La Vita nuova è una raccolta di 31 liriche giovanili di Dante, incorniciate da una prosa alternativamente narrativa e teorica (appartengono a questa seconda categoria le cosiddette divisioni – il cui scopo sarebbe approfondire la comprensione dei componimenti -, eliminate dal corpo del testo da Boccaccio nella sua edizione dell’opera, giustificando tale operazione filologicamente discutibile con il presunto pentimento dell’autore). Dante inaugura così quella commistione di generi, e in particolar modo di prosa e poesia, che ha una tradizione secolare nella storia della letteratura italiana, e che dalla Vita nuova si sviluppa lungo una linea ideale che giunge fino ai Canti orifici di Dino Campana.

All’interno del corpus dantesco la Vita nuova occupa una posizione di assoluto rilievo, raccogliendo l’esperienza poetica di circa un decennio e segnando la fine della fase amorosa, diciamo così, della produzione dantesca. Al termine della Vita nuova Dante si impone come poeta morale, lasciando la qualifica di poeta d’amore all’amico Cino da Pistoia, come scrive egli stesso nel De vulgari eloquentia: «Solo di questi argomenti, se non sbagliamo, risulta che hanno poetato in volgare i personaggi illustri, cioè Bertrando del Bornio delle armi, Arnaldo Daniello dell’amore, Girardo del Bornello della rettitudine; e così Cino Pistoiese dell’amore, l’amico suo [cioè Dante stesso] della rettitudine».

Come vedremo nel corso del presente lavoro, Beatrice nella Vita nuova si impone come vera e propria «figura» di Cristo. Ne risulta quasi una sorta di nuova religione, il Beatricianesimo, di cui Dante si fa apostolo e divulgatore, creando un’opera corrispondente, per forza sacrale e mistica, ai Vangeli. Un paragone, forse, eccessivamente profano, di cui mi servo tuttavia per rendere l’idea della devozione dell’autore nei confronti della «gentilissima», che raggiungerà poi la massima espressione nella Commedia, con la cui profezia si conclude la Vita nuova.

I. In quella parte del libro de la mia memoria dinanzi a la quale poco si potrebbe leggere, si trova una rubrica la quale dice: Incipit vita nova. Sotto la quale rubrica io trovo scritte le parole le quali è mio intendimento d’assemplare in questo libello; e se non tutte, almeno la loro sentenzia.

In questo capitoletto iniziale, che funge da proemio, emerge la volontà di Dante di fornire un carattere prettamente autobiografico, niente affatto romanzesco all’intera vicenda narrata (lo dimostra l’espressione «libro de la mia memoria»), anche se nel corso della lettura emergerà con chiarezza l’operazione idealizzante attuata dall’autore, inserita in un preciso disegno letterario basato su convenzioni rettoriche e allegoriche solidamente consolidate. Una parola sul senso dell’espressione «Incipit vita nova», che non è da intendere nel significato di giovanile, ma di rinnovata, rinnovata dall’amore per Beatrice.

Il secondo capitolo della Vita nuova è dedicato al primo incontro di Dante con Beatrice, che avviene quando entrambi hanno nove anni – il numero 9 nell’opera si ripete a un ritmo martellante, ossessionante, e le ragioni dell’intimo rapporto tra il 9 e Beatrice le spiegherà lo stesso Dante dopo la di lei morte -.

II. Nove fiate già appresso lo mio nascimento era tornato lo cielo de la luce quasi a uno medesimo punto, quanto a la sua propria girazione, quando a li miei occhi apparve prima la gloriosa donna de la mia mente, la quale fu chiamata da molti Beatrice li quali non sapeano che si chiamare. Ella era in questa vita già stata tanto, che ne lo suo tempo lo cielo stellato era mosso verso la parte d’oriente de le dodici parti l’una d’un grado, sì che quasi dal principio del suo anno nono apparve a me, ed io la vidi quasi da la fine del mio nono. Apparve vestita di nobilissimo colore, umile e onesto, sanguigno, cinta e ornata a la guisa che a la sua giovanissima etade si convenia. In quello punto dico veracemente che lo spirito de la vita, lo quale dimora ne la secretissima camera de lo cuore, cominciò a tremare sì fortemente, che apparia ne li menimi polsi orribilmente; e tremando disse queste parole: «Ecce deus fortior me, qui veniens dominabitur michi». In quello punto lo spirito animale, lo quale dimora ne l’alta camera ne la quale tutti li spiriti sensitivi portano le loro percezioni, si cominciò a maravigliare molto, e parlando spezialmente a li spiriti del viso, sì disse queste parole: «Apparuit iam beatitudo vestra». In quello punto lo spirito naturale, lo quale dimora in quella parte ove si ministra lo nutrimento nostro, cominciò a piangere, e piangendo disse queste parole: «Heu miser, quia frequenter impeditus ero deinceps!». D’allora innanzi dico che Amore segnoreggiò la mia anima, la quale fu sì tosto a lui disponsata, e cominciò a prendere sopra me tanta sicurtade e tanta signoria per la vertù che li dava la mia imaginazione, che me convenia fare tutti li suoi piaceri compiutamente. Elli mi comandava molte volte che io cercasse per vedere questa angiola giovanissima; onde io ne la mia puerizia molte volte l’andai cercando, e vedeala di sì nobili e laudabili portamenti, che certo di lei si potea dire quella parola del poeta Omero: «Ella non parea figliuola d’uomo mortale, ma di deo». E avvegna che la sua imagine, la quale continuatamente meco stava, fosse baldanza d’Amore a segnoreggiare me, tuttavia era di sì nobilissima vertù, che nulla volta sofferse che Amore mi reggesse sanza lo fedele consiglio de la ragione in quelle cose là ove cotale consiglio fosse utile a udire. E però che soprastare a le passioni e atti di tanta gioventudine para alcuno parlare fabuloso, mi partirò da esse; e trapassando molte cose le quali si potrebbero trarre de l’essemplo onde nascono queste, verrò a quelle parole le quali sono scritte ne la mia memoria sotto maggiori paragrafi.

Il racconto, come indica subito la diffusa, quasi dilatata perifrasi astronomica che apre il capitolo, si caratterizza per una spiccata solennità. Non si tratta di un semplice incontro casuale, ma di un evento assolutamente eccezionale, una vera e propria epifania, come tale inserita in un’atmosfera miracolosa, sovrannaturale. In tal senso particolarmente significativo l’utilizzo del verbo “apparire”, ripetuto due volte nel giro di poche righe. A ciò si aggiungono i numerosi elementi simbolici: il nome della donna, Beatrice, che significa colei che dà beatitudine; il già ricordato numero 9; il colore rosso dell’abito di Beatrice, che rappresenta la virtù teologale della carità. Inoltre Dante contribuisce ad arricchire culturalmente tale miracolosa epifania – e qui agisce anche la volontà dell’autore di mostrare tutta la propria autorevolezza – inserendo nozioni filosofico-scientifiche, come la distinzione dei tre spiriti (lo «spirito de la vita» ovvero l’anima intellettiva, la facoltà vitale, il puro esistere, essere; lo «spirito animale» ovvero l’anima sensitiva; infine lo «spirito naturale» ovvero l’anima appetitiva), ricorrendo al latino, lingua dei testi scientifici e dei testi sacri (che conferisce un andamento rituale, liturgico al capitolo) e riferendosi alla tradizione letteraria dell’epoca, come dimostrano le riprese del tremore, tratto caratteristico della poesia di colui al quale la Vita nuova è dedicata, Guido Cavalcanti, e dell’immagine dell’«angiola giovanissima», tipica dell’immaginario stilnovistico.

Il terzo capitolo della Vita nuova è dedicato alla seconda apparizione di Beatrice, che avviene esattamente nove anni dopo la prima, e per di più all’ora «fermamente nona».

III. Poi che fuoro passati tanti die, che appunto erano compiuti li nove anni appresso l’apparimento soprascritto di questa gentilissima, ne l’ultimo di questi die avvenne che questa mirabile donna apparve a me vestita di colore bianchissimo, in mezzo a due gentili donne, le quali erano di più lunga etade; e passando per una via, volse li occhi verso quella parte ov’io era molto pauroso, e per la sua ineffabile cortesia, la quale è oggi meritata nel grande secolo, mi salutoe molto virtuosamente, tanto che me parve allora vedere tutti li termini de la beatitudine. L’ora che lo suo dolcissimo salutare mi giunse, era fermamente nona di quello giorno; e però che quella fu la prima volta che le sue parole si mossero per venire a li miei orecchi, presi tanta dolcezza, che come inebriato mi partio da le genti, e ricorsi a lo solingo luogo d’una mia camera, e puosimi a pensare di questa cortesissima. E pensando di lei, mi sopragiunse uno soave sonno, ne lo quale m’apparve una maravigliosa visione: che me parea vedere ne la mia camera una nebula di colore di fuoco, dentro a la quale io discernea una figura d’uno segnore di pauroso aspetto a chi la guardasse; e pareami con tanta letizia, quanto a sé, che mirabile cosa era; e ne le sue parole dicea molte cose, le quali io non intendea se non poche; tra le quali intendea queste: «Ego dominus tuus». Ne le sue braccia mi parea vedere una persona dormire nuda, salvo che involta mi parea in uno drappo sanguigno leggeramente; la quale io riguardando molto intentivamente, conobbi ch’era la donna de la salute, la quale m’avea lo giorno dinanzi degnato di salutare. E ne l’una de le mani mi parea che questi tenesse una cosa la quale ardesse tutta, e pareami che mi dicesse queste parole: «Vide cor tuum». E quando elli era stato alquanto, pareami che disvegliasse questa che dormia; e tanto si sforzava per suo ingegno, che le facea mangiare questa cosa che in mano li ardea, la quale ella mangiava dubitosamente. Appresso ciò poco dimorava che la sua letizia si convertia in amarissimo pianto; e così piangendo, si ricogliea questa donna ne le sue braccia, e con essa mi parea che si ne gisse verso lo cielo; onde io sostenea sì grande angoscia, che lo mio deboletto sonno non poteo sostenere, anzi si ruppe e fui disvegliato. E mantenente cominciai a pensare, e trovai che l’ora ne la quale m’era questa visione apparita, era la quarta de la notte stata; sì che appare manifestamente ch’ella fue la prima ora de le nove ultime ore de la notte. Pensando io a ciò che m’era apparuto, propuosi di farlo sentire a molti li quali erano famosi trovatori in quello tempo: e con ciò fosse cosa che io avesse già veduto per me medesimo l’arte del dire parole per rima, propuosi di fare uno sonetto, ne lo quale io salutasse tutti li fedeli d’Amore; e pregandoli che giudicassero la mia visione, scrissi a loro ciò che io avea nel mio sonno veduto. E cominciai allora questo sonetto, lo quale comincia: A ciascun’alma presa.

A ciascun’alma presa e gentil core
nel cui cospetto ven lo dir presente,
in ciò che mi rescrivan suo parvente,
salute in lor segnor, cioè Amore.
Già eran quasi che atterzate l’ore
del tempo che onne s tella n’è lucente,
quando m’apparve Amor subitamente,
cui essenza membrar mi dà orrore.
Allegro mi sembrava Amor tenendo
meo core in mano, e ne le braccia avea
madonna involta in un drappo dormendo.
Poi la svegliava, e d’esto core ardendo
lei paventosa umilmente pascea:
appresso gir lo ne vedea piangendo.

Beatrice questa volta è vestita di bianco, e saluta il poeta, che prova una felicità immensa, culminante («mi salutoe molto virtuosamente, tanto che me parve allora vedere tutti li termini de la beatitudine»). Dante, dopo averne ascoltato la voce, fugge dalla moltitudine e si rifugia nella sua stanza, si addormenta e ha una visione: in una nuvola rossastra si trova un signore, Amore («Ego dominus tuus» è espressione ripresa dal libro dell’Esodo, 20, 2), che tiene tra le braccia Beatrice, addormentata e avvolta solamente da un manto «sanguigno»; Amore regge inoltre il cuore di Dante, che offre in pasto a Beatrice (ricordo che il cibarsi di una parte del corpo altrui indica l’appropriarsi dell’anima e della forza dell’altro), la quale mangia con riluttanza; Amore piange, raccoglie Beatrice e si dirige con lei verso il cielo. Dante si sveglia e decide di comporre un sonetto, sottoponendo la propria visione all’attenzione di «tutti li fedeli d’Amore». A ciascun’alma presa e gentil core è così il primo dei 31 componimenti raccolti nella Vita nuova. A questo sonetto rispondono in molti, tra cui Cavalcanti (il «primo de li miei amici»), anzi, proprio a questa circostanza si può far risalire l’inizio dell’amicizia tra Dante e Guido.

Nel quinto capitolo della Vita nuova compare la celebre donna dello schermo, di cui Dante si serve per proteggere l’identità della donna amata, a causa della quale ha perduto l’appetito e si è indebolito a tal punto da suscitare la preoccupazione di chi gli sta accanto (come racconta nel quarto capitolo).

V. Uno giorno avvenne che questa gentilissima sedea in parte ove s’udiano parole de la regina de la gloria, ed io era in luogo dal quale vedea la mia beatitudine; e nel mezzo di lei e di me per la retta linea sedea una gentile donna di molto piacevole aspetto, la quale mi mirava spesse volte, maravigliandosi del mio sguardare, che parea che sopra lei terminasse. Onde molti s’accorsero de lo suo mirare; e in tanto vi fue posto mente, che, partendomi da questo luogo, mi sentio dicere appresso di me: «Vedi come cotale donna distrugge la persona di costui»; e nominandola, io intesi che dicea di colei che mezzo era stata ne la linea retta che movea da la gentilissima Beatrice e terminava ne li occhi miei. Allora mi confortai molto, assicurandomi che lo mio secreto non era comunicato lo giorno altrui per mia vista. E mantenente pensai di fare di questa gentile donna schermo de la veritade; e tanto ne mostrai in poco tempo, che lo mio secreto fue creduto sapere da le più persone che di me ragionavano. Con questa donna mi celai alquanti anni e mesi; e per più fare credente altrui, feci per lei certe cosette per rima, le quali non è mio intendimento di scrivere qui, se non in quanto facesse a trattare di quella gentilissima Beatrice; e però le lascerò tutte, salvo che alcuna cosa ne scriverò che pare che sia loda di lei.

L’incontro con questa donna che fa da «schermo de la veritade» avviene certamente in una chiesa, ed è bellissimo il gioco di sguardi, quasi un gioco di specchi.

La donna dello schermo lascia Firenze e Dante è costretto a scrivere un componimento per mostrarsi addolorato; componimento riportato nella Vita nuova perché in realtà ispirato a/da Beatrice (settimo capitolo). Ma la donna dello schermo tarda a rientrare in Firenze e Dante ne sceglie un’altra. Si diffondono i pettegolezzi, alimentati dalle malelingue, e Beatrice nega il saluto al poeta (decimo capitolo). Saluto che genera in Dante una «intollerabile beatitudine», una felicità insopportabile, come scrive nell’undicesimo capitolo della Vita nuova, dedicato agli effetti benefici, salutari del saluto di Beatrice.

XI. Dico che quando ella apparia da parte alcuna, per la speranza de la mirabile salute nullo nemico mi rimanea, anzi mi giugnea una fiamma di caritade, la quale mi facea perdonare a chiunque m’avesse offeso; e chi allora m’avesse domandato di cosa alcuna, la mia risponsione sarebbe stata solamente «Amore», con viso vestito d’umilitade. E quando ella fosse alquanto propinqua al salutare, uno spirito d’amore, distruggendo tutti li altri spiriti sensitivi, pingea fuori li deboletti spiriti del viso, e dicea loro: «Andate a onorare la donna vostra»; ed elli si rimanea nel luogo loro. E chi avesse voluto conoscere Amore, fare lo potea mirando lo tremare de li occhi miei. E quando questa gentilissima salute salutava, non che Amore fosse tal mezzo che potesse obumbrare a me la intollerabile beatitudine, ma elli quasi per soverchio di dolcezza divenia tale, che lo mio corpo, lo quale era tutto allora sotto lo suo reggimento, molte volte si movea come cosa grave inanimata. Sì che appare manifestamente che ne le sue salute abitava la mia beatitudine, la quale molte volte passava e redundava la mia capacitade.

Nel diciassettesimo capitolo Dante annuncia di non voler più parlare dello sconforto causato dalla privazione del saluto da parte di Beatrice, e di voler «ripigliare materia nuova e più nobile che la passata». Il motivo di questa svolta viene spiegato nel capitolo successivo, il diciottesimo: l’incontro con un gruppo di «donne gentili».

XVIII. Con ciò sia cosa che per la vista mia molte persone avessero compreso lo secreto del mio cuore, certe donne, le quali adunate s’erano dilettandosi l’una ne la compagnia de l’altra, sapeano bene lo mio cuore, però che ciascuna di loro era stata a molte mie sconfitte; e io passando appresso di loro, sì come da la fortuna menato, fui chiamato da una di queste gentili donne. La donna che m’avea chiamato era donna di molto leggiadro parlare; sì che quand’io fui giunto dinanzi da loro, e vidi bene che la mia gentilissima donna non era con esse, rassicurandomi le salutai, e domandai che piacesse loro. Le donne erano molte, tra le quali n’avea certe che si rideano tra loro. Altre v’erano che mi guardavano, aspettando che io dovessi dire. Altre v’erano che parlavano tra loro. De le quali una, volgendo li suoi occhi verso me e chiamandomi per nome, disse queste parole: «A che fine ami tu questa tua donna, poi che tu non puoi sostenere la sua presenza? Dilloci, ché certo lo fine di cotale amore conviene che sia novissimo». E poi che m’ebbe dette queste parole, non solamente ella, ma tutte l’altre cominciaro ad attendere in vista la mia risponsione. Allora dissi queste parole loro: «Madonne, lo fine del mio amore fue già lo saluto di questa donna, forse di cui voi intendete, e in quello dimorava la beatitudine, ché era fine di tutti li miei desiderii. Ma poi che le piacque di negarlo a me, lo mio segnore Amore, la sua merzede, ha posto tutta la mia beatitudine in quello che non mi puote venire meno». Allora queste donne cominciaro a parlare tra loro; e sì come talora vedemo cadere l’acqua mischiata di bella neve, così mi parea udire le loro parole uscire mischiate di sospiri. E poi che alquanto ebbero parlato tra loro, anche mi disse questa donna che m’avea prima parlato, queste parole: «Noi ti preghiamo che tu ne dichi ove sta questa tua beatitudine». Ed io, rispondendo lei, dissi cotanto: «In quelle parole che lodano la donna mia». Allora mi rispuose questa che mi parlava: «Se tu ne dicessi vero, quelle parole che tu n’hai dette in notificando la tua condizione, avrestù operate con altro intendimento». Onde io, pensando a queste parole, quasi vergognoso mi partio da loro, e venia dicendo fra me medesimo: «Poi che è tanta beatitudine in quelle parole che lodano la mia donna, perché altro parlare è stato lo mio?». E però propuosi di prendere per matera de lo mio parlare sempre mai quello che fosse loda di questa gentilissima; e pensando molto a ciò, pareami avere impresa troppo alta matera quanto a me, sì che non ardia di cominciare; e così dimorai alquanti dì con disiderio di dire e con paura di cominciare.

L’acuta e perspicace «donna gentile» domanda a Dante quale sia il fine del suo amore per Beatrice, visto che non ne può sostenere la presenza. Il poeta risponde che all’inizio il suo fine era il saluto, motivo di una felicità eccezionale, come abbiamo visto, poi, negatogli questo, il lodare in poesia la sua donna. Ma la «donna gentile» coglie Dante in fallo: invece di lodare Beatrice, nelle sue poesie non ha fatto altro che concentrarsi sul suo dolore. Il poeta, colpito da questa osservazione, vi riflette, provando peraltro una certa vergogna verso se stesso, e stipula una sorta di patto con se stesso: d’ora in poi nei suoi versi non farà che lodare la «gentilissima» Beatrice. Un compito assai arduo in realtà, di cui Dante non crede di essere all’altezza, e infatti per diverso tempo se ne sta «con desiderio di dire e con paura di cominciare».

Si apre così una nuova fase nella Vita nuova, e dunque nell’amore di Dante per Beatrice. Un amore che diviene ora del tutto disinteressato, fine a se stesso. Il poeta non cerca più nessun appagamento mondano, esteriore, com’era prima il saluto, ma si accontenta, e in ciò sta la sua soddisfazione più grande, di contemplare e lodare Beatrice. L’amore si fa mistico, come l’amore per Dio, e innalza fino a Dio. Dante si spinge dunque oltre la concezione cortese e stilnovistica dell’amore. Il Beatricianesimo assume una nuova forma, facendosi davvero religione.

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