Adolf Loos, un noto architetto austriaco tra i padri dell’Architettura moderna, condusse per tutta la vita una strenua battaglia contro l’ornato come forma di decorazione inutile. Togliere l’ornamento da qualsiasi cosa, che sia un vestito, un mobile, una casa o una forchetta. Probabilmente l’origine di questo pensiero nasce da un viaggio negli Stati Uniti, in particolare a Chicago, dove avrà la possibilità di conoscere le architetture di Sullivan, il vero precursore delle strutture in acciaio.

Looshaus in Michaelerplatz, Vienna

Sul finire dell’800 Loos si stabilisce a Vienna dove continuerà la sua formazione e maturerà la sua tesi. Inizialmente l’architetto aderisce al movimento avanguardista della Secessione viennese, ma già nel 1898 lo abbandona poiché considerato dallo stesso già superato. La realtà probabilmente si nasconde dietro ad un mancato incarico al quale teneva, ovvero progettare gli arredamenti interni per il Palazzo della Secessione viennese. Di qui in poi Adolf Loos impugnerà l’arma della retorica e comincerà a tracciare le linee guida per quello che sarà il suo innovativo pensiero.
La guerra all’ornamento appunto, lo renderà il baluardo del Razionalismo negli anni a venire. Nel 1910 venne pubblicato il suo dissacrante libro contro la Secessione, dal titolo “Ornamento e Delitto”. In questo breve volume spiegava le motivazioni per il quale qualsiasi tipo di puerile decorazione non fosse altro che un vezzo e segno di una mancata preparazione culturale. A questa architettura, Loos preferisce la sobrietà dei volumi semplici ma efficaci, per degli spazi studiati e calibrati. Nel suo scritto afferma che “l’evoluzione della civiltà è sinonimo dell’abolizione dell’ornamento nell’oggetto d’uso”. E non solo, arriva a diventare un fervente femminista quando si tratta di commentare il comportamento di Van de Velde, un architetto belga vicino alla Secessione viennese. Il fatto che ha scatenato la sua collera nei confronti dell’uomo in questione, è legato alla scelta di disegnare abiti personali per la propria moglie, diversi a seconda della camera in cui dimora, per diventare “arredata” alla perfezione con la camera. Loos non sopportò niente di tutto ciò, tanto che nel suo libro afferma “ma un uomo che vuol dare disposizioni a una donna, dimostra con questo che egli considera la donna come una schiava del sesso. Farebbe meglio ad occuparsi del proprio abbigliamento, le donne sapranno cavarsela benissimo da sole” con chiaro riferimento all’architetto belga. Precedentemente aveva anche dato una motivazione più o meno logica per la quale l’ornamento era alla base anche della mancata affermazione della donna nella società moderna e che tramite l’abolizione di “seta e merletti” le donne avrebbero raggiunto la parità dei sessi: “La natura nobile che è nella donna la spinge a desiderare una cosa soltanto: affermarsi accanto all’uomo forte e grande. Questo oggi è possibile solo se la donna conquista l’amore dell’uomo. Ma noi andiamo incontro ad un’epoca nuova, migliore. Non sarà più il richiamo alla sensualità, ma l’indipendenza economica della donna che determinerà la parità con l’uomo. Il valore di una donna non dipenderà più dalle trasformazioni della sensualità. Assisteremo perciò alla definitiva sconfitta dei velluti e delle sete, dei fiori e dei nastri, delle piume e dei colori. Scompariranno.” 
Una personaggio schietto e sincero, niente giri di parole, niente ornamenti, considerati pure futilità formali. Quello che è rimasto di Loos, alla sua morte nel 1933, sono una quantità considerevole di schizzi, pensieri e libri, oltre che le sue opere principalmente a Vienna e la sua pesante eredità culturale. E una frase significativa, forse la più intricata definizione di Architettura:

“Se in un bosco troviamo un tumulo, lungo sei piedi e largo tre, disposto con la pala a forma di piramide, ci facciamo seri e qualcosa dice dentro di noi: qui è sepolto qualcuno. Questa è architettura.”

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