Di tutti i racconti di Thomas Mann, il più noto è senza dubbio La morte a Venezia (1912) – se sia pure il migliore non lo so, personalmente preferisco Tonio Kröger, ma è una discussione questa che rimando ad altra sede.

In poche parole, La morte a Venezia tratta della vicenda di Gustav von Aschenbach, scrittore di fama che attraversa un funesto periodo di crisi letteraria, e cerca sollievo e consolazione intraprendendo una vacanza proprio nella magnifica città lagunare. L’esperienza veneziana del protagonista è caratterizzata da due incontri. Il primo avviene su un battello, con un vecchio che suscita in Aschenbach fastidio, repulsione, tedio, poiché invano tenta di celare lo sfacelo fisico dovuto all’età avanzata. Di seguito, il passo in questione:

«Uno, che portava un abito estivo giallo chiaro all’ultima moda, una cravatta rossa e un panama dalla tesa audacemente rivoltata, si distingueva fra tutti gli altri per il buon umore e per la voce gracchiante. Ma Aschenbach appena l’ebbe osservato un po’ meglio s’accorse con una specie d’orrore che era un falso giovane. Era vecchio, non si poteva dubitarne. Aveva rughe profonde intorno agli occhi e alla bocca. Il carminio opaco delle guance era belletto, la chioma bruna sotto il cappello di paglia dal nastro variopinto era una parrucca; il collo era floscio e grinzoso, i baffetti all’insù e la mosca sul mento erano tinti, la dentatura gialla e completa ch’egli scopriva nel riso era una dentiera da poco prezzo, e le sue mani con anelli stemmati ai due indici erano quelle di un vecchio. Colto da un senso di ribrezzo Aschenbach notava con stupore la sua familiarità con gli amici. Non sapevano, non vedevano quei giovani ch’egli era vecchio, che non aveva il diritto di portare quegli abiti chiassosi da bellimbusto, di comportarsi come uno di loro? Sembrava che considerassero naturale e abituale la sua compagnia, lo trattavano come un loro pari, gli restituivano senza ripugnanza i suoi scherzosi pugni sulle costole. Com’era possibile?»

Il falso ringiovanimento di un uomo prossimo all’irreversibile e definitiva dissoluzione, rappresenta la vanità e l’irrevocabile distruzione che si trovano dentro ogni aspetto della vita umana, vacua e destinata alla morte. La figura ipocrita, bizzarra, ridicola, funebre e, per certi versi, carnevalesca dell’uomo vegliardo, rivela la vera, orribile natura che subdola vive al di là delle apparenze.

Di tutt’altro impatto è il secondo incontro del protagonista. Questo avviene nel suo stesso albergo, e stavolta è con un giovane, il bellissimo Tadzio. Lo scrittore, attratto dalle forme scultoree dell’individuo antitetico al vecchio, inizia a vagheggiarne i tratti favolosi, splendenti e, senza mai avvicinarlo, lo segue per i lidi di Venezia illudendosi di poter riscoprire in quella figura agile, forte e florida uno slancio vitale oramai perduto.

«Ancora voltato, Aschenbach ascoltava la voce del fanciullo, quella voce chiara, un po’ sottile, con cui egli cercava di annunciarsi già da lontano ai compagni di gioco occupati intorno alla fortezza. Gli risposero parecchie voci, gridando il suo nome o un vezzeggiativo, e Aschenbach ascoltò con una certa curiosità, senza poter cogliere nulla di più preciso che due sillabe melodiose come “Adgio” o più sovente “Adgiu” con un u prolungato alla fine. Il suono gli piacque, egli giudicò che l’eufonia corrispondeva all’oggetto, lo ripeté mentalmente e poi ritornò soddisfatto alle sue carte e alle sue lettere.
Con la piccola cartella da viaggio sulle ginocchia prese la penna stilografica e incominciò a sbrigare un po’ di corrispondenza. Ma dopo un quarto d’ora giudicò che era un peccato abbandonare così in ispirito e trascurare per un’attività indifferente uno stato tanto degno d’esser goduto. Buttò da parte carta e penna e ritornò al mare; e ben presto, attirato dalle voci fanciullesche dei costruttori del forte, voltò verso destra la testa comodamente appoggiata allo schienale della poltrona per assistere di nuovo ai fatti e ai gesti del delizioso “Adgio”.
Lo trovò alla prima occhiata; il fiocco rosso che aveva sul petto lo distingueva fra tutti. Occupato insieme con gli altri a collocare una vecchia tavola a guisa di ponte sul fossato umido della fortezza, egli dirigeva l’opera con parole e con cenni del capo. Erano con lui una diecina di compagni, maschi e femmine, della sua età e qualcuno più giovane, che parlavano insieme in tutte le lingue, polacco, francese e anche idiomi balcanici. Ma il suo nome risonava più sovente degli altri. Egli era fra tutti il più ricercato, ammirato, corteggiato. […] Adesso faceva molto caldo, benché il sole non fosse riuscito a bucare lo strato di vapori che copriva il cielo. La pigrizia incatenava lo spirito, mentre i sensi assaporavano il formidabile e stordente discorso del silenzio marino. Indovinare, indagare quale fosse quel nome che sonava press’a poco “Adgio” parve all’uomo serio e pensoso un compito degno di tutta la sua attenzione. E con l’aiuto di qualche reminiscenza polacca, concluse che doveva essere “Tadzio”, abbreviazione di Tadeusz che nel vocativo si prolungava in “Tadziu”.
Tadzio faceva il bagno. Aschenbach, che l’aveva perso di vista, scorse la sua testa, il suo braccio che egli alzava battendo l’acqua, laggiù molto al largo; il mare infatti doveva esser calmo fino a grande distanza. Ma già la gente s’inquietava per lui, già voci di donne lo chiamavano dalle cabine e ripetevano quel nome che dominava la spiaggia quasi come una parola d’ordine e con le sue consonanti dolci, il suo u finale prolungato aveva qualcosa di mite e di selvaggio insieme: – Tadziu! Tadziu! – Egli tornò indietro, a testa arrovesciata traversò di corsa l’acqua bassa facendo sollevare in spuma l’onda che resisteva alle sue gambe; e vedere la forma viva, acerba e graziosa nella sua previrilità, sorgere con i ricci grondanti, bella come un giovane nume, dalle profondità del mare, uscire e fuggire dall’elemento, era uno spettacolo che suggeriva mitiche fantasie, qualcosa come una leggenda poetica di età primitive che narra le origini della forma e la nascita degli dèi. Aschenbach ascoltava con gli occhi chiusi quel canto che gli vibrava nell’anima, e di nuovo pensò che lì stava e che lì sarebbe rimasto».

Il fanciullo, personificazione degli ideali più elevati, nobili e puri dell’esistenza umana, circondato da un’aurea di grazia e di bellezza quasi soprannaturale, che lo fa apparire agli occhi del protagonista un eroe mitico, incarna quel senso di eternità cui spesso mira l’artista. Lo scrittore insoddisfatto di se stesso trova in Tadzio un insperato sollievo, una favolosa e fantastica evasione che lo allontana dallo stato di miseria e di disperazione in cui si trova. L’inseguimento clandestino del giovane denuda tutte le tentazioni di Aschenbach, la sua volontà, fino ad allora repressa, di fuggire dagli schemi consueti e imposti, dal grigiore della quotidianità immobile e stantìa come un’antica istantanea sbiadita. Il pedinamento riflette quel fascino proprio della proibizione che nella società l’uomo convenzionale, e borghese, tende a soffocare.

Il protagonista anela a un modello di bellezza che vorrebbe ritrovare in sé, nei suoi connotati e nel suo fisico. Una mera illusione questa, giacché lo scrittore è destinato a un avvenire di vecchiaia, avendo superato oramai da anni l’età meravigliosa della giovinezza. L’irraggiungibilità di Tadzio dimostra chiaramente, e altrettanto crudelmente, l’impossibilità di una riconciliazione anche solo temporanea con un passato perduto per sempre che non può riproporsi, anche decidendo di percorrere la via della falsità e dell’ipocrisia intrapresa dal vecchio incontrato e disprezzato da Aschenbach sul battello.

La naturale conclusione del racconto di Mann, come preannuncia d’altronde il titolo, non può che essere la morte dello scrittore, colpito dall’epidemia di colera che invade e devasta improvvisamente Venezia. Il protagonista non è in grado di fondere la vita e l’arte, uno dei due aspetti è destinato per forza di cose a soccombere. Non è possibile vivere esclusivamente e totalmente secondo i canoni artistici, così come non è possibile creare ispirandosi esclusivamente e totalmente alle vicende umane. Una constatazione amara, che Aschenbach comprende un istante prima di chiudere per sempre gli occhi, anche nell’ultimo sforzo protesi verso Tadzio, magnifica umanizzazione di un desiderio irrealizzabile.

I passi del testo qui esposti sono tratti da Thomas Mann, La morte a Venezia, trad. it. di A. Rho, Einaudi, Torino 1954.

A proposito dell'autore

Classe 1989, dopo il diploma di liceo scientifico mi iscrivo alla facoltà di Lettere presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", dove mi laureo nel luglio del 2015 con la tesi "Figlie della crisi. I personaggi femminili di Heinrich von Kleist", pubblicata sulla rivista «Le rotte - Il porto di Toledo». Sempre presso lo stesso ateneo, nel settembre del 2017, conseguo la laurea magistrale in Filologia Moderna, con la tesi "Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter". Sul blog bazzecole.altervista.org i maldestri tentativi di scrittura creativa.

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