Ho voluto raccontare con tutta sincerità la mia vita, quella della mia terra, e dei suoi antichi abitatori.

Gino Covili

Poche settimane fa è uscito il nuovo libro di Francesco Guccini, “Tralummescuro. Ballata per un paese al tramonto”. Sulla copertina crepuscolare risalta il disegno di un paese al tramonto, opera del grande Gino Covili, pittore contadino.

Approfondendo le loro biografie, ci si accorgerà che i due in comune hanno il terreno che ha nutrito le proprie radici, affondate in profondità negli appennini, e gli occhi pieni degli stessi volti solcati dall’aratro. Questo è quello che ci raccontano le loro opere.

IL PAESE DORME E SOGNA, 1996/97, tecnica mista su tela, cm 134 x 150

Se del cantautore emiliano si sa molto, di Gino Covili invece no. Eppure le sue opere, raccolte spesso in cicli, sembrano una via crucis di immagini volte a ripercorrere le tappe della sua esistenza, fatta di esperienze ed influenze artistiche ben evidenti nei suoi tratti. Ne è un esempio il primo ciclo noto, “Zebio Còtal”, titolo del libro che ispirò Covili nella creazione di una serie di illustrazioni. Quello che venne definito come “un’epopea della miseria contadina ed una tragedia degli affetti familiari”, oltre a venire apertamente apprezzato persino da Pier Paolo Pasolini, ben si intersecava con gli interessi sociali che muovevano la pittura coviliana. Dettaglio non di poco conto è poi il fatto che l’autore del romanzo, Guido Cavani, fosse un figlio dello stesso appennino modenese, oltre ad essere un degno discendente della scrittura verista verghiana.

Perché, diciamolo, Covili ha ritratto per lo più la sua campagna e i volti della provincia umile e contadina dal quale proveniva, non necessariamente per amore ma perché la viveva: a tal proposito vengono in mente i versi di addio ai crepuscolari di Nino Oxilia, riferite con tono tutt’altro che adulatoria a Sergio Corazzini, ma che in questo caso potremmo prendere in prestito per raccontare una faccia della luna coviliana.

E tu cantavi la provincia,
le tragedie dei burattini,
il suono dell’Avemaria;
cantavi le domeniche
piene di sole e di malinconia

“Il saluto ai poeti crepuscolari”, Nino Oxilia

Ma fermarci solo a questo sarebbe limitante, come cinguettare il soprannome che più di qualcuno gli ha affibbiato, sicuramente riempiendolo d’orgoglio, “il van Gogh italiano”. Eppure siamo certi che i punti di incontro tra i due autori sono molti, addirittura in molte opere parlare di citazioni è più che un eufemismo, ma per una volta facciamo lo sforzo di levare le etichette e scoprire cosa c’è sotto.

È sicuramente il caso di farlo per due dei suoi cicli più riusciti, realizzati entrambi nelle decadi ’60-’70: le “Donne perdute” e “Gli esclusi”.
In entrambi i casi gli innumerevoli volti senza un nome vengono salvati dall’indifferenza che la società gli ha riservato, ergendoli a vittime di un annientamento perpetrato dalla società civile. A nostro modo di vedere non è un caso che tutte le opere presentino dei titoli privi di personalizzazione, passando dalle innumerevoli donne “senza titolo” agli esclusi differenziati solo per sessualità o numero (“escluso”/”esclusa”/”esclusi”).

Proprio a proposito degli esclusi, volti raccolti nelle sue visite all’interno dei manicomi emiliani, Ciro Tarantino nel volume dedicato al ciclo pubblicato per Quodlibet ha affermato: “I suoi modelli non corrispondono a nessuna iconografia, a nessuna tassonomia manicomiale, non rispondono a nessuna esigenza di identificazione patologica o giudiziaria; i volti non ripropongono nessuna espressione delle passioni, i corpi nessuno spasmo isterico.”

“Covili è stato uno degli ultimi testimoni di questa civiltà che aveva una grande forza: una civiltà contadina piena di tradizioni, piena di fatti. Che attualmente è quasi scomparsa. Gino Covili è il cantore di questa civiltà.”

Francesco Guccini

Infine, ultimo ciclo importante realizzato da Covili, è quello dedicato al ricordo di un mondo che non c’è più e che ha pensato di dover rappresentare: “Il paese ritrovato”. Pavullo e l’appennino diventano infine, come Pavana per Guccini, una heimat dolce nella quale cullare i propri sogni e rimpolpare la consistenza dei loro ricordi di un’infanzia passata in un mondo che sta pian piano scomparendo.

IL VEGLIONE DI CARNEVALE, 1996/97, tecnica mista su cartone, cm 74 x 72

Vi lasciamo infine con un video di circa due minuti realizzato dalla fondazione CoviliArte, che oggi gestisce la casa museo dell’artista. Con voce viva le immagini si mischiano alle parole con cui l’autore stesso ha cercato di raccontare ciò che sentiva, descrivendo parallelamente le sue opere.

A proposito dell'autore

Architetto

Lorenzo Pica nasce il 15 Febbraio 1989. Frequenta il liceo Scientifico, senza infamia né gloria, ed in questo stesso periodo di formazione conosce le meraviglie dell'arte e decide di frequentare in un prossimo futuro la facoltà di Architettura. Dopo essersi iscritto all'università Sapienza di Roma, concluderà i suoi studi con la laurea nel 2015. Successivamente si trasferisce a Milano, dove porterà a termine il Master in Lighting Design al Politecnico. Ha pubblicato nel 2017 il libro "Coloreria Schamash" per Morlacchi. Appassionato di viaggi, musica e letteratura.

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