoistica», ed è in questo stato che rivede Katjuša, tre anni dopo l’ultima volta.

1.3. Un amore corrotto

In tutti noi convivono due uomini, scrive Tolstoj, un «uomo spirituale», «che cerca per sé solo quel bene che possa essere un bene anche per il prossimo», agendo dunque secondo la suprema legge cristiana dell’amore per il prossimo, e un «uomo animale», «che cerca il bene solo per sé e per questo bene è pronto a sacrificare il bene del mondo intero» (56), mosso esclusivamente dall’egoismo, dal karamazoviano motto «après moi le déluge». Negli ultimi tre anni, corrotto dal lusso della vita pietroburghese e dall’ozio della vita militare, risucchiato dalle malsane consuetudini di queste esperienze esistenziali inautentiche e nocive, in un vortice di quotidiane immoralità, in Nechljudov l’«uomo animale» ha preso decisamente il sopravvento sull’«uomo spirituale», schiacciandolo, ma, rivedendo Katjuša e sentendo risorgere di colpo dentro di sé ciò che un tempo ha provato per la giovane, ecco che l’«uomo spirituale» si ridesta, si scuote, torna finalmente ad alzare la testa e a rivendicare i propri diritti. Insomma, Katjuša è la luce che squarcia le tenebre, quelle tenebre dominate dall’egoismo, dalla bestialità nelle quali è precipitato Nechljudov, e nella notte di Pasqua il suo amore per la giovane, risvegliatosi a un tratto in tutta la sua travolgente potenza, vive il momento più alto, raggiunge il suo «zenit», quando il sentimento prorompe incosciente, irrazionale, puro, quando l’amato si riconosce fuso in un’unica cosa con l’amata. Dura poco, appena il tempo di una notte, e l’«uomo animale» che è in Nechljudov, di nuovo dominante, lo spinge ad aggredire Katjuša, ad afferrarla con forza per la vita, ma lei si divincola: «Nechljudov la lasciò, e per un attimo non solo sentì un senso di disagio e vergogna, ma anche schifo di sé. Avrebbe dovuto credere a se stesso, ma non capì che quel disagio e quella vergogna erano i sentimenti migliori della sua anima che cercavano di esprimersi, e al contrario gli parve che fosse la sua stupidità a parlare, e che occorresse fare come fanno tutti» (62). Fare come fanno tutti ovvero: possedere fisicamente Katjuša. Nechljudov tradisce se stesso, la parte migliore di se stesso, si lancia di nuovo sulla giovane, di nuovo la afferra con forza per la vita e la bacia sul collo, con un bacio «spaventoso», completamente diverso rispetto ai precedenti, puri e innocenti, disinteressati, del tutto privi di lascivia. Katjuša sente tutto questo, lo sente nel profondo della sua anima offesa e reagisce con un grido al bacio di Nechljudov, «come se egli avesse irrimediabilmente rotto qualcosa di infinitamente prezioso», fuggendo via di corsa. L’innocenza e la purezza vanno in frantumi, mentre l’«uomo animale» di Nechljudov trionfa: «Così l’uomo animale che dimorava in lui non solo aveva rialzato il capo, ma si era schiacciato sotto i piedi l’uomo spirituale che era stato durante il suo primo soggiorno e quella mattina stessa in chiesa, e quello spaventoso uomo animale adesso dominava incontrastato nella sua anima» (63). Nechljudov finisce per possedere Katjuša, con la giovane che si abbandona docile alla bestiale volontà del principe, travolta dalla passione, quindi, prima di andarsene e raggiungere il reggimento, a suggello del suo capolavoro di crudeltà, dà a Katjuša cento rubli, perché è così che fanno tutti, mentre il rimorso nel profondo lo divora:

«”Ma che dovevo fare? È sempre così. Così ha fatto Šenbok con la governante di cui raccontava, così ha fatto lo zio Griša, così ha fatto mio padre quando viveva in campagna e gli è nato da una contadina quel figlio illegittimo Miten’ka che vive tuttora. E se tutti fanno così, significa che così bisogna fare”. In questo modo cercava di consolarsi, ma non ci riusciva. Quel ricordo gli bruciava la coscienza.
In fondo, proprio in fondo all’anima sapeva di aver agito così male, in maniera così ignobile e crudele, che con la coscienza di quell’azione non poteva non solo giudicare chicchessia, ma neppure guardare negli occhi la gente, e tanto meno considerarsi il giovanotto meraviglioso, nobile e magnanimo che credeva di essere. Mentre doveva considerarsi tale per continuare a vivere arditamente e allegramente. Dunque c’era un solo mezzo: non pensarci. E così fece» (69).

Nelle pagine di Resurrezione dedicate alla degenerazione di Nechljudov, al suo regressivo processo di abbrutimento, che lo porta a possedere Katjuša per la cinica ed effimera soddisfazione del suo io animale, riecheggia con forza uno degli scopi principali dell’impegno filosofico-letterario del Tolstoj successivo alla conversione del 1881: la liberazione dell’uomo dalla sua componente bestiale, schiava del vizio e della depravazione. Uno scopo perseguito con ostinazione e che trova probabilmente il suo esito più estremo e radicale nella Sonata a Kreutzer [8], dove Tolstoj, nella critica feroce dell’istituzione matrimoniale e dell’amore carnale, giunge alla proclamazione dell’estinzione del genere umano quale ultima e definitiva meta del messaggio cristiano.

1.4. La degenerazione di Katjuša

Di ritorno dalla guerra Nechljudov decide di non fermarsi dalle zie, ma di proseguire direttamente verso Pietroburgo, per l’enorme delusione di Katjuša, che porta in grembo suo figlio. Ma la giovane decide comunque di vederlo e alle due di notte, sferzata dal vento e dalla pioggia, si reca nella piccola stazione del villaggio, dove il treno sosterà non più di tre minuti prima di riprendere la sua corsa. Giunge il convoglio, Katjuša vede Nechljudov e bussa al finestrino, una volta, due volte, lui prova ad abbassarlo, ma senza riuscirci, e il treno riparte. Katjuša lo rincorre, disperata, il vento le strappa lo scialle dalla testa. La giovane, devastata, pensa al suicidio, ma il bambino che porta in grembo, il suo bambino, scalcia e il pensiero della morte si dilegua. Da questo terribile momento per Katjuša niente sarà più come prima. Questa memorabile notte passata sotto la pioggia, nel vento, nel fango, impegnata nella folle e umiliante rincorsa del convoglio in cui viaggia comodamente il padre di suo figlio, spezza la sua vita in due (ecco uno di quegli strappi dostoevskiani che caratterizzano la letteratura del secondo Tolstoj): «Da quella notte paurosa cessò di credere al bene. Prima credeva nel bene e che la gente credesse nel bene, ma da quella notte si convinse che nessuno ci credeva e che tutti quelli che parlavano di Dio e del bene lo facevano solo per ingannare gli altri» (139). È l’inizio della precipitosa rovina di Katjuša, che si licenzia; mette al mondo il suo bambino, che muore presto; trova lavoro in casa di un ispettore forestale, che la violenta; si trasferisce in città, a Mosca, da una zia, dove diviene la mantenuta di uno scrittore; abbandonata di nuovo da un uomo che ama, un commesso, trova conforto nell’alcol, divenendo un’alcolizzata. A questo punto dinanzi alla giovane si presenta una scelta, la scelta tra «adulteri saltuari», cui sarebbe certamente vittima nella condizione di serva, ricalcando le orme della madre, e «adulteri perenni», consentiti dalla legge e ben retribuiti: sceglie questi ultimi, spinta inoltre da un profondo sentimento di vendetta verso i suoi offensori, Nechljudov in testa. Katjuša trova lavoro nella celebre casa di tolleranza della Kitaeva e diviene così la prostituta Ljubaša:

«Mattina e pomeriggio il sonno pesante dopo l’orgia notturna. Dopo le due o le tre, lo stanco risveglio fra le lenzuola sporche, acqua di seltz contro i postumi della sbornia, caffè, il pigro ciondolare per le stanze in vestaglia, in camicia, in accappatoio, gli sguardi da dietro le tendine delle finestre, i fiacchi battibecchi con le altre ragazze; poi il lavare, ungere, profumare il corpo e i capelli, la prova degli abiti, i relativi litigi con la padrona, l’esaminarsi allo specchio, il trucco del viso, delle sopracciglia, il cibo dolce e grasso; poi l’indossare un vistoso abito di seta che mette a nudo il corpo; poi l’uscita in una sala addobbata e illuminata a giorno, l’arrivo degli ospiti, la musica, le danze, i dolciumi, il vino, il fumo e l’adulterio con giovani, uomini di mezza età, poco più che bambini e vecchi cadenti, scapoli, sposati, mercanti, commessi, armeni, ebrei, tatari, ricchi, poveri sani, malati, ubriachi, sobri, brutali, teneri, militari, civili, studenti, ginnasiali – di ogni ceto, età e carattere. E grida e scherzi, e litigi e musica, e tabacco e alcool, e alcool e tabacco, e musica dalla sera all’alba. E solo la mattina la liberazione e un sonno pesante. E così ogni giorno, tutta la settimana. E alla fine della settimana il viaggio a un istituto statale, un ufficio di polizia dove dei funzionari al servizio dello Stato, medici uomini, talvolta seri e severi, talaltra invece con scherzosa allegria, violando il pudore dato dalla natura non solo agli uomini, ma anche agli animali, per proteggerli dal delitto, visitavano queste donne e consegnavano loro una patente per continuare quegli stessi delitti commessi con i loro complici nel corso della settimana. E di nuovo una settimana identica. E così ogni giorno, estate e inverno, nei giorni feriali come in quelli festivi» (11-12).

Ecco di cosa si è reso colpevole il principe Dmitrij Nechljudov; ecco le conseguenze devastanti della sua condotta bestiale nei confronti di Katjuša. Il bel mondo e l’esercito fanno di un giovane puro, animato da idee liberali e da sentimenti nobili, come l’amore per il prossimo, l’altruismo, la generosità, la giustizia, un carnefice, capace di distruggere, con le sue azioni ispirate dal senso comune e dalla componente bestiale del suo essere, la vita di una giovane donna «salvata» alla nascita, condannata in giovinezza solo perché colpevole di amare.

2. Sette anni dopo, un obbrobrio giudiziario

Per sette anni Katjuša conduce la vita moralmente e fisicamente devastante della prostituta, quotidianamente vittima del vizio e della depravazione. Lascia la casa di tolleranza solo perché accusata dell’avvelenamento di un mercante a scopo di furto, passando così dal postribolo al carcere ovvero da un inferno a un altro. Resurrezione si apre proprio nel giorno del processo, e mentre Katjuša affronta il faticoso cammino dal carcere al tribunale, scortata da due soldati ed esposta al pubblico ludibrio, i piedi, protetti – si fa per dire – da calzature troppo sottili, sottoposti a ogni singolo passo a una vera e propria tortura, il suo seduttore, il suo originario carnefice, Nechljudov, responsabile della sua caduta, se ne sta comodamente sdraiato nel suo «alto, soffice letto a molle, sul materasso di piumino», fumando una sigaretta. L’inizio del romanzo è dominato dai contrasti: il contrasto tra la campagna e la città – «Per quanto gli uomini, riuniti a centinaia di migliaia in un piccolo spazio, cercassero di deturpare la terra su cui si accalcavano, per quanto la soffocassero di pietre, perché nulla vi crescesse, per quanto estirpassero qualsiasi filo d’erba che riusciva a spuntare, per quanto esalassero fumi di carbon fossile e petrolio, per quanto abbattessero gli alberi e scacciassero tutti gli animali e gli uccelli, – la primavera era primavera anche in città» (3); è questo l’esplosivo incipit di Resurrezione, dal quale emerge subito l’anticapitalismo di Tolstoj -, il contrasto tra l’aria pura dei campi e quella fetida del carcere – «Persino nel cortile del carcere c’era la fresca, vivificante aria dei campi, portata in città dal vento. Ma in corridoio c’era un’opprimente aria mefitica, impregnata di odori di escrementi, catrame e marciume, che immediatamente deprimeva e intristiva ogni nuovo venuto» (4) -, il contrasto, soprattutto, tra lo stato attuale di Katjuša e quello di Nechljudov, sul quale lo scrittore insiste con uno scopo ben preciso, ovvero rivelare immediatamente la responsabilità del principe nei confronti della prostituta-detenuta, della sua rovina, rinunciando così all’ammiccante e semplicistico effetto sorpresa, come scrive Michelstaedter in un appunto:

«Quando in contrasto alla Màslova imprigionata Tolstoi ci mette davanti Nekliudoff, il suo lusso, il suo ambiente signorile, la toilette raffinata, ci avverte subito che è N. il seduttore della M. e con ciò la prima ragione della caduta di lei. Egli conferisce così a ogni dettaglio della descrizione un significato, una risonanza quasi più profonda, rinunciando alla meschinità del colpo di scena dell’inaspettato. Mentre in quel caso il lettore avrebbe prima un godimento artistico per la descrizione dell’abbigliamento di un giovine di mondo, poi il godimento artistico del drammatico riconoscimento, ora è messo dall’avvertimento semplice, che il principe è lui il seduttore, nella posizione di esercitare un commento morale a ogni parte della descrizione, e questo elemento morale unisce i due elementi staccati della descrizione e del riconoscimento in un solo e più profondo godimento artistico» [9].

Tolstoj non si perde in inutili descrizioni fine a se stesse – come la coeva letteratura decadente, che rappresenta il sottinteso riferimento letterario di Michelstaedter -, «ogni dettaglio acquista un più profondo significato, per cui tutte le parti concorrono a formare una sola e più vasta concezione artistica», in cui «tutto il mondo vive soltanto per quel che riguarda il processo psicologico di un’anima» [10], scrive sempre il pensatore goriziano sviluppando ulteriormente la riflessione sullo scrittore russo nell’articolo del 1908 a lui dedicato. Essenzialità e profondità – fino a raggiungere quel «midollo dell’universale» dal quale tutti sembrano essersi colpevolmente distaccati, come scrive Dostoevskij nella premessa ai Fratelli Karamazov [11] -: potremmo racchiudere in questi due termini l’attività letteraria del secondo Tolstoj, così differente da quella del primo, vittima spesso di un autocompiacimento artistico e sociale che appesantisce la narrazione, allontanandola appunto da ciò che è essenziale e più profondo, intrappolandola alla superficie e alle apparenze.

La vita da parassita condotta ininterrottamente negli ultimi dieci anni non impedisce a Nechljudov di ritenersi un uomo giusto, onesto, corretto. Una decennale menzogna che va di colpo in frantumi quando il principe, giurato, riconosce Katjuša nella detenuta accusata di omicidio e furto che egli stesso è chiamato a giudicare. Il «tormentoso» ricordo legato alla giovane, forzatamente rimosso in tutto questo tempo, ma mai distrutto, risorge all’improvviso e catapulta Nechljudov sul banco degli imputati della propria coscienza, accusandolo e dimostrandogli quanto lui, «così orgoglioso della sua correttezza», abbia agito «in maniera non solo scorretta, ma addirittura infame» (35) con Katjuša. Per Nechljudov è giunto il momento della resa dei conti, tirarsi indietro, voltarsi dall’altra parte e dimenticare ancora una volta non è più possibile; egli è costretto a riconoscere «la spietatezza, la crudeltà e l’infamia che gli avevano permesso di vivere tranquillamente per quei dieci anni con un tal peccato sulla coscienza» (69). Nechljudov prova comunque a resistere, a sfuggire al rimorso, rifiuta di credere alla verità che gli è stata rivelata, e cioè che quanto gli sta davanti è opera sua, assume un contegno disinvolto, sforzandosi di celare esteriormente dietro pose artefatte il proprio turbamento interiore, ma è tutto inutile, la mano implacabile di Dio ormai lo tiene in pugno e la cortina di menzogne che gli ha nascosto per anni e anni la brutalità della sua vita da parassita già oscilla, mostrando ciò che finora ha occultato:

«Non voleva ancora sottomettersi al sentimento di rimorso che cominciava a parlare in lui. S’immaginava fosse un caso che sarebbe passato senza turbare la sua vita. Si sentiva nella situazione del cucciolo che si è comportato male in casa e che il padrone prende per la collottola, facendogli ficcare il naso nella porcheria che ha combinato. Il cucciolo guaisce, vuol tirarsi indietro, per allontanarsi il più possibile dalle conseguenze del malfatto e dimenticarsene; ma il padrone implacabile non lo lascia andare. Così anche Nechljudov sentiva già tutta la porcheria di quanto aveva commesso, sentiva anche la mano possente del padrone, ma continuava a non capire il significato di quello che aveva fatto, e non riconosceva il padrone. Ancora non voleva credere che quanto gli stava dinanzi fosse opera sua. Ma l’invisibile, implacabile mano lo teneva, e presentiva già che non sarebbe sfuggito. Faceva ancora il disinvolto, e accavallate le gambe e giocherellando distrattamente con il pince-nez, secondo la sua abitudine, sedeva in atteggiamento sicuro al suo posto, il secondo della prima fila. Ma intanto nel profondo dell’anima sentiva già tutta la crudeltà, l’infamia, la bassezza non solo di quella sua azione, ma di tutta la sua vita oziosa, dissoluta, crudele e soddisfatta, e la terribile cortina che per qualche prodigio gli aveva celato per tutto quel tempo, per tutti quei dodici anni, il suo delitto e tutta la sua vita successiva, cominciava a oscillare, e a tratti egli già intravedeva ciò che ci stava dietro» (82).

Katjuša, innocente – la donna, per sua stessa ammissione, ha effettivamente somministrato il veleno al mercante, ma credendolo un sonnifero, ingannata dai “complici”, un uomo e una donna impiegati nell’albergo della vittima, dove è stato consumato il delitto -, viene condannata per una clamorosa leggerezza dei giurati, che, rigettando l’accusa di furto, dimenticano, accogliendo quella di avvelenamento, di aggiungere la formula: «Senza scopo di uccidere». Dal verdetto della giuria risulta dunque che Katjuša ha ucciso un uomo senza alcun motivo. Una sentenza del tutto casuale e insensata, assurda, che costa alla donna la condanna a quattro anni di lavori forzati in Siberia. Un obbrobrio giudiziario spaventoso e gravissimo – il tribunale si conferma tempio dell’ingiustizia, come lo rappresenta Tolstoj sin dall’inizio -, che Nechljudov avrebbe potuto evitare facilmente, accorgendosi del grossolano errore e correggendolo, se solo non fosse stato distratto dalla tempesta interiore che lo travolge in quel fatidico momento. La sua colpa nei confronti di Katjuša, se possibile, si aggrava.

3. La svolta

Nechljudov, dopo il trauma personale, si reca a casa dei Korčagin, nobile e ricca famiglia moscovita – la famiglia di Missy, sua corteggiatrice e quasi promessa sposa, sebbene l’idea del matrimonio non entusiasmi affatto il principe, oramai assuefatto alla comoda e libera vita da scapolo -, nel tentativo di distrarsi. Tentativo fallimentare, perché il rivoluzionario processo interiore scaturito dalla vista di Katjuša, sebbene al primissimo stadio, gli rende da subito intollerabile l’ambiente falso e artefatto, artificioso, parassitario, profondamente immorale dell’alta società. «Tutto è schifo e vergogna», si ripete in continuazione Nechljudov tornando a casa dopo aver lasciato presto l’abitazione dei Korčagin. Chiuso nel suo salotto, quello stesso sfarzoso salotto in cui, tre mesi prima, è morta la madre – altro doloroso ricordo fonte di turbamenti -, Nechljudov smaschera se stesso: ricorda l’offesa arrecata a Katjuša, causa originaria dell’attuale condizione miserevole in cui versa la donna, non solo costretta alla prostituzione, ma condannata a quattro anni di lavori forzati in Siberia, ripensa alla sua relazione adultera con una nobildonna, Mar’ja Vasil’evna, al suo atteggiamento ipocrita nei confronti della proprietà, alla sua vita oziosa, nociva, da parassita tra parassiti, e si biasima, si accusa con sdegno e implacabilità, come mai ha fatto in questi ultimi anni dominati dalla menzogna e dall’immoralità. Per Nechljudov è il momento di quella salutare «pulizia dell’anima» attuata già diverse volte nel corso della sua vita, ma dimenticata per troppo tempo. È il momento culminante, esplosivo di quella crisi esistenziale scaturita in tribunale, in cui Nechljudov decide di imprimere una svolta radicale alla sua vita e di riscattare finalmente, dopo anni e anni di noncuranza e di torpore morale, la sua colpa nei confronti di Katjuša, ricorrendo anche, se necessario, al matrimonio riparatore:

«A Nechljudov era già capitata diverse volte nella vita quella che chiamava “pulizia dell’anima”. Chiamava pulizia dell’anima quella condizione spirituale in cui all’improvviso, talvolta dopo un lungo periodo di tempo, accortosi di un rallentamento, o addirittura di un arresto della sua vita interiore, si disponeva a ripulire tutta l’immondizia che, accumulandosi nella sua anima, era stata la causa di quell’arresto.
Sempre dopo tali risvegli Nechljudov si imponeva delle regole che intendeva seguire ormai per sempre: scriveva un diario e cominciava una nuova vita, che sperava di non mutare mai più: turning a new leaf, come diceva a se stesso. Ma ogni volta le seduzioni del mondo lo riafferravano, e senza neanche accorgersene egli cadeva di nuovo, e spesso ancor più in basso di prima.
Così si era purificato e risollevato diverse volte; la prima volta era accaduto quando era andato a trascorrere l’estate dalle zie. Quello era stato il risveglio più vivo ed esaltante. E le sue conseguenze erano durate piuttosto a lungo. Poi un analogo risveglio c’era stato quando aveva lasciato il servizio statale e, desideroso di sacrificare la vita, era entrato nell’esercito in tempo di guerra. Ma quella volta si era insudiciato ben presto. Poi c’era stato un risveglio quando era andato in congedo e, partito per l’estero, aveva cominciato a dedicarsi alla pittura.
Da allora e fino a quel giorno era passato un lungo periodo senza pulizie, e perciò non era ancora mai giunto a una tale sporcizia, a un tale dissidio fra ciò che esigeva la sua coscienza e la vita che conduceva, e inorridì vedendo questa distanza.
La distanza era così grande, la sporcizia così grave, che in un primo momento disperò di potersi purificare. “Già hai provato a perfezionarti ed essere migliore, e non ne hai ricavato nulla, – diceva nella sua anima la voce del tentatore, – vuoi dunque provare un’altra volta? Non sei tu solo, sono tutti così: così è la vita”, – diceva quella voce. Ma l’essere libero e spirituale che è l’unico autentico, l’unico possente, l’unico eterno, si era già destato in Nechljudov. Ed egli non poteva non prestargli fede. Per quanto enorme fosse la distanza fra ciò che era e ciò che voleva essere, tutto appariva possibile all’essere spirituale che si era ridestato.
“Spezzerò questa menzogna che mi lega, costi quello che costi, e confesserò tutto e a tutti dirò la verità e agirò secondo la verità, – si disse risolutamente, ad alta voce. – Dirò la verità a Missy, che sono un dissoluto e non posso sposarla e l’ho solo turbata inutilmente; dirò a Mar’ja Vasil’evna […]… anzi, a lei non ho nulla da dire, dirò a suo marito che sono un mascalzone, che l’ho ingannato. Disporrò dell’eredità in modo da riconoscere la verità. Dirò a lei, a Katjuša, che sono un mascalzone, colpevole nei suoi confronti, e farò tutto il possibile per alleviare la sua sorte. Sì, la vedrò e le chiederò di perdonarmi. Sì, chiederò perdono come fanno i bambini. – Si fermò. – La sposerò, se è necessario”» (108-109).

È la svolta, lo strappo dostoevskiano dopo il quale niente sarà più come prima, la resurrezione di Nechljudov dal mondo dei morti, quei morti-vivi che infestano la società e il mondo con le loro vite inutili, parassitarie, ed è immediato, naturale, fisiologico, in questo decisivo istante di rinascita, l’abbraccio con Dio: «Pregava, chiedeva a Dio di aiutarlo, di dimorare in lui e di purificarlo, ma intanto ciò che chiedeva si era già realizzato. Dio, che viveva in lui, si era destato nella sua coscienza. Lo sentì in sé, e perciò sentì non solo libertà, coraggio e gioia di vivere, ma sentì tutta la potenza del bene. Adesso si sentiva capace di fare tutto il meglio che poteva fare un uomo» (109). È il risveglio prepotente e incontenibile, come un violento fenomeno naturale, definitivo dell’«uomo spirituale», che trionfa sull’«uomo animale». Nechljudov si riconosce finalmente unico responsabile, unico colpevole della caduta di Katjuša e a lei consacra la sua nuova vita. Schiacciata la parte peggiore di se stesso e di ogni uomo, ora non ha che un obiettivo: riscattare la propria colpa.

4. Fronti polemici

4.1. La giustizia

Il giorno seguente al processo a Katjuša, alla crisi e alla svolta, Nechljudov torna in tribunale per prendere parte, sempre in qualità di giurato, a un altro caso giudiziario, il caso di un ex operaio di appena vent’anni accusato di furto con scasso e reo confesso. L’imputato è un povero disgraziato, un giovanissimo miserabile disoccupato e distrutto dall’alcol, che una notte, particolarmente ubriaco, insieme a un compagno di sventure nel frattempo morto in carcere, si è introdotto in una rimessa rubando la prima cosa capitatagli tra le mani: tre vecchie stuoie, inutili tanto per il proprietario quanto per il ladro. Un caso ridicolo, ma esemplificativo dell’umana ingiustizia, della totale inadeguatezza e iniquità del sistema giudiziario e, più in generale, dell’intero sistema sociale: invece di eliminare le condizioni in cui si formano questi infelici (nella fattispecie il giovane ex operaio è la tipica vittima del tritacarne capitalistico, contro il quale Tolstoj non perde occasione di scagliarsi), la società, formata da individui dissoluti ben più colpevoli, pericolosi e dannosi di questo ragazzo di appena vent’anni accusato di furto con scasso e reo confesso, si riunisce in pompa magna per condannarli e dunque inasprirli ancora di più, perdendoli per sempre:

«”Un essere pericoloso come la delinquente di ieri, – pensava Nechljudov ascoltando quanto si svolgeva dinanzi a lui. – Loro sono pericolosi, e noi non lo siamo? Io sono un dissoluto, un libertino, un traditore, e tutti noi, tutti quelli che, conoscendomi così come sono, non solo non mi disprezzavano, ma mi rispettavano? Ma se anche fosse questo ragazzo la persona più pericolosa per la società fra tutta la gente che si trova in quest’aula, che cosa bisognerebbe fare, secondo il buon senso, ora che l’abbiamo in mano nostra?
“Perché è evidente che questo ragazzo non è un malfattore speciale, ma una persona comunissima, lo vedono tutti, e che si è ridotto così solo perché si è trovato nelle condizioni che generano le persone come lui. E perciò mi sembra chiaro che perché non ci siano ragazzi simili bisogna sforzarsi di eliminare le condizioni in cui si formano questi infelici.
“E invece cosa facciamo? Acciuffiamo il primo ragazzo del genere che ci capita sotto mano per caso, sapendo benissimo che migliaia di altri restano impuniti, e lo rinchiudiamo in prigione, in condizioni di ozio assoluto o del più malsano e insensato lavoro, in compagnia di persone indebolite e smarrite nella vita come lui, e poi lo deportiamo a spese dello stato, insieme alla gente più depravata, dal governatorato di Mosca a quello d’Irkutsk.
“E per eliminare le condizioni che generano tali persone non solo non facciamo nulla, ma anzi promuoviamo le istituzioni in cui si producono. E si sa quali sono queste istituzioni: fabbriche, officine, laboratori, osterie, bettole, case di tolleranza. E non solo non eliminiamo tali istituzioni, ma ritenendole necessarie le promuoviamo, le regolamentiamo.
“E così educhiamo non uno, ma milioni di uomini, e poi ne acciuffiamo uno e c’immaginiamo di aver fatto qualcosa, di esserci tutelati, e che ormai non si possa pretendere altro da noi: l’abbiamo tradotto dal governatorato di Mosca a quello d’Irkutsk, – pensava Nechljudov con insolita lucidità e chiarezza, seduto sulla sua sedia vicino al colonnello, mentre ascoltava le diverse intonazioni delle voci del difensore, del procuratore e del presidente, e guardava i loro gesti sicuri. – E poi quanti e quali strenui sforzi costa questa finzione, – continuava a pensare Nechljudov, osservando quella sala enorme, quei ritratti, le lampade, le poltrone, le uniformi, quei muri spessi, le finestre, ricordando tutta la mole di quell’edificio e la mole ancor maggiore dell’istituzione stessa, tutto l’esercito di funzionari, scrivani, custodi, fattorini, non solo lì, ma in tutta la Russia, che ricevevano uno stipendio per quella commedia che non serviva a nessuno. – Che accadrebbe se indirizzassimo anche solo la centesima parte di questi sforzi per aiutare le creature derelitte a cui ora guardiamo come a braccia e corpi necessari alla nostra tranquillità e comodità? Perché sarebbe bastato che si trovasse una persona – pensava Nechljudov guardando il viso malato e impaurito del ragazzo, – che s’impietosisse di lui, fin da quando la miseria spinse i suoi a mandarlo in città dalla campagna, e soccorresse quella miseria; o anche quando era già in città e dopo dodici ore di lavoro in fabbrica si faceva trascinare in osteria dai compagni più grandi, se allora si fosse trovata una persona che gli dicesse: ‘Non andarci, Vanja, non è bene’, quel ragazzo non ci sarebbe andato, non avrebbe perso tempo in chiacchiere e non avrebbe fatto nulla di male.
“Ma di persone che s’impietosissero di lui non se n’era trovata neanche una in tutto quel tempo, mentre come una bestiolina viveva in città i suoi anni di apprendistato, e rapato a zero per non prendersi i pidocchi correva a far compere per gli operai; al contrario, tutto ciò che aveva sentito da operai e compagni da quando viveva in città era che è in gamba chi inganna, chi beve, chi bestemmia, chi picchia e conduce una vita viziosa. Quando poi, ammalato e corrotto da un lavoro malsano, dal bere e dal vizio, inebetito e sventato, come in sogno, bighellonando senza meta per la città va a introdursi stupidamente in una rimessa e ne ruba delle stuoie che non servono a nessuno, allora noi tutti, uomini agiati, ricchi, colti, che non ci siamo affatto preoccupati di eliminare le cause che hanno condotto quel ragazzo alla sua attuale situazione, pretendiamo per giunta di rimediare punendo il ragazzo.
“Orrore! Non sai se qui è più la crudeltà o il nonsenso. Ma pare che sia l’una che l’altro abbiano raggiunto il colmo”» (129-131).

Emerge da queste pagine moralmente vibranti tutta l’iniquità e l’inutilità della complessa macchina giudiziaria, dominata dalla crudeltà e dal nonsenso – come mostra emblematicamente il caso di Katjuša -, del sistema di processi e pene, il cui risultato non è altro che la distruzione definitiva, irreversibile di individui colpevoli solamente di essere nati nelle condizioni sbagliate. Si spalanca così uno dei principali fronti polemici di Resurrezione, quello relativo al tema della giustizia, che rappresenta una questione cruciale, bruciante per Tolstoj, come anche per l’altro grande scrittore russo animato da una fortissima vocazione civile e dall’inossidabile fede in Cristo, predecessore di Tolstoj nel ruolo di guida artistica e spirituale della Russia, Fëdor Dostoevskij, che inoltre ha potuto verificare in prima persona, sulla propria pelle tutta la brutalità del sistema giudiziario, giudicato anche da quest’ultimo completamente iniquo, inutile e deleterio, dalle Memorie di una casa morta [12], che rievocano artisticamente i quattro anni di lavori forzati in Siberia e costituiscono una delle principali fonti d’ispirazione di Tolstoj nella scrittura di Resurrezione, ai Fratelli Karamazov, dove lo starec Zosima sancisce definitivamente che nessun uomo può ergersi a giudice di un suo simile: «Tieni soprattutto a mente che non puoi essere giudice di nessuno. Infatti, nessuno su questa terra può giudicare il delinquente senza aver prima riconosciuto di essere se stesso un delinquente come colui che gli sta davanti, e che di quel delitto egli è forse più responsabile di chiunque altro» [13] – principio integralmente cristiano che non può non riecheggiare anche in Resurrezione, e che di fatto ispira le parole di Nechljudov sopra riportate.

Tolstoj rappresenta i processi come mere farse dominate dalla spietatezza e dall’assurdità. Nechljudov, fino al giorno prima fiero e soddisfatto complice di questa macchina dell’ingiustizia, finalmente se ne avvede, e si chiama fuori, motivando così, senza diplomatici giri di parole, la propria decisione al procuratore: «Il motivo è che ritengo qualsiasi tribunale non solo inutile, ma immorale» (133).

4.2. Il rito liturgico

Altro importante fronte polemico di Resurrezione e dell’intera riflessione filosofico-morale del secondo Tolstoj, è quello riguardante la Chiesa ortodossa, i suoi dogmi e i suoi riti. Del rito liturgico nel romanzo lo scrittore realizza una sorta di parodia, rivelando come questo complesso di norme e di formule tutte esteriori e apparenti, persino stregonesche nel caso della transustanziazione, ossessivamente ripetute, sia in stridente e macroscopica contraddizione con gli insegnamenti di Cristo, quello stesso Cristo tanto scioccamente, ipocritamente lodato (l’ipocrisia è spinta da Tolstoj fino al limite estremo, perché la funzione rappresentata avviene in carcere, ovvero nel luogo per eccellenza anticristiano), in realtà profanato e deriso:

«E a nessuno dei presenti, a cominciare dal sacerdote e dal direttore per finire con la Maslova, venne in mente che quello stesso Gesù, il cui nome il sacerdote aveva ripetuto fischiando un tale infinito numero di volte, lodandolo con ogni sorta di strane parole, aveva proibito appunto tutto ciò che si faceva lì; aveva proibito non solo quella assurda stregoneria verbosa e sacrilega dei sacerdoti-maestri sul pane e il vino, ma aveva esplicitamente proibito che alcuni uomini chiamassero maestri altri uomini, aveva proibito le preghiere nei templi, e aveva comandato a ognuno di pregare in solitudine, aveva proibito i templi stessi, dicendo che era venuto per distruggerli e che bisognava pregare non nei templi, ma in spirito e verità; e soprattutto aveva proibito non solo di giudicare gli uomini e di tenerli reclusi, torturarli, disonorarli, giustiziarli, come si faceva lì, ma aveva proibito qualsiasi violenza sugli uomini, dicendo che era venuto per dare ai prigionieri la libertà.
A nessuno dei presenti venne in mente che tutto ciò che si compiva lì era la più grande profanazione e derisione di quello stesso Cristo in nome del quale si faceva tutto ciò. A nessuno venne in mente che la croce dorata con i piccoli medaglioni di smalto alle estremità che il sacerdote aveva portato fuori e dato da baciare alla gente non era nient’altro che la raffigurazione della forca su cui era stato giustiziato Cristo proprio per aver proibito ciò che adesso si faceva lì nel suo nome. A nessuno venne in mente che i sacerdoti che s’immaginano di mangiare il corpo e bere il sangue di Cristo nella forma del pane e del vino, mangiano davvero il suo corpo e bevono il suo sangue, ma non nei pezzetti di pane e nel vino, bensì perché scandalizzano quei “piccoli” con cui Cristo si era identificato, non solo, ma li privano del bene più grande e li sottopongono ai più crudeli tormenti, celando agli uomini la buona novella che egli era venuto a portare.
Il sacerdote faceva tutto ciò con la coscienza tranquilla, perché sin dall’infanzia era stato educato a pensare che quella era l’unica vera fede, in cui avevano creduto tutti i santi vissuti prima e credevano ora le autorità religiose e civili. Egli non credeva che il pane si trasformasse in corpo, che fosse utile per l’anima pronunciare tante parole o che quello che aveva mangiato fosse davvero un pezzetto di Dio, – a questo è impossibile credere, – ma credeva che bisognava credere in quella fede. E soprattutto lo confermava in questa fede il fatto che per celebrare i riti guadagnava ormai da diciott’anni dei redditi con cui manteneva la famiglia, il figlio al ginnasio, la figlia in un istituto religioso» (145-146).

In questo passo, dalla fortissima tensione morale – quella tensione che abbiamo già riscontrato altrove, in quasi tutti i passi citati, perché caratteristica dell’intero romanzo, concettualmente strutturato come una vibrante e violenta invettiva contro lo stato attuale delle cose -, è compendiato lo spirito e il senso del tolstojsmo, basato sul recupero dell’autentico e puro messaggio cristiano, manipolato, travisato, tradito sistematicamente dall’autorità ecclesiastica. Con i suoi dogmi, i suoi misteri, i suoi riti, che sfociano persino nella stregoneria, come nel caso della transustanziazione, in cui, in fin dei conti, non crede neppure il sacerdote, interessato nient’altro che al profitto, la Chiesa ortodossa, come anche la Chiesa cattolica – obiettivo polemico di Dostoevskij, animato anch’egli nel profondo dalla volontà, o meglio, dalla missione di restituire il cristianesimo alla sua dimensione originaria, incontaminata (un testo su tutti è emblematico della dostoevskiana polemica anti-cattolica, Il Grande Inquisitore, memorabile poema di Ivan Karamazov in cui il funzionario religioso dichiara apertamente di stare dalla parte del diavolo [14]) -, non fa che ribaltare la parola di Cristo, sulla quale pure dice di fondarsi, traviandola scientificamente. Il Vangelo, nella sua interpretazione originaria e disinteressata, abolisce qualunque tipo di potere e di autorità, veicoli di schiavitù, nel nome di una libertà assoluta dell’uomo. Questo semplice dato basta a rivelare l’infondatezza e l’illegittimità di qualunque istituzione, soprattutto di quell’istituzione ipocritamente sorta nel nome di Cristo. Come lo Stato, anche la Chiesa non è altro che una superstizione, una superstizione di cui liberarsi necessariamente affinché giunga finalmente quel regno di Dio, trionfo di libertà, armonia e pace, che per Tolstoj non rappresenta affatto un orizzonte utopico, realizzabile soltanto in un lontano, indefinito e indefinibile, magari ultraterreno avvenire, ma una possibilità concreta, una soluzione, anzi la soluzione attuabile qui e ora, come espresso con chiarezza ed entusiasmo, Vangelo alla mano, in conclusione del romanzo. È questo il senso ultimo, definitivo, più profondo dell’attività filosofico-letteraria del secondo Tolstoj, dunque anche di Resurrezione.

5. Il riscatto del peccato

5.1. Il primo incontro in carcere

Nechljudov si reca in carcere da Katjuša, dando così inizio a quella missione di riscatto della colpa, del peccato che costituisce il senso della sua nuova vita. L’incontro con il suo primo seduttore, che durante il processo non aveva riconosciuto tra i giurati, suscita naturalmente nella donna un’emozione fortissima, risvegliando di colpo tutti quei dolorosi ricordi giovanili forzatamente rimossi, seppelliti nei più lontani, angusti, inaccessibili anfratti della memoria, e ciò le fa male:

«La Maslova non si aspettava proprio di vederlo, soprattutto adesso e lì, e perciò in un primo momento la sua apparizione l’aveva stupita e costretta a ricordare ciò che non ricordava mai. In un primo momento aveva ricordato vagamente quel nuovo, meraviglioso mondo di sentimenti e idee che le era stato aperto dal ragazzo delizioso che l’amava e che lei amava, e poi la sua incomprensibile crudeltà e tutta la serie di umiliazioni e sofferenze che erano seguite a quella felicità incantata e ne erano state il risultato. E le aveva fatto male» (157).

A questo dolore inatteso Katjuša reagisce immediatamente, nel giro di un istante, mettendosi sulla difensiva, come un animale braccato che non ha più vie di fuga ed è costretto a mostrare le unghie e i denti per difendersi: scaccia gli antichi ricordi e smette di identificare Nechljudov con il suo primo amore, vedendolo solamente come un ricco signore dal quale poter trarre un insperato profitto:

«[…] incapace di orientarsi in tutto ciò, agì anche allora come agiva sempre: scacciava quei ricordi e cercava di nasconderli nella nebbia particolare della sua vita corrotta; proprio così fece ora. In un primo momento aveva collegato l’uomo che le stava di fronte con il ragazzo che aveva amato un tempo, ma poi, vedendo che le faceva troppo male, smise di identificarli. Ora quel signore ben vestito e curato, dalla barba profumata, non era per lei il Nechljudov che aveva amato, ma solo una di quelle persone che, quando ne avevano bisogno, si servivano di esseri come lei, e delle quali gli esseri come lei dovevano servirsi nel modo più vantaggioso possibile. E perciò gli aveva rivolto quel sorriso provocante. Tacque, valutando come trarre profitto da lui» (ibidem).

Katjuša chiede subito a Nechljudov del denaro, lui glielo dà, accorgendosi della devastazione morale della donna, così differente dalla cara e dolce fanciulla amata – violata, certo, ma pur sempre amata – un tempo: «”Ma questa è una donna morta”, – pensò, guardando quel viso paffuto, un tempo caro e ora profanato, con lo scintillio cattivo dei neri occhi strabici che seguivano il vicedirettore e la sua mano che stringeva la banconota» (158). Ecco dunque che la resurrezione non riguarda solo Nechljudov, ma anche, e forse soprattutto, Katjuša. Nechljudov sente che il riscatto del proprio peccato passa innanzitutto, e obbligatoriamente, dal risveglio spirituale di Katjuša, dalla quale non desidera nulla per sé, ma «solo che cessasse di essere com’era ora, per ridestarsi e ritornare quella di un tempo» (159). La missione di Nechljudov si arricchisce e si complica, acquisisce un senso più profondo: la salvezza di un’anima perduta, contaminata a fondo, molto più a fondo di quanto egli stesso immaginasse, dal vizio e dalla depravazione.

Dopo il primo incontro con Katjuša in carcere Nechljudov è deluso. Già alla prima offerta d’aiuto da parte sua, si aspettava di vedere un mutamento radicale nella donna, un suo ritorno improvviso alla Katjuša di un tempo. Ma così non è stato – così non poteva essere – e Nechljudov prova stupore e orrore, costretto a riconoscere quanto la sua colpa sia più grave del previsto, dunque più complicato del previsto il suo riscatto. Nechljudov in Katjuša non ha affatto trovato quella vergogna per la sua condizione di prostituta che si aspettava di trovare – il principe, evidentemente, ragiona ancora secondo schemi morali semplicistici -, ma anzi soddisfazione e persino orgoglio. Ed è naturalissimo che sia così, spiega Tolstoj, perché così è per ogni uomo in base al suo ruolo nella società: il ladro si vanta della sua destrezza, la prostituta della sua depravazione, l’assassino della sua crudeltà, così come il ricco si vanta delle sue ricchezze, il militare delle sue vittorie ovvero dei suoi omicidi, il sovrano della sua potenza ovvero della sua sopraffazione. Per quanto riguarda gli ultimi tre casi, il caso del ricco, del militare e del sovrano, noi «non vediamo in queste persone un concetto distorto della vita, del bene e del male, volto a giustificare la loro condizione, solo perché la cerchia di persone con tali concetti distorti è più vasta, e noi stessi vi apparteniamo» (161). L’ennesima sferzata di Tolstoj alla società. Nella prospettiva radicale dello scrittore russo tutto è male, e solamente una rivoluzione interiore all’insegna dei principi cristiani, liberati dalla travisante mediazione ecclesiastica, può portare a una necessaria rivoluzione sociale – nelle pagine di Resurrezione Tolstoj si sforza con tutto se stesso di mostrare quanto sia necessaria, quanto sia un’esigenza reale e impellente -.

La società considera la soddisfazione sessuale il bene maggiore, il principale desiderio di tutti gli uomini, e Katjuša, «una donna attraente, poteva soddisfare oppure non soddisfare questo loro desiderio, e perciò era una persona importante e necessaria. Tutta la sua vita passata e attuale era una conferma dell’esattezza di questo punto di vista» (ibidem). Per Katjuša il mondo intero è «un’accolita di persone agitate dalla lussuria, che da ogni lato le tendevano agguati e con tutti i mezzi possibili – l’inganno, la violenza, il denaro, l’astuzia – cercavano di possederla» (ibidem). In seguito alle ripetute offese e violenze subite, Katjuša è precipitata in una spirale di immoralità, di depravazione, di bestialità davvero terribile, ma di cui nessuno intorno a lei si è mai scandalizzato. Perché l’immoralità, la depravazione e la bestialità, in questa società profondamente anticristiana, non solo sono tollerate, ma persino formalizzate e istituzionalizzate. Per tutti questi motivi Katjuša, intuendo «che Nechljudov voleva condurla in un altro mondo, gli oppose resistenza, prevedendo che nel mondo in cui l’attirava avrebbe dovuto perdere quel suo posto nella vita che le dava sicurezza e rispetto di sé. Per questo motivo ricacciava anche i ricordi della prima giovinezza e dei primi rapporti con Nechljudov. Questi ricordi non si accordavano con la sua attuale concezione del mondo e perciò erano stati completamente cancellati dalla sua memoria, o piuttosto venivano custoditi intatti nella sua memoria, ma erano come chiusi a chiave, sigillati, come le api sigillano i nidi dei vermi che potrebbero rovinare tutto il loro lavoro, perché non possano più uscire. E perciò il Nechljudov di ora non era per lei l’uomo che un tempo aveva amato di puro amore, ma solo un ricco signore da cui si poteva e doveva trarre profitto e con cui potevano esservi solo i rapporti che c’erano con tutti gli uomini» (162). La missione di Nechljudov è liberare Katjuša da questa sua terribile concezione del mondo e della vita e ricondurla alla purezza originaria, convincendola che egli non è più un uomo come tutti, che vuole approfittare di lei, ma un uomo nuovo, diverso, disinteressato, che vuole salvarla, e salvando lei salvare se stesso, ma qui e ora, riscattare quel peccato infame che gli grava sulla coscienza come un enorme masso, insostenibile.

5.2. Il secondo incontro in carcere

Durante il secondo incontro in carcere, Nechljudov rivela a Katjuša la sua intenzione di sposarla, ma lei si schermisce: «io sono una forzata, una puttana, e lei è un signore, un principe, e non è il caso che tu ti sporchi con me. Vai dalle tue principesse, che il mio prezzo è un biglietto rosso» (175). Ferita nell’orgoglio, e feroce per questo, Katjuša rinfaccia a Nechljudov la sua turpe condotta: «Allora non la sentivi [la colpa], e mi rifilasti cento rubli. Ecco il tuo prezzo…» (ibidem). Trasfigurata dall’ira, Katjuša scaraventa addosso a Nechljudov tutto il suo risentimento, e questa sua reazione violenta rivela chiaramente quanto per lei sia stato devastante l’abbandono dell’uomo che amava con tutta se stessa e di cui custodiva in grembo il figlio: «Vuoi salvarti per mezzo mio […]. A mie spese te la sei spassata in questa vita, e adesso a mie spese vuoi salvarti all’altro mondo! Mi fai schifo, tu e i tuoi occhiali, e tutto il tuo grasso e sporco muso. Vattene, vattene via!» (ibidem). Nell’impegno di Nechljudov, Katjuša, resa dalla vita dura, spigolosa come una roccia carsica, non vede pentimento, contrizione, altruismo e generosità, ma l’ennesima manifestazione di egoismo da parte di un uomo nei suoi confronti, e la più grave, perché moralmente più sottile. Gli incontri con Nechljudov, le sue parole e le sue promesse, riconducono la prostituta Ljubaša nell’antico mondo di Katjuša, «quel mondo in cui aveva sofferto e che aveva abbandonato, senza comprenderlo e odiandolo», generando in lei un dolore insopportabile.

Dopo il secondo, terribile incontro, Nechljudov comprende appieno, per la prima volta nella sua vita, tutta la gravità della sua colpa nei confronti di Katjuša, provando paura, mentre Katjuša, dal canto suo, per la prima volta nella sua vita comprende appieno tutto il male fattole da Nechljudov:

«Se non avesse tentato di riparare, di riscattare la sua azione, non ne avrebbe mai sentito tutta la gravità; non solo, anche lei non avrebbe sentito tutto il male che le era stato fatto. Solo adesso era uscito alla luce in tutto il suo orrore. Egli vedeva solo adesso cosa aveva fatto dell’anima di quella donna, e lei vedeva e capiva che cosa era stato fatto di lei. Prima Nechljudov giocava con il suo sentimento di ammirazione per se stesso, per il suo pentimento; adesso aveva semplicemente paura» (177).

Le quotidiane visite a Katjuša permettono inoltre a Nechljudov di conoscere l’orribile e ipocrita realtà carceraria (supremo emblema dell’ipocrisia è l’immagine di Cristo appesa nell’ufficio del direttore del carcere, «eterno attributo di tutti i luoghi di tortura, quasi a irrisione del suo insegnamento»). Ascoltando alcuni detenuti, innocenti – emblematico il caso di un’intera squadra di muratori, rinchiusi in carcere da un mese solo perché il loro passaporto era scaduto da due settimane -, scoprendo che le punizioni corporali non sono vietate per chi è stato privato dei diritti e che una tale punizione è stata eseguita proprio mentre egli attendeva di vedere Katjuša, Nechljudov è «assalito con particolare violenza da quella sensazione mista di curiosità, angoscia, incredulità e nausea morale che diventava quasi fisica, già sperimentata altre volte, ma mai con tale intensità» (191). Nechljudov si domanda perché, ma per il momento è incapace di trovare una risposta, mentre quel senso di nausea morale e fisica diviene sempre più intenso e soffocante. Il suo impegno e la sua missione sono destinati ad allargarsi, a riguardare non solo Katjuša, ma anche molti altri detenuti, come lei innocenti. Nechljudov diviene così una sorta di paladino dei diritti dei carcerati; qualcosa di impensabile fin solo a un paio di giorni prima.

5.3. Il terzo incontro in carcere

Il fisiologico momento di crisi, rappresentato dal secondo incontro, è ormai superato e a Nechljudov, nell’incontro successivo, si presenta una Katjuša completamente diversa, che accetta il trasferimento in infermeria, dove le condizioni per un detenuto sono decisamente più umane e sopportabili, propostole dal principe, promettendogli inoltre che smetterà di bere. Questo incontro dona a Nechljudov una sensazione nuova, inedita e piacevolissima, «di fede nella forza invincibile dell’amore». In Katjuša è effettivamente accaduto qualcosa, qualcosa che l’ha rabbonita, rasserenata, e sebbene rifiuti ancora, con determinazione, la proposta di matrimonio di Nechljudov, smette davvero di bere. Nechljudov, da parte sua, le promette che anche senza l’unione matrimoniale, ovunque la manderanno, lui la seguirà. Parole che fanno breccia nel cuore condannato della donna, permettendo finalmente a un fascio di luce di farvisi strada, dopo anni e anni di buio pesto.

NOTE

[1] Serena Vitale, Introduzione a Lev Tolstoj, Resurrezione, traduzione di Emanuela Guercetti, Garzanti, Milano 2013, p. XLIII.

[2] Per un approfondimento sulla conversione di Tolstoj, su questo fondamentale momento che spezza esattamente in due la vita e l’attività filosofico-letteraria dello scrittore, rimando all’Introduzione del presente contributo.

[3] Lev Tolstoj, Resurrezione, cit., pp. 50-51. D’ora in poi il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[4] Per un approfondimento sul personaggio di Svidrigajlov e il romanzo in cui compare rimando al contributo Delitto e castigo, dalla dialettica alla vita.

[5] Per un approfondimento sul personaggio rimando al capitolo primo dello studio Fëdor Dostoevskij, «I fratelli Karamazov»: l’uomo diviso: Fëdor Pàvlovič, un padre del nostro tempo.

[6] Carlo Michelstaedter, La persuasione e la rettorica, a cura di Sergio Campailla, Adelphi, Milano 1982, p. 98. Per un approfondimento sul pensiero del filosofo goriziano rimando allo studio Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter.

[7] Come scrive Harrison, in Michelstadter il termine «persuasione» è appunto «sinonimo di autodeterminazione» (Thomas Harrison, 1910. L’emancipazione della dissonanza, traduzione di Marco Codebò e Federico Lopiparo, Castelvecchi, Roma 2017, p. 72).

[8] Per un approfondimento sull’opera rimando al contributo «La sonata a Kreutzer»: Tolstoj contra il matrimonio.

[9] Carlo Michelstaedter, Opere, a cura di Gaetano Chiavacci, Sansoni, Firenze 1958, p. 654.

[10] Carlo Michelstaedter, Tolstoi, in Id., Opere, cit., pp. 650-654.

[11] Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, traduzione di Alfredo Polledro, Newton Compton editori, Roma 2010, p. 21.

[12] Per un approfondimento sull’opera rimando al contributo Dostoevskij e l’esperienza di vita della katorga: lettura delle «Memorie di una casa morta». Introduzione, Prima parte, Seconda parte.

[13] Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, cit., pp. 328-329.

[14] Per un approfondimento sul testo rimando al paragrafo sesto del capitolo quinto dello studio Fëdor Dostoevskij, «I fratelli Karamazov»: l’uomo diviso: Ivàn, il nichilista estremo – V-VI.

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