Mai come in questo periodo storico l’arte che sarà decisamente influente per le generazioni successive viene trascurata dai contemporanei. In questo senso la borghesia, ormai arricchita e sazia, si distacca pigramente dalla cultura, preferendo invece un gusto facile e incerto.

E’ proprio in questo contesto che si instaura una sempre più folta corrente conosciuta come naturalismo, che investe tutte le arti e scaturita dalla pittura realista. I suoi esponenti sono spesso politicamente presenti, basti pensare a Courbet (socialista, anarchico e sempre ribelle) e Zola. Rappresentare il reale a tutti i costi è il loro motto o, come suggerisce l’Argan, “la realtà non è il modello ammirato dall’artista, è la sua materia prima”.

Il personaggio fondamentale, l’anima della rivoluzione realista, è senza dubbio Courbet, pittore rivoluzionario che del vero e della verità ne ha fatto una ragione di vita e persino una cura ai problemi sociali. E’ corretto seguire una linea tracciata da Arnold Hauser, secondo cui “la teoria naturalistica nasce a difesa della sua arte contro la critica tradizionalista”, poiché i vari Champfleury, Duranty e Zola si formano orbitando intorno alla forte personalità del pittore. L’animata motivazione sociale è un’atteggiamento che compiono anche in arte: il realismo non è altro che una forma di protesta contro la società, è solo che mentre Daumier racconta i vizi di ricchi e borghesi, Millet fa un’apologia alla dignità contadina e Courbet dipinge la verità.

Ne “Gli spaccapietre” l’atteggiamento è proprio questo, i suoi lavoratori sono deformi, non vi è compassione nè sentimento, vi è la cruda e brutale realtà dei fatti. L’uomo è brutto e miserabile in tutti i casi, e lo dimostra una volta di più in “Funerale ad Ornans” dove riporta senza prosopopea tutta l’ipocrisia dei partecipanti alla funzione. La presa di posizione come protettore della verità, difesa in maniera radicale fino alla fine, lo porterà a rifiutare la Legion d’onore offertagli da Napoleone III, giustificando il suo diniego con queste parole: “L’onore non sta in un titolo, nè in una
decorazione, ma negli atti e nei movimenti delle azioni. […] Ho cinquant’anni ed ho sempre vissuto libero, lasciatemi finire libero la mia vita. Bisogna che alla mia morte si dica di me: non ha mai fatto parte di nessuna scuola, di nessuna chiesa, di nessuna accademia, ma soprattutto di nessun regime; l’unica cosa a cui è appartenuto è stata la libertà.” 

Gustave Courbet, Funerale a Ornans (1849-50); olio su tela, 315 × 668 cm, Musée d’Orsay

Parallelamente a Courbet si forma una scuola di artisti che compiono un percorso ideologicamente simile al suo, però nella pittura di paesaggio. Abbandonata la metropoli, perché corrotta e malata, decidono di andare alla ricerca della bellezza nei paesaggi naturali, ma fuggendo da un ideale romantico di perfezione quasi magica e mitica: il boschetto sacro è sostituito da un pascolo in una radura, da un campo coltivato o da una chiatta su un fiume. Insomma la scelta di fuggire dai temi poetici richiama alla democrazia della pittura presente in Courbet, ad una verità dell’opera rappresentata senza aggiungere nulla di quello che realmente c’è.

Bibliografia:
Arnold Hauser, Storia sociale dell’arte, Einaudi, 1964
Giulio Carlo Argan, L’arte moderna 1770-1970, Sansoni, 1970
Carlo Bordoni, Introduzione alla Sociologia dell’arte, Liguori, 2008

Link alle altre uscite

Storia sociale dell’arte nella Francia del XIX secolo – Parte I
Storia sociale dell’arte nella Francia del XIX secolo – Parte II
Storia sociale dell’arte nella Francia del XIX secolo – Parte III
Storia sociale dell’arte nella Francia del XIX secolo – Parte IV
Storia sociale dell’arte nella Francia del XIX secolo – Parte V
Storia sociale dell’arte nella Francia del XIX secolo – Parte VI
Storia sociale dell’arte nella Francia del XIX secolo – Parte VII
Storia sociale dell’arte nella Francia del XIX secolo – Parte VIII
Storia sociale dell’arte nella Francia del XIX secolo – Parte IX

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