Filologo schivo, allo studio dei classici latini e italiani e dell’antica poesia celtica e scandinava Thomas Gray (1716-1771) affiancò la scrittura poetica, il cui risultato più celebre è senza dubbio l’Elegia scritta in un cimitero campestre (1750), dove la nostra illustre, grandiosa poesia medievale – rappresentata qui da Dante e, soprattutto, da Petrarca, come vedremo – e gli innovativi impulsi romantici – di cui Gray è un significativo precursore – trovano una sintesi ideale. L’Elegia conobbe una grande e vasta fortuna, influenzando numerosi scrittori e poeti dell’epoca, tra cui Foscolo, che si rifarà ad essa in alcuni luoghi dell’Ortis [1] e, ovviamente, dei Sepolcri, vista la consonanza tematica. Il componimento si divide in due parti: la prima è dedicata alle riflessioni del poeta immerso tra le tombe dei «poveri», mentre nella seconda parte vediamo il poeta errante per la campagna, turbato da angosce e tristezze, immaginare la propria sepoltura e comporre il proprio epitaffio.

William Blake, Illustrazione dell’«Elegia» di Gray

I rintocchi della campana salutano il giorno che muore,
l’armento si disperde muggendo per i pascoli,
il contadino volge i passi affaticati verso casa,
e lascia il mondo alle tenebre e a me.

Ora impallidisce la luce fioca del paesaggio,
e una quiete solenne regna nell’aria.
Si ode solo il ronzio di uno scarabeo che vola intorno
e tintinnii sonnolenti che cullano gli ovili lontani.

Dalla torre ammantata d’edera, laggiù,
il mesto gufo si lamenta, con la luna,
di coloro che, vagando presso la sua segreta dimora,
disturbano il suo antico regno solitario.

Sotto quegli olmi dalla ruvida scorza e all’ombra dei tassi
dove la zolla si gonfia in tumuli polverosi,
steso, ciascuno, per sempre, nella sua angusta cella,
dormono i rudi antenati del villaggio.

Mai più li desterà dal loro umile giaciglio
il profumo della brezza mattutina,
il cinguettio della rondine dalla capanna di strame,
il canto acuto del gallo o il corno echeggiante dei cacciatori.

Non brucerà più per loro la fiamma del focolare,
e la massaia non accudirà più alle faccende serali:
né i bimbi correranno ad annunziare balbettando il ritorno del padre,
né più si arrampicheranno sulle sue ginocchia per contendersi il bacio.

Spesso la messe si arrese alla loro falce
spesso il loro aratro infranse le dure zolle:
con quanta gaiezza spinsero i buoi aggiogati sui campi!
Come si piegarono i tronchi sotto i loro colpi vigorosi!

Non lasciate che l’Ambizione disprezzi la loro umile fatica,
le loro gioie semplici e il loro destino oscuro;
né lasciate che la Grandezza ascolti con sorriso altezzoso
i brevi e semplici annali dei poveri.

Un’ora inevitabile attende egualmente
la gloria del blasone, la pompa del potere,
e quanto mai abbiano donato la bellezza e la ricchezza:
i sentieri della gloria non conducono che alla tomba.

Né voi, Orgogliosi, imputate a loro la colpa
se il Ricordo non eresse alcun trofeo sulla loro tomba,
là dove, attraverso lunghe navate e volte scolpite,
l’eco dei canti rende più intense le note di lode.

Possono un’urna istoriata o un busto animato
richiamare alla sua dimora il respiro che fugge?
Può la voce dell’Onore richiamare in vita la polvere silenziosa?
o la lusinga blandire le deboli, fredde orecchie della morte?

Forse in questo luogo abbandonato giace
qualche cuore una volta ardente di fuoco celeste,
mani che avrebbero potuto impugnare lo scettro del comando,
o destare l’estasi con la lira vibrante di vita.

Ma il Sapere non svolse mai ai loro occhi
il suo grande volume ricco delle spoglie del tempo.
Il freddo della povertà represse il loro nobile ardore
e ne gelò in fondo all’anima le vocazioni.

Le scure, inesplorate cavità dell’oceano contengono
gran quantità di gemme di purissima luce serena:
molti fiori nascono per imporporarsi mai visti
e sciupare la loro dolcezza nell’aria deserta.
[…]

Il destino impedì loro di comandare l’applauso di docili senati,
di disprezzare minacce di pene e di tormenti,
di spargere l’abbondanza su una terra ridente
e di legger la propria storia negli occhi di un popolo.

Non solo fu impedito il rigoglio delle loro virtù
ma anche le loro colpe furono limitate;
il destino non concesse loro di aprirsi un varco verso il trono con il sangue,
di chiudere le porte della misericordia sul genere umano,

di celare a se stessi il rimorso di una taciuta verità,
di spegnere i rossori di un ingenuo pudore,
di offrire all’altare del Fasto e dell’Orgoglio
incenso acceso alla fiamma di Muse venali.

Lontani dall’ignobile lotta di una folla impazzita,
non corruppero mai le loro modeste aspirazioni;
lungo la valle appartata della vita
mantennero il ritmo sommesso del loro cammino.

Tuttavia qualche fragile monumento
adorno di rozze rime e di sculture informi,
eretto per proteggere anche quelle ossa dalla profanazione,
implora dal passante il tributo di un sospiro.

Il loro nome, i loro anni, sillabati da una musa illetterata,
occupano il posto della fama e dell’elegia
e la Musa ricorre ai testi sacri
che preparano alla morte l’onesto popolano.

Chi mai, in preda al silenzioso Oblio,
ha rinunziato al proprio caro trepido essere,
e ha lasciato i caldi confini ridenti della vita
senza un lungo sguardo di brama e di rimpianto?

L’anima che se ne va, si affida a qualche petto affettuoso
e gli occhi che si spengono chiedono qualche pia lacrima.
Anche dalla tomba grida la voce della Natura.
Anche nelle nostre ceneri vivono le loro consuete fiamme [2].

William Blake, Illustrazione dell’«Elegia» di Gray

In questa prima parte dell’Elegia l’elemento più rilevante è senza dubbio l’attenzione riservata ai «poveri», con la loro «umile fatica» e le loro «gioie semplici», contrapposti a quel secolare stuolo di eroi esaltati dalle letterature d’ogni tempo e luogo. Gray sottolinea come entrambe le esperienze esistenziali, apparentemente così differenti, conoscano infine lo stesso esito di morte, di distruzione: «Un’ora inevitabile attende egualmente / la gloria del blasone, la pompa del potere, / e quanto mai abbiano donato la bellezza e la ricchezza: / i sentieri della gloria non conducono che alla morte». Gray riprende un tema senza tempo, biblico – nel Qoelet -, oraziano, petrarchesco, e vengono in mente i versi abbacinanti del Trionfo della Morte [3], quando il poeta si imbatte in una sterminata distesa di morti, i cosiddetti grandi della terra, i potenti, neppure loro immuni all’azione implacabile della Morte, al cospetto della quale tutti gli uomini sono uguali.

Altro aspetto interessante di questa prima parte dell’Elegia è l’anelito sociale, definiamolo – prudentemente – così, manifestato da Gray, quando sottolinea come la miseria abbia impedito ai «poveri» di sviluppare quelle doti conoscitive e spirituali che nobilitano l’uomo, presenti embrionalmente in qualunque individuo, ma legate inevitabilmente alla sua condizione sociale: «Ma il Sapere non svolse mai ai loro occhi / il suo grande volume ricco delle spoglie del tempo. / Il freddo della povertà represse il loro nobile ardore / e ne gelò in fondo all’anima le vocazioni». È dunque ancora presente in Gray quello slancio democratico, egualitario tipicamente illuministico che in Francia ispira opere di capitale importanza come l’Enciclopedia di Diderot e il Dizionario filosofico di Voltaire [4], e che nel corso del XIX secolo conoscerà sviluppi letterari straordinari, e si pensi, a mero titolo esemplificativo, alla produzione di un Manzoni [5], in ambito italiano, di un Dostoevskij in ambito europeo [6].

In apertura del contributo ho ricordato come l’Elegia di Gray abbia influenzato sensibilmente Foscolo. Si prendano ad esempio gli ultimi due versi di questa prima parte del componimento – «Anche dalla tomba grida la voce della Natura. / Anche nelle nostre ceneri vivono le loro consuete fiamme» -, di cui si trovano echi nelle Ultime lettere di Jacopo Ortis e nei Sepolcri: «Geme la Natura perfin nella tomba, e il suo gemito vince il silenzio e l’oscurità della morte» (lettera del 25 maggio); «né passeggier solingo oda il sospiro / che dal tumulo a noi manda Natura» (vv. 49-50). Una dimostrazione evidente della grande fortuna dell’Elegia cimiteriale di Gray, e della sua importanza storica, in cui il poeta sviluppa temi centrali della letteratura avvenire.

NOTE

[1] Per un approfondimento sul romanzo di Foscolo rimando al contributo L’impotenza, la malattia mortale di Jacopo Ortis. Prima parte, Seconda parte.

[2] Thomas Gray, Elegia scritta in un cimitero campestre, traduzione di D. Caminita, in S. Guglielmino, Civiltà letterarie straniere, vol. I, Zanichelli, Bologna 1976.

[3] Per un approfondimento sull’opera di Petrarca rimando al contributo Trionfalmente Francesco Petrarca.

[4] Per un approfondimento sull’opera di Voltaire rimando al contributo Voltaire nei cieli: la non-definizione di «Dogmi» nel Dizionario filosofico.

[5] L’opera di Manzoni in cui questo aspetto democratico, egualitario si rivela con maggiore evidenza è naturalmente I promessi sposi. Per un approfondimento sul romanzo rimando al contributo Alessandro Manzoni, «I promessi sposi»: la ribalta degli inosservati. Prima parte, Seconda parte, Terza parte.

[6] All’insegna di questo slancio Dostoevskij inaugura la propria carriera letteraria con il romanzo Povera gente.

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