Come in Teofilo Folengo [1], anche in Angelo Beolco, detto il Ruzante – nome del villano protagonista di molte sue opere, che egli stesso impersonava in scena -, la portata alternativa della sua letteratura si misura su due livelli, contenutistico e linguistico. Per quanto riguarda il contenuto, Beolco mette al centro della sua produzione il mondo contadino, e ciò fa sì che a prevalere sia quella materia bassa esclusa dalla visione idealizzante propria di quel classicismo rinascimentale dominante all’epoca. Nelle opere di Beolco primeggiano così temi propri della misera e a tratti brutale realtà contadina di allora: la piaga della fame, che porta a un’esaltazione ossessiva del cibo – ed è quanto emerge anche dall’irriverente proemio del Baldus di Folengo, in cui è il mitico paese di cuccagna la patria delle Muse maccheroniche -, il frequente ricorso alla violenza – da sempre il mondo contadino è associato ad una primordiale dimensione bestiale dell’uomo, in un’ideale linea temporale che, dall’assassinio di Abele da parte di Caino in Genesi, giunge fino a Cesare Pavese [2] -, la consolazione del sesso. Per quanto riguarda invece l’aspetto linguistico, al fine di una rappresentazione il più possibilmente realistica – che dimostra una sensibilità e una consapevolezza letterarie quasi inedite per l’epoca -, e allegra, perché Beolco fu sempre fedele a «Madonna Legracion» (l’Allegrezza, appunto), come scrive nella Lettera all’Alvarotto del 6 gennaio 1536, della realtà contadina, l’autore ricorre al suo dialetto padovano, in perfetta opposizione all’ideale bembiano che prescriveva la supina imitazione di Petrarca in poesia e del Boccaccio “alto” – quello della novella di Ghismunda, per intenderci – in prosa, ideale accolto dalla stragrande maggioranza degli scrittori del XVI secolo. Da quanto scritto finora è facile comprendere come anche Beolco, insieme con Folengo, rientri in quella letteratura carnevalesca teorizzata da Bachtin, in relazione a Rabelais, che nel Cinquecento raggiunge il suo momento culminante.

Angelo Beolco

Beolco è autore di orazioni, lettere, liriche e, soprattutto, commedie. Tra le altre, ricordo la Moscheta e il Primo e il Secondo Dialogo de Ruzante. Soffermiamoci sul Primo Dialogo, noto anche come Parlamento, scritto probabilmente tra il 1527 e il 1531. Il villano Ruzante decide di combattere tra le fila dell’esercito veneziano con lo scopo di migliorare la propria condizione finanziaria naturalmente disastrata. Lasciata a casa Gnua, sua moglie, partecipa alla battaglia di Agnadello, dove Venezia viene sconfitta dalla Lega di Cambrai (siamo nel 1509). Ruzante non solo non si arricchisce, come sperava nella sua ingenuità di contadino affamato, ma si salva per il rotto della cuffia. Così torna a casa, dove lo aspetta una spiacevole sorpresa: la Gnua se n’è andata con un bravo, che le garantisce un pasto al giorno. Ruzante è deciso a riprendersi la moglie, ma la Gnua non è certo disposta a rinunciare ad un uomo che la sfama quotidianamente. Il villano gioca allora la carta della sopravvivenza, ma non attacca con la donna sfinita da anni ed anni di stenti e che può finalmente godersi una vita “agiata”:

GNUA Ruzante? Sei tu? Sei vivo ancora? Potta, sei così stracciato, hai una tal brutta cera… Non hai guadagnato niente, vero o no?
RUZANTE Ma non ho guadagnato assai per te, se ti ho portato la carcassa viva?
GNUA Oh, la carcassa! Mi hai ben pasciuta. Vorrei che tu mi avessi preso qualche gonnella per me.
RUZANTE Ma non è meglio che sia tornato sano di ogni membro, così come sono?
GNUA Ma sì, membro in culo! Vorrei che tu mi avessi preso qualcosa. Su, ora voglio andare, ché sono aspettata [3].

La Gnua, la materialista Gnua non ne vuole proprio sapere, ma Ruzante non demorde, e si becca pure una scarica di bastonate da parte del bravo, muto per tutta l’opera ma abilissimo a menar le mani. La commedia, dopo le esilaranti illazioni di Ruzante sull’enorme quantità di aggressori – sostiene di essere stato aggredito da cento uomini – e su presunti incantesimi lanciatigli dalla donna, si conclude con il riso amaro del protagonista, frutto di una rassegnazione alla propria condizione miserevole che rasenta la noncuranza.

Il Parlamento ha un fondo drammatico: Ruzante, convinto di potersi arricchire con la guerra, per poco non ci rimette la pelle, e si ritrova ancor più povero di prima, privato persino del conforto del letto coniugale. Ora, oltreché affamato, è pure solo, e la sua vita, che pure è riuscito a conservare, di fatto non ha alcun valore. Ruzante non è altro che una carcassa.

NOTE

[1] Per un approfondimento sul poeta maccheronico rimando all’articolo La letteratura italiana alternativa del Cinquecento. Teofilo Folengo.

[2] Emblematico in tal senso il romanzo Paesi tuoi.

[3] Traduzione di L. Zorzi, in Ruzante, Teatro, Einaudi, Torino 1967.

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