«Vi son momenti in cui con la coscienza si vive molto più che in anni interi. […] Possibile che egli non potesse capire quanto fosse difficile ingannare una natura avida di prendere coscienza delle proprie impressioni, un animo che aveva già provato e compreso molto, del male e del bene?».

I. Pubblicato per la prima volta a puntate negli «Annali della Patria» nel 1849, anno dell’arresto dello scrittore per la partecipazione al circolo fourierista di Petraševskij, Netočka Nezvanova è il terzo, incompiuto romanzo di Dostoevskij, l’unico con una protagonista femminile che narra in prima persona. Netočka Nezvanova rappresenta un ulteriore, notevole passo in avanti nello sviluppo artistico dello scrittore russo, verso quella definitiva maturazione letteraria raggiunta dopo la fondamentale esperienza-di-vita della katorga rievocata nelle Memorie di una casa morta [1]. In Netočka Nezvanova si verifica un approfondimento di quelle tematiche tipicamente dostoevskiane già presenti in Povera gente [2], il romanzo d’esordio dello scrittore russo, come l’attenzione all’infanzia, l’infanzia complicata dei figli del popolo russo, funestata dalla miseria, o come l’importanza del ricordo, che nel corso degli anni si svilupperà fino a imporsi come il vero e proprio testamento di Dostoevskij, espresso nel Discorso su Puškin [3] e nei Fratelli Karamazov, attraverso le parole dello stàrec Zòsima prima e di Alëša poi, nel memorabile discorso presso la pietra che conclude l’opera [4]. Ma soprattutto in Netočka Nezvanova si approfondisce, e in maniera sensibile, particolarmente evidente, la ricerca psicologica, divenendo di fatto la componente principale del romanzo, l’arma prediletta dallo scrittore russo nell’indagine e nella scoperta del «mistero» uomo [5].

II. Netočka narra la propria vita, a partire dall’infanzia, dominata dalla figura straordinaria del patrigno, il violinista Efimov, la cui storia occupa la parte iniziale del romanzo. Efimov ha talento, un grande talento, è un «sacerdote dell’arte», non un suo semplice «manovale», ma è maledettamente sregolato, irregolare, dispersivo; la sua storia è una «tragedia della volontà» [6]: vorrebbe, vorrebbe, vorrebbe, nella sua mente esaltata disegna progetti colossali, ma è roso dalla passività, dall’impotenza, che non gli permettono di applicarsi, di studiare come richiederebbe la disciplina musicale, quotidianamente, indefessamente. Così, a trent’anni Efimov è un violinista fallito, naturalmente alcolizzato. Dopo innumerevoli esperienze in insignificanti orchestrine di provincia si trasferisce a Pietroburgo, meta di un lungo viaggio possibile solo grazie alle elemosine, e qui incontra e sposa la madre di Netočka, già vedova. Lo fa per interesse, per la modesta dote di mille rubli, mentre la donna è animata da un sentimento autentico: «Era un’entusiasta, una sognatrice, vedeva in Efimov chissà quale genio, aveva creduto alle sue parole boriose sul suo brillante avvenire; la sua immaginazione era lusingata dalla gloriosa sorte di essere il sostegno, la guida d’un uomo geniale: e lo sposò» [7]. Al contrario Efimov, ormai «per sempre morto all’arte», riversa sul matrimonio e sulla moglie tutte le responsabilità dei propri insuccessi e delle proprie sciagure. Una menzogna, una fasulla e crudele giustificazione della propria impotenza, della propria inettitudine allo studio e all’applicazione quotidiana. Autentica è invece la rovina della povera madre di Netočka a causa dell’unione con questo violinista da strapazzo, davvero talentuoso, ma già finito e per colpa esclusivamente di se stesso: «Divenne un’eterna malata, una eterna sofferente, viveva tra tormenti ininterrotti e, oltre a tutto questo dolore, su lei sola era ricaduta la cura del sostentamento della famiglia. Cominciò a cucinare vivande, e nei primi tempi aprì in casa sua una mensa. Ma il marito le portava via di soppiatto tutti i soldi e spesso era costretta a servire i piatti vuoti, invece del pranzo, a coloro per i quali lavorava» (21). La povera donna si fa in quattro per mantenere la famiglia, per tirare avanti la baracca insomma, e il marito, che ha molti tratti dell’uomo del sottosuolo, la ringrazia derubandola del guadagno, bevuto senza pietà, e maledicendola, additandola a tutti, anche a Netočka, che per questo motivo inizia a provare nei confronti della madre un ingiustificato e ingiusto risentimento, come la sola causa dei suoi insuccessi, della sua mancata carriera da musicista.

La famiglia di Netočka in un’illustrazione di Ilya Glazunov del 1970

Efimov ha un carattere davvero terribile: è arrogante, presuntuoso, pieno di un amor proprio deleterio per sé e per gli altri, permaloso, crede di essere il primo violino di Pietroburgo e giustifica la propria debolezza con presunte persecuzioni del destino, definendosi vittima di misteriosi intrighi orditi da chissà chi. Offeso dalla sorte, incompreso da tutti, non reagisce mai, lasciandosi distruggere dal vizio dell’alcol, fino a sprofondare nella demenza, fino a diventare un buffone umiliato e ridicolizzato da chiunque lo conosca e conosca la sua storia di insuccessi, «Tersite domestico» attirato e ubriacato per rallegrare un’ora di noia. Eppure Netočka è legatissima al suo patrigno, prova per lui «un sentimento di compassione, un sentimento materno» (29), pende dalle sue labbra, condivide le sue illusioni e i suoi sogni, lo abbraccia con forza e al tempo stesso con dolcezza. Ed è proprio a Efimov, definito e considerato «padre», non solo patrigno, a quell’abbraccio così particolare, così affettuoso e insieme ardente, che si lega il momento in cui Netočka inizia ad avere coscienza di se stessa, il momento in cui Netočka si sveglia dal sonno dell’infanzia e compie il primo passo nella vita. È tutto molto, troppo rapido in lei, che inizia a guardarsi intorno e «a pensare, a ragionare, a osservare». Efimov, Netočka e sua madre vivono in una bassa, angusta, opprimente soffitta pietroburghese, e la seguente, semplice domanda rivela con straordinaria efficacia, un’efficacia superiore a mille descrizioni, lo stato miserevole in cui versa questa disgraziata famiglia: «Perché scorgevo il riso sugli altri volti, e perché mi colpiva il fatto che nel nostro angoletto non si ridesse mai, e non ci si rallegrasse mai di nulla?» (30). La miseria, ed è questo il suo effetto più atroce, disumano, priva l’infanzia di quella spensieratezza, di quella inconsapevolezza che allora dovrebbero essere sacre, inviolabili, e a nove anni Netočka ha già compreso tutto: «Io capivo […] che in quel nostro angolo c’era un dolore eterno, intollerabile» (ivi). E ancora: «compresi quella loro sorda, eterna inimicizia, compresi tutto il dolore e la nebbia soffocante di quella vita senz’ordine, che si era annidata nel nostro cantuccio» (35). Precocemente consapevole, a Netočka non è più possibile sfuggire quel «dolore eterno, intollerabile» che rende la vita in quell’angusta soffitta pietroburghese uno strazio quotidiano.

Efimov ha un solo amico, il violinista B., sfruttato senza ritegno prima del matrimonio, vittima della boria del patrigno di Netočka ora, che non perde occasione di rinfacciargli la sua presunta superiorità. Eppure B. resterà sempre legato a Efimov, anche dopo la sua morte lo ricorderà con affetto e commozione, nonostante tutto, ed è proprio lui a spiegare il complicato, conflittuale, lacerante rapporto tra l’amico e l’arte, un rapporto esasperatamente romantico, da uomo del sottosuolo, dunque nocivo:

«[…] la povertà per lui è quasi una fortuna, perché è il suo pretesto. Adesso può dichiarare a tutti che è soltanto la povertà che lo ostacola, e che se fosse ricco avrebbe tutto il tempo che vuole, non avrebbe preoccupazioni, e allora si vedrebbe subito che artista è. Si è sposato nella strana speranza che i mille rubli di sua moglie lo avrebbero aiutato a rimettersi in piedi. Ha agito come un sognatore, come un poeta, e così s’è sempre comportato, in vita sua. Sapete cosa sta dicendo da otto anni, ininterrottamente? Afferma che la colpevole di tutte le sue disgrazie è sua moglie, che è lei ad ostacolarlo. Ha incrociato le braccia e non vuole lavorare. Ma portategli via quella moglie, e lui sarà l’essere più disgraziato del mondo. Sono già diversi anni che non prende in mano il violino, e sapete perché? Perché ogni volta che prende in mano l’archetto è costretto ad ammettere dentro di sé di non essere nessuno, di essere uno zero e non un artista. E adesso che l’archetto rimane in un canto lui ha perlomeno una lontana speranza che ciò non sia vero. Non fa che sognare; pensa che tutto a un tratto, per chissà quale prodigio, diventerà d’un colpo l’uomo più celebre del mondo. Il suo motto è: aut Caesar, aut nihil, come se si potesse diventare un Cesare così di colpo, in un istante solo. La sua sete è la gloria. E se questo sentimento diventa il principale e unico stimolo d’un artista, allora quest’artista non è già più tale, perché ha perduto l’istinto artistico principale, cioè l’amore per l’arte, unicamente perché essa è l’arte e non qualcos’altro, non la gloria. […] Convincetelo che non è un artista e vi dico che morirà lì, sul posto, come colpito da un fulmine, perché sarebbe terribile, per lui, separarsi dall’idea fissa alla quale ha sacrificato tutta la sua vita, e le cui basi sono comunque profonde e serie, giacché la sua vocazione, al principio, era autentica» (51-52).

Il motto «aut Caesar, aut nihil» compendia l’essenza distruttiva e autodistruttiva di Efimov (come il motto «après moi le déluge» compendia l’essenza sensuale, bestiale di Fëdor Pavlovič Karamazov [8]), roso dal tarlo della gloria, consumato nel profondo da manie di grandezza che lo hanno portato alla rovina. Intanto giunge a Pietroburgo un celebre violinista straniero, S…tz, e per Efimov la presenza dell’illustre collega nella sua città diviene subito un’ossessione. Dall’arrivo di S…tz a Pietroburgo Efimov non ha che una sola, tormentosa preoccupazione, «la più stupida, la più insignificante, la più meschina e la più ridicola preoccupazione del mondo», come la definisce B.: scoprire se egli sia più grande di S…tz o se S…tz sia più grande di lui. Efimov ha bisogno di denaro per assistere al concerto, e chiede a Netočka di rubare 15 rubli alla madre. È in questo preciso istante che Netočka comprende di aver perduto il padre, per sempre: «In quel momento avevo sentito che non gli spiaceva per me e che non mi voleva bene, perché non vedeva quanto bene gli volevo io, e pensava che fossi pronta a servirlo per dei dolci. In quel momento io, una bimba, lo capivo fino in fondo, e sentivo già che quella consapevolezza m’aveva ferito per sempre, che non avrei più potuto volergli bene, che avevo perduto il mio babbino d’un tempo» (56). Le ore di attesa tra la crudele, spietata richiesta di Efimov a Netočka e il furto dei 15 rubli sono le più tormentose della vita della protagonista, che rimprovera il padre per quella insostenibile angoscia: «Vi son momenti in cui con la coscienza si vive molto più che in anni interi. […] Possibile che egli non potesse capire quanto fosse difficile ingannare una natura avida di prendere coscienza delle proprie impressioni, un animo che aveva già provato e compreso molto, del male e del bene?» (58). Senza accorgersene, perché tutto compreso nella sua assurda preoccupazione, Efimov, con la sua richiesta di furto, strazia la coscienza di Netočka, di cui perde l’affetto incondizionato. Alla fine sarà un benefattore a donare ad Efimov il biglietto per assistere al concerto di S…tz, ma ormai il danno è fatto.

Efimov in un’illustrazione di Ilya Glazunov del 1970

L’ascolto del celebre violinista distrugge definitivamente Efimov. Il genio di S…tz, che suona innanzitutto per la musica, secondariamente per il denaro, ma non per la gloria, gli rivela di colpo tutta la sua miseria, tutta la sua insignificanza artistica ed è la fine. Efimov, distrutto, torna a casa e trova la moglie senza vita. Allora afferra il violino e suona, riproduce la frase del geniale S…tz, ma la sua non è musica, bensì uno straziato e straziante lamento che Netočka ascolta con estremo sgomento:

«Ma quella non era musica… Ricordo tutto distintamente, fino all’ultimo istante; ricordo tutto quello che allora colpì la mia attenzione. No, quella non era una musica come dovetti udirne in seguito! Quelli non erano i suoni d’un violino; pareva bensì che una voce tremenda avesse incominciato a tuonare, per la prima volta, nella nostra buia abitazione. Forse le mie impressioni erano falsate e malate, forse i miei sentimenti erano sconvolti da tutto ciò di cui ero stata testimone, e predisposti già ad impressioni terribili, colme d’un tormento senza scampo: ma io sono fermamente convinta d’aver udito gemiti, grida umane, pianti; un’intera disperazione si riversava in quei suoni e, finalmente, quando prese a tuonare l’accordo del finale, che aveva in sé tutto ciò che vi è di tremendo nel pianto, di tormentoso nel tormento, e d’angoscioso nell’angoscia disperata, tutto questo parve unirsi di colpo… Io non potei reggere: incominciai a tremare, le lacrime mi sgorgarono dagli occhi e, gettatami sul babbo con un grido terribile e disperato, lo strinsi tra le braccia. Lui gridò e lasciò il suo violino» (64).

Efimov e Netočka decidono di fuggire, di lasciare l’angusta soffitta e iniziare una nuova vita, ma prima l’uomo, al cospetto del cadavere della moglie, sente il bisogno impellente di discolparsi con la figlia per la morte della povera donna: «”Non sono stato io, Netočka, non sono stato io” mi diceva, indicandomi il cadavere con mano tremante. “Mi senti? Non sono stato io; non sono io il colpevole di questo. Ricordatelo, Netočka!”» (67). La dichiarazione d’innocenza è frutto, evidentemente, della terribile, insostenibile presa di coscienza della propria colpevolezza (allo stesso modo Ivan Karamazov, dopo aver ascoltato la confessione di Smerdjakov, si rifiuta di credere alle parole del servitore [9]). Efimov e Netočka si precipitano fuori dal loro misero angolo, abbandonando il cadavere della povera donna, e corrono senza meta per le gelide vie di Pietroburgo. Netočka cade e perde i sensi, mentre Efimov, ritrovato fuori città, muore due giorni dopo. La sua morte è una «necessità», un esito del tutto «naturale» dopo la scoperta della verità e il crollo rovinoso, irrimediabile della speranza, dell’illusione, della menzogna:

«Era morto perché quella morte sua era una necessità, la conseguenza naturale di tutta la sua vita. Egli doveva morire così, quando tutto ciò che l’aveva sostenuto in vita era crollato d’un tratto, era svanito come uno spettro, come un sogno vuoto, senza corpo. Era morto quando la sua ultima speranza era scomparsa, quando in un istante solo s’era risolto dinanzi a lui, gli si era chiarito nella coscienza tutto ciò con cui egli s’ingannava e sosteneva la propria vita. La verità lo aveva accecato, con il suo intollerabile bagliore, e ciò che era menzogna era divenuto menzogna anche per lui. Per l’ultima volta egli aveva udito un genio portentoso, che gli aveva raccontato quel che lui stesso era, e l’aveva condannato una volta per sempre. Con l’ultimo suono volato via dalle corde del violino del geniale S…tz, il mistero dell’arte si era improvvisamente risolto dinanzi a lui, e il genio eternamente giovane, potente ed autentico l’aveva soffocato, con la sua autenticità. Pareva che tutto ciò che solo in misteriosi e impercettibili affanni l’aveva oppresso per la vita intera, tutto ciò che sino ad allora gli era apparso e l’aveva tormentato soltanto nei sogni, impercettibilmente, inafferrabilmente, ciò che talvolta gli si rivelava pure, ma da cui egli fuggiva con orrore, facendosi schermo con la menzogna di tutta una vita, ciò che egli presentiva ma che sino ad allora aveva temuto, che tutto questo, dunque, avesse preso a splendergli dinanzi all’improvviso, e si fosse svelato davanti gli occhi suoi, che fino ad allora si erano tenacemente rifiutati di riconoscere la luce come luce, e la tenebra come tenebra. Ma la verità era intollerabile ai suoi occhi; che per la prima volta avevano potuto vedere ciò che era stato, ciò che era e ciò che lo attendeva; essa aveva accecato e bruciato la sua ragione. L’aveva colpito a un tratto, inevitabilmente, come il fulmine. E a un tratto si era compiuto ciò che lui aveva atteso per tutta la vita con il cuore stretto e trepidante. Parve allora che per tutta la vita una scure fosse rimasta sospesa sul suo capo, e che per tutta la vita egli avesse atteso ad ogni istante, tra inesprimibili tormenti, che essa lo colpisse: e finalmente la scure aveva colpito! E il colpo era stato mortale. Egli aveva voluto fuggire dal giudizio pronunciato su di lui, ma non c’era luogo ove fuggire: l’ultima speranza era scomparsa, l’ultima scusa era caduta. Colei la cui vita l’aveva oppresso per tanti anni, colei che non gli permetteva di vivere, e con la cui morte egli avrebbe dovuto, secondo la sua cieca credenza, risorgere d’un tratto, era morta. Finalmente egli era rimasto solo, nulla lo impacciava più: era libero, finalmente! Per l’ultima volta, nella sua convulsa disperazione, egli aveva voluto giudicare se stesso, condannarsi inesorabilmente e severamente, come un giudice spassionato, disinteressato; ma il suo archetto ormai debole aveva potuto soltanto ripetere debolmente l’ultima frase musicale di un genio… In quell’istante la follia, che da dieci anni ormai stava in agguato, l’aveva colpito, inesorabilmente» (69-70).

Il genio di S…tz recide le palpebre di Efimov, gli rivela di colpo la propria insignificanza artistica; la morte improvvisa della moglie nella stessa, memorabile sera, lo priva dell’ultima, ridicola scusa: egli non è più nulla, o meglio, egli è definitivamente nulla (aut Caesar, aut nihil), e la follia, in agguato da dieci anni, lo colpisce con tutta la sua devastante potenza, abbattendolo, uccidendolo.

La morte della madre di Netočka e l’ultima, folle esecuzione di Efimov in un’illustrazione di Ilya Glazunov del 2007

III. Netočka si sveglia a una nuova vita, accolta in casa del principe Ch…ij. Qui la protagonista si innamora – è il termine esatto visto l’ardore, spesso morboso, del sentimento – della figlia del principe, Katja, che stimola in lei, per la prima volta, il senso del bello:

«In breve: io ero – mi si perdoni la parola – innamorata della mia Katja. Ma era amore sì, un amore vero, un amore fatto di lacrime e di gioie, un amore appassionato. Che cosa mi attirava a lei? Da che cosa era nato quell’amore? Era incominciato dal primo sguardo che le avevo rivolto, quando tutti i miei sentimenti erano stati dolcemente colpiti alla vista di quella bimba incantevole come un angelo. In lei tutto era bellissimo; nessuno dei suoi difetti era nato con lei: le erano stati tutti inoculati, tutti lottavano in lei. In ognuno di essi si vedeva un principio bellissimo che aveva preso, per un certo tempo, una forma falsa; ma tutto in lei, a cominciare da quella lotta, risplendeva d’una speranza confortante, tutto preannunciava un bellissimo futuro. Tutti la rimiravano, tutti l’amavano, non io sola. Quando ci portavano a passeggiare, verso le tre, i passanti si fermavano come colpiti, non appena le gettavano un’occhiata, e non era cosa rara udire un grido di meraviglia dietro quella bambina fortunata. Era nata per la felicità, doveva essere nata per la felicità: ecco quale fu la mia prima impressione quando la incontrai. Forse quella prima volta era stato il mio senso estetico ad essere colpito, il mio senso del bello, che si era rivelato allora per la prima volta destato dalla bellezza… ecco, era stata questa l’origine del mio amore» (97).

Netočka e Katja in un’illustrazione di Glazunov del 1970

Da queste poche parole emerge tutta l’importanza della conoscenza di Katja per Netočka, ma proprio nel momento in cui l’ardente sentimento della protagonista viene ricambiato dalla figlia del principe, le due bambine sono costrette a separarsi. Netočka cambia ancora casa e si stabilisce da Aleksandra Michajlovna, figlia di primo letto della moglie del principe Ch…ij. Qui Netočka passa molti anni e diviene adolescente, la prima grande adolescente di Dostoevskij (poi verranno Arkadij [10] e Alëša [11], in assoluto i due più grandi adolescenti dello scrittore russo). In casa di Aleksandra Michajlovna la protagonista scopre la letteratura, che ne stimola fantasia e creatività, e scopre inoltre di possedere un talento, quello del canto. A sedici anni viene a conoscenza del segreto che grava sulle esistenze di Aleksandra Michajlovna e di Pëtr Aleksandrovič, il marito, e che spiega lo stile di vita della donna, appartato, riservato, quasi monastico, e il contegno severo, distaccato dell’uomo verso la moglie: anni prima Aleksandra Michajlovna ha avuto un amante, di cui Netočka, in un romanzo di Walter Scott, rinviene l’appassionata lettera d’addio. Si tratta di un evento che spezza la vita della protagonista, che le permette di penetrare per la prima volta in profondità il «mistero» uomo, di comprendere le ragioni dell’atteggiamento di Pëtr Aleksandrovič dinanzi alla moglie, creatura fragile, infantile, incline al sogno, alla fantasticheria, tanto da sospettare una relazione tra Netočka e il marito. Pëtr Aleksandrovič è un’anima oscura, tetra, doppia, teatrale, come mostra il suo artificioso trasformismo dinanzi allo specchio colto dalla protagonista in più di un’occasione:

«Lui si fermò per un istante davanti a uno specchio, si aggiustò i capelli e a un tratto, con mio sommo stupore, udii che stava canticchiando una canzone. In un baleno un oscuro, lontano ricordo d’infanzia rispuntò alla mia memoria. Racconterò questo ricordo, perché la strana sensazione che provai in quell’istante possa riuscire comprensibile. Nel primo anno ancora della mia permanenza in quella casa mi aveva profondamente colpito un avvenimento che soltanto quella sera illuminò la mia coscienza, perché soltanto allora, soltanto in quel momento, mi resi conto di com’era incominciata la mia antipatia per quell’uomo! Ho già accennato al fatto che fin da quando ero bambina la presenza di lui mi opprimeva. Ho già detto quale impressione angosciosa producessero su me il suo aspetto accigliato, preoccupato, e l’espressione del suo volto, che era spesso triste e abbattuta; come mi pesassero le ore che trascorrevamo insieme, attorno al tavolino da tè di Aleksandra Michajlovna, e poi che tormento, che angoscia mi avessero straziato il cuore le due o tre volte che mi era capitato di essere quasi testimone di quelle scene tetre, cupe, cui ho già accennato all’inizio. Accadde, in quei giorni, che io lo incontrassi proprio come quella sera, in quella medesima stanza, a quella medesima ora, mentre lui si stava recando, proprio come me, da Aleksandra Michajlovna. Io provavo sempre una timidezza veramente infantile quando lo incontravo da sola, e per questo mi nascosi in un angolo, quasi fossi colpevole di qualcosa, e pregai il destino che egli non si accorgesse di me. Lui si era fermato davanti allo specchio, proprio come me allora, ed io avevo sussultato per un sentimento indefinito, e tutt’altro che infantile. Mi parve che egli stesse quasi trasformando il proprio volto. Per lo meno, avevo visto chiaramente il sorriso, sulla sua faccia, prima che egli si avvicinasse allo specchio; avevo visto il suo riso, che mai prima d’allora mi era capitato di vedere, perché (ricordo che fu proprio questa la cosa che mi colpì più di ogni altra) lui non rideva mai, davanti ad Aleksandra Michajlovna. A un tratto, non appena egli si fu guardato allo specchio, il suo volto cambiò improvvisamente. Il sorriso scomparve, come se gliel’avessero ordinato, le sue labbra si curvarono per un’amarezza che quasi involontariamente e a fatica si era fatta strada dal cuore, un sentimento che le forze umane, nonostante ogni massimo sforzo, non potevano tenere celato, e un convulso dolore gli radunò le rughe sulla fronte e gli premette i sopraccigli. Lo sguardo si nascose cupamente dietro gli occhiali: insomma, in un solo istante, e come a comando, egli divenne una persona completamente diversa. Ricordo che io, bambina, avevo preso a tremare dal terrore, dalla paura di capire ciò che vedevo, e da allora un’impressione penosa e spiacevole si era chiusa ermeticamente nel mio cuore. Dopo essersi guardato allo specchio per un istante, egli aveva abbassato la testa, si era ingobbito, così come faceva sempre quando si presentava da Aleksandra Michajlovna, e in punta di piedi era entrato nello studio di lei. Ecco quale impressione mi aveva tanto colpita.
Anche quella sera, come allora, egli pensava di essere solo, e si era fermato dinanzi a quel medesimo specchio. E come allora io mi ero trovata accanto a lui, il cuore pieno di un sentimento ostile, spiacevole. Ma, quando udii quella canzone (una canzone cantata da lui, da un uomo da cui era impossibile aspettarsi una cosa del genere), essa mi colpì in modo tanto inatteso che rimasi come incatenata dov’ero, e fu proprio in quel momento che vidi la somiglianza con l’istante quasi identico della mia infanzia: e non posso rendere l’impressione mordace che allora mi punse il cuore» (160-162).

Il comportamento artificioso, teatrale di Pëtr Aleksandrovič dinanzi allo specchio, unito alla scoperta della lettera d’addio dell’amante di Aleksandra Michajlovna, rivelano di colpo a Netočka la natura oscura, sottosuoliana, diciamo così, dell’uomo, che perdona alla moglie il tradimento, ma si riserva il diritto di tiranneggiarla moralmente per tutta la vita, in un continuo, quotidiano castigo tanto più crudele perché sottile, silenzioso, ma inesorabile. Netočka comprende tutto e trova il coraggio e la forza di rinfacciarlo senza giri di parole a Pëtr Aleksandrovič:

«Voi volevate conservare la vostra supremazia su di lei, e l’avete conservata. Ma per farne cosa? Per trionfare su un fantasma, sull’immaginazione sconvolta di una malata, per dimostrarle che si era smarrita e che voi eravate più puro di lei! E avete raggiunto lo scopo, perché quel suo sospetto [il sospetto di una relazione tra Pëtr Aleksandrovič e Netočka] era l’idea fissa d’una mente che si va spegnendo, e forse l’ultimo lamento di un cuore spezzato contro l’ingiustizia della sentenza umana, con la quale voi concordavate pienamente. “Che male c’è se mi avete amato?” Ecco quel che lei vi diceva, ecco quel che lei voleva dimostrarvi… La vostra vanità, il vostro egoismo geloso sono stato spietati. Addio! Non occorrono spiegazioni! Ma badate, io vi conosco tutto quale siete, vi vedo da parte a parte, non dimenticatelo!» (182).

Le ultime, minacciose parole di Netočka valgono come una sorta di certificazione di conoscenza non solo del sinistro Pëtr Aleksandrovič, ma dell’uomo in generale. Appreso il carattere ambiguo, tirannico dell’uomo, a sedici anni Netočka è davvero pronta per diventare una donna, e non è certo un caso che il romanzo si interrompa proprio a questo punto, nel momento di una scoperta così importante, che spezza in due, come dichiara lei stessa, la vita della protagonista.

IV. Seppure incompiuto, Netočka Nezvanova, ancor più di Povera gente e del Sosia [12], i due romanzi precedenti, è il primo romanzo profondamente, autenticamente dostoevskiano, per l’approfondita analisi psicologica dei personaggi, che acquistano maggiore spessore, maggiore concretezza e vitalità (in tal senso emblematiche le figure della protagonista e di Efimov), per il respiro realistico, decisamente più accentuato, per la presenza di scene di straordinaria intensità drammatica (l’ultima notte del patrigno di Netočka), in cui il «mistero» uomo si rivela come un grumo di dolore consacrato alla tragedia. Per questi motivi, e per molti altri ancora, Netočka Nezvanova è un’opera importante nel corpus dostoevskiano, forse meno originale e attraente del Sosia, ma non meno decisiva nel percorso di crescita e di sviluppo di uno dei più grandi scrittori di sempre.

NOTE

[1] Per un approfondimento sull’opera rimando al contributo Dostoevskij e l’esperienza di vita della katorga: lettura delle «Memorie di una casa morta». Introduzione, Prima parte, Seconda parte.

[2] Per un approfondimento sull’opera rimando al contributo Fëdor Dostoevskij, «Povera gente»: la nascita del genio.

[3] «Ella sa fermamente che in sostanza egli [Onegin] ama soltanto la sua nuova fantasia e non lei, e non la Tat’jana ancora umile come prima. Ella sa che egli la prende per qualcosa di diverso e non per quello che è realmente, che egli non ama lei e forse non ama nessuno e che non è neppure capace di amare qualcuno, nonostante la sua sofferenza. Ama la fantasia, anzi egli stesso è una fantasia. Se ella lo seguisse, egli sarebbe già deluso l’indomani e parlerebbe con tono canzonatorio del suo stesso entusiasmo. Egli non ha alcuna base; è un filo d’erba in balìa del vento. Non così Tat’jana; in lei anche nella disperazione, anche nella tormentosa coscienza che la sua vita è distrutta, c’è sempre qualche cosa di fermo, di incrollabile, su cui si appoggia la sua anima. Sono i ricordi della sua infanzia, del suo paese nativo, della sua campagna deserta, in cui era cominciata la sua vita pura ed umile, “la croce e l’ombra dei rami sulla tomba della sua povera njanja“. Questi ricordi e queste immagini del passato sono per lei ora più preziosi di tutto, queste immagini soltanto le sono rimaste, ma sono esse che salvano il suo animo dalla disperazione definitiva. Ciò non è poco, no, anzi è molto, perché è tutta una base, qualche cosa di fermo e d’incrollabile. C’è qui il contatto con la propria terra e il proprio popolo, con tutto ciò che esso ha di sacro. Ma egli che cosa ha e com’è? Non vorrete mica che ella lo segua per compassione, per consolarlo, per donargli almeno momentaneamente, per l’infinita pietà dell’amore, l’illusione della felicità, sapendo fermamente in precedenza che il giorno dopo egli guarderà con aria canzonatoria questa stessa felicità! No, vi sono anime profonde e ferme che non possono in coscienza dare all’obbrobrio tutto ciò che hanno di più sacro, neanche per una sconfinata pietà. No, Tat’jana non poteva seguire Onegin» (Fëdor Dostoevskij, Puškin, in Id., Diario di uno scrittore, traduzione di Ettore Lo Gatto, Bompiani, Milano 2007, pp. 1272-1273).

[4] «Sappiate dunque che non esiste niente di più nobile, e forte, e importante, e utile per la vostra vita futura, dei buoni ricordi, soprattutto se appartengono ai primi anni della vostra vita, alla casa dei genitori. Quante volte si parla della vostra educazione! Eppure uno di questi buoni e cari ricordi, portato nel cuore fin dall’infanzia, è forse la migliore delle educazioni. Se l’uomo può tenere con sé molti di questi ricordi e serbarli per la vita, è salvo per sempre. Ma se anche un solo buon ricordo ci accompagnasse sempre, anche quello basterebbe un giorno alla nostra salvezza. Forse, anche noi un giorno diventeremo malvagi, non saremo in grado di astenerci dalle azioni crudeli, ci befferemo del dolore degli altri, e di coloro che affermano, come Kòlja poco fa: “Voglio soffrire per tutti gli uomini”, anche di questi forse rideremo malvagiamente. E tuttavia, per quanto la nostra natura potrà diventare cattiva, e mi auguro che Dio ce ne scampi, quando ci ricorderemo come abbiamo salutato per l’ultima volta Il’juša, come l’abbiamo amato negli ultimi giorni, e come ora abbiamo parlato tutti insieme, da amici, vicino alla sua pietra, allora neppure il più spietato e il più cinico di noi, se mai dovessimo diventare tali, avrà il coraggio, nel suo animo, di prendersi gioco dei buoni sentimenti provati in questo momento! Potrebbe anche accadere che proprio questo ricordo possa distoglierlo dal fare del male; egli tornerà sulle sue decisioni, e penserà: “Sì, allora ero buono, coraggioso e integro”. Ne rida pure tra sé, non importa, spesso l’uomo deride ciò che è buono e bello: questo accade solo per superficialità; ma vi assicuro, amici miei, che appena ne avrà riso, subito si dirà dentro di sé: “No, ho fatto male, perché di questo non si può ridere!”» (Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, traduzione di Alfredo Polledro, Newton Compton editori, Roma 2010, p. 746. Per un approfondimento sull’opera rimando allo studio Fëdor Dostoevskij, «I fratelli Karamazov»: l’uomo diviso).

[5] La citazione è tratta dalla lettera di Dostoevskij al fratello Michail del 16 agosto 1839: «L’uomo è un mistero. Un mistero che bisogna risolvere, e se trascorrerai tutta la vita cercando di risolverlo, non dire che hai perso tempo; io studio questo mistero perché voglio essere un uomo» (Fëdor Dostoevskij, Lettere sulla creatività, traduzione e cura di Gianlorenzo Pacini, Feltrinelli, Milano 2011, p. 26).

[6] Espressione utilizzata da Mario Praz in riferimento a Coleridge.

[7] Fëdor Dostoevskij, Netočka Nezvanova, traduzione di Igor Sibaldi, Garzanti, Milano 2016, p. 20. D’ora in poi il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[8] Per un approfondimento sul vecchio Karamazov, altro pessimo padre dostoevskiano, l’ultimo, rimando al capitolo primo dello studio Fëdor Dostoevskij, «I fratelli Karamazov»: l’uomo diviso, Fëdor Pàvlovič, un padre del nostro tempo.

[9] Per un approfondimento sul celebre personaggio rimando al capitolo quinto dello studio Fëdor Dostoevskij, «I fratelli Karamazov»: l’uomo diviso, Fëdor Dostoevskij, «I fratelli Karamazov»: l’uomo diviso. Capitolo quinto – Ivàn, il nichilista estremo – I-IV, V-VI, VII-IX.

[10] Per un approfondimento sul protagonista dell’Adolescente rimando al capitolo secondo del contributo Personaggi e temi dell’«Adolescente» di Dostoevskij, L’idea di Arkadij.

[11] Per un approfondimento sul protagonista dei Karamazov rimando al capitolo ottavo dello studio Fëdor Dostoevskij, «I fratelli Karamazov»: l’uomo diviso, Alëša, il midollo dell’universale.

[12] Per un approfondimento sul secondo romanzo dello scrittore russo rimando al contributo Fëdor Dostoevskij, «Il sosia»: l’annientamento del signor Goljàdkin, il primo uomo del sottosuolo.

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata

Follow by Email
Facebook
Facebook
Instagram
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: