Nello scorso giugno è stata battuta all’asta per la cifra di 162.500 euro la pistola con la quale si presume abbia posto fine alle sue sofferenze il grande Vincent van Gogh.

Avvolta in un mantello di ruggine, con un chiodo che stritola come un rampicante la povera canna rimasta ormai senza fiato, giace la Leufacheux calibro 7. Questo ormai innocuo strumento di morte è in qualche modo artefice di uno degli avvenimenti più chiacchierati della storia dell’arte, tanto da far salire le sue quotazione di tre volte il valore stimato inizialmente.

Ma come si fa ad essere certi sia proprio quella la pistola con la quale van Gogh abbia compiuto il suo ritorno alla terra? Non lo sappiamo per certo, ma il luogo di ritrovamento – esattamente il campo dove venne trovato il corpo – e il calibro affine alle ferite riscontrate sui resti del pittore, ci fanno dedurre che possa essere stato esploso da quell’arma il colpo fatale.
Ma rivendicazioni a parte, ha veramente valore quell’oggetto?

Come affermava Brandi, il valore di un’opera d’arte non è solo una valutazione dei materiali che la compongono, tanto meno una mera analisi estetica del manufatto, ma soprattutto l’importanza della storia che porta con se, l’essenza che la anima. Tanto più la storia è avvincente e si intreccia con dinamiche sociali e antropologiche legate all’uomo, tanto maggiore è il valore dell’opera stessa.

“Ma la pistola non è un’opera d’arte!”, protesterà qualcuno, e non senza ragione. È vero, senza dubbio non è un’opera d’arte perché non è stata concepita con quel fine, ma dal punto di vista storico ha un valore inestimabile.

Lo sparo esploso per le mani del pittore olandese ha dato il via alla corsa all’acquisto delle sue opere, neanche fosse stata una pistola da starter: da quel 29 luglio ad oggi il mercato legato a van Gogh non ha conosciuto crisi.

Ma non divaghiamo sugli aspetti economici della tragica morte poiché non è questa la deriva dell’articolo, rimaniamo anzi concentrati sull’importanza ed il valore storico dell’oggetto.
Quell’ammasso di ferro è stato l’ultimo ad essere attraversato dalla vita dell’artista olandese, permettendogli l’estremo compimento. Sarebbe stato comunque un genio anche senza uccidersi, questo è ovvio, ma il suicidio è da vedere come un ultimo gesto della sua vita consacrata all’arte, e dunque come un drammatico atto finale. Se srotolassimo la vita di van Gogh su un’enorme pergamena, scopriremmo che alla fine della storia, la pistola ha assolto il compito che Giuda assolse con Gesù – con le dovute proporzioni ovviamente.

Di compito vogliamo parlare, perché la figura di Giuda non può essere vista al di fuori di un copione che senza il tradimento avrebbe malcelato un vistoso buco di sceneggiatura. La Leufacheux calibro 7 è il Giuda della vita di van Gogh.

Che valore dareste voi a Giuda all’interno di questa storia? Immenso se si pensa che è di fatto artefice del compimento, protagonista della fine di un’esistenza. Il bossolo, innescato da quel miscuglio di zolfo e carbone, ha lanciato l’artista nelle case dell’alta borghesia di mezza Europa e lo ha rinchiuso all’interno di scatole grigie e senza sole per 365 giorni l’anno, i musei.

Questo discorso è ovviamente trasferibile anche ad altri oggetti “attraversati” da vite illustri. Ne sono un esempio i pennelli custoditi al MunchMuseet, appartenuti al noto pittore norvegese Edvard Munch. In questo caso gli oggetti sono stati persino fonte diretta di realizzazione, materiale vivo attraverso il quale sono stati dipinti i suoi quadri più celebri. Questi cimeli sono inestimabili tanto quanto le opere che hanno prodotto, come sarebbero senza prezzo lo scalpello con il quale Michelangelo realizzò la “Pietà vaticana” o la matita con la quale Dante scrisse la “Divina Commedia”.

Pennelli originali di Edvard Munch, MunchMuseet, Oslo

Una piccola curiosità legata ai pennelli di Munch: il colosso Adobe ha deciso di campionarli per metterli a disposizione degli utenti dei loro programmi.

In definitiva, se anche non doveste essere convinti del reale valore di quella pistola o di qualsiasi altro oggetto che è stato artefice di un destino, rimane innegabile una certa suggestione verso il percorso che lo ha condotto, seguendo un ipotetico filo rosso, fino nel cuore della storia umana.

A proposito dell'autore

Architetto

Lorenzo Pica nasce il 15 Febbraio 1989. Frequenta il liceo Scientifico, senza infamia né gloria, ed in questo stesso periodo di formazione conosce le meraviglie dell'arte e decide di frequentare in un prossimo futuro la facoltà di Architettura. Dopo essersi iscritto all'università Sapienza di Roma, concluderà i suoi studi con la laurea nel 2015. Successivamente si trasferisce a Milano, dove porterà a termine il Master in Lighting Design al Politecnico. Ha pubblicato nel 2017 il libro "Coloreria Schamash" per Morlacchi. Appassionato di viaggi, musica e letteratura.

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