io ne’ vostri servigi milito

L’interesse per le donne, così caratteristico dell’attività letteraria di Giovanni Boccaccio e di cui mi sono già occupato nell’articolo dedicato all’Elegia di Madonna Fiammetta [1], trionfa nel suo capolavoro assoluto, il Decameron. Immergiamoci subito nel testo, partendo dal Proemio.

«Umana cosa è l’avere compassione degli afflitti, e come che a ciascuna persona stea bene, a coloro è massimamente richesto li quali giá hanno di conforto avuto mestiere ed hannol trovato in alcuni; tra li quali, se alcuno mai n’ebbe bisogno o gli fu caro o giá ne ricevette piacere, io sono un di quegli. Per ciò che, dalla mia prima giovanezza infino a questo tempo oltre modo essendo stato acceso d’altissimo e nobile amore, forse piú assai che alla mia bassa condizione non parrebbe, narrandolo io, si richiedesse, quantunque appo coloro che discreti erano ed alla cui notizia pervenne io ne fossi lodato e da molto piú reputato, nondimeno mi fu egli di grandissima fatica a sofferire: certo non per crudeltá della donna amata, ma per soperchio fuoco nella mente concetto da poco regolato appetito, il quale, per ciò che a niun convenevole termine mi lasciava contento stare, piú di noia che bisogno non m’era spesse volte sentir mi facea. Nella qual noia tanto refrigerio giá mi porsero i piacevoli ragionamenti d’alcuno amico e le sue laudevoli consolazioni, che io porto fermissima oppinione, per quello essere addivenuto che io non sia morto. Ma sí come a Colui piacque il quale, essendo egli infinito, diede per legge incommutabile a tutte le cose mondane aver fine, il mio amore, oltre ad ogni altro fervente ed il quale niuna forza di proponimento o di consiglio o di vergogna evidente, o pericolo che seguirne potesse, aveva potuto né rompere né piegare, per se medesimo in processo di tempo si diminuí in guisa, che sol di sé nella mente m’ha al presente lasciato quel piacere che egli è usato di porgere a chi troppo non si mette ne’ suoi piú cupi pelaghi navigando; per che, dove faticoso esser solea, ogni affanno togliendo via, dilettevole il sento esser rimaso. Ma quantunque cessata sia la pena, non per ciò è la memoria fuggita de’ benefici giá ricevuti, datimi da coloro a’ quali per benivolenza da loro a me portata erano gravi le mie fatiche; né passerá mai, sí come io credo, se non per morte. E per ciò che la gratitudine, secondo che io credo, tra l’altre vertú è sommamente da commendare ed il contrario da biasimare, per non parere ingrato, ho meco stesso proposto di volere, in quel poco che per me si può, in cambio di ciò che io ricevetti, ora che libero dirmi posso, e se non a coloro che me aiutarono, alli quali per avventura per lo lor senno o per la loro buona ventura non abbisogna, a quegli almeno a’ quali fa luogo, alcuno alleggiamento prestare. E quantunque il mio sostenimento, o conforto che vogliam dire, possa essere e sia a’ bisognosi assai poco, nondimeno parmi, quello doversi piú tosto porgere dove il bisogno apparisce maggiore, sí perché piú utilitá vi fará e sí ancora perché piú vi fia caro avuto. E chi negherá, questo, quantunque egli si sia, non molto piú alle vaghe donne che agli uomini convenirsi donare? Esse dentro a’ dilicati petti, temendo e vergognando, tengono l’amorose fiamme nascose, le quali quanto piú di forza abbian che le palesi, coloro il sanno che l’hanno provato e pruovano: ed oltre a ciò, ristrette da’ voleri, da’ piaceri, da’ comandamenti de’ padri, delle madri, de’ fratelli e de’ mariti, il piú del tempo nel piccolo circúito delle loro camere racchiuse dimorano, e quasi oziose sedendosi, volendo e non volendo in una medesima ora, seco rivolgono diversi pensieri, li quali non è possibile che sempre sieno allegri. E se per quegli, mossa da focoso disio, alcuna malinconia sopravviene nelle lor menti, in quelle conviene che con grave noia si dimori, se da nuovi ragionamenti non è rimossa: senza che, elle sono molto men forti che gli uomini a sostenere; il che degl’innamorati uomini non avviene, sí come noi possiamo apertamente vedere. Essi, se alcuna malinconia o gravezza di pensieri gli affligge, hanno molti modi da alleggiare o da passar quello, per ciò che a loro, volendo essi, non manca l’andare attorno, udire e veder molte cose, uccellare, cacciare o pescare, cavalcare, giucare e mercatare, de’ quali modi ciascuno ha forza di trarre, o in tutto o in parte, l’animo a sé e dal noioso pensiero rimuoverlo almeno per alcuno spazio di tempo, appresso il quale, o in un modo o in uno altro, o consolazion sopravviene o diventa la noia minore. Adunque, acciò che per me in parte s’ammendi il peccato della fortuna, la quale dove meno era di forza, sí come noi nelle dilicate donne veggiamo, quivi piú avara fu di sostegno; in soccorso e rifugio di quelle che amano, per ciò che all’altre è assai l’ago, il fuso e l’arcolaio; io intendo di raccontare cento novelle, o favole o parabole o istorie che dire le vogliamo, raccontate in diece giorni da una onesta brigata di sette donne e di tre giovani nel pistilenzioso tempo della passata mortalitá fatta, ed alcune canzonette dalle predette donne cantate al lor diletto. Nelle quali novelle, piacevoli ed aspri casi d’amore ed altri fortunosi avvenimenti si vedranno cosí ne’ moderni tempi avvenuti come negli antichi; delle quali le giá dette donne che quelle leggeranno, parimente diletto delle sollazzevoli cose in quelle mostrate ed utile consiglio potranno pigliare, e conoscere quello che sia da fuggire e che sia similmente da seguitare: le quali cose senza passamento di noia non credo che possano intervenire. Il che se avviene, che voglia Iddio che cosí sia, ad Amore ne rendano grazie, il quale liberandomi da’ suoi legami m’ha conceduto di potere attendere a’ loro piaceri».

Boccaccio dedica il Decameron alle donne, affinché nella lettura delle novelle esse possano trovare un antidoto alla noia e alle pene amorose («tengono l’amorose fiamme nascose», scrive l’autore, e viene in mente proprio l’Elegia di Madonna Fiammetta), vittime come sono del «peccato della fortuna», che le costringe ai margini di una società dominata dall’uomo. Una dedica originale e innovativa, che dimostra tutta la forza “avanguardista” di Boccaccio, forza che andrà scemando negli ultimi anni di vita, e che ha nel Decameron il suo esito supremo.

Ma l’attenzione di Boccaccio nei confronti delle donne non si limita a un livello, diciamo così, esterno dell’opera – il Proemio -, ma si manifesta anche a un livello interno, a partire innanzitutto dalla cornice del Decameron. L’Introduzione alla I giornata si apre con la lunga e giustamente celebre descrizione della peste che devasta Firenze. L’autore realizza un quadro apocalittico, in cui dominano morte e distruzione, in cui la degenerazione sociale si mostra in tutta la sua spaventosa bassezza: «Ed in tanta afflizione e miseria della nostra cittá era la reverenda autoritá delle leggi, cosí divine come umane, quasi caduta e dissoluta tutta per li ministri ed esecutori di quelle, li quali, sí come gli altri uomini, erano tutti o morti o infermi o si di famiglie rimasi stremi, che uficio alcuno non potean fare; per la qual cosa era a ciascun licito quanto a grado gli era, d’adoperare»; «E lasciamo stare che l’un cittadino l’altro schifasse e quasi niun vicino avesse dell’altro cura ed i parenti insieme rade volte o non mai si visitassero e di lontano, era con sí fatto spavento questa tribulazione entrata ne’ petti degli uomini e delle donne, che l’un fratello l’altro abbandonava ed il zio il nepote e la sorella il fratello e spesse volte la donna il suo marito, e che maggior cosa è e quasi non credibile, li padri e le madri i figliuoli, quasi loro non fossero, di visitare e di servire schifavano». All’interno di questo scenario apocalittico e nero, del tutto privo di speranza, la luce è rappresentata dalle sette giovani donne che si riuniscono a Santa Maria Novella, e in particolar modo Pampinea, la più esperta, che esorta le campagne a conservare la propria vita, a lasciare la città devastata dall’epidemia, dove ormai non possono far altro che cantare i morti, sempre più numerosi, e ascoltare il canto dei frati che diminuiscono ogni giorno di più, anche loro divelti come fragili arbusti dalla morte implacabile. «E se cosí è, che essere manifestamente si vede, che facciam noi qui? che attendiamo? che sognamo? Perché piú pigre e lente alla nostra salute che tutto il rimanente de’ cittadini siamo? Reputianci noi men care che tutte l’altre? o crediamo, la nostra vita con piú forti catene esser legata al nostro corpo che quella degli altri sia, e cosí di niuna cosa curar dobbiamo la quale abbia forza d’offenderla? Noi erriamo, noi siamo ingannate, ché bestialitá è la nostra se cosí crediamo». Pampinea, appellandosi alla voglia non solo di sopravvivere, ma di vivere delle sue compagne, le persuade a lasciare Firenze – e l’autore allude più volte alla possibilità di un castigo divino, sulla scia del mito biblico di Sodoma e Gomorra -, e quando la brigata è completa, arricchita da tre giovani uomini, significativamente in minoranza, si trasferisce nel luogo prescelto, nel mezzo di una natura rigogliosa, immune allo scempio perpetrato dalla peste in città. Ed ecco che quella società distrutta dall’epidemia si ricrea magicamente. E spetta ancora a Pampinea ristabilire quell’ordine perduto: «festevolmente viver si vuole, né altra cagione dalle tristizie ci ha fatte fuggire. Ma per ciò che le cose che sono senza modo non possono lungamente durare, io che cominciatrice fui de’ ragionamenti da’ quali questa cosí bella compagnia è stata fatta, pensando al continuar della nostra letizia, estimo che di necessitá sia, convenire esser tra noi alcun principale, il quale noi ed onoriamo ed ubidiamo come maggiore, nel quale ogni pensiero stea di doverci a lietamente vivere disporre. Ed acciò che ciascun pruovi il peso della sollecitudine insieme col piacere della maggioranza, e per conseguente, da una parte e d’altra tratti, non possa chi nol pruova invidia avere alcuna, dico che a ciascuno per un giorno s’attribuisca ed il peso e l’onore, e chi il primo di noi esser debba nell’elezion di noi tutti sia; di quegli che seguiranno, come l’ora del vespro s’avvicinerá, quegli o quella che a colui o a colei piacerá che quel giorno avrá avuta la signoria: e questo cotale, secondo il suo arbitrio, del tempo che la sua signoria dée bastare, del luogo e del modo nel quale a vivere abbiamo ordini e disponga». Pampinea, nel ruolo di legislatrice, impone ordine e razionalità alla brigata, assegnando incarichi, stabilendo che ogni giorno si elegga un «maggiore». La donna, al potere, non solo crea la socialità devastata dal morbo, ma la eleva a una dimensione ideale, utopica, in cui le norme razionali funzionano alla perfezione. Una Amazzone non avrebbe saputo fare di meglio. Attaccato per questa sua esaltazione della donna, Boccaccio reagisce, polemicamente, causticamente («e per ciò a niun caglia piú di me che a me») nell’Introduzione alla IV giornata, dove difende la propria scelta, dichiarando apertamente di militare al servizio delle donne.

«Carissime donne, sì per le parole de’ savi uomini udite e sì per le cose da me molte volte e vedute e lette estimava io che lo ’mpetuoso vento ed ardente della ’nvidia non dovesse percuotere se non l’alte torri o le piú levate cime degli alberi: ma io mi truovo della mia estimazione ingannato. Per ciò che, fuggendo io e sempre essendomi di fuggire ingegnato il fiero impeto di questo rabbioso spirito, non solamente pe’ piani, ma ancora per le profondissime valli mi sono ingegnato d’andare; il che assai manifesto può apparire a chi le presenti novellette riguarda, le quali non solamente in fiorentin volgare ed in prosa scritte per me sono e senza titolo, ma ancora in istilo umilissimo e rimesso quanto il piú si possono: né per tutto ciò l’essere da cotal vento fieramente scrollato, anzi presso che diradicato, e tutto da’ morsi della ’nvidia esser lacerato non ho potuto cessare, per che assai manifestamente posso comprendere, quello esser vero che sogliono i savi dire, che sola la miseria è senza invidia nelle cose presenti. Sono adunque, discrete donne, stati alcuni che, queste novellette leggendo, hanno detto che voi mi piacete troppo e che onesta cosa non è che io tanto diletto prenda di piacervi e di consolarvi, ed alcuni han detto peggio: di commendarvi, come io fo. Altri, piú maturamente mostrando di voler dire, hanno detto che alla mia etá non istá bene l’andare omai dietro a queste cose, cioè a ragionar di donne o a compiacer loro. E molti, molto teneri della mia fama mostrandosi, dicono che io farei piú saviamente a starmi con le Muse in Parnaso che con queste ciance mescolarmi tra voi. E son di quegli ancora che, piú dispettosamente che saviamente parlando, hanno detto che io farei piú discretamente a pensare donde io dovessi aver del pane che dietro a queste frasche andarmi pascendo di vento. E certi altri, in altra guisa essere state le cose da me raccontatevi che come io lo vi porgo, s’ingegnano in detrimento della mia fatica di dimostrare. Adunque, da cotanti e da cosí fatti soffiamenti, da cosí atroci denti, da cosí aguti strali, valorose donne, mentre io ne’ vostri servigi milito, sono sospinto, molestato ed infino nel vivo trafitto. Le quali cose io con piacevole animo, sallo Iddio, ascolto ed intendo; e quantunque a voi in ciò tutta appartenga la mia difesa, nondimeno io non intendo di risparmiar le mie forze: anzi, senza rispondere quanto si converrebbe, con alcuna leggera risposta tôrmegli dagli orecchi, e questo far senza indugio, per ciò che, se giá, non essendo io ancora al terzo della mia fatica venuto, essi sono molti e molto presummono, io avviso che avanti che io pervenissi alla fine essi potrebbono in guisa esser multiplicati, non avendo prima avuta alcuna repulsa, che con ogni piccola lor fatica mi metterebbono in fondo, né a ciò, quantunque elle sien grandi, resistere varrebbero le forze vostre. Ma avanti che io venga a far la risposta ad alcuno, mi piace in favor di me raccontare, non una novella intera, acciò che non paia che io voglia le mie novelle con quelle di così laudevole compagnia quale fu quella che dimostrata v’ho, mescolare, ma parte d’una, acciò che il suo difetto stesso sé mostri non esser di quelle; ed a’ miei assalitori favellando dico che
Nella nostra cittá, giá è buon tempo passato, fu un cittadino il quale fu nominato Filippo Balducci, uomo di condizione assai leggera, ma ricco e bene inviato ed esperto nelle cose quanto lo stato suo richiedea: ed aveva una sua donna la quale egli sommamente amava, ed ella lui, ed insieme in riposata vita si stavano, a niuna altra cosa tanto studio ponendo quanto in piacere interamente l’uno all’altro. Ora, avvenne, sí come di tutti avviene, che la buona donna passò di questa vita, né altro di sé a Filippo lasciò che un solo figliuolo di lui conceputo, il quale forse d’etá di due anni era. Costui per la morte della sua donna tanto sconsolato rimase quanto mai alcuno altro, amata cosa perdendo, rimanesse; e vergendosi di quella compagnia la quale egli piú amava rimaso solo, del tutto si dispose di non volere piú essere al mondo, ma di darsi al servigio di Dio, ed il simigliante fare del suo piccol figliuolo. Per che, data ogni sua cosa per Dio, senza indugio se n’andò sopra Monte Asinaio, e quivi in una piccola celletta sé mise col suo figliuolo, col quale, di limosine in digiuni ed in orazioni vivendo, sommamente si guardava di non ragionare, lá dove egli fosse, d’alcuna temporal cosa né di lasciarnegli alcuna vedere, acciò che esse da cosí fatto servigio nol traessero, ma sempre della gloria di vita eterna e di Dio e de’ santi gli ragionava, nulla altro che sante orazioni insegnandogli: ed in questa vita molti anni il tenne, mai della cella non lasciandolo uscire né alcuna altra cosa che sé dimostrandogli. Era usato il valente uomo di venire alcuna volta a Firenze, e quivi secondo le sue opportunitá dagli amici di Dio sovvenuto, alla sua cella tornava. Ora, avvenne che, essendo giá il garzone d’etá di diciotto anni, e Filippo vecchio, un dí il domandò ove egli andava. Filippo gliele disse; al quale il garzon disse: — Padre mio, voi siete oggimai vecchio e potete male durar fatica; perché non mi menate voi una volta a Firenze, acciò che, faccendomi conoscere gli amici e divoti di Dio e vostri, io, che son giovane e posso meglio faticar di voi, possa poscia pe’ nostri bisogni a Firenze andare quando vi piacerá, e voi rimanervi qui? — Il valente uomo, pensando che giá questo suo figliuolo era grande, ed era si abituato al servigio di Dio, che malagevolmente le cose del mondo a sé il dovrebbono omai poter trarre, seco stesso disse: — Costui dice bene. — Per che, avendovi ad andare, seco il menò. Quivi il giovane, veggendo i palagi, le case, le chiese e tutte l’altre cose delle quali tutta la cittá piena si vede, sí come colui che mai piú per ricordanza vedute non n’avea, si cominciò forte a maravigliare, e di molte domandava il padre che fossero e come si chiamassero. Il padre gliele diceva, ed egli, avendolo udito, rimaneva contento e domandava d’un’altra. E cosí domandando il figliuolo ed il padre rispondendo, per ventura si scontrarono in una brigata di belle giovani donne ed ornate, che da un paio di nozze venieno; le quali come il giovane vide, cosí domandò il padre che cosa quelle fossero. A cui il padre disse: — Figliuol mio, bassa gli occhi in terra, non le guatare, ché elle son mala cosa. — Disse allora il figliuolo: — O come si chiamano? — Il padre, per non destare nel concupiscibile appetito del giovane alcuno inchinevole disidèro men che utile, non le volle nominare per lo proprio nome, cioè «femine», ma disse: — Elle si chiamano papere. — Maravigliosa cosa ad udire! Colui che mai piú alcuna veduta non n’avea, non curatosi de’ palagi, non del bue, non del cavallo, non dell’asino, non de’ denari né d’altra cosa che veduta avesse, subitamente disse: — Padre mio, io vi priego che voi facciate che io abbia una di quelle papere. — Oimè! figliuol mio, — disse il padre — taci: elle son mala cosa. — A cui il giovane domandando disse: — O son cosí fatte le male cose? — Sí — disse il padre. Ed egli allora disse: — Io non so che voi vi dite, né perché queste sieno mala cosa: quanto è a me, non m’è ancora paruta vedere alcuna cosí bella né cosí piacevole come queste sono. Elle son piú belle che gli agnoli dipinti che voi m’avete piú volte mostrati. Deh! se vi cal di me, fate che noi ce ne meniamo una colá sú, di queste papere, ed io le darò beccare. — Disse il padre: — Io non voglio; tu non sai donde elle s’imbeccano! — E sentì incontanente piú aver di forza la natura che il suo ingegno, e pentessi d’averlo menato a Firenze. Ma avere infino a qui detto della presente novella voglio che mi basti, ed a coloro rivolgermi alli quali l’ho raccontata.
Dicono adunque alquanti de’ miei riprensori che io fo male, o giovani donne, troppo ingegnandomi di piacervi, e che voi troppo piacete a me. Le quali cose io apertissimamente confesso, cioè che voi mi piacete e che io m’ingegno di piacere a voi; e domandogli se di questo essi si maravigliano, riguardando, lasciamo stare all’aver conosciuti gli amorosi basciari ed i piacevoli abbracciari ed i congiugnimenti dilettevoli che di voi, dolcissime donne, sovente si prendono, ma solamente ad aver veduto e veder continuamente gli ornati costumi e la vaga bellezza e l’ornata leggiadria ed oltre a ciò la vostra donnesca onestá: quando colui che, nudrito, allevato, accresciuto sopra un monte salvatico e solitario, infra li termini d’una piccola cella, senza altra compagnia che del padre, come vi vide, sole da lui disiderate foste, sole addomandate, sole con l’affezion seguitate. Riprenderannomi, morderannomi, lacererannomi costoro se io, il corpo del quale il cielo produsse tutto atto ad amarvi, ed io dalla mia puerizia l’anima vi disposi sentendo la vertú della luce degli occhi vostri, la soavitá delle parole melliflue e la fiamma accesa da’ pietosi sospiri, se voi mi piacete o se io di piacervi m’ingegno: e spezialmente guardando che voi prima che altro piaceste ad un romitello, ad un giovanetto senza sentimento, anzi ad uno animal salvatico? Per certo chi non v’ama e da voi non disidera d’essere amato, sí come persona che i piaceri né la vertú della naturale affezione né sente né conosce, cosí mi ripiglia: ed io poco me ne curo. E quegli che contro alla mia etá parlando vanno, mostra mal che conoscano che, perché il porro abbia il capo bianco, che la coda sia verde; a’ quali, lasciando il motteggiar dall’un de’ lati, rispondo che io mai a me vergogna non reputerò infino nello stremo della mia vita di dover compiacere a quelle cose alle quali Guido Cavalcanti e Dante Alighieri giá vecchi e messer Cino da Pistoia vecchissimo onor si tennero, e fu lor caro il piacer loro. E se non fosse che uscir sarebbe del modo usato del ragionare, io producerei le istorie in mezzo, e quelle tutte piene mostrerei d’antichi uomini e valorosi, ne’ loro piú maturi anni sommamente avere studiato di compiacere alle donne; il che se essi non sanno, vadano e si l’apparino. Che io con le Muse in Parnaso mi debba stare, affermo che è buon consiglio: ma tuttavia né noi possiamo dimorar con le Muse né esse con essonoi. E quando avviene che l’uomo da lor si parte, dilettarsi di veder cosa che le somigli, questo non è cosa da biasimare: le Muse son donne, e benché le donne quel che le Muse vagliono non vagliano, pure esse hanno nel primo aspetto simiglianza di quelle, sí che, quando per altro non mi piacessero, per quello mi dovrebber piacere; senza che, le donne giá mi fûr cagione di comporre mille versi, dove le Muse mai non mi furono di farne alcun cagione. Aiutaronmi elle bene e mostraronmi comporre que’ mille: e forse a queste cose scrivere, quantunque sieno umilissime, si sono elle venute parecchie volte a starsi meco, in servigio forse ed in onore della simiglianza che le donne hanno ad esse; per che, queste cose tessendo, né dal monte Parnaso né dalle Muse non mi allontano quanto molti per avventura s’avvisano. Ma che direm noi a coloro che della mia fame hanno tanta compassione, che mi consigliano che io procuri del pane? Certo io non so, se non che, volendo meco pensare quale sarebbe la loro risposta se io per bisogno loro ne domandassi, m’avviso che direbbono: — Va’ cercane tra le favole. — E giá piú ne trovarono tra le loro favole i poeti, che molti ricchi tra’ loro tesori, ed assai giá, dietro alle loro favole andando, fecero la loro etá fiorire, dove in contrario molti nel cercar d’aver piú pane che bisogno non era loro, perirono acerbi. Che piú? Caccinmi via questi cotali qualora io ne domando loro: se non che, la Dio mercé, ancora non mi bisogna; e quando pur sopravvenisse il bisogno, io so, secondo l’Apostolo, abbondare e necessitá sofferire: e per ciò a niun caglia piú di me che a me. Quegli che queste cose cosí non essere state dicono, avrei molto caro che essi recassero gli originali, li quali se a quel che io scrivo discordanti fossero, giusta direi la lor riprensione e d’ammendar me stesso m’ingegnerei: ma infino che altro che parole non apparisce, io gli lascerò con la loro oppinione, seguitando la mia, di loro dicendo quello che essi di me dicono. E volendo per questa volta assai aver risposto, dico che dell’aiuto di Dio e del vostro, gentilissime donne, nel quale io spero, armato, e di buona pazienza, con esso procederò avanti, dando le spalle a questo vento e lasciandol soffiar, per ciò che io non veggio che di me altro possa avvenire che quello che della minuta polvere avviene, la quale, spirante turbo, o egli di terra non la muove, o se la muove, la porta in alto e spesse volte sopra le teste degli uomini, sopra le corone dei re e degl’imperadori, e talvolta sopra gli alti palagi e sopra le eccelse torri la lascia; delle quali se ella cade, piú giú andar non può che il luogo onde levata fu. E se mai con tutta la mia forza a dovervi in cosa alcuna compiacere mi disposi, ora piú che mai mi vi disporrò, per ciò che io conosco che altra cosa dir non potrá alcuno con ragione, se non che gli altri ed io, che v’amiamo, naturalmente operiamo; alle cui leggi voler contrastare troppo gran forze bisognano, e spesse volte non solamente invano, ma con grandissimo danno del faticante s’adoperano. Le quali forze io confesso che io non l’ho né d’averle disidero in questo, e se io l’avessi, piú tosto ad altrui le presterei che io per me l’adoperassi. Per che tacciansi i morditori, e se essi riscaldar non si possono, assiderati si vivano, e ne’ lor diletti, anzi appetiti corrotti, standosi, me nel mio questa brieve vita che posta n’è lascino stare. Ma da ritornare è, per ciò che assai vagati siamo, o belle donne, lá onde ci dipartimmo, e l’ordine cominciato seguire».

Ora, spostando l’attenzione sulle singole novelle, è proprio all’interno di queste che Boccaccio leva il suo massimo carme alla donna. Delle numerosissime figure femminili immortalate nelle novelle, ritengo che due su tutte incarnino al meglio questa devozione e attenzione dell’autore nei confronti della donna: la Ghismunda protagonista della drammatica prima novella della IV giornata – e non è un caso che segua la polemica Introduzione -, e la Griselda protagonista della maestosa ultima novella della X giornata che suggella il Decameron. Partiamo dalla storia del tragico amore tra Guiscardo e Ghismunda.

«Tancredi, prencipe di Salerno, fu signore assai umano e di benigno ingegno, se egli nell’amoroso sangue nella sua vecchiezza non s’avesse le mani bruttate; il quale in tutto lo spazio della sua vita non ebbe che una figliuola, e piú felice sarebbe stato se quella avuta non avesse. Costei fu dal padre tanto teneramente amata, quanto alcuna altra figliuola da padre fosse giá mai: e per questo tenero amore, avendo ella di molti anni avanzata l’etá del dovere avere avuto marito, non sappiendola da sé partire, non la maritava; poi alla fine, ad un figliuolo del duca di Capova datala, poco tempo dimorata con lui, rimase vedova ed al padre tornossi. Era costei bellissima del corpo e del viso quanto alcuna altra femina fosse mai, e giovane e gagliarda e savia piú che a donna per avventura non si richiedea. E dimorando col tenero padre, sí come gran donna, in molte dilicatezze, e veggendo che il padre, per l’amor che egli le portava, poca cura si dava di piú maritarla, né a lei onesta cosa pareva il richiedernelo, si pensò di volere avere, se esser potesse, occultamente un valoroso amante. E veggendo molti uomini nella corte del padre usare, gentili ed altri, sí come noi veggiamo nelle corti, e considerate le maniere ed i costumi di molti, tra gli altri un giovane valletto del padre il cui nome era Guiscardo, uom di nazione assai umile ma per vertú e per costumi nobile, piú che altro le piacque, e di lui tacitamente, spesso veggendolo, fieramente s’accese, ognora piú lodando i modi suoi. Ed il giovane, il quale ancora non era poco avveduto, essendosi di lei accorto, l’aveva per sí fatta maniera nel cuor ricevuta, che da ogni altra cosa quasi che da amar lei aveva la mente rimossa. In cotal guisa adunque amando l’un l’altro segretamente, niuna altra cosa tanto disiderando la giovane quanto di ritrovarsi con lui, né volendosi di questo amore in alcuna persona fidare, a dovergli significare il modo seco pensò una nuova malizia. Essa scrisse una lettera, ed in quella ciò che avesse a fare il dí seguente per esser con lei gli mostrò; e poi, quella messa in un bucciuolo di canna, sollazzando la diede a Guiscardo e dicendo: — Fara’ne questa sera un soffione alla tua servente, col quale ella raccenda il fuoco. — Guiscardo il prese, ed avvisando, costei non senza cagione dovergliele aver donato e cosí detto, partitosi, con esso se ne tornò alla sua casa, e guardando la canna, e quella veggendo fessa, l’aperse, e dentro trovata la lettera di lei e lettala, e ben compreso ciò che a fare avea, il piú contento uom fu che fosse giá mai, e diedesi a dare opera di dovere a lei andare secondo il modo da lei dimostratogli. Era allato al palagio del prenze una grotta cavata nel monte, di lunghissimi tempi davanti fatta, nella qual grotta dava alquanto lume uno spiraglio fatto per forza nel monte; il quale, per ciò che abbandonata era la grotta, quasi da pruni e da erbe di sopra natevi era riturato: ed in questa grotta per una segreta scala la quale era in una delle camere terrene del palagio, la quale la donna teneva, si poteva andare, come che da un fortissimo uscio serrata fosse. Ed era sí fuori delle menti di tutti questa scala, per ciò che di grandissimi tempi davanti usata non s’era, che quasi niuno che ella vi fosse si ricordava: ma Amore, agli occhi del quale niuna cosa è si segreta, che non pervenga, l’aveva nella memoria tornata alla ’nnamorata donna. La quale, acciò che niun di ciò accorgersi potesse, molti dí con suoi ingegni penato avea anzi che venir fatto le potesse d’aprir quello uscio; il quale aperto, e sola nella grotta discesa e lo spiraglio veduto, per quello aveva a Guiscardo mandato a dire che di venir s’ingegnasse, avendogli disegnata l’altezza che da quello infino in terra esser poteva. Alla qual cosa fornire Guiscardo prestamente ordinata una fune con certi nodi e cappi da potere scendere e salire per essa, e sé vestito d’un cuoio che da’ pruni il difendesse, senza farne alcuna cosa sentire ad alcuno, la seguente notte allo spiraglio n’andò, ed accomandato bene l’un de’ capi della fune ad un forte bronco che nella bocca dello spiraglio era nato, per quella si collò nella grotta ed attese la donna. La quale il seguente dí, faccendo sembianti di voler dormire, mandate via le sue damigelle e sola serratasi nella camera, aperto l’uscio, nella grotta discese, dove trovato Guiscardo, insieme maravigliosa festa si fecero; e nella sua camera insieme venutine, con grandissimo piacere gran parte di quel giorno si dimorarono: e dato discreto ordine alli loro amori, acciò che segreti fossero, tornatosi nella grotta Guiscardo ed ella serrato l’uscio, alle sue damigelle se ne venne fuori. Guiscardo poi la notte vegnente, su per la sua fune salendo, per lo spiraglio donde era entrato se n’uscí fuori e tornossi a casa: ed avendo questo cammino appreso, piú volte poi in processo di tempo vi ritornò. Ma la fortuna, invidiosa di cosí lungo e di cosí gran diletto, con doloroso avvenimento la letizia de’ due amanti rivolse in tristo pianto. Era usato Tancredi di venirsene alcuna volta tutto solo nella camera della figliuola, e quivi con lei dimorarsi e ragionare alquanto, e poi partirsi; il quale un giorno dietro mangiare lá giú venutone, essendo la donna, la quale Ghismunda aveva nome, in un suo giardino con tutte le sue damigelle, in quella, senza essere stato da alcun veduto o sentito, entratosene, non volendo lei tôrre dal suo diletto, trovando le finestre della camera chiuse e le cortine del letto abbattute, a piè di quello in un canto sopra un carello si pose a sedere: ed appoggiato il capo al letto e tirata sopra sé la cortina, quasi come se studiosamente si fosse nascoso, quivi s’addormentò. E cosí dormendo egli, Ghismunda, che per isventura quel di fatto aveva venir Guiscardo, lasciate le sue damigelle nel giardino, pianamente se n’entrò nella camera, e quella serrata, senza accorgersi che alcuna persona vi fosse, aperto l’uscio a Guiscardo che l’attendeva ed andatisene in sul letto, sí come usati erano, ed insieme scherzando e sollazzandosi, avvenne che Tancredi si svegliò, e sentí e vide ciò che Guiscardo e la figliuola facevano: e dolente di ciò oltre modo, prima gli volle sgridare, poi prese partito di tacersi e di starsi nascoso, se egli potesse, per potere piú cautamente fare e con minor sua vergogna quello che giá gli era caduto nell’animo di dover fare. I due amanti stettero per lungo spazio insieme, sí come usati erano, senza accorgersi di Tancredi; e quando tempo lor parve discesi del letto, Guiscardo se ne tornò nella grotta ed ella s’uscí della camera. Della quale Tancredi, ancora che vecchio fosse, da una finestra di quella si calò nel giardino e senza essere da alcun veduto, dolente a morte, alla sua camera si tornò. E per ordine da lui dato, all’uscir dello spiraglio, la seguente notte in sul primo sonno, Guiscardo, cosí come era nel vestimento del cuoio impacciato, fu preso da due e segretamente a Tancredi menato; il quale, come il vide, quasi piagnendo disse: — Guiscardo, la mia benignitá verso te non avea meritato l’oltraggio e la vergogna la quale nelle mie cose fatta m’hai, sí come io oggi vidi con gli occhi miei. — Al quale Guiscardo niuna altra cosa disse se non questo: — Amor può troppo piú che né voi né io possiamo. — Comandò adunque Tancredi che egli chetamente in alcuna camera di lá entro guardato fosse; e cosí fu fatto. Venuto il dí seguente, non sappiendo Ghismunda nulla di queste cose, avendo seco Tancredi varie e diverse novitá pensate, appresso mangiare, secondo la sua usanza nella camera n’andò della figliuola, dove fattalasi chiamare e serratosi dentro con lei, piagnendo le cominciò a dire: — Ghismunda, parendomi conoscere la tua vertú e la tua onestá, mai non mi sarebbe potuto cader nell’animo, quantunque mi fosse stato detto, se io co’ miei occhi non l’avessi veduto, che tu di sottoporti ad alcuno uomo, se tuo marito stato non fosse, avessi, non che fatto, ma pur pensato; di che io in questo poco di rimanente di vita che la mia vecchiezza mi serba sempre sarò dolente di ciò ricordandomi. Ed or volesse Iddio che, poi che a tanta disonestá conducerti dovevi, avessi preso uomo che alla tua nobiltá decevole fosse stato: ma tra tanti che nella mia corte n’usano eleggesti Guiscardo, giovane di vilissima condizione, nella nostra corte quasí come per Dio da piccol fanciullo infino a questo di allevato; di che tu in grandissimo affanno d’animo messo m’hai, non sappiendo io che partito di te mi pigliare. Di Guiscardo, il quale io feci stanotte prendere quando dello spiraglio usciva, ed hollo in prigione, ho io giá meco preso partito che farne; ma di te, sallo Iddio che io non so che farmi. Dall’una parte mi trae l’amore il quale io t’ho sempre piú portato che alcun padre portasse a figliuola, e d’altra mi trae giustissimo sdegno preso per la tua gran follia: quegli vuole che io ti perdoni e questi vuole che io contro a mia natura in te incrudelisca; ma prima che io partito prenda, disidero d’udire quello che tu a questo dèi dire. — E questo detto, basso il viso, piagnendo sí forte come farebbe un fanciul ben battuto. Ghismunda, udendo il padre e conoscendo non solamente il suo segreto amore esser discoperto, ma ancora preso Guiscardo, dolore inestimabile senti ed a mostrarlo con romore e con lagrime, come il piú le femine fanno, fu assai volte vicina: ma pur questa viltá vincendo il suo animo altiero, il viso suo con maravigliosa forza fermò, e seco, avanti che a dovere alcun priego per sé porgere, di piú non istare in vita dispose, avvisando giá esser morto il suo Guiscardo; per che, non come dolente femina o ripresa del suo fallo, ma come noncurante e valorosa, con asciutto viso ed aperto e da niuna parte turbato cosi al padre disse: — Tancredi, né a negare né a pregare son disposta, per ciò che né l’un mi varrebbe né l’altro voglio che mi vaglia, ed oltre a ciò, in niuno atto intendo di rendermi benivola la tua mansuetudine ed il tuo amore: ma il vero confessando, prima con vere ragioni difender la fama mia e poi con fatti fortissimamente seguire la grandezza dell’animo mio. Egli è il vero che io ho amato ed amo Guiscardo, e quanto io viverò, che sará poco, l’amerò, e se appresso la morte s’ama, non mi rimarrò d’amarlo: ma a questo non m’indusse tanto la mia feminile fragilitá, quanto la tua poca sollecitudine del maritarmi e la vertú di lui. Esserti dovè, Tancredi, manifesto, essendo tu di carne, aver generata figliuola di carne e non di pietra o di ferro; e ricordarti dovevi e dèi, quantunque tu ora sii vecchio, chenti e quali e con che forza vengano le leggi della giovanezza: e come che tu, uomo, in parte ne’ tuoi migliori anni nell’armi esercitato ti sii, non dovevi di meno conoscere quello che gli ozi e le dilicatezze possano ne’ vecchi, non che ne’ giovani. Sono adunque, sí come da te generata, di carne, e sí poco vivuta, che ancor son giovane, e per l’una cosa e per l’altra, piena di concupiscibile disidèro, al quale maravigliosissime forze hanne dato l’aver giá, per essere stata maritata, conosciuto qual piacer sia a cosí fatto disidèro dar compimento. Alle quali forze non potendo io resistere, a seguir quello a che elle mi tiravano, sí come giovane e femina, mi disposi, ed innamora’mi. E certo in questo opposi ogni mia vertú, di non volere a te né a me di quello a che natural peccato mi tirava, in quanto per me si potesse operare, vergogna fare. Alla qual cosa e pietoso Amore e benigna fortuna assai occulta via m’avean trovata e mostrata, per la quale, senza sentirlo alcuno, io a’ miei disidèri perveniva: e questo, chi che ti se l’abbia mostrato o come che tu il sappi, io nol nego. Guiscardo non per accidente tolsi, come molte fanno, ma con diliberato consiglio elessi innanzi ad ogni altro, e con avveduto pensiero a me lo ’ntrodussi, e con savia perseveranza di me e di lui lungamente goduta sono del mio disio. Di che egli pare, oltre all’amorosamente aver peccato, che tu, piú la volgare oppinione che la veritá seguitando, con piú amaritudine mi riprenda, dicendo, quasi turbato esser non ti dovessi se io nobile uomo avessi a questo eletto, che io con uomo di bassa condizion mi son posta; in che non t’accorgi che non il mio peccato ma quello della fortuna riprendi, la quale assai sovente li non degni ad alto leva, abbasso lasciando i degnissimi. Ma lasciamo or questo, e riguarda alquanto a’ principi delle cose: tu vedrai noi d’una massa di carne tutti la carne avere, e da uno medesimo creatore tutte l’anime con iguali forze, con iguali potenze, con iguali vertú create. La vertú primieramente noi, che tutti nascemmo e nasciamo iguali, ne distinse; e quegli che di lei maggior parte avevano ed adoperavano nobili furon detti, ed il rimanente rimase non nobile. E benché contraria usanza poi abbia questa legge nascosa, ella non è ancor tolta via né guasta dalla natura né da’ buon costumi: e per ciò colui che virtuosamente adopera, apertamente sé mostra gentile, e chi altramenti il chiama, non colui che è chiamato ma colui che chiama commette difetto. Ragguarda tra tutti i tuoi nobili uomini ed esamina la lor vita, i lor costumi e le loro maniere, e d’altra parte quelle di Guiscardo ragguarda: se tu vorrai senza animositá giudicare, tu dirai lui nobilissimo e questi tuoi nobili tutti esser villani. Delle vertú e del valor di Guiscardo io non credetti al giudicio d’alcuna altra persona che a quello delle tue parole e de’ miei occhi. Chi il commendò mai tanto, quanto tu il commendavi in tutte quelle cose laudevoli che valoroso uomo dèe essere commendato? E certo non a torto: ché, se i miei occhi non m’ingannarono, niuna laude da te data gli fu che io lui operarla, e piú mirabilmente che le tue parole non poteano esprimere, non vedessi: e se pure in ciò alcuno inganno ricevuto avessi, da te sarei stata ingannata. Dirai adunque che io con uomo di bassa condizion mi sia posta? Tu non dirai il vero: ma per avventura se tu dicessi con povero, con tua vergogna si potrebbe concedere, che cosí hai saputo un valente uomo tuo servidore mettere in buono stato; ma la povertá non toglie gentilezza ad alcuno, ma sí avere. Molti re, molti gran prencipi furon giá poveri, e molti di quegli che la terra zappano e guardan le pecore giá ricchissimi furono, e sonne. L’ultimo dubbio che tu movevi, cioè che di me farti dovessi, cacciai del tutto via: se tu nella tua estrema vecchiezza a far quello che giovane non usasti, cioè ad incrudelir, se’ disposto, usa in me la tua crudeltá, la quale ad alcun priego porgerti disposta non sono, sí come in prima cagion di questo peccato, se peccato è; per ciò che io t’accerto che quello che di Guiscardo fatto avrai o farai, se di me non fai il simigliante, le mie mani medesime il faranno. Or via, va’ con le femine a spander le lagrime, ed incrudelendo, con un medesimo colpo e lui e me, se cosí ti par che meritato abbiamo, uccidi. — Conobbe il prenze la grandezza dell’animo della sua figliuola, ma non credette per ciò in tutto lei sí fortemente disposta a quello che le parole sue sonavano, come diceva; per che, da lei partitosi e da sé rimosso di volere in alcuna cosa nella persona di lei incrudelire, pensò con gli altrui danni raffreddare il suo fervente amore, e comandò a’ due che Guiscardo guardavano che senza alcun romore lui la seguente notte strangolassono, e trattogli il cuore, a lui il recassero. Li quali, cosí come loro era stato comandato, cosí operarono; laonde, venuto il dì seguente, fattasi il prenze venire una grande e bella coppa d’oro e messo in quella il cuor di Guiscardo, per un suo segretissimo famigliare il mandò alla figliuola ed imposegli che quando gliele desse, dicesse: — Il tuo padre ti manda questo per consolarti di quella cosa che tu piú ami, come tu hai lui consolato di ciò che egli piú amava. — Ghismunda, non ismossa dal suo fiero proponimento, fattesi venire erbe e radici velenose, poi che partito fu il padre, quelle stillò ed in acqua ridusse, per presta averla se quello di che ella temeva avvenisse. Alla quale venuto il famigliare e col presento e con le parole del prenze, con forte viso la coppa prese, e quella scoperchiata, come il cuor vide e le parole intese, così ebbe per certissimo, quello essere il cuor di Guiscardo; per che, levato il viso verso il famigliar, disse: — Non si convenia sepoltura men degna che d’oro a cosí fatto cuore chente questo è; discretamente in ciò ha il mio padre adoperato. — E cosí detto, appressatolsi alla bocca, il basciò, e poi disse: — In ogni cosa sempre ed infino a questo stremo della vita mia ho verso me trovato tenerissimo del mio padre l’amore, ma ora piú che giá mai: e per ciò l’ultime grazie, le quali rendergli debbo di cosí gran presento, da mia parte gli renderai. — Questo detto, rivolta sopra la coppa la quale stretta teneva, il cuor riguardando, disse: — Ahi! dolcissimo albergo di tutti i miei piaceri, maladetta sia la crudeltá di colui che con gli occhi della fronte or mi ti fa vedere! Assai m’era con quegli della mente riguardarti a ciascuna ora. Tu hai il tuo corso fornito, e di tale chente la fortuna tel concedette, ti se’ spacciato; venuto se’ alla fine alla qual ciascun corre; lasciate hai le miserie del mondo e le fatiche, e dal tuo nemico medesimo quella sepoltura hai che il tuo valore ha meritata. Niuna cosa ti mancava ad aver compiute esequie, se non le lagrime di colei la qual tu vivendo cotanto amasti; le quali acciò che tu l’avessi, pose Iddio nell’animo al mio dispietato padre che a me ti mandasse, ed io le ti darò, come che di morire con gli occhi asciutti e con viso da niuna cosa spaventato proposto avessi: e dateleti, senza alcuno indugio farò che la mia anima si congiugnerá con quella, adoperandol tu, che tu giá tanto cara guardasti. E con qual compagnia ne potrei io andar piú contenta o meglio sicura a’ luoghi non conosciuti che con lei? Io son certa che ella è ancora quinc’entro e riguarda i luoghi de’ suoi diletti e de’ miei, e come colei che ancora son certa che m’ama, aspetta la mia dalla quale sommamente è amata. — E cosí detto, non altramenti che se una fonte d’acqua nella testa avuta avesse, senza fare alcun feminil romore, sopra la coppa chinatasi, piagnendo cominciò a versar tante lagrime, che mirabile cosa furono a riguardare, basciando infinite volte il morto cuore. Le sue damigelle, che da torno le stavano, che cuore questo si fosse o che volesson dir le parole di lei non intendevano, ma da compassion vinte tutte piagnevano: e lei pietosamente della cagion del suo pianto domandavano invano, e molto piú, come meglio sapevano e potevano, s’ingegnavano di confortarla. La qual poi che quanto le parve ebbe pianto, alzato il capo e rasciuttisi gli occhi, disse: — O molto amato cuore, ogni mio uficio verso te è fornito, né piú altro mi resta a fare se non di venire con la mia anima a fare alla tua compagnia. — E questo detto, si fe’ dare l’orcioletto nel quale era l’acqua che il dí davanti aveva fatta; la quale mise nella coppa ove il cuore era, da molte delle sue lagrime lavato: e senza alcuna paura postavi la bocca, tutta la bevve, e bevutala, con la coppa in mano se ne salí sopra il suo letto, e quanto piú onestamente seppe compose il corpo suo sopra quello ed al suo cuore accostò quello del morto amante: e senza dire alcuna cosa aspettava la morte. Le damigelle sue, avendo queste cose e vedute ed udite, come che esse non sapessero che acqua quella fosse la quale ella bevuta aveva, a Tancredi ogni cosa avean mandato a dire, il qual, temendo di quello che sopravvenne, presto nella camera scese della figliuola. Nella qual giunse in quella ora che essa sopra il suo letto si pose: e tardi con dolci parole levatosi a suo conforto, veggendone i termini ne’ quali era, cominciò dolorosamente a piagnere; al quale la donna disse: — Tancredi, sèrbati coteste lagrime a meno disiderata fortuna che questa, né a me le dare, che non le disidero. Chi vide mai alcuno altro che te piagnere di quello che egli ha voluto? Ma pure, se niente di quello amore che giá mi portasti ancora in te vive, per ultimo don mi concedi che, poi a grado non ti fu che io tacitamente e di nascoso con Guiscardo vivessi, che il mio corpo col suo, dove che tu te l’abbi fatto gittare morto, palese stea. — L’angoscia del pianto non lasciò rispondere al prenze; laonde la giovane, alla sua fine esser venuta sentendosi, strignendosi al petto il morto cuore, disse: — Rimanete con Dio, ché io mi parto. — E velati gli occhi ed ogni senso perduto, di questa dolente vita si dipartí. Cosí doloroso fine ebbe l’amor di Guiscardo e di Ghismunda, come udito avete; li quali Tancredi dopo molto pianto, e tardi pentuto della sua crudeltá, con general dolore di tutti i salernetani onorevolmente ammenduni in un medesimo sepolcro gli fe’ sepellire».

La novella riproduce il tipico, scontato se vogliamo, triangolo amoroso Amante – Oggetto amato – Antagonista. Ciò che non è affatto scontato è che il soggetto principale della vicenda, il protagonista incontrastato, sia una donna, Ghismunda. Di contro, l’oggetto amato, Guiscardo, è davvero solo un oggetto, subordinato in tutto e per tutto alla amante. Ghismunda è un personaggio imponente, dotato delle più alte virtù: magnanimità, intelligenza, coraggio, dignità, eccezionale capacità di utilizzo della parola. Ella si impone come una delle figure più grandi, maestose dell’intero Decameron, accanto a Pampinea, Griselda e Guido Cavalcanti. Il suo vibrante discorso al padre, Tancredi, è un capolavoro dell’arte oratoria. Campionessa di liberalità, Ghismunda fonda la propria difesa sulla rivendicazione del diritto all’amore, del tutto naturale, e sulla rivendicazione della vera nobiltà, che non è quella di lignaggio, ma quella dell’animo. Ghismunda si fa portavoce del fondamentale principio di eguaglianza degli uomini, di tutti gli uomini, maschi e femmine, ricchi e poveri. Ciò che conta, più delle forme esteriori, è l’interiorità dell’individuo, che solo in base a questo deve essere giudicato. Contrapposta alla sorpassata concezione aristocratica di Tancredi, la visione proposta e incarnata da Ghismunda è frutto di una nuova e rivoluzionaria concezione socio-culturale. Ciò rende la protagonista di questa bellissima novella di una modernità sconcertante, soprattutto se si pensa alla fatica che ancora oggi, secoli e secoli dopo, questa concezione fa per imporsi. In questo senso, Boccaccio riproduce nella novella il topico conflitto generazionale padri-figli, spingendolo fino al suo esito estremo, più drammatico. Tancredi, al capezzale della figlia oramai morente, si ravvede, ma «tardi» – e questo «tardi» ripetuto due volte in conclusione della novella pesa come un macigno -, egli non può far altro che seppellire insieme i due innamorati, «in un medesimo sepolcro». Magra e macabra consolazione.

Il Decameron si conclude nel segno della donna; l’ultima novella rappresenta il vero e proprio trionfo dell’universo femminile nella figura, sfiorata dalla santità, di Griselda, costretta a subire le crudeltà di un marito, Gualtieri, mosso dalla vanità.

«Giá è gran tempo, fu tra’ marchesi di Saluzzo il maggior della casa un giovane chiamato Gualtieri, il quale, essendo senza moglie e senza figliuoli, in niuna altra cosa il suo tempo spendeva che in uccellare ed in cacciare, né di prender moglie né d’aver figliuoli alcun pensiero avea; di che egli era da reputar molto savio. La qual cosa a’ suoi uomini non piacendo, piú volte il pregaron che moglie prendesse, acciò che egli senza erede né essi senza signor rimanessero, offerendosi di trovargliel tale e di sí fatto padre e madre discesa, che buona speranza se ne potrebbe avere, ed esso contentarsene molto. A’ quali Gualtieri rispose: — Amici miei, voi mi strignete a quello che io del tutto aveva disposto di non far mai, considerando quanto grave cosa sia a poter trovare chi co’ suoi costumi ben si convenga, e quanto del contrario sia grande la copia, e come dura vita sia quella di colui che a donna non bene a sé conveniente s’abbatte. Ed il dire che voi vi crediate a’ costumi de’ padri e delle madri le figliuole conoscere, donde argomentate di darlami tal che mi piacerá, è una sciocchezza, con ciò sia cosa che io non sappia dove i padri possiate conoscere, né come i segreti delle madri di quelle: quantunque, pur conoscendogli, sieno spesse volte le figliuole a’ padri ed alle madri dissimili. Ma poi che pure in queste catene vi piace d’annodarmi, ed io voglio esser contento: ed acciò che io non abbia da dolermi d’altrui che di me, se mal venisse fatto, io stesso ne voglio essere il trovatore, affermandovi che, cui che io mi tolga, se da voi non fia come donna onorata, voi proverete con gran vostro danno quanto grave mi sia l’aver contra mia voglia presa mogliere a’ vostri prieghi. — I valenti uomini risposon che eran contenti, sol che esso si recasse a prender moglie. Erano a Gualtieri buona pezza piaciuti i costumi d’una povera giovanetta che d’una villa vicina a casa sua era, e parendogli bella assai, estimò che con costei dovesse potere aver vita assai consolata; e per ciò, senza piú avanti cercare, costei propose di volere sposare: e fattosi il padre chiamare, con lui, che poverissimo era, si convenne di tôrla per moglie. Fatto questo, fece Gualtieri tutti i suoi amici della contrada adunare, e disse loro: — Amici miei, egli v’è piaciuto e piace che io mi disponga a tór moglie, ed io mi vi son disposto piú per compiacere a voi che per disidèro che io di moglie avessi. Voi sapete quello che voi mi prometteste, cioè d’esser contenti e d’onorar come donna, qualunque quella fosse che io togliessi; e per ciò venuto è il tempo che io sono per servare a voi la promessa e che io voglio che voi a me la serviate. Io ho trovata una giovane secondo il cuor mio, assai presso di qui, la quale io intendo di tôr per moglie e di menarlami tra qui e pochi dì a casa: e per ciò pensate come la festa delle nozze sia bella e come voi onorevolmente riceverla possiate, acciò che io mi possa della vostra promession chiamar contento come voi della mia vi potrete chiamare. — I buoni uomini lieti tutti risposero ciò piacer loro e che, fosse chi volesse, essi l’avrebber per donna ed onorerebbonla in tutte cose sí come donna; ed appresso questo, tutti si misero in assetto di far bella e grande e lieta festa, ed il simigliante fece Gualtieri. Egli fece preparar le nozze grandissime e belle, ed invitarvi molti suoi amici e parenti e gran gentili uomini ed altri da torno: ed oltre a questo, fece tagliare e far piú robe belle e ricche al dosso d’una giovane la quale della persona gli pareva che la giovanetta la quale avea proposto di sposare, ed oltre a questo, apparecchiò cinture ed anella ed una ricca e bella corona, e tutto ciò che a novella sposa si richiedea. E venuto il dì che alle nozze predetto avea, Gualtieri in su la mezza terza montò a cavallo, e ciascuno altro che ad onorarlo era venuto; ed ogni cosa opportuna avendo disposta, disse: — Signori, tempo è d’andare per la novella sposa. — E messosi in via con tutta la compagnia sua, pervennero alla villetta: e giunti a casa del padre della fanciulla, e lei trovata che con acqua tornava dalla fonte in gran fretta, per andar poi con altre femine a veder venire la sposa di Gualtieri; la quale come Gualtier vide, chiamatala per nome, cioè Griselda, domandò dove il padre fosse; al quale ella vergognosamente rispose: — Signor mio, egli è in casa. — Allora Gualtieri, smontato e comandato ad ogni uom che l’aspettasse, solo se n’entrò nella povera casa, dove trovò il padre di lei, che avea nome Giannucolo, e dissegli: — Io sono venuto a sposar la Griselda, ma prima da lei voglio sapere alcuna cosa in tua presenza. — E domandolla se ella sempre, togliendola egli per moglie, s’ingegnerebbe di compiacergli e di niuna cosa che egli dicesse o facesse non turbarsi, e se ella sarebbe obediente e simili altre cose assai, delle quali ella a tutte rispose del sí. Allora Gualtieri, presala per mano, la menò fuori, ed in presenza di tutta la sua compagnia e d’ogni altra persona la fece spogliare ignuda: e fattisi quegli vestimenti venire che fatti aveva fare, prestamente la fece vestire e calzare, e sopra i suoi capelli, cosí scarmigliati come erano, le fece mettere una corona, ed appresso questo, maravigliandosi ogni uomo di questa cosa, disse: — Signori, costei è colei la quale io intendo che mia moglie sia, dove ella me voglia per marito. — E poi, a lei rivolto che di se medesima vergognosa e sospesa stava, le disse: — Griselda, vuoimi tu per tuo marito? — A cui ella rispose: — Signor mio, sí. — Ed egli disse: — Ed io voglio te per mia moglie. — Ed in presenza di tutti la sposò: e fattala sopra un pallafren montare, orrevolmente accompagnata, a casa la si menò. Quivi furon le nozze belle e grandi e la festa non altramenti che se presa avesse la figliuola del re di Francia. La giovane sposa parve che co’ vestimenti insieme l’animo ed i costumi mutasse. Ella era, come giá dicemmo, di persona e di viso bella, e cosí come bella era, divenne tanto avvenevole, tanto piacevole e tanto costumata, che non figliuola di Giannucolo e guardiana di pecore pareva stata, ma d’alcun nobile signore; di che ella faceva maravigliare ogni uom che prima conosciuta l’avea: ed oltre a questo, era tanto obediente al marito e tanto servente, che egli si teneva il piú contento ed il piú appagato uomo del mondo, e similmente verso i sudditi del marito era tanto graziosa e tanto benigna, che niun ve u’era che piú che sé non l’amasse e che non l’onorasse di buon grado, tutti per lo suo bene e per lo suo stato e per lo suo esaltamento pregando, dicendo, dove dir soleano Gualtieri aver fatto come poco savio d’averla per moglie presa, che egli era il piú savio ed il piú avveduto uomo che al mondo fosse, per ciò che niuno altro che egli avrebbe mai potuto conoscere l’alta vertú di costei nascosa sotto i poveri panni e sotto l’abito villesco. Ed in brieve, non solamente nel suo marchesato ma per tutto, anzi che gran tempo fosse passato, seppe ella sí fare, che ella fece ragionare del suo valore e del suo bene adoperare, ed in contrario rivolgere, se alcuna cosa detta s’era contro al marito per lei quando sposata l’avea. Ella non fu guari con Gualtieri dimorata che ella ingravidò, ed al tempo debito partorí una fanciulla, di che Gualtieri fece gran festa. Ma poco appresso, entratogli un nuovo pensier nell’animo, cioè di volere con lunga esperienza e con cose intollerabili provare la pazienza di lei, primieramente la punse con parole, mostrandosi turbato e dicendo che i suoi uomini pessimamente si contentavano di lei per la sua bassa condizione, e spezialmente poi che vedevano che ella portava figliuoli, e della figliuola che nata era tristissimi, altro che mormorar non faceano. Le quali parole udendo la donna, senza mutar viso o buon proponimento in alcuno atto, disse: — Signor mio, fa’ di me quello che tu credi che piú tuo onore o consolazion sia, ché io sarò di tutto contenta, sí come colei che conosco che io sono da men di loro e che io non era degna di questo onore al quale tu per tua cortesia mi recasti. — Questa risposta fu molto cara a Gualtieri, conoscendo costei non essere in alcuna superbia levata per onore che egli o altri fatto l’avesse. Poco tempo appresso, avendo con parole generali detto alla moglie che i sudditi non potevan patir quella fanciulla di lei nata, informato un suo famigliare, il mandò a lei, il quale con assai dolente viso le disse: — Madonna, se io non voglio morire, a me convien far quello che il mio signor mi comanda. Egli m’ha comandato che io prenda questa vostra figliuola e che io… — e non disse piú. La donna, udendo le parole e veggendo il viso del famigliare, e delle parole dette ricordandosi, comprese che a costui fosse imposto che egli l’uccidesse; per che prestamente, presala della culla e basciatala e benedettala, come che gran noia nel cuor sentisse, senza mutar viso, in braccio la pose al famigliare e dissegli: — Te’, fa’ compiutamente quello che il tuo e mio signore t’ha imposto: ma non la lasciar per modo che le bestie e gli uccelli la divorino, salvo se egli nol ti comandasse. — Il famigliare, presa la fanciulla e fatto a Gualtier sentire ciò che detto aveva la donna, maravigliandosi egli della sua costanza, lui con essa ne mandò a Bologna ad una sua parente, pregandola che, senza mai dire cui figliuola si fosse, diligentemente l’allevasse e costumasse. Sopravvenne appresso che la donna da capo ingravidò, ed al tempo debito partorí un figliuol maschio, il che carissimo fu a Gualtieri; ma non bastandogli quello che fatto avea, con maggior puntura trafisse la donna, e con sembiante turbato un dí le disse: — Donna, poscia che tu questo figliuol maschio facesti, per niuna guisa con questi miei viver son potuto, sí duramente si ramaricano che un nepote di Giannucolo dopo me debba rimaner lor signore; di che io mi dótto, se io non ci vorrò esser cacciato, che non mi ci convenga fare di quello che io altra volta feci, ed alla fine lasciar te e prendere un’altra moglie. — La donna con paziente animo l’ascoltò, né altro rispose se non: — Signor mio, pensa di contentar te e di sodisfare al piacer tuo, e di me non avere pensiero alcuno, per ciò che niuna cosa m’è cara se non quanto io la veggio a te piacere. — Dopo non molti di Gualtieri, in quella medesima maniera che mandato aveva per la figliuola, mandò per lo figliuolo, e similmente dimostrato d’averlo fatto uccidere, a nutricar nel mandò a Bologna, come la fanciulla aveva mandata; della qual cosa la donna né altro viso né altre parole fece che della fanciulla fatto avesse, di che Gualtieri si maravigliava forte, e seco stesso affermava, niuna altra femina questo poter fare che ella faceva: e se non fosse che carnalissima de’ figliuoli, mentre gli piacea, la vedeva, lei avrebbe creduto ciò fare per piú non curarsene, dove come savia lei farlo conobbe. I sudditi suoi, credendo che egli uccidere avesse fatti i figliuoli, il biasimavan forte e reputavanlo crudele uomo, ed alla donna avevan grandissima compassione; la quale con le donne le quali con lei de’ figliuoli cosí morti si condoleano, mai altro non disse, se non che quel ne piaceva a lei che a colui che generati gli avea. Ma essendo piú anni passati dopo la nativitá della fanciulla, parendo tempo a Gualtieri di fare l’ultima pruova della sofferenza di costei, con molti de’ suoi disse che per niuna guisa piú sofferir poteva d’aver per moglie Griselda e che egli conosceva che male e giovenilmente aveva fatto quando l’aveva presa, e per ciò a suo potere voleva procacciar col papa che con lui dispensasse che un’altra donna prender potesse e lasciar Griselda; di che egli da assai buoni uomini fu molto ripreso, a che nulla altro rispose, se non che conveniva che cosí fosse. La donna, sentendo queste cose e parendole dovere sperare di ritornare a casa del padre, e forse a guardar le pecore come altra volta aveva fatto, e vedere ad un’altra donna tener colui al quale ella voleva tutto il suo bene, forte in se medesima si dolea: ma pur, come l’altre ingiurie della fortuna aveva sostenute, cosí con fermo viso si dispose a questa dover sostenere. Non dopo molto tempo Gualtieri fece venire sue lettere contraffatte da Roma, e fece veduto a’ suoi sudditi, il papa per quelle aver seco dispensato di poter tôrre altra moglie e lasciar Griselda; per che, fattalasi venir dinanzi, in presenza di molti le disse: — Donna, per concession fattami dal papa io posso altra donna pigliare e lasciar te: e per ciò che i miei passati sono stati gran gentili uomini e signori di queste contrade, dove i tuoi stati son sempre lavoratori, io intendo che tu piú mia moglie non sia, ma che tu a casa Giannucolo te ne torni con la dota che tu mi recasti, ed io poi un’altra, che trovata n’ho convenevole a me, ce ne menerò. — La donna, udendo queste parole, non senza grandissima fatica, oltre alla natura delle femine, ritenne le lagrime, e rispose: — Signor mio, io conobbi sempre la mia bassa condizione alla vostra nobiltá in alcun modo non convenirsi, e quello che io stata son con voi, da Dio e da voi il riconoscea, né mai come donatolmi, mio il feci o tenni, ma sempre l’ebbi come prestatomi; piacevi di rivolerlo, ed a me dèe piacere e piace di renderlovi: ecco il vostro anello col quale voi mi sposaste, prendetelo. Comandatemi che io quella dota me ne porti che io ci recai, alla qual cosa fare né a voi pagatore né a me borsa bisognerá né somiere, per ciò che di mente uscito non m’è che ignuda m’aveste: e se voi giudicate onesto che quel corpo nel quale io ho portati figliuoli da voi generati, sia da tutti veduto, io me n’andrò ignuda: ma io vi priego, in premio della mia virginitá che io ci recai e non ne la porto, che almeno una sola camiscia sopra la dota mia vi piaccia che io portarne possa. — Gualtieri, che maggior voglia di piagnere aveva che d’altro, stando pur col viso duro, disse: — E tu una camiscia ne porta. — Quanti dintorno v’erano il pregavano che egli una roba le donasse, ché non fosse veduta colei che sua moglie tredici anni o piú era stata, di casa sua cosí poveramente e cosí vituperosamente uscire, come era uscirne in camiscia: ma invano andarono i prieghi; diche la donna in camiscia e scalza e senza alcuna cosa in capo, accomandatigli a Dio, gli uscí di casa ed al padre se ne tornò, con lagrime e con pianto di tutti coloro che la videro. Giannucolo, che creder non avea mai potuto questo esser vero, che Gualtieri la figliuola dovesse tener moglie, ed ognidí questo caso aspettando, guardati l’aveva i panni che spogliati s’avea quella mattina che Gualtieri la sposò; per che, recatigliele ed ella rivestitiglisi, a’ piccoli servigi della paterna casa si diede sí come far soleva, con forte animo sostenendo il fiero assalto della nemica fortuna. Come Gualtieri questo ebbe fatto, cosí fece veduto a’ suoi che presa aveva una figliuola d’un de’ conti da Panago: e faccendo fare l’appresto grande per le nozze, mandò per la Griselda che a lui venisse; alla quale venuta disse: — Io meno questa donna la quale io ho nuovamente tolta, ed intendo in questa sua prima venuta d’onorarla: e tu sai che io non ho in casa donne che mi sappiano acconciar le camere né fare molte cose che a cosí fatta festa si richeggiono; e per ciò tu, che meglio che altra persona queste cose di casa sai, metti in ordine quello che da far c’è, e quelle donne fa invitar che ti pare, e ricevile come se donna di qui fossi; poi, fatte le nozze, te ne potrai a casa tua tornare. — Come che queste parole fossero tutte coltella al cuor di Griselda, come a colei che non aveva cosí potuto por giú l’amore che ella gli portava come fatto aveva la buona fortuna, rispose: — Signor mio, io son presta ed apparecchiata. — Ed entratasene co’ suoi pannicelli romagnuoli e grossi in quella casa della qual poco avanti era uscita in camiscia, cominciò a spazzar le camere ed ordinarle, ed a far porre capoletti e pancali per le sale, a fare apprestar la cucina, e ad ogni cosa, come se una piccola fanticella della casa fosse, porre le mani: né mai ristette, che ella ebbe tutto acconcio ed ordinato quanto si conveniva. Ed appresso questo, fatto da parte di Gualtieri invitar tutte le donne della contrada, cominciò ad attender la festa: e venuto il giorno delle nozze, come che i panni avesse poveri indosso, con animo e costume donnesco tutte le donne che a quelle vennero, e con lieto viso, ricevette. Gualtieri, il quale diligentemente aveva i figliuoli fatti allevare in Bologna alla sua parente che maritata era in casa de’ conti da Panago, essendo giá la fanciulla, d’etá di dodici anni, la piú bella cosa che mai si vedesse, ed il fanciullo era di sei, avea mandato a Bologna al parente suo pregando che gli piacesse di dovere con questa sua figliuola e col figliuolo venire a Saluzzo ed ordinare di menar bella ed onorevole compagnia con seco, e di dire a tutti che costei per sua mogliere gli menasse, senza manifestare alcuna cosa ad alcuno chi ella si fosse altramenti. IL gentile uomo, fatto secondo che il marchese il pregava, entrato in cammino, dopo alquanti dí con la fanciulla e col fratello e con nobile compagnia in su l’ora del desinare giunse a Saluzzo, dove tutti i paesani e molti altri vicini da torno trovò, che attendevan questa novella sposa di Gualtieri. La quale dalle donne ricevuta, e nella sala dove erano messe le tavole venuta, Griselda, cosí come era, le si fece lietamente incontro, dicendo: — Ben venga la mia donna! — Le donne, che molto avevano, ma invano, pregato Gualtieri che o facesse che la Griselda si stesse in una camera o che egli alcuna delle robe che sue erano state le prestasse, acciò che cosí non andasse davanti a’ suoi forestieri, furon messe a tavola e cominciate a servire. La fanciulla era guardata da ogni uomo, e ciascun diceva che Gualtieri aveva fatto buon cambio: ma intra gli altri Griselda la lodava molto, e lei ed il suo fratellino. Gualtieri, al qual pareva pienamente aver veduto quantunque disiderava della pazienza della sua donna, veggendo che di niente la novitá delle cose la cambiava, ed essendo certo, ciò per mentecattaggine non avvenire, per ciò che savia molto la conoscea, gli parve tempo di doverla trarre dell’amaritudine la quale estimava che ella sotto il forte viso nascosa tenesse; per che, fattalasi venire, in presenza d’ogni uomo sorridendo le disse: — Che ti par della nostra sposa? — Signor mio, — rispose Griselda — a me ne par molto bene; e se cosí è savia come ella è bella, che il credo, io non dubito punto che voi non dobbiate con lei vivere il piú consolato signor del mondo: ma quanto posso vi priego che quelle punture, le quali all’altra che vostra fu giá, déste, non diate a questa, ché appena che io creda che ella le potesse sostenere, sí perché piú giovane è, e sí ancora perché in dilicatezze è allevata, ove colei in continue fatiche da piccolina era stata. — Gualtieri, veggendo che ella fermamente credeva, costei dovere esser sua moglie, né per ciò in alcuna cosa men che ben parlava, la si fece sedere allato e disse: — Griselda, tempo è ornai che tu senta frutto della tua lunga pazienza e che coloro li quali me hanno reputato crudele ed iniquo e bestiale conoscano che ciò che io faceva ad antiveduto fine operava, volendoti insegnar d’esser moglie ed a loro di saperla tenere, ed a me partorire perpetua quiete mentre teco a vivere avessi; il che, quando venni a prender moglie, gran paura ebbi che non m’intervenisse: e per ciò, per pruova pigliarne, in quanti modi tu sai ti punsi e trafissi. E però che io mai non mi sono accorto che in parola né in fatto dal mio piacere partita ti sii, parendo a me aver di te quella consolazione che io disiderava, intendo di rendere a te ad una ora ciò che io tra molte ti tolsi e con somma dolcezza le punture ristorare che io ti diedi: e per ciò con lieto animo prendi questa che tu mia sposa credi, ed il suo fratello, per tuoi e miei figliuoli; essi sono quegli li quali tu e molti altri lungamente stimato avete che io crudelmente uccider facessi, ed io sono il tuo marito, il quale sopra ogni altra cosa t’amo, credendomi poter dar vanto che niuno altro sia che, sí come io, si possa di sua moglier contentare. — E cosí detto, l’abbracciò e basciò, e con lei insieme, la qual d’allegrezza piagnea, levatosi, n’andarono lá dove la figliuola, tutta stupefatta queste cose ascoltando, sedea: ed abbracciatala teneramente, ed il fratello altressi, lei e molti altri che quivi erano sgannarono. Le donne lietissime, levate dalle tavole, con Griselda n’andarono in camera e con migliore agurio trattile i suoi pannicelli, d’una nobile roba delle sue la rivestirono, e come donna, la quale ella eziandio negli stracci pareva, nella sala la rimenarono. E quivi fattasi co’ figliuoli maravigliosa festa, essendo ogni uomo lietissimo di questa cosa, il sollazzo ed il festeggiar multiplicarono ed in piú giorni tirarono: e savissimo reputaron Gualtieri, come che troppo reputassero agre ed intollerabili l’esperienze prese della sua donna, e sopra tutti savissima tenner Griselda. Il conte da Panago si tornò dopo alquanti dì a Bologna, e Gualtieri, tolto Giannucolo dal suo lavorio, come suocero il pose in istato che egli onoratamente e con gran consolazione visse e finì la sua vecchiezza. Ed egli appresso, maritata altamente la sua figliuola, con Griselda, onorandola sempre quanto piú si potea, lungamente e consolato visse. Che si potrá dir qui, se non che anche nelle povere case piovono dal cielo de’ divini spiriti, come nelle reali di quegli che sarien piú degni di guardar porci che d’avere sopra uomini signoria? Chi avrebbe altri che Griselda potuto col viso non solamente asciutto ma lieto sofferir le rigide e mai piú non udite pruove da Gualtier fatte? Al quale non sarebbe forse stato male investito d’essersi abbattuto ad una che, quando fuor di casa l’avesse in camiscia cacciata, s’avesse sì ad uno altro fatto scuotere il pilliccione, che riuscito ne fosse una bella roba».

Supremo esempio di fermezza, Griselda si impone come eroina virtuosa, tanto da ricordare alcune tra le più celebri figure del mito biblico: Abramo, Giobbe. Boccaccio è senza dubbio uno scrittore laico, ma resta pur sempre un uomo cristiano, e nella massima esaltazione della donna decide proprio di guardare al supremo modello religioso: Griselda è il prototipo dell’eroina cristiana, della santa, della martire. Ricorda Abramo, Giobbe, certo, ma anche la Vergine, colei che rappresenta il sommo exemplum femminile della cultura occidentale; e in questo senso trovo una certa corrispondenza tra la conclusione del Decameron e la conclusione del Canzoniere di Petrarca, che Boccaccio considerava suo maestro, con la preghiera di pace rivolta proprio alla Vergine [2] (ricordo che proprio Petrarca traduce la novella di Griselda in latino, facendo sì che essa acquisti una risonanza europea che altrimenti non avrebbe avuto). L’interpretazione prettamente religiosa del racconto che conclude il Decameron è solamente una delle tante possibili (ricordo l’interpretazione fiabesca, particolarmente pregnante, e l’interpretazione storico-sociale, che vede nella novella la sconfitta del mondo feudale rappresentato da Gualtieri), ma reputo sia quella che meglio di ogni altra si addice a quell’esaltazione della donna che Boccaccio colloca tra le basi della propria attività letteraria.

NOTE

[1] Giovanni Boccaccio, uno scrittore al servizio delle donne. Elegia di Madonna Fiammetta.

[2] Per un approfondimento sulla raccolta di versi di Petrarca rimando all’articolo Il Canzoniere di Francesco Petrarca: storia di un amore umano.

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