Nel 1913 Lionello Venturi, critico e storico dell’Arte, consegnava al pubblico quella che tuttora risulta essere una delle letture più emozionanti e coinvolgenti dell’opera del Giorgione.
In “Giorgione e il Giorgionismo” viene seguito, con fresca sicurezza e fermezza tecnica, quell’approccio che si definisce purovisibilista e che vuole affermare il valore intrinseco del momento intuitivo e conoscitivo della visione . Unendo così il conforto dell’indagine filologica, stilistica e documentaria all’individuazione della personalità dell’artista, l’interpretazione che ne scaturisce risulta vivida nella ricostruzione del rapporto fra la realtà psicologica dell’artista e quella del farsi tecnico e formale dell’opera stessa, il quadro.
Giorgione viene presentato dallo storico italiano quale artista di rottura, rivoluzionario, ed è questo ciò che più oggi deve interessarci perché ci permetterà di cogliere quanto persino in un soggetto sacro del 1504 siano presenti quei voli intellettuali che sono sempre il germe della “futura contemporaneità” con la quale non sempre riusciamo a stabilire un contatto empatico.
Cosa possono una Vergine col Bambino in Maestà e i Santi Giorgio e Francesco, dipinti immoti e immersi in questa dimensione che è doppia, terrena e sovraterrena insieme, dirci del concetto di Arte stessa? Ciò che Venturi scrive sulla Pala di Castelfranco non può non affascinare.

Pala di Castelfranco, Giorgione, 1503 circa, tempera su tavola di pioppo, 200×152 cm, Duomo, Castelfranco Veneto

Osserviamo attentamente l’opera: ciò che ci appare essere assolutamente razionale nasconde in sé un ordine ulteriore. Quel fondo rosso davanti il quale i Santi sono stanti e sopra il quale la Vergine si erge ha la funzione di separare le figure sacre dalla Natura e pure di lasciare che queste siano nella Natura stessa, permettendo a ciò che è divino di essere presente nel piano della realtà. Sopra di esso intravediamo un paesaggio basso, lontano, che ha infatti la sola funzione di ricordare all’osservatore quella Natura entro la quale Dio era presente. Un’immagine sacra non più isolata nel suo ambiente chiesastico, e nemmeno confusa con ciò che non le appartiene.
Straordinario è l’elevamento del trono. Un trono che è l’idea stessa di trono: non adorno delle ricchezze terrene atte a simboleggiare la gloria dell’immateriale, è privo di cornicione, composto di linee pure ed assolutamente semplici, e secondo il Venturi il fatto che non trovi la sua fine nel termine fisico della tela sta a suggerire la prosecuzione e la sua appartenenza al mondo divino, di cui è sostegno e da cui è sostenuto.
Nell’atteggiamento delle figure, tutte alte e senza rigidezza alcuna, il rigore espressivo si fa più intenso e rigoroso.
La posa della Madonna è comune a quella di molte altre, eppure non vuole suggerire la sua essenza superiore in alcun modo; l’ovale del suo viso leggermente allungato, i piani che si diradano tenui e i lineamenti raffinati corrispondono la sua dimensione psicologica. Nuovo appare il carattere conferito al Bambino, poggiante tutto su di un braccio della Madre è colto nella tensione del mantenimento di questa posa.
Il San Giorgio è un cavaliere, dignitoso, immobile e indifferente alla scena, e l’atteggiamento del San Francesco non si discosta dagli elementi della sua raffigurazione tradizionale.
Le figure della Pala di Castelfranco non sono unite fra loro da alcuna relazione di movimento e danno vivida la sensazione di una singolarità profondamente riflessiva: i caratteri delicati, sofferenti e dignitosi della loro essenza fisica ci dicono che l’unione risiede nel loro animo e nella lontananza che li separa fisicamente, che è eterea e carica di energia egualmente.
Un approfondimento merita, per Venturi, il panneggio: se per i pittori contemporanei a Giorgione e a lui precedenti questo era il pretesto per dimostrare la propria abilità tecnica, in questo caso il tipo di panno rappresentato racconta di un riflesso personale ed emotivo dell’artista, che giovane d’età e appena immerso nella dimensione Veneziana, permette al suo carattere prettamente contemplativo di intercedere a favore di una quieta e raffinata mondanità.

Una lettura, questa, che ha il grande pregio di raccontare come anche dietro la forma più rivelatrice di sé stessa vi sia una dimensione altra, che questa possa essere colta immediatamente con lo sguardo sensibile dell’osservatore che renderà ancora una volta l’opera viva. E che, per dirla con le parole di Robert Musil, “In altre parole, oggi l’essenziale accade nell’astratto, e l’irrilevante accade nella realtà.”

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