Io sono solamente un pellegrino sulla terra; voi siete di meglio?

Goethe nel 1774.

Pubblicato nel 1774, il romanzo epistolare I dolori del giovane Werther inaugura il mito di Goethe. Certo, tre anni prima c’è stata la tragedia Götz von Berlichingen e il Canto del viandante nella tempesta, ma è il Werther ad assicurare al giovane Goethe un successo straordinario e una fama da rock star. Non solo, la fortunatissima opera travalica presto i confini nazionali e spopola in tutti i più grandi paesi europei: si pensi all’Italia, dove il Werther è fonte d’ispirazione per Foscolo nella creazione del primo romanzo moderno della nostra letteratura, le Ultime lettere di Jacopo Ortis [1].

Tema portante dell’opera goethiana è il sanguinoso conflitto tra il giovane artista e intellettuale e l’epoca che gli è toccata in sorte, tema sfiorato già da Rousseau in un altro celebre romanzo epistolare dell’epoca, Julie, o la nuova Eloisa (1761), altro archetipo dell’Ortis, e che Goethe, nella sua inarrivabile grandezza, porta a perfetto compimento, rivestendolo con l’abito universale della storia d’amore impossibile: perché l’irrealizzabilità del sogno amoroso di Werther è il simbolo della sua emarginazione sociale, della sua esclusione dalla borghesia, la classe dalla quale proviene, e dall’aristocrazia, la classe allora ancora dominante, nella quale il protagonista tenta di rifugiarsi dopo la fuga da Carlotta al termine del primo libro. Ovunque fuori posto, senza una sola prospettiva futura, a Werther non resta che la morte.

Nelle lettere del giovane Werther sono numerosi i riferimenti all’esclusione dell’artista dalla logica sociale contemporanea: «essere incompresi è il destino di noi tutti» [2], scrive laconicamente nella «storica» epistola del 17 maggio. Il principio a cui si attiene Werther è la natura: «Essa soltanto è infinitamente ricca, solo essa può formare il grande artista» (18), principio contrastato dalle regole, che lo annichiliscono: «tutte le regole, si dica quello che si vuole, distruggono il vero sentimento e la sincera espressione della natura» (19). Vittima ne è il genio, l’irregolare per definizione: «Amici miei, perché così raramente straripa il fiume del genio, così raramente dilaga in gran flutti e scuote le vostre anime meravigliate? Cari amici, è perché sulle due rive abitano pacifici signori, le cui casette di campagna e i tulipani del giardino e gli orti sarebbero devastati dall’inondazione, ed è per questo che essi pensano a premunirsi in tempo con argini e canali dal pericolo futuro» (19). La logica borghese, nella sua gelida razionalità, non permette che il genio, uomo eccezionale, dalla fervida e impetuosa immaginazione, dalla slanciata e istintiva vitalità, metta a repentaglio con le sue azioni e le sue creazioni anticonvenzionali un sistema di regole consolidato, sul quale ha fondato la propria forza e la propria ricchezza. E il borghese ricorre alla soluzione consolante della pazzia giudicando il genio e tutte quelle altre manifestazioni che questo sistema lo scardinano. È quanto emerge dal confronto tra Werther e colui che nel romanzo rappresenta il suo ideale alter ego, Alberto, prima fidanzato e poi sposo di Carlotta, prototipo del borghese benpensante.

12 agosto

Certamente Alberto è il miglior uomo che esista sotto la volta celeste. Ho avuto ieri con lui una discussione che non dimenticherò. Andai a casa sua per salutarlo, dacché mi è venuta la fantasia di andarmene a cavallo per le montagne, da dove ora ti scrivo, e camminando su e giù per la camera ci caddero sotto gli occhi le sue pistole. «Prestamele per il mio viaggio», gli dissi. «Prendile pure», rispose, «ti prendi la briga di caricarle; io le tengo qui solo pro forma». Ne scelsi una, e lui continuò: «Da quando la mia prudenza mi ha giocato un brutto tiro, non voglio più avere a che fare con quegli aggeggi». Ero curioso di sapere il seguito della storia, e lui proseguì: «Mi trovavo da tre mesi presso un amico, in campagna; avevo un paio di pistole scariche, e facevo sonni tranquilli. Una volta, in un pomeriggio piovoso, ero sfaccendato, e non so come mi saltò in testa che avremmo potuto essere assaliti e le pistole avrebbero potuto esserci necessarie, e che… insomma sai come vanno queste cose. Diedi le armi al servitore per farle pulire e caricare; quello si mise a scherzare con le serve, per spaventarle, e Dio sa come, il colpo partì; dentro la canna c’era ancora la bacchetta che fracassò il pollice della mano destra di una ragazza. Oltre che ad ascoltare gli strilli, dovetti pensare a pagare il chirurgo, e da allora lascio sempre le armi scariche. Mio caro amico, a che serve la prudenza? Non si vede mai il pericolo per intero. Pure…». Ora, tu sai che voglio molto bene ad Alberto, fino però ai suoi pure; non è forse evidente di per sé che ogni regola ammette eccezioni? Ma è così scrupoloso che quando gli sembra di aver detto qualche cosa di troppo azzardato e generico, e non del tutto vero, non la finisce più di definire, modificare, sopprimere o aggiungere, fino a che niente rimane di tutto ciò che ha detto. In questo frangente esagerò la dose… e io finii col non dargli più ascolto, mettendomi a fantasticare: poi con un gesto improvviso mi appoggiai alla fronte la bocca della pistola, al di spora dell’occhio destro. «Ehi, che cosa ti viene in mente?», esclamò Alberto strappandomi la pistola dalla mano. «Ma è scarica», risposi. «Scarica o no, non è cosa da fare», replicò con impazienza. «Solo al pensare che un uomo possa essere così pazzo da togliersi la vita, mi sento rivoltare…».
«Ma è mai possibile che tutti gli uomini», esclamai, «quando parlano di qualche cosa devono sempre giudicare: è pazza, è savia, è buona, è cattiva? Ma che significato ha tutto ciò? Voi che giudicate, avete prima esaminato attentamente gli inconsci moventi di un’azione? Siete in grado di ricercarne esattamente le cause, e di rendervi conto del perché è avvenuta e del perché doveva avvenire? Se l’aveste fatto, non sareste così pronti nei vostri giudizi!».
«Mi concederai», disse Alberto, «che certe azioni restano degne di biasimo, qualunque sia il motivo che le determina».
Glielo concessi, stringendomi nelle spalle. «Tuttavia», continuai, «vi sono sempre delle eccezioni. È vero che il furto è un delitto; ma l’uomo che ruba per salvare sé e i suoi dal morire di fame, merita pietà o castigo? E chi scaglierà la prima pietra contro il marito che nella sua giusta ira uccide la sua donna infedele e l’indegno seduttore? Oppure contro la fanciulla che in un’ora di ebbrezza cede alle impetuose gioie dell’amore? Perfino le nostre leggi, che pure sono fredde e pedanti, si fanno commuovere e sospendono la punizione!».
«Questa è tutta un’altra questione», replicò Alberto, «perché l’uomo sopraffatto dalla passione perde ogni facoltà di ragionamento ed è da considerare come ubriaco o pazzo».
«O persone ragionevoli!», esclamai sorridendo. «Passione! Ubriacamento! Pazzia! Voi uomini per bene, come rimanete impassibili ed estranei a tutto questo! Rimproverate l’ubriacone, condannate l’insensato, passate loro dinanzi come il sacrificatore, e ringraziate Iddio, come il fariseo, perché non vi ha fatto simili a loro! Più di una volta io mi sono ubriacato, le mie passioni non sono mai tanto lontane dalla follia, ma non mi pento, perché ho imparato, dietro la mia esperienza, a capire che tutti gli uomini fuori del comune che hanno fatto qualcosa di grande, qualcosa di apparentemente impossibile, sono stati in ogni tempo considerati ubriachi o pazzi…
Ma anche nella vita d’ogni giorno è intollerabile sentir gridare ogni qualvolta stia per compiersi un’azione libera, nobile e inaspettata: “Quest’uomo è ubriaco, è pazzo”. Vergognatevi, uomini sobri! Vergognatevi, uomini saggi!».
«Ecco di nuovo le tue strane idee!», disse Alberto. «Tu esageri tutte le cose, e questa volta hai senza dubbio torto nel paragonare il suicidio in questione con le grandi imprese, mentre esso può essere considerato nient’altro che una debolezza. Perché è certamente più facile morire che sopportare fermamente una vita penosa».
Ero sul punto di mettere fine alla discussione, perché niente mi esaspera di più che vedere qualcuno controbattermi armato solo di scialbi luoghi comuni, mentre io parlo mettendoci tutto il mio impegno. Tuttavia mi contenni, dal momento che avevo sentito spesso quel tipo di ragionamento e me ne ero altrettanto spesso indignato; risposi perciò piuttosto vivacemente. «Lo chiami una debolezza? Ti prego, non ti lasciare ingannare dall’apparenza. Puoi chiamare debole un popolo che geme sotto l’insopportabile giogo di un tiranno, se alla fine si rivolta e spezza le sue catene? O un uomo che nel terrore di vedere la propria casa in preda alle fiamme, sente le sue forze centuplicarsi e solleva agevolmente pesi che a mente calma potrebbe smuovere appena? E uno che nell’ira dell’offesa affronta sei nemici e li vince tutti, vuoi chiamarlo debole? Mio caro, se lo sforzo è la forza, perché l’estremo sforzo dovrebbe essere il suo contrario?». Alberto mi guardò e disse: «Non te la prendere, ma gli esempi che tu adduci non si adattano al caso nostro». «Può darsi», risposi. «Ma è stato spesso osservato che il mio modo di ragionare è a volte alogico. Vediamo dunque se possiamo raffigurarci in un altro modo lo stato d’animo che determina un uomo a disfarsi del fardello dell’esistenza, generalmente gradito. Perché solo quando siamo in grado di comprendere profondamente un sentimento, noi possiamo avere il giusto criterio di parlarne».
«La natura umana», continuai, «ha i suoi limiti; può sopportare gioia, sofferenza o angoscia solo fino a un certo punto, oltre il quale si soccombe. Qui non si tratta di stabilire se uno è debole o forte, ma se è in grado di sopportare la sofferenza che gli è imposta, tanto morale che fisica; e trovo strano definire vile qualcuno perché si è tolto la vita, come troverei inconcepibile chiamare tale chi muore per una febbre maligna».
«Ancora paradossi!», esclamò Alberto. «Non quanto tu pensi», replicai, «ammetterai che noi chiamiamo mortale la malattia che attacca il nostro organismo in modo tale che le sue forze siano in parte distrutte, e in parte diminuite di attività; sicché la natura non riesce più ad aiutarci, né a riattivare, in alcun modo, il normale corso della vita.
Bene, amico mio, applichiamo questo allo spirito. Considera quante impressioni agiscono sull’uomo nella sua limitatezza, quante idee nascono in lui, fino al momento in cui una crescente passione non gli fa perdere ogni limpida facoltà del pensiero, per travolgerlo una volta per tutte.
Invano l’uomo distaccato e ragionevole lo considera con compassione, cercando di persuaderlo con ragionamenti. È come il sano che al capezzale di un infermo non può trasfondere in lui la minima parte delle sue forze».
Per Alberto questo ragionamento era troppo generico. Gli rammentai allora di una fanciulla trovata recentemente annegata e gli ripetei la sua storia. «Era una tranquilla creatura, cresciuta nella piccola cerchia delle occupazioni domestiche, nel lavoro scandito giorno dopo giorno, con nessun’altra prospettiva o distrazione che passeggiare a volte la domenica insieme con le sue compagne, nei dintorni della città, abbigliata con ornamenti messi insieme a poco a poco; oppure ballare in occasione delle feste solenni, e chiacchierare a volte con qualche vicina, per ore, vivacemente interessandosi di una lite o di una maldicenza. Improvvisamente la sua ardente giovinezza prova segreti desideri, tentati dalle lusinghe degli uomini. Le sue gioie abituali divengono sempre più insipide, finché alla fine incontra un uomo verso il quale è trascinata senza potersi opporre al sorgente sentimento, e in lui concentra ogni sua speranza; dimentica allora il mondo intero, non sente che lui, non desidera che lui, l’Unico. Non essendo corrotta dai vuoti pensieri di una vanità incostante, vuole legarsi a lui per l’eternità per arrivare a cogliere la felicità che non posside e godere tutte le gioie a cui aspira. Ripetute promesse coronano le sue speranze, audaci carezze accendono il suo desiderio, dominano completamente la sua anima; è in preda a oscure sensazioni che le fanno presentire tutte le gioie, è esasperata in modo estremo, stende alla fine le braccia per stringere a sé tutto quello che ha desiderato… e il suo amore l’abbandona. Impietrita, preda dell’oscurità, non ha dinanzi nessun avvenire, nessun conforto, nessuna speranza, perché l’ha abbandonata colui nel quale aveva riposto tutta la sua vita. Non vede il vasto mondo che le si stende davanti, né i tanti che potrebbero consolarla di quella perdita; si sente sola, abbandonata da tutti, e cieca, oppressa dall’orribile angoscia del suo cuore, si lascia andare per distruggere le sue pene nella morte che tutto annienta… Vedi, Alberto, questa è la storia di molti esseri! E non ti sembra proprio la stessa cosa della malattia? La natura non trova alcuna via d’uscita dal labirinto delle forze confuse e contrastanti, e l’uomo deve soccombere.
Guai a colui che assistendo a simile tragedia può dire: “Che pazza! Se avesse aspettato, se avesse lasciato trascorrere il tempo, la sua disperazione si sarebbe placata, qualcuno sarebbe giunto per consolarla!”. È proprio la stessa cosa che dire: “Che pazzo, è morto di febbre! Se avesse pazientato finché le forze gli fossero tornate, la linfa vitale risanata, il tumulto del suo sangue calmato, oggi sarebbe ancora in vita, e tutto sarebbe andato per il meglio!”».
Alberto, che non trovava appropriato il paragone, mi fece ancora delle obiezioni; e tra l’altro rilevò che io avevo parlato di una semplice fanciulla; ma che lui non riusciva a capire come si potesse scusare un uomo sveglio di mente, e non così limitato, e in grado di avere una più vasta visione del mondo. «Amico mio», esclamai, «l’uomo è uomo, e il po’ di criterio che può avere, ha scarsa importanza quando lo incalza la passione, e si sente spinto ai limiti delle sue forze! Tanto più… Ma ne parleremo un’altra volta», dissi, e presi il cappello. Avevo il cuore gonfio, e ci separammo senza esserci compresi. Come è difficile che gli uomini si comprendano in questo mondo! (48-53)

Significativo che la lettera più lunga del romanzo sia dedicata proprio al confronto tra Werther e il suo alter ego, confronto che avviene proprio sull’argomento del suicidio, nei confronti del quale il protagonista dimostra sin dall’inizio di subire il fascino, ancor prima della conoscenza di Carlotta, e in questo si riflette senza dubbio la concezione giovanile di Goethe di un rapporto indissolubile tra arte ed autodistruzione, concezione superata di slancio proprio grazie al Werther, al suo successo, e che invece sommergerà l’ignorato – colpevolmente ignorato, e dallo stesso Goethe – Heinrich von Kleist [3].

Tutto ciò che esce dalla norma, il borghese lo giudica pazzo. Per questo motivo Werther, nel suo incontrollabile ardore, non può identificarsi con la sua classe d’appartenenza, e l’emblema di questa sua impossibilità di omologazione sociale è proprio la mancata relazione – matrimoniale – con Carlotta. Sulla pazzia quale spiegazione borghese alle manifestazioni anti-borghesi e geniali, Carlo Michelstaedter nella sua fondamentale, nella sua necessaria tesi di laurea, La persuasione la rettorica, scritta ma mai discussa a causa del suicidio dell’autore, spenderà parole straordinarie, con un illuminante riferimento a Cristo.

Carlo Michelstaedter, Autoritratto, 1908.

Per esempio la sociologia (economia politica) dai suoi dati statistici dei bisogni materiali presi come valori assoluti quasi fossero inerenti all’idea dell’uomo «premacina» date astrazioni della vita con lo scopo (consapevole o no è indifferente) di render possibile la futura fabbrica di teorie di sistemi, di piani di riforma pel progressivo adattamento della società organizzata alle nuove necessità create dalla violenza di ciò che è o si pone fuori dell’organizzazione. – Oppure la medicina che (oltre alle tante altre sue virtù) ha creato le parole nervosità, nevrosi, neurastenia, neuropatia, ecc. ecc. colle quali ha concesso una persona quasi invidiabile a tutti quelli che nella loro impotenza non possono a meno di commettere atti pazzeschi di rabbia: onde il prossimo li rispetti come nervosi ed essi stessi pur negli spasimi della rabbia si compiacciano pensando: «eppure faccio impressione – lo sapranno ora che son nervoso», o al caso dicano: «lo sai che son nervoso», come se vantassero una qualità rispettabile. Così è posto un conforto a questo male che la società ha reso endemico – e la rabbia stessa non è più impotente poiché può giungere a un fine. – Ma il più bel servizio l’ha reso alla società l’antropologia (a tacere del resto) con la teoria della pazzia del genio. Poiché fra le cose da spiegare dai segni vicini e portare alla lor causa sufficiente, certo la più difficile era l’organismo più alto: quello che meno è determinato da cause vicine – si ricorse all’irrazionale e si disse: quelli son pazzi. – Chi agisce per motivi diversi da quelli comuni, o resta inerte ai motivi comuni, è agli uomini oggetto di maraviglia e di paura e, – come cosa da non sapersi da che parte prendere – per la riluttanza degli uomini a supporre in un loro simile un motivo che trascenda la loro mentalità, – d’ingiurioso sospetto. Ed è la forma più comune di vendetta dell’illuso contro chi col suo agire gli turba la sua illusione e lo costringe – cosa odiosa – allo stupore (che è la confessione della propria insufficienza) la frase: quello è matto. E questo è sempre stato; tanto che esser diverso dalla norma comune, esser anormale significa esser pazzo (e persino in greco παράδοξος era usato con prevalenza in senso cattivo); è sempre stato da quando primi convennero 3 uomini a formare collegio, che certo volta a volta uno dei tre sarà stato dichiarato pazzo dagli altri due. – Ma il servizio di consacrare la frase della mediocrità spaurita: «quello è un matto», con l’autorità assoluta della scienza traducendola nel dogma: «quando l’esperienza ‘oggettiva’ è insufficiente a ‘dar ragione’ d’un individuo, questo individuo è pazzo» – questo servizio non poteva renderlo alla comunità che quello che le è del tutto asservito: lo scienziato moderno. – La società che non può difendersi dalle verità enunciate da quelli, che per lei sono rivoluzionari e che minacciano la sua sicurezza, «onestamente» rispondendo con argomenti razionali agli argomenti, ma solo opponendo la violenza e materialità del suo esistere come dato di fatto – quando non li può imprigionare come delinquenti, può porre così la pregiudiziale della pazzia e non incaricarsene. – Se Cristo tornasse oggi, non troverebbe la croce ma il ben peggiore calvario d’un’indifferenza inerte e curiosa da parte della folla ora tutta borghese e sufficiente e sapiente – e avrebbe la soddisfazione di esser un bel caso pei frenologi e un gradito ospite dei manicomi [4].

Sono parole che, scritte a più di un secolo di distanza da quelle di Goethe, e in tutt’altro contesto storico, dimostrano la pressoché eterna validità delle riflessioni goethiane. Certo, Michelstaedter le arricchisce – con l’illuminante riferimento a Cristo, figura presente comunque anche nel Werther, e non potrebbe essere altrimenti vista la fine del protagonista – e la attualizza – con l’attacco frontale agli scienziati, asserviti all’omologante e depotenziante logica borghese.

Werther lascia Carlotta e il suo futuro sposo, Alberto, e cerca rifugio nell’aristocrazia, impiegandosi a corte, contravvenendo così alla sua visione del mondo e della vita e cedendo alla volontà materna. Il protagonista sprofonda così in quella che per lui è la vera pazzia: «Tutto il mondo si dissolve nel nulla, e un uomo, che per la volontà altrui, ma senza un intimo interesse o un sogno, ricerchi affannosamente denaro, onori o altro, sarà sempre un pazzo» (43). Ma l’aristocrazia lo respinge. Ecco dunque il drammatico paradosso di Werther: anti-borghese convinto, viene escluso dalla cerchia nobiliare proprio perché borghese.

15 marzo

Ho avuto un incidente che mi porterà fuori di qui; sono qui che digrigno i denti! Diavolo! La cosa è irrimediabile, e la responsabilità è vostra, che mi avete convinto, troturato e spinto ad assumere un incarico non adatto alle mie possibilità. Ed eccomi servito! Eccovi serviti! E perché tu non mi dica che la mia esaltazione mentale è motivo di tutto, ti narrerò, mio signore, chiaramente e semplicemente, come un cronista stesso potrebbe riferire.
Il conte C. ha grande affetto e grande stima per me, si sa e te l’ho ripetuto moltissime volte. Ieri ero a pranzo presso di lui, proprio il giorno in cui un nobile consesso di signore e gentiluomini si ritrova in casa sua per trascorrere la serata; non avevo affatto pensato, nemmeno mi era passato per la mente, che noi dipendenti non possiamo partecipare a queste riunioni. Dunque, pranzo con il conte; dopo il pranzo passeggiamo in lungo e in largo per l’ampia sala, mentre parlo con lui e con il colonnello B., che intanto è sopraggiunto, e così arriva l’ora della riunione. Dio è testimone, non c’era nessuna premeditazione da parte mia. All’improvviso entra la nobilissima signorina de S., col signor marito e con la figlia, una ben covata ochetta dal seno piatto e dall’elegante corsetto, ed en passant allungano i loro molto aristocratici nasi, alzano le nobili sopracciglia. Poiché questa gente mi è sinceramente insopportabile, penso di congedarmi, e stavo aspettando che il conte fosse libero dalle loro chiacchiere, quando ecco entrare la signorina B. Quando la vedo, il cuore mi si apre sempre; mi trattenni dietro la sua seggiola, e soltanto dopo qualche minuto osservai che mi parlava con meno spigliatezza del solito, ed era un po’ impacciata. La cosa mi colpì. “Anche lei come tutti gli altri”, pensai. Ero sorpreso; avrei voluto andar via, ma restai perché avrei voluto scusarla, non ci volevo credere e speravo in una sua cortese parola… Insomma mi comprendi. Nel frattempo la sala si era riempita. Il barone F., con indosso tutto il guardaroba del tempo dell’incoronazione di Francesco I; il consigliere aulico R., chiamato poi in qualitate signor von R., con la moglie sorda; senza dimenticare il signor G., molto mal vestito, che è solito rappezzare i suoi abiti logori con toppe moderne. La folla è al completo; conversavo con alcune mie conoscenze, tutte molto laconiche, mentre non cercavo e non guardavo che la mia signorina B.; non avevo, però, osservato che in fondo alla sala, le signore si bisbigliavano qualcosa nell’orecchio, che poi veniva riferito anche agli uomini, e che la signora von S. rivolgeva la parola al conte (cose che poi seppi dalla signorina von B.): finché il conte mi si avvicinò, riparando in un vano di una finestra. «Lei conosce», mi disse, «la nostra insolita usanza; mi accorgo che i miei amici sono turbati di vederla qui; io non vorrei, per nulla al mondo…». «Eccellenza», io lo interruppi, «le faccio le mie più profonde scuse; avrei dovuto pensarci prima, ma sono certo che voirrà perdonare questo mio errore; mi volevo congedare prima, ma una malevola ispirazione mi ha trattenuto», dissi sorridendo e inchinandomi. Il conte mi strinse le mani con un atteggiamento che rivelava tutti i suoi sentimenti. In silenzio mi allontanai, mi misi in carrozza, e me ne andai a M., ad assistere allo spettacolo del tramonto del sole sulla collina mentre ero intento nella lettura di quel mirabile canto di Omero, in cui Ulisse è ospite del buon guardiano di porci. Ciò mi giovò molto.
A sera sono di ritorno, mi metto a tavola; in sala da pranzo non vi erano che poche persone, che giocavano ai dadi in un angolo, e avevano rialzato la tovaglia. Sopraggiunge il signor Adelin, posa il cappello, e mi guarda; mi si avvicina, dicendomi a bassa voce: «Hai avuto dei fastidi?» «Io?», rispondo. «So che il conte ti ha congedato dal ricevimento». «Che il diavolo se lo porti; mi ha fatto solo piacere uscire a prendere aria». «È bene», egli prosegue, «che tu prenda la cosa così leggermente; mi rincresce soltanto che tutti ne parlino». La cosa cominciò a infastidirmi. Ogni volta che qualcuno, entrando, mi degnava di uno sguardo “ecco”, pensavo, “mi guardano per questo motivo”, e ciò mi faceva cattivo sangue.
E siccome ancora oggi, dovunque mi rechi, sono oggetto di compassione; tutti mormorano che così sono puniti i presuntuosi, i quali per un poco di spirito si reputano autorizzati a passar sopra a tutte le convenienze, e altre stolte chiacchiere del medesimo tipo… avrei voglia di piantarmi un coltello nel cuore. È facile parlare di indipendenza di carattere: vorrei proprio vedere chi potrebbe tollerare che gente insulsa lo critichi, solo perché quest’ultima è in lieve superiorità: solo quando le loro ciance sono senza fondamento, allora si possono lasciar dire (70-72).

A causa di questo incidente umiliante, prostrato dai pettegolezzi, Werther rinuncia all’incarico, alla stabilità economica, e dopo un breve soggiorno nei suoi luoghi d’infanzia, dove emerge tutta la distanza tra un passato colmo di speranze e un presente deludente, torna da Carlotta, ormai unita in matrimonio all’ordinario e regolare Alberto. La situazione precipita, e crolla anche l’illusione wertheriana dell’ideale serenità popolare, nella sofferenza della povera donna privata del suo figlio più piccolo e soprattutto nella brutalità del servo omicida. «Questo cuore è morto», «io sono un uomo finito», scrive nelle sue ultime lettere Werther, che almeno, almeno, prima di spararsi, bacia Carlotta. Ora, il suicidio di Werther si carica di ottimismo. Emarginato in questo mondo, il protagonista spera nell’altro di mondo, vagheggiando, o forse sarebbe meglio dire vaneggiando, eterni unioni, impossibili in vita, all’insegna dell’assoluto – «io ti verrò incontro e ti abbraccerò, e resterò con te in un eterno abbraccio al cospetto dell’Infinito» (120), scrive a Carlotta -, e ostentando grande serenità nei suoi ultimi momenti: «Tutto è quieto intorno a me, e la mia anima è tranquilla. Ti ringrazio, mio Dio, per la forza e il calore che tu dai ai miei ultimi istanti» (124).

Vittima di un’invincibile irrequietudine durante l’intero arco – infanzia esclusa – della sua breve esistenza, Werther solo nella morte trova finalmente quella pace rincorsa invano nella sua vita. E viene in mente l’ultima lettera di Kleist alla sorella Ulrike: «Non posso morire senza essermi riconciliato, gioioso e sereno come sono, con l’intero mondo e quindi anche, prima di ogni altro, mia dilettissima Ulrica, con te. Lascia che la ritiri, quella frase severa contenuta nella lettera alla Kleist; in realtà tu hai fatto per me, al fine di salvarmi, non dico quanto stava nelle forze di una sorella, ma nelle forze di una creatura umana: ma, in verità, per me non esisteva possibilità di soccorso su questa terra. E ora addio; possa il Cielo donarti una morte soltanto a metà così gioiosa e indicibilmente serena come la mia: questo è l’augurio più affettuoso e più profondo che io possa concepire per te» [5]. Coincidenza di anime geniali – perché Kleist è molto più genio di tanti geni spacciati per tali – incapaci di scendere a compromessi con un mondo che non riconoscono come il loro, e che anche per questo sono Grandi (anche il sopracitato Carlo Michelstaedter rientra tra questi ovviamente).

Intollerante ad ogni distinzione sociale, lontano dalla logica razionale e perbenista della borghesia e dell’esclusivismo elitario e stupido – la Rivoluzione, seppur francese, è oramai dietro l’angolo, e non farà sconti – dell’aristocrazia, il giovane Werther si gioca l’ultima, estrema carta a sua disposizione, il suicidio, nella speranza di un riscatto ultraterreno; speranza sincera, autentica, ma che ha la fragilità dell’illusione disperata, nella cui dolcezza cullarsi prima di spararsi un colpo in testa, sopra l’occhio destro, e farsi saltare quel cervello troppo originale, troppo anticonvenzionale per sopravvivere a lungo.

Ancora e sempre il romanzo di Goethe esercita ed eserciterà un fascino straordinario sul lettore, che non può far altro che accordarsi a quel breve corteo funebre disertato dai preti che accompagna il cadavere di Werther alla tomba.

NOTE

[1] Come scrive Sanguineti, «l’Ortis foscoliano occupa nella letteratura italiana, la responsabile posizione di primo romanzo moderno». Edoardo Sanguineti, Introduzione a Ugo Foscolo, Ultime lettere di Jacopo Ortis, Bompiani, Milano 1990, p. V.

[2] Johann Wolfgang Goethe, I dolori del giovane Werther, traduzione di Angelo G. Sabatini e Anna Maria Pozzan, Newton Compton editori, Roma 2013, p. 15. D’ora in poi il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[3] Kleist tentò a più riprese di entrare nelle grazie di Goethe, invano. Invitò l’autore del Faust a collaborare alla rivista “Phöbus”, ma ricevette un rifiuto – nonostante l’invio del primo numero accompagnato dalla struggente dedica «sulle ginocchia del mio cuore» -. Per un approfondimento sul drammaturgo e scrittore rimando agli articoli: La crisi kantiana di Heinrich von KleistLa famiglia Schroffenstein. Alla scoperta della prima opera kleistianaL’Anfitrione secondo Kleist. Là dove è concesso solo sospirare, La bestiale Pentesilea di Heinrich von Kleist, Sonnambulismo e devozione nella Käthchen di Kleist, Heinrich von Kleist – La marchesa di O…

[4] Carlo Michelstaedter, La persuasione e la rettorica, a cura di Sergio Campailla, Adelphi, Milano 1982, pp. 182-183. Per un approfondimento sul filosofo e scrittore goriziano rimando allo studio Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter.

[5] Heinrich von Kleist, Lettere alla fidanzata, a cura di Ervino Pocar, SE, Milano 1985, p. 288. Corsivo mio.

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