Siamo, io e quelli come me, creature inutili, e a prescindere da poche ore liete ci trasciniamo offesi e malati dietro alla consapevolezza della nostra inutilità. Ciò ch’è utile ci riesce odioso: lo sappiamo volgare e non bello, e difendiamo questa certezza come si difendono le certezze di cui si ha assoluto bisogno.

Thomas Mann, «Tristano».

Thomas Mann nel 1900

Scribacchino da quattro soldi, senza arte né parte, autore di un solo, misero romanzetto, raffinato ovvero mortalmente noioso, per dirla alla maniera della signorina von Osterloh, ambientato «in salotti mondani, in fastosi appartamenti femminili pieni di oggetti squisiti, di arazzi, di mobili vetusti, di preziose porcellane, di inestimabili stoffe e di artistici gioielli d’ogni genere» [1] alla cui descrizione ha dedicato il più fervido impegno, produttore seriale di lettere senza risposta, il volto glabro, da «poppante putrefatto», i denti cariati, trascinante la sua inutile vita per le stanze e i corridoi del sanatorio “La Quiete”: è questo il ben poco lusinghiero ritratto di Detlev Spinell, protagonista del racconto Tristano di Thomas Mann, pubblicato nel 1903, sorta di cartone preparatorio per quel monumentale affresco primonovecentesco che sarà La montagna incantata [2] data l’ambientazione sanatoriale.

Ma indugiamo ancora qualche istante sulla figura di Spinell, inoltriamoci all’interno della sua personalità, non meno malata del corpo, anzi, malata più del corpo, visto che delle ragioni del suo soggiorno nel sanatorio all’interno del racconto non compare traccia. Spinell è un uomo fondamentalmente non all’altezza delle proprie ambizioni (dall’incapacità di essere all’altezza di se stessi nascono gli Erostrati [3], e, citando un proverbio cinese drammaticamente esatto, l’uomo che a trent’anni non ha realizzato i propri sogni invano si crede grande [4]) e dunque da queste traviato, un uomo del tutto autoreferenziale, artificioso e astratto, esasperato ed esasperante, come tale distante anni luce dalla realtà, uno dei tanti figli minori dell’uomo-topo protagonista delle Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij [5], ma anche, e forse soprattutto, indecoroso epigono di Werther [6], tuttavia troppo pieno di sé e troppo vigliacco per spararsi un colpo di pistola e porre fine di sua spontanea volontà alla sua insignificante e morbosa esistenza. Insomma, Spinell riassume in sé tutte le peggiori e nefaste “qualità” dell’esteta decadente così tanto in voga nella letteratura europea tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, tipo che noi conosciamo bene grazie a D’Annunzio [7], alla sua vita e alla sua opera, rappresentandone di fatto la ridicola caricatura.

William Morris, La bella Isotta, 1858.

Ora, una tale personalità, deleteria come un morbo incurabile per se stessa, lo diviene anche per gli altri se incontra un individuo che si lasci attrarre dalla sua orbita, ed è ciò che avviene nel Tristano, con la graziosa e cagionevole Gabriella Eckhof, moglie del ricco, schietto e gaudente commerciante Klöterjahn e madre del rigoglioso Antonio junior, tipica bellezza intisichita di stampo preraffaellita, che si lascia abbindolare dalle chiacchiere insulse di Spinell sul giardino inselvatichito, la fontana con lo zampillo, la coroncina e tutto il resto. Spinell convince la donna a suonare per lei due o tre Notturni di Chopin e poi il Tristano e Isotta di Wagner, che Tonio Kröger nell’omonimo racconto definisce «opera morbosa e intimamente ambigua» [8], dunque perfettamente affine alla personalità di Spinell, in uno sforzo artistico, espressamente vietato dai medici, che suscita un improvviso peggioramento delle condizioni già precarie di Gabriella. Non solo, il ridicolo esteta decadente, questo Tristano dei poveri, scrive al commerciante Klöterjahn una lettera assurda, delirante, in cui imputa all’uomo la profanazione della bellezza preraffaellita della Eckhof, e dalla quale emerge con un’evidenza imbarazzante quel vizio maledetto di Spinell di idealizzare, estremizzare, esasperare tutto. Di vedere la realtà per quella che effettivamente è, il protagonista del racconto di Mann non è proprio capace, e il pensiero che questa sua incapacità lo possa rendere ridicolo e oggetto di scherno in società non lo sfiora neanche, l’autoreferenzialità, l’astrattismo e la tracotanza di cui è davvero malato glielo impediscono. Così, si sente del tutto libero di scrivere a Klöterjahn, il suo ideale alter ego, conficcato nella realtà come le radici di un albero nella terra, righe di questo tipo:

«Ed eccola infatti traviarne la volontà trasognata, e condurla via dal giardino inselvatichito verso la vita, verso la bruttezza; e darle il suo volgarissimo nome, e farne una moglie, una massaia, una madre infine. Eccola degradare quella stanca e ritrosa bellezza di morte dalle vette della propria inutilità al servizio del triviale quotidiano, di quell’idolo stupido, rozzo e spregevole che si chiama natura; e non un presagio della profonda ignominia di quest’impresa turba il suo zotico sentire, signor mio!» [9].

Ricevuta e letta la lettera, Klöterjahn si precipita nella stanza di Spinell e gliene dice di tutti i colori, apostrofandolo per quello che effettivamente è, un «povero straccio d’uomo». Il ridicolo Tristano non reagisce, sepolto sotto la pioggia di improperi, tutti giustissimi, sacrosanti, vomitati dall’energico commerciante, che minaccia persino di ricorrere alle vie legali. Interrompe l’aggressione verbale la notizia dell’aggravarsi improvviso delle condizioni della povera Gabriella, oramai agonizzante. Klöterjahn corre da lei, Spinell invece esce a passeggiare, venendo investito, schiacciato, annichilito dalla vitalità irresistibile, incontenibile del piccolo Antonio junior, che gli ride in faccia, umiliandolo. Alla ridicola caricatura dell’esteta decadente, dinanzi a quella travolgente manifestazione di energia vitale, non resta altro da fare che battere in ritirata.

Detlev Spinell, in modo ancor più accentuato rispetto a Gustav von Aschenbach, il celebre scrittore protagonista de La morte a Venezia [10], è affetto da quelli che potremmo definire gli effetti collaterali dell’arte, in particolar modo dell’arte decadente, su tutti, forse, l’esasperazione del motto dannunziano secondo il quale della propria vita occorra fare un’opera d’arte. In questi casi, dall’arte all’indecenza e alla ridicolaggine è un attimo, a diventare fenomeni da baraccone basta poco, ed è quanto accade e Spinell, «poppante putrefatto», «povero straccio d’uomo», al quale la vita ride in faccia, costringendolo a cambiare strada, perché troppo pavido per fronteggiarla, per superarla o rinnegarla, ma rinnegarla davvero, in pratica oltreché in teoria, sparandosi un colpo di pistola in testa, facendo un favore gradito a molti.

NOTE

[1] Thomas Mann, Tristano, traduzione di Emilio Castellani, in Id., La morte a Venezia, Tristano, Tonio Kröger, Mondadori, Milano 1970, pp. 160-161.

[2] Per un approfondimento su quello che considero l’opus magnum di Mann rimando all’articolo L’evoluzione di Hans Castorp ne La montagna incantata di Thomas Mann.

[3] Erostrato, l’eroe nero che, per imprimere il proprio nome nella storia, distrusse il tempio di Artemide, una delle sette meraviglie del mondo antico, reso celebre dall’omonimo racconto di Sartre contenuto nella raccolta Il muro. Per un approfondimento sull’opera dello scrittore e filosofo francese rimando all’articolo Jean-Paul Sartre, Il muro: cinque «piccole disfatte».

[4] Su questo splendido proverbio cinese ho fondato, di fatto, l’opera Spazzatura. I rifiuti cerebrali di un uomo (suo malgrado), che mi permetto di citare perché il protagonista è molto spinelliano.

[5] Per un approfondimento sul romanzo dello scrittore russo rimando agli articoli Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo. Prima parte, Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo. Seconda parte.

[6] Per un approfondimento sul celebre romanzo epistolare di Goethe rimando all’articolo Ovunque fuori posto: la triste storia del giovane Werther.

[7] Si ricordi ad esempio l’emblematica figura di Stelio Effrena, il protagonista del Fuoco. Per un approfondimento sul primo romanzo novecentesco di D’Annunzio rimando all’articolo Stelio Effrena, il Verbo della pittura, «poesia muta».

[8] Thomas Mann, Tonio Kröger, traduzione di Emilio Castellani, in Id., La morte a Venezia, Tristano, Tonio Kröger, cit., p. 240.

[9] Thomas Mann, Tristano, cit., pp. 194-195.

[10] Per un approfondimento sul più celebre racconto dello scrittore tedesco rimando all’articolo Thomas Mann, «La morte a Venezia»: la fine indecente del grande Gustav von Aschenbach.

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