Le riflessioni artistiche di Johann Joachim Winckelmann (1717-1768) segnano un’epoca. Lo storico dell’arte originario di Stendal, in Prussia, ma attivo per molti anni in Italia, dove perse la vita in circostanze misteriose, assassinato in una locanda di Trieste per motivi mai del tutto chiariti, ebbe il merito di fissare le due qualità fondamentali del bello ideale, compendiate nella celebre formula di «nobile semplicità» e «calma grandezza». Bello ideale realizzato dall’arte greca, e che anche l’arte e la letteratura della seconda metà del Settecento, stimolate proprio dalle teorie di Winckelmann, si pongono come supremo obiettivo. È il caso del Neoclassicismo, che in Italia, a livello letterario, influenza già Parini [1], nella seconda fase della sua produzione, e trova nelle Grazie di Foscolo [2] la sua più alta espressione poetica, in cui l’antico, regno di armonia, bellezza e calma, si impone come l’alternativa ideale al «reo tempo» presente, caratterizzato dalla tirannia e dalla violenza.

Ora, tra tutte le opere dell’antichità scampate alla distruzione, nella Storia dell’arte nell’antichità (1763) Winckelmann ne individua una che più delle altre «rappresenta il più alto ideale artistico»: il celebre Apollo del Belvedere, copia romana di un originale greco in bronzo risalente al IV secolo a.C., conservato nei Musei Vaticani. Queste le riflessioni che lo storico dell’arte dedica all’impressionante statua.

«La statua di Apollo rappresenta il più alto ideale artistico fra tutte le opere dell’antichità sfuggite alla distruzione. L’artista ha creato questa opera assolutamente secondo l’ideale, servendosi della materia solo per quel tanto che gli era necessario a realizzare e rendere visibile il suo proposito. Questa statua di Apollo supera tutte le altre immagini del dio di tanto, di quanto l’Apollo di Omero si eleva al di sopra di quello descrittoci dai poeti venuti dopo di lui. Il suo corpo si eleva al di sopra di quello umano e la sua posa rivela la grandezza che lo pervade. Una primavera perenne, come nel beato Elisio, riveste di amabile giovinezza la sua matura affascinante virilità e aleggia con grazia delicata sulla superba struttura delle sue membra.
Penetra con il tuo spirito nel regno delle bellezze incorporee e cerca di farti creatore di una natura celeste, perché il tuo spirito possa inebriarsi di bellezze superiori alla natura umana: là, o lettore, nulla vi è che sia mortale o schiavo dei bisogni umani. Non una vena, non un nervo, eccitano ed agitano questo corpo, ma uno spirito celestiale che vi si riversa come un fiume tranquillo quasi ricolma tutta la superficie di questa figura. Egli ha inseguito Pitone contro il quale per primo ha teso l’arco ed ora con il suo passo potente l’ha raggiunto ed ucciso. Dall’alto del suo spirito soddisfatto il suo sguardo va al di là e al di sopra della sua vittoria, verso l’infinito: disprezzo v’è sulle sue labbra e l’ira che egli trattiene tende le sue narici e sale fino alla fronte altera. Ma qui, la pace che vi aleggia beata e quieta non ne viene turbata e il suo sguardo è colmo di dolcezza, come tra le Muse che si protendono per avvolgerlo nel loro abbraccio.
In tutte le altre immagini del padre degli dèi che ci rimangono e che l’arte onora, egli non si accosta a quella grandezza con la quale si svelò alla mente del divino poeta e che riappare qui nel volto del figlio, mentre i singoli attributi di bellezza degli altri dèi si fondono qui in armonia come in Pandora. […] La sua morbida chioma, mossa da uno zeffiro delicato, come i tralci dell’uva nobile si attorcigliano delicati e flessibili, gioca attorno a questa testa divina e sembra cosparsa del balsamo degli dèi e legata sul capo dalle Grazie con amabile eleganza.
Al cospetto di questa meravigliosa opera d’arte dimentico ogni altra cosa e mi elevo al di sopra di me stesso per contemplarla come le si conviene. Il mio petto sembra tendersi e sollevarsi di venerazione come quello che vedo tendersi ricolmo dello spirito di vaticinio, e mi sento come trasportato a Delo e nei sacri boschetti della Licia, in quei luoghi che Apollo rendeva sacri con la sua presenza: ché questa mia immagine sembra ricevere vita e movimento come la bellezza di Pigmalione, come è mai possibile ritrarla e descriverla? L’arte stessa dovrebbe darmi consiglio e guidarmi la mano per portare a compimento, di qui in poi, i primi tratti che ora ho abbozzato. L’idea che ho dato di questa immagine io la depongo ora ai suoi piedi, come le corone di coloro che non potevano raggiungere le teste degli dèi che volevano incoronare» [3].

Nell’Apollo del Belvedere la dimensione umana, depurata di tutti i suoi limiti contingenti, fissata in una «primavera perenne», viene elevata a supremo esempio di bellezza ideale, assoluta; bellezza che è «nobile semplicità» e insieme «calma grandezza», in cui il lato passionale, rappresentato in questo caso dall’ira del dio, non è affatto escluso, ma trasposto in una immagine pacifica, che riflette uno sguardo «colmo di dolcezza». Il sentimento non prende il sopravvento e soprattutto non altera i tratti perfettamente composti di Apollo.

Ma, forse ciò che più colpisce di questo brano, oltre alle pur importantissime riflessioni teoriche, che, lo ripeto, segnano un’epoca, e non solo in campo artistico, ma anche in campo letterario, è l’atteggiamento assunto da Winckelmann al cospetto del capolavoro. Un atteggiamento di profonda venerazione religiosa, che sfiora persino il misticismo e conduce addirittura a un’estasi artistica. L’arte viene elevata a religione, l’opera a verità rivelata, come dimostra il riferimento evidentemente cristiano al «padre» Giove e ad Apollo suo «figlio».

Lo stato d’animo di Winckelmann dinanzi alla statua è quello proprio degli spiriti sensibili dinanzi ai capolavori artistici. L’ammirazione muta in adorazione, in adorazione cieca e quasi primitiva, in cui lo stupore si mescola al timore – causato dall’improvvisa presa di coscienza della propria piccolezza al cospetto di una tale incommensurabile grandezza -, in una condizione simile a quella dei primi uomini dinanzi agli inspiegabili e sconosciuti fenomeni naturali. Perché il genio artistico, e in questo caso con il termine artistico non indico solo quello scultoreo o pittorico, ma anche quello letterario, dunque filosofico, e musicale, agisce in una duplice direzione nell’animo di colui che si accosta alle sue creazioni: da una parte lo eleva, lo innalza fin sulle vette della suprema bellezza e dell’estasi artistica, ed è la primissima sensazione, quella immediata, dall’altra parte invece lo schiaccia, lo ricaccia in uno stato di minorità dovuto alla consapevolezza che a lui creare simili capolavori non è concesso. Del resto, non esiste una sensazione umana perfettamente univoca e conciliante, ma tutto è sempre conflittuale e lacerato.

NOTE

[1] Per un approfondimento su Parini rimando all’articolo Breve itinerario pariniano.

[2] Per un approfondimento su Foscolo rimando agli articoli L’impotenza, la malattia mortale di Jacopo Ortis. Prima parte, L’impotenza, la malattia mortale di Jacopo Ortis. Seconda parte, Didimo Chierico, l’altra – ironica – maschera di Ugo Foscolo.

[3] Johann Joachim Winckelmann, Storia dell’arte nell’antichità, traduzione di M.L. Pampaloni, Boringhieri, Torino 1961.

A proposito dell'autore

Classe 1989, dopo il diploma di liceo scientifico mi iscrivo alla facoltà di Lettere presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", dove mi laureo nel luglio del 2015 con la tesi "Figlie della crisi. I personaggi femminili di Heinrich von Kleist", pubblicata sulla rivista «Le rotte - Il porto di Toledo». Sempre presso lo stesso ateneo, nel settembre del 2017, conseguo la laurea magistrale in Filologia Moderna, con la tesi "Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter". Sul blog bazzecole.altervista.org i maldestri tentativi di scrittura creativa.

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