«La legge ha fatto scadere a incesso di lumaca ciò che sarebbe stato volo di aquila. La legalità non ha mai prodotto un grand’uomo, ma la libertà cova e fa schiudere i colossi e i grandi eventi».

Baciato dalla buona sorte, Friedrich Schiller conobbe la gloria giovanissimo, ad appena ventidue anni, con il dramma I masnadieri (1781). Nata nel pieno della stagione dello Sturm und Drang, l’opera si caratterizza per un’estenuante sete di libertà che sfocia inevitabilmente nella rivolta, contro ogni forma di legge, umana e divina. Tutto ciò è racchiuso nel protagonista, quell’impetuoso Karl Moor che si impone, sulla scia del Lucifero di Milton protagonista del Paradiso perduto, «maestro sia pur nella rovina», e in consonanza con il coevo Saùl protagonista dell’omonimo dramma di Alfieri [1], come prototipo del grande ribelle, che tanto affascinerà la cultura romantica del secolo successivo.

L’ansia di libertà, tanto intensa da sfociare nell’ossessione, quasi patologica, e la svolta criminale di Karl Moor rappresentano le due principali direttrici dei Masnadieri, emergendo chiaramente sin dalle prime scene della tragedia. Vediamone un esempio.

ATTO PRIMO
SCENA II

Un’osteria ai confini della Sassonia.
Karl Moor immerso nella lettura. Spiegelberg beve seduto a una tavola.

KARL (deponendo il libro) Mi fa schifo questo secolo di scribacchini quando leggo nel mio Plutarco le gesta di grandi uomini.
SPIEGELBERG (gli mette davanti un bicchiere colmo, e beve) Leggi Giuseppe Flavio!…
KARL La scintilla recata da Prometeo è spenta; è sostituita con la fiamma del licopodio, fiamma da palcoscenico, che non è buona ad accendere una pipa. E tutti costoro saltellano come topi sulla clava di Ercole e si rompono il cervello per capire che cosa ci avesse costui nei testicoli! C’è un abate francese che insegna che Alessandro era un coniglio; e c’era un professore tisico che, tendendosi sotto il naso una boccetta di sali ammoniacali, svolse un corso sulla forza. Certi poveri diavoli, che svengono quando han fatto un figlio, criticano la tattica di Annibale; ragazzi coll’otite declamano sulla battaglia di Canne, e piagnucolano sulle vittorie di Scipione, se devono esporle…
SPIEGELBERG Pianto degno degli alessandrini.
KARL Bel premio per ciò che sudaste in battaglia rivivere oggi nel liceo, e che gli studenti sbuffando si tirino indietro la vostra immortalità nella cartella! Bel compenso al sangue versato venir avvolto da un confettiere di Norimberga attorno a un pezzo di pan pepato, o, nella miglior ipotesi, venir avvitato sui trampoli da un tragico francese e fatto muovere coi fili del burattinaio. Ah! ah! ah!
SPIEGELBERG Ti prego, leggi Giuseppe Flavio!
KARL Puah! puah! questo flaccido secolo da eunuchi, non buono ad altro che a ruminare il passato: a sezionare gli eroi dell’antichità coi suoi glossari e a sconciarli colle sue tragedie. La forza dei suoi lombi si è esaurita e ora ci vuole lievito di birra per aiutare l’uomo a propagarsi.
SPIEGELBERG Il tè, ci vuole, fratello, il tè!
KARL Essi sbarrano la via alla sana natura con le più smaccate convenzioni: non hanno il coraggio di vuotare un bicchiere perché devono bere alla salute di qualcuno, leccano il lustrascarpe, perché li rappresenti presso le loro Reali Altezze, e molestano il povero diavolo di cui non hanno paura. Si portano l’un l’altro alle stelle per un pranzo, poi per una coperta che sia stata loro portata via a un’asta pubblica sarebbero capaci di avvelenarsi. Condannano il sadduceo non abbastanza zelante nel frequentar la chiesa, e davanti all’altare calcolano mentalmente i loro interessi usurai; cadono in ginocchio per poter sfoggiare lo strascico, ma non ritraggono lo sguardo dal prete per vedere come sia arricciata la sua parrucca; svengono quando vedono svenare un’oca, ma battono le mani quando il loro concorrente se ne va dalla Borsa, fallito… Per quanto io abbia loro stretto la mano supplicando: «Un giorno di dilazione!» tutto inutile… Cacciatelo in prigione quel cane!… Preghiere, giuramenti, lacrime!… (Pestando il piede a terra) Inferno e maledizione!
SPIEGELBERG E così per un paio di migliaia di pidocchiosi ducati…
KARL No, non voglio pensarci. Dovrei stringere il mio corpo in un busto e vincolare la mia volontà tra le leggi. La legge ha fatto scadere a incesso di lumaca ciò che sarebbe stato volo di aquila. La legalità non ha mai prodotto un grand’uomo, ma la libertà cova e fa schiudere i colossi e i grandi eventi. I vigliacchi si trincerano nella pancia di un tiranno, fan la corte ai capricci del suo stomaco e si lasciano sballottare dalle sue flatulenze. Ah, se il genio di Arminio ardesse ancora tra le ceneri… Immagina un esercito di ragazzi in gamba come me, e la Germania diventerebbe una repubblica in confronto alla quale Sparta e Roma sarebbero conventi di monacelle. (Butta la spada sul tavolo e si alza) [2].

Karl Moor rifiuta il proprio tempo, in ogni suo aspetto, sociale e persino letterario: «Mi fa schifo questo secolo di scribacchini», esordisce sprezzantemente in questa scena. Il protagonista si ribella alla mediocrità borghese, che domina «questo flaccido secolo di eunuchi», e alle sue leggi, che hanno «fatto scadere a incesso di lumaca ciò che sarebbe stato volo di aquila», perché la «legalità non ha mai prodotto un grand’uomo, ma la libertà cova e fa schiudere i colossi e i grandi eventi». Queste ultime, vibranti parole lasciano facilmente intendere come al ribelle, assetato di libertà e anti-borghese, resti solamente una via per affermare la propria tempestosa individualità e non lasciarsi assorbire dall’inerzia, dalla vigliaccheria e dalla complicità autoritaria dilaganti (la polemica anti-tirannica è un altro aspetto emblematicamente in comune tra il giovane Schiller e il nostro Alfieri): l’illegalità, l’abbraccio del male. Ed è la via che intraprende Karl Moor, mettendo insieme una banda di briganti e ponendosi al suo comando.

A spiegare lo straordinario successo del dramma contribuiscono diversi fattori: l’abilità di Schiller di concretizzare letterariamente quel sentimento di cupa insoddisfazione diffuso nella gioventù intellettuale tedesca di allora, e il motivo patriottico, nazionalistico, che compare proprio in conclusione della scena proposta: «Immagina un esercito di ragazzi in gamba come me, e la Germania diventerebbe una repubblica in confronto alla quale Sparta e Roma sarebbero conventi di monacelle». A questo impeto patriottico, che si acuisce con le guerre tra Francesi e Tedeschi di fine secolo, si assocerà anche un altro scrittore fondamentale di questo periodo – e non meno dell’incensato Schiller, anzi -, Heinrich von Kleist [3], che scriverà l’emblematico dramma La battaglia di Arminio, ispirato proprio al mitico condottiero germanico citato da Karl Moor quale supremo esempio di resistenza patriottica.

Con I masnadieri Schiller si impone come la voce della gioventù tedesca della fine del XVIII secolo, ma la fortuna di questo dramma trascende spazio e tempo. Si pensi al caso di Dostoevskij: lo scrittore russo assiste a una rappresentazione dei Masnadieri per la prima volta a dieci anni, e resterà per tutta la vita una delle sue opere preferite. La leggerà ai figli, e tracce di Karl Moor si troveranno ironicamente nell’uomo-topo protagonista delle Memorie dal sottosuolo [4], e anche, ben più seriamente, nel protagonista del primo dei suoi quattro romanzi maggiori, il Raskòl’nikov di Delitto e castigo [5].

NOTE

[1] Per un approfondimento sul drammaturgo, poeta, scrittore e pensatore astigiano rimando al contributo Vittorio Alfieri, un ponte verso il Romanticismo.

[2] Friedrich Schiller, Teatro, traduzione di B. Allason e M.D. Ponti, Einaudi, Torino 1969.

[3] Per un approfondimento sul grande drammaturgo tedesco rimando ai contributi La famiglia Schroffenstein. Alla scoperta della prima opera kleistianaL’Anfitrione secondo Kleist. Là dove è concesso solo sospirareLa bestiale Pentesilea di Heinrich von KleistSonnambulismo e devozione nella Käthchen di KleistHeinrich von Kleist – La marchesa di O…

[4] Per un approfondimento sull’opera rimando al contributo Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo. Prima parte, Seconda parte.

[5] Per un approfondimento su Raskòl’nikov e il romanzo di cui è protagonista rimando al contributo Delitto e castigo, dalla dialettica alla vita.

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