l’amore non può essere non corporale nell’estrema timoratezza, né non timorato nell’estrema carnalità, esso è sempre se stesso; sia come scaltro attaccamento alla vita, sia come suprema passione, è il consenso col mondo organico, il commovente e voluttuoso abbraccio di ciò che è destinato a corrompersi,… anche nella più ammirevole e più furiosa passione appare certamente la charitas.

Thomas Mann, La montagna incantata

Lui Dino Campana (1885-1932). Lei Sibilla Aleramo (1876-1960). Lui schivo, introverso, per sua stessa ammissione «orso» e «strambo», malato. Lei socievole, solare, mondana, fatale. Lui poeta. Lei scrittrice e poetessa. Lui nove anni più giovane di lei. Due personalità agli antipodi. Sullo sfondo l’apocalittica e sanguinosa Prima guerra mondiale.

Dino, prima di perdere la testa per Sibilla, non ha mai davvero amato nessuna donna. Ed è lo stesso poeta, nei suoi versi tormentati e splendidi, a confessarlo. Fugaci infatuazioni adolescenziali verso compagne di scuola. Due incontri senza troppa importanza, con una «svizzera Segantiniana» e con una «russa incredibile venuta dall’Africa». E poi le prostitute. Dino ricorre frequentemente al sesso a pagamento. La prostituzione è una valida valvola di sfogo, e la protagonista di alcuni, magnifici passi della sua opera più importante, Canti Orfici (1914). Così nella prosa Il viaggio e il ritorno: «A l’ ombra dei lampioni verdi le bianche colossali prostitute sognavano sogni vaghi nella luce bizzarra al vento. Il mare nel vento mesceva il suo sale che il vento mesceva e levava nell’ odor lussurioso dei vichi, e la bianca notte mediterranea scherzava colle enormi forme delle femmine tra i tentativi bizzarri della fiamma di svellersi dal cavo dei lampioni. Esse guardavano la fiamma e cantavano canzoni di cuori in catene. Tutti i preludi erano taciuti ormai…». Così nella poesia Notturno teppista: «Amo le vecchie troie / Gonfie lievitate di sperma…».

Sibilla, folgorata, rapita dalla grandezza poetica, e dall’intensità visionaria delle produzioni campane, decide di fare la conoscenza di Dino. Il primo incontro avviene giovedì 3 agosto 1916, al Barco sopra Scarperia, presso le montagne del Mugello. All’inizio è un sogno, un magnifico idillio. Lui ha bisogno di lei, lei è estasiata. In sole settantadue ore la scrittrice scrive al poeta una decina di lettere: «Ci siamo meritati il miracolo. Lo vivremo tutto»; «Ho fede sai, tanta. Staremo insieme tanto. Guardiamo lontano. Amore. Baciami»; «Saremo soli sulla terra. Bruceremo».

Entrambi possiedono una ferocia carnale che li porta a consumare rapporti sessuali di una passione inaudita, a tratti brutale, eppure, al tempo stesso, dolce e carezzevole. «I nostri corpi su le zolle dure, le spighe che frusciano sopra la fronte, mentre le stelle incupiscono il cielo»; «Ti farò gridare di gioia quando ci riprenderemo», questo scrive Sibilla perduta nell’impeto del trasporto fisico ed amoroso.

I rapporti iniziano ad incrinarsi quando i due, verrebbe da dire inevitabilmente, iniziano a conoscersi. A conoscersi a fondo, per quel che davvero sono. Lui un poeta schizofrenico, lei una femme fatale. E, in fondo, a Dino non può piacere molto della personalità e del mondo di Sibilla. Non può piacergli il suo stile di scrittura, poco avanguardista, avaro di estro e poesia, al contrario, troppo lineare, pulito e selezionato. Non può piacergli il suo carattere, troppo socievole ed espansivo. Non possono piacergli le sue amicizie, troppo aristocratiche e snob.

Dino e Sibilla si amano e si odiano, follemente, devastandosi l’un l’altro. Si baciano e si scontrano, e non solo a parole. Nel dicembre del 1916 sono ospiti nella villa a Settignano di Anstrid Anhfelt. Ecco cosa scrive la giornalista svedese a Leonetta Cecchi Piraccini, implorandola di fare qualcosa, di intervenire: «Tutta la notte si sono battuti e graffiati. Si ammazzano senz’altro, se qualcuno non interviene». Quel che colpisce, è come la violenza sia ambivalente. Sibilla non soccombe, tutt’altro. Lotta, resiste, colpisce e ferisce Dino.

Fughe, inseguimenti, brevi riappacificazioni. E ancora botte, insulti, sputi, morsi, graffi, sesso.

All’inizio del nuovo anno, il 22 gennaio 1917, per interessamento ed intermediazione della scrittrice, il poeta viene visitato da uno psichiatra di grido, il Prof. Ernesto Tanzi. Non sappiamo cosa Tanzi abbia riferito a Sibilla dopo la seduta, quale diagnosi terribile le abbia comunicato. Ciò che sappiamo, con assoluta certezza, è che da quel momento i due innamorati si dividono. Non si rivedranno più fino al 13 settembre. Dino si trasferisce in Val di Susa, e non le scrive più, se non occasionalmente. Nelle epistole di Sibilla riconducibili a questo periodo, riscontriamo fervori rabbiosi: «Cane arrabbiato che m’hai morso, muoio, ma ti taglieranno la testa», ma anche sottili e maliziose perfidie: «Ci sono tante valli nelle Alpi. Tu non puoi immaginare in quale mi trovo». Parole di una donna ancora innamorata, ferita da una relazione alla quale si è donata con tutta se stessa, infischiandosene dei rischi e dei pericoli.

Sibilla si rifugia in un piccolo villaggio ai piedi del Monte Rosa, difficilissimo da raggiungere con i mezzi dell’epoca. Smette del tutto di scrivere e, forse, per la prima volta, smette di pensare al poeta il quale, intanto, la tempesta di lettere nevrasteniche, palpitanti e deliranti, spedite al suo indirizzo di Milano. Dino non può fare a meno dell’unica donna amata in tutta la sua difficile esistenza e, ad agosto, nonostante gli ostacoli bellici e la mancanza di documenti, si insedia nell’abitazione fiorentina di lei. Ecco cosa le scrive: «Sono nella tua stanza. Dimmi se devo viverci o morirci».

A settembre Sibilla deve necessariamente fare ritorno a Milano e Firenze. Temendo di incontrare di nuovo quell’amante oramai dimenticato, odioso e nient’altro che brutto ricordo, decide di fargli uno scherzo. Uno scherzo di cattivo gusto. Alla vigilia del rientro in città, scrive a Dino parole di distacco accompagnate dall’indirizzo dell’albergo in cui dice di trovarsi. Il poeta parte subito alla volta del Monte Rosa, ma viene fermato ed arrestato alla stazione ferroviaria di Novara, proprio mentre si informa sugli orari delle corriere dirette alla Valsesia. Venuta a conoscenza dell’accaduto, colpita dal rimorso, la Aleramo corre a riconoscere Dino in prigione. Il 13 settembre 1917 egli viene rispedito a Marradi, il suo paese natale. È l’ultima volta che i due si vedono. Il poeta scriverà un’ultima volta a Sibilla, il 17 gennaio 1918, dal manicomio San Salvi: «Vieni a vedermi, ti prego, se credi che abbia sofferto abbastanza, sono pronto a darti quello che mi resta della mia vita». Non riceverà alcuna risposta. È la fine di una delle storie d’amore più belle, struggenti, ed al tempo stesso devastanti, mai vissute da due esseri umani. Ogni altra parola sarebbe superflua e fuori luogo.

Bibliografia

Sebastiano Vassalli, La notte della cometa. Il romanzo di Dino Campana, Einaudi, Torino 1984.

Dino Campana e Sibilla Aleramo, Un viaggio chiamato amore – Lettere 1916-1918, a cura di Bruna Conti, Feltrinelli, 2000.

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